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Libri. Sulla traccia di Nives, di Erri De Luca

Sulla traccia di Nivesdi Raimondo Giustozzi

Il libro, sulla traccia di Nives, di Erri De Luca, pubblicato nel 2006 nella piccola biblioteca Oscar Mondadori, è un grazioso volumetto di cento sedici pagine. Non è diviso in capitoli ma in semplici paragrafi, introdotti da una parola o espressione. Il linguaggio è semplice, comune ad altri libri dello scrittore. L’autore racconta il dialogo con Nives Meroi, “Una tigre d’alta montagna, ha in mano le piccozze per mordere i pendii ghiacciati, le decine di gradi sottozero. E’ una tigre di alta montagna Nives Meroi, italiana, tra le pochissime donne al mondo ad aver scalato sette dei quattordici giganti che superano gli ottomila metri. Ho seguito per un po’ la sua traccia, che il alto si perde dove non ho respiro. Lei scala senza bombole d’ossigeno e senza aiuto di portatori d’alta quota. Gioca pulito col mondo Nives Meroi la tigre, sopra i grattacieli di madre natura” (Erri De Luca, Sulla traccia di Nives, risvolto di copertina, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, Milano 2006).

Nives Meroi ha scalato tutte le quattordici cime che superano gli ottomila metri. L’ultima vetta raggiunta, nel 2017, assieme al marito, è stata Annapurna, il massiccio montuoso himalayano situato in Nepal centrale. Non è vero che l’alpinismo, anche quello di alta quota sia appannaggio dei maschi. Compagni di scalata di Nives sono: Romano Benet, suo marito e l’amico Luca. Anche Erri De Luca ha fatto parte di una scalata sull’Himalaya in compagnia di Nives, Romano e Luca.  Nel primo piccolo paragrafo, portatori, l’autore si sofferma a presentare gli sherpa: “Sono uomini, donne e anche bambini che portano tutto ciò che serve nei campi base: tavoli, sedie, stoviglie, tende, cucine, combustibili, corde, arnesi da scalata, cibo per molte settimane, insomma un villaggio per abitare dove non c’è niente. Reggono il nostro peso al prezzo di trecento nepali- rupie al giorno, meno di quattro euro. Le gerle caricano quaranta chili, ma c’è chi porta di più. Le tappe sono lunghe, affaticano il viaggiatore che porta un suo zainetto col minimo occorrente” (pag. 9). Erri De Luca ha per loro una sconfinata ammirazione.

Nives si sofferma invece a descrivere in alcune pagine, il cammello, impiegato per portare gli alpinisti e altri carichi: “Per salire sul cammello il portatore gli fa abbassare la testa fino a terra, poi ti fa montare sul collo e quello con una leggera mossa, da ascensore, ti deposita in cima. Per scendere invece ci si aggrappa lungo il carico. In gobba al cammello si traversano guadi che in Cina, al disgelo, sono spaventosi. I torrenti ingrossati trascinano nella corrente pietre e pure massi. Un chiasso di tempesta, e tu stai in cima al cammello che si avvia in mezzo all’acqua violenta con mulinelli e colpi di corrente che tornano indietro. Il cammello ha solo la testa fuori dall’acqua. Gli animali sono legati in colonna tra loro, una corda passa per l’anello del naso. Sono momenti di paura, sto lassù e non posso fare niente, solo sperare di non essere travolta” (pag. 15).

Quando si è in alta quota manca l’ossigeno e il corpo chiede di ritornare indietro, ma si sale ancora fino alla vetta, così sul Lhotse, Katmandu, Skardu. De Luca, Nives, Luca sono con Romano Benet, una forza della natura. Con lui capo guida si affrontano anche le imprese impossibili: “Dicono che Romano è una bestia, per la forza che scatena quanto più sale. Ma Romano – scrive Nives- lassù è puro spirito, un fiato che mi apre la via verso l’alto. Romano è la traccia che pure quando si allontana al suo ritmo furioso di salita, mi riduce l’attrito, come fa il migratore che sta sulla V dello stormo. Romano c’è, lassù, è la mia scala. Poi c’è Luca, il mago del ghiaccio, che passa pure sul vetro e gli basta un decimo di centimetro per la punta della piccozza e del rampone” (pag. 19). Romano Benet, nato a Tarvisio, è sloveno, naturalizzato italiano, Nives viene da Bonate Sotto, un paesino della provincia di Bergamo. Assieme formano una coppia impagabile. Affrontano le vette senza portarsi dietro bombole di ossigeno. Caricano sulle proprie spalle tutto ciò che serve per pernottare in tenda, sfidando il vento di alta quota, la neve e il ghiaccio.

Erri De Luca, nato a Napoli, ha ereditato dal padre, alpino nella seconda guerra mondiale, la passione per la montagna, tanto da scalare diverse vette in compagnia di Nives e di Romano, oltre le cime delle Dolomiti e quelle dei monti d’Abruzzo, queste ultime da giovane, assieme al padre. Dice di se: “Sono nato a Napoli da napoletani. Però ho un corpo del nord, mi viene da una nonna venuta in Italia dall’Alabama. Sono di sangue misto, come si conviene a uno del sud. Mio padre Aldo è stato soldato nel corpo degli alpini durante la seconda guerra universale. Partì sotto la spinta dell’immaginazione, che in un giovane consiste nel credersi necessario. Tornò persuaso del contrario, di essere superfluo e trascinato da causa superflua. La guerra era un odio di padri contro figli, mandati a morte contro figli di altri padri sciagurati. Lui, orfano a tredici anni, aveva creduto agli adulti che dai balconi spedivano la gioventù a combattere. La guerra fu per lui l’occasione di incontrare le montagne. Di guerra non parlava, raccontava di marce e di zaini, di muli e di uomini che non aprivano bocca però di nascosto parlavano coi muli” (pag. 103).

Il teatro di guerra, per il papà dello scrittore, era il fronte greco albanese, come per mio papà che ha  combattuto sul monte Tomorr, buscando un’asma bronchiale che l’ha tormentato per tutta la vita fino alla morte. Chissà se ha conosciuto il papà di Erri De Luca!. Mi piace credere di sì. Sono della stessa generazione dello scrittore napoletano. Sono nato nel 1949, di un anno più anziano, dal momento che lui è del 1950. Anche papà non mi parlava mai della guerra, ma della vita militare. Dopo l‘armistizio dell’8 settembre 1943, che lo colse in Puglia, a Cisternino, risalì la penisola combattendo nel C.I.L. (Corpo Italiano di liberazione), il ricostituito esercito italiano, reparto artiglieria. Mi parlava spesso di un sottotenente, lombardo, che leggeva o recitava ai soldati pagine dei Promessi Sposi e della Divina Commedia. Mi sono sempre chiesto se il sottotenente di cui mi parlava mio papà fosse Eugenio Corti, scrittore brianzolo (Besana Brianza, 1921- Besana Brianza 2014), ufficiale col grado di sottotenente nel Corpo Italiano di Liberazione. La domanda è stata e rimane per sempre senza una risposta. Ho incontrato Eugenio Corti più volte nel corso del mio lungo soggiorno in Brianza, anche nella sua casa di Besana Brianza. Mi attrae l’idea che anche in questo caso i due si siano conosciuti.

La montagna per Nives è adrenalina pura, si va sempre più su per raggiungere la vetta. Ci si deve anche fermare però quando le forze della natura sono preponderanti: “Dal Dhaulagiri ci siamo dovuti ritirare tre volte, in questa primavera, senza contare le salite per portare su il materiale. Tre volte abbiamo dovuto e voluto rinunciare. Noi passiamo per conquistatori di montagna, ma siamo in verità pieni di fallimenti, di stagioni affondate. Non solo noi, tutti gli alpinisti in Himalaia sono stati più spesso respinti che favoriti. L’alpinismo è un’arte della fuga. La devi decidere e realizzare come una vittoria, proprio quando più brucia la rinuncia. E’ un esercizio di umiltà, l’ammissione di inferiorità davanti ad una tempesta, a un pendio di neve che è troppo carico e pronto a crollarti addosso” (Ibidem, pag. 60).

Per Erri De Luca, che ha fatto parte della spedizione sulla catena dell’Himalaia, la montagna è l’occasione per scoprire il mistero della vita. Forte dei suoi studi biblici, ha studiato l’Ebraico antico da autodidatta, svegliandosi un’ora prima, poi andava a lavorare come capo operaio nel cantiere, trova che “nella scrittura sacra la montagna è posto di frontiera, dove la divinità scende e l’uomo saleIl più celebre e lungo discorso di Gesù, detto delle beatitudini, sta nel libro di Matteo. Gesù sale su un monte, non identificato, e la folla si accovaccia intorno alle pendici. Anche Gesù porta i suoi ascoltatori lontano dai centri, dalle piazze, verso un confine santo. E da lassù pronuncia il suo elenco sovversivo delle gerarchie, delle autorità che governano le cose in terra. Lieti gli abbattuti di vento, questo è il suo grido, tradotto in modo più letterale di quel Beati i poveri di spirito. Annuncia le letizia, che è più fisica e concreta della beatitudine. Sta usando un’espressione di Isaia, profeta che gli viene spesso in mente. Isaia dice: Alto e santo io risiederò ma io sono con il calpestato  e l’abbassato di vento per far vivere un vento agli abbassati e per far vivere un cuore ai calpestati (57,15). Isaia inventa l’immagine dell’abbattuto di vento, shfal rùah, per chi è mortificato, oppresso, a capo chino da mettere il proprio fiato raso terra ad altezza di polvere. Shfal rùah è anche il fiato corto dell’alpinista in alta quota… L’alpinismo ha rinnovato negli ultimi secoli un’intimità con le cime. Molti praticati dichiarano di compiere così anche un avvicinamento spirituale. Andare in montagna non mi fa questo effetto. Non è un accostamento, è un allontanamento da ogni luogo, salgo per voltare le spalle. Non è un luogo d’incontro con i cieli aperti, ma di marcata separazione dal suolo, approfondisco una solitudine. Però capisco che il più sovversivo discorso sugli ultimi che diventano primi doveva pronunciarsi sopra un monte, un posto inabitabile, dal quale bisogna sempre scendere. Quel discorso cristiano è rimasto in quota, non è sceso a valle, gli ultimi sono rimasti al loro posto” (Ibidem, pagg. 47- 48).

Pagine stupende, Nives dedica a Romano, il marito col quale ha affrontato tutte le vette raggiunte.: “Amo quest’uomo di arie aperte, compatto come un pugno, capace di stare davanti a un orso, reggere il suo sguardo, intendersi al volo senza mosse così che ognuno possa andare per la sua strada. Il suo mestiere è fare la guardia forestale, batte i boschi d’inverno e protegge le bestie dalla peggiore di tutte, la più ladra del regno animale. Quando parla di loro, delle bestie dei boschi, si riscalda, sorride, gli spunta un attaccamento da tifoso, uno che segue la sua squadra ovunque giochi. La sua squadra è nei boschi. Quassù il nostro amore è da corsa” (Ibidem, pag. 53). L’amore di Nives verso Romano diventa ammore come nel dialetto napoletano, un rafforzativo, un amore micidiale. “E’ premuroso, mi aiuta a scendere, mi carica pure di peso, però ride. Mi fa una rabbia che gliene dico a raffica, lui per un po’ se le tiene, poi gli scappa di ridere di nuovo. Sei peggio di una valanga, gli dico” (pag. 55).

Erri De Luca ha un rispetto quasi sacro per la montagna. Non pianterebbe mai un chiodo sulle pareti per salire in cordata con il proprio compagno: “Il chiodo fa chiasso e ne ho piantati troppi sui cantieri. A me dispiace far rumore quando sto in parete, cerco di evitare anche le grida a distanza col compagno di cordata. E’ una mia timidezza, come quella di non scrivere il nome sul libro della vetta. Non mi dà fastidio uno che estrae il martello dalla cintura, punta  un chiodo sulla bocca di una fessura e batte i suoi rintocchi nella roccia. Anzi, è piacevole il suono del chiodo canterino, che più si conficca più aumenta l’acuto salendo di un’ottava” (pag. 61).

Scrive di essere salito a piedi nudi sulla cima di Ombretta, dopo il ghiacciaio della Marmolada, tutto per il proprio ridicolo puntiglio di essere leggero e di non far rumore. La montagna per lo scrittore è un luogo deserto dove si vede il mondo com’era senza di noi e come sarà dopo. Lo scrittore ritorna di nuovo agli studi sacri e cita parte del salmo 139, dove Davide dice al suo creatore: “Un dietro e un avanti mi hai formato e hai messo sopra di me il tuo palmo. In montagna mi accorgo di avere due lati, uno rivolto alla parete, l’altro, la schiena, volta al mondo. Chi scala dà le spalle a tutto il resto. Quassù riconosco i miei due versanti, due fogli di una stessa pagina” (pag.63).

Ai riferimenti biblici di Erri De Luca, Nives risponde: “Quando parli della sacra scrittura mi accorgo che si tratta di una vita più intensa, concentrata, messa sotto una pressione maggiore, e mi viene da fare il paragone fisico con l’alta quota. Qui ho un corpo diverso. A casa mi perdo dietro a faccende, me lo scordo e quando decido di fare un allenamento lo devo raccogliere, lo sento slegato, distratto. Quassù è compatto, teso. Ogni sua parte ha valore, come i piedi, ma bado pure molto agli occhi, li proteggo dall’accecamento del sole sulla neve. Tolgo gli occhiali solo quando è buio. Siamo così fragili che non possiamo permetterci di guardare quella luce. Non abbiamo occhi per reggerla. Perciò mi viene in menta l’alta quota, quando parli di storie sacre” (pag. 64).

Luce seminata per il giusto”, recita così il salmo 97, scrive Erri De Luca. Quella luce l’ha assaggiata direttamente quando faceva l’aiuto saldatore. Chi saldava il pezzo aveva gli occhiali per ripararsi, lui no, ma la fiamma gli arrivava lo stesso. C’era solo un rimedio per poter dormire di notte: mettersi delle fette sottili di patate sugli occhi arroventati e aspettare che il bruciore passasse. E’ un rimedio antico ma valido. Ci sono stati degli uomini, continua De Luca, che hanno affrontato le peggiori intemperie della storia a mani nude, armati solo di poesia, come il poeta Ante Zemljar, comandante partigiano durante la seconda guerra mondiale, imprigionato dal maresciallo Tito quando questi ruppe con Stalin. Ante Zemljar trascorse cinque anni nella peggiore colonia penale, Isola Nuda, Goli Otok, a spaccare pietre e a farsi spaccare le ossa dalle guardie. L’amico poeta è morto nel 2004: “La perdita di Ante è una finestra murata. L’ho rifinita a intonaco grezzo per non nasconderla, per ricordare che lì c’era un’apertura a mezzogiorno e dietro c’era una stanza e un uomo” (Ibidem, pagg. 65- 67).

La parte più bella di tutto il libro è quando il dialogo tra lo scrittore e l’alpinista diventa serrato. Erri De Luca scrive che lì, in mezzo agli scalatori si sente un intruso, non sa salire in vetta come fanno loro né sa discendere. Gli risponde Nives: “Sei troppo radicale, ti definisci un intruso, ora neanche il fiato ti appartiene, insomma abiti pure tu su questa terra, hai come tutti un poco di diritto a starci da inquilino, non da profugo, visto che non lo sei. Al mio fiato ci tengo e sono sicura che appartiene al mio corpo, che vuole e respira anche mentre dormo. In alta quota c’è poco da scialare, ma me la faccio bastare” (pag. 80).

Erri, in precedenza si era lasciato andare a riflessioni sulla sacra scrittura: “A proposito di polvere, è scritto che l’Adàm fu fatto con polvere del suolo e fiato della divinità” (pag.79). Risponde così a Nives: “Grazie del diritto di cittadinanza, ma non posso accettarlo. Non sono un profugo, hai ragione. Sono un ospite, un posto aggiunto a tavola, da lasciare per tempo, prima di essere invitato all’uscita. E sono un passante di superficie. Non mi sono mai piaciute le profondità, mai praticato la speleologia, l’alpinismo rovesciato che va giù nella terra” (pag. 81).

Sui profughi e su tutti quelli che attraversano il confine, Ines precisa: “Le Alpi Giulie, come il resto delle Alpi, sono un confine naturale”. Non così è per il confine con la Jugoslavia, ora con la Slovenia: “Molte terre dalla nostre parti, a est di Tarvisio, Fusine Laghi, sono di proprietà slovena. Ora si passa, ma prima era dura per gli sloveni venire di qua a falciare i loro campi. E per gli alpinisti nostrani era una bella rogna scalare pareti la cui cima era in comproprietà, Dall’altra parte c’erano le guardie di confine jugoslave, i graniciari, che sparavano volentieri e beccavano un premio se acciuffavano qualcuno che sconfinava. Sapevano nascondersi nella neve, aspettare dei giorni. Venivano di solito dal Montenegro, dalla Macedonia, mandati apposta perché senza legami con la gente di confine, che invece per abitudine è pronta a darsi una mano” (pag. 85).

Tutto il libro è attraversato da profonde riflessioni. Nel dialogo, nella condivisione di mete e di traguardi comuni c’è sempre lo spazio per consolidare amicizie e rispetto reciproco. Erri De Luca si considera un uomo di mare. Il desiderio di scalare le vette alpine è nato nel corso degli anni. Il confronto con lingue, usi, tradizioni, ambienti, diversi da quelli della propria nascita è maturato con il lavoro. Nel corso della propria vita ha fatto diversi lavori in Italia, in Francia, in Tanzania: manovale, operaio, capocantiere, muratore, autista di camion umanitari negli anni della guerra nella vicina Jugoslavia e per ultimo anche alpinista nella spedizione sulla catena dell’Himalaia. E’ scrittore, giornalista, poeta e traduttore.

Raimondo Giustozzi

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