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Piergiorgio Viti

“L’ESODO” La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia di Arrigo Petacco.

quarta di copertina

 

“In questa ricostruzione, lontana da ogni interpretazione ideologica, Arrigo Petacco racconta la storia di un lembo conteso della nostra patria, in cui la presenza di etnie diverse ha favorito, di volta in volta manifestazioni nazionalistiche, quasi sempre dettate dall’ideologia vincente”. Scrive l’autore in seconda pagina di copertina: “Le foibe? Varietà di doline frequenti in Istria, spiega una delle nostre più diffuse enciclopedie. E non aggiunge altro. Del fatto che queste fosse comuni naturali siano le tombe senza croci di migliaia di italiani vittime innocenti della pulizia etnica slava non si parla neppure nei libri di scuola. Come non si parla dell’esodo forzato dei due o trecentomila italiani dell’Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia che furono costretti ad abbandonare le loro case e le loro terre dalla violenza sciovinista delle milizie del maresciallo Tito. Eppure è storia di ieri. Una storia coeva di altre tragedie e di altri massacri di cui giustamente si ricorda ogni dettaglio, si onorano le vittime e si condannano i carnefici. Su quanto è accaduto, tra il 1943 e il 1947, in quelle regioni un tempo italiane, grava infatti da mezzo secolo un assordante silenzio”.

Per onorare queste vittime, la Repubblica Italiana istituiva con la legge n.92 del 30 marzo 2004 la Giornata del ricordo che si celebra il 10 febbraio di ogni anno. In questa occasione si vuole “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Trascorrono quasi sessant’anni (1943 – 2004) prima di riconoscere la tragedia delle foibe e dell’esodo degli italiani istriani, giuliani, dalmati.

Analogamente con la legge n° 211 del 20 luglio 2000, la Repubblica Italiana istituiva il Giorno della memoria che si celebra il 27 gennaio di ogni anno, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “al fine di ricordare la Shoah, sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione italiana da cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Sono trascorsi sessantacinque anni (1945- 2000) per istituire il giorno della memoria.

Il Giorno della memoria è diventato una ricorrenza internazionale, celebrata il 27 gennaio di ogni anno, come giornata per commemorare le vittime della Shoah, con la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1° novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria. La risoluzione fu preceduta da una sessione speciale tenuta il 24 gennaio 2005 durante la quale l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite celebrò il sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti e la fine dell’Olocausto. L’ONU ha messo ancora più tempo, sessant’anni esatti (1945 – 2005).

Scrive Arrigo Petacco sulla tragedia di tutte le vittime delle foibe: “Fra il 1943 e il 1947 in questi inghiottitoi (Le Foibe) furono gettati dai partigiani titini migliaia di esseri umani vittime dell’odio e delle passioni del momento. In grande maggioranza si tratta di italiani, ma ci sono anche tedeschi, ustascia, cetnici e persino soldati neozelandesi dell’esercito britannico. Quanti? Gli storici delle parti avverse si sono spesso accapigliati sui risultati della macabra conta (10.000? 20.000? 30.000?) come se qualche cadavere in più o in  meno potesse modificare l’intensità dell’orrore” (Arrigo Petacco, L’esodo la tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, pag. 59, Arnoldo Mondadori, collana le Scie, Milano, 1999).

 

Le due tragedie, quella della Shoah e l’altra delle Foibe, non devono essere prese a pretesto dai partiti politici per minimizzare l’orrore dell’una per condannare l’altra, quasi che le due tragedie si annullino a vicenda. C’è chi poi ricorda anche il massacro perpetrato dall’Armata Rossa di circa tremila ufficiali polacchi uccisi nelle fosse di Katyn nella primavera del 1940. Anche questa triste pagina di storia è stata negata per troppo tempo. Al processo di Norimberga furono accusati del massacro i tedeschi, perché le armi e munizioni utilizzate dai russi erano tedesche. L’Armata Rossa era stata capace anche di questo, pur di nascondere la verità. Solo nel 2010 la Russia ammise la responsabilità dell’Armata Rossa. Anche questa tragedia viene presa a pretesto da chi vorrebbe ridiscutere il Processo di Norimberga. Quelli che sostengono questa tesi sono gli stessi che negano la Shoah.

 

Altri ritengono che Stalin non sia stato meno feroce di Hitler. I kulaki, i contadini russi, tutti gli oppositori uccisi o deportati nei gulag sovietici sono accostati ai sei milioni di ebrei della Shoah. Sono state le due più grandi tragedie del ‘900. Il sonno della ragione ha fatto nascere dittatori di destra e di sinistra in ogni parte del mondo e in ogni epoca storica. Tutti i crimini vanno condannati senza nessuna giustificazione.

 

L’Italia poi ha avuto per troppo tempo molti scheletri nell’armadio, tra tutti, gli ordini trasmessi ai soldati italiani, durante la guerra d’Etiopia (3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936), di mirare anche agli ospedali e di fare uso dei gas. Il telegramma del 27.10.1935, inviato da Mussolini a Graziani, diceva: “Autorizzo impiego gas”. Un altro telegramma del 23.03.1936, inviato a Badoglio, sempre da Mussolini, diceva ancora: “Rinnovo autorizzazione gas qualunque specie e su qualunque scala”. Scriveva don Milani nella celebre Lettera ai giudici (18 ottobre 1965), utilizzando fonti a lui coeve: “Che gli italiani in Etiopia abbiano usato gas è un fatto su cui è inutile chiuder gli occhi. Il Protocollo di Ginevra del 17-5-1925 ratificato dall’Italia il 3-4-1928 fu violato dall’Italia per prima il 23-12-1935 sul Tacazzé. L’Enciclopedia Britannica lo dà per pacifico. Lo denunciano oramai anche i giornali cattolici (L’Avvenire d’Italia articoli di Angelo del Boca dal 13-5-1965 al 15-7-1965). Abbiamo letto i telegrammi di Mussolini a Graziani: «autorizzo impiego gas» (telegramma numero 12409 del 27-10-1935) di Mussolini a Badoglio: «rinnovo autorizzazione impiego gas qualunque specie e su qualunque scala» (29-3-1936). Quanti anni ci sono voluti per scoprirlo? Trent’anni.

 

Il saggio di Arrigo Petacco (Castelnuovo Magra, 7 agosto 1929 – Porto Venere, 3 aprile 2018), L’esodo-  La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, cento novantasei pagine, diviso in tre parti: la Questione Giuliana, l’Adriatisches Küstenland (Costa Adriatica), Istria Addio, è un libro ricco di dati. Offre poi molte chiavi di lettura che permettono di avere un quadro ampio e dettagliato sulla vicenda: l’atteggiamento del Partito Comunista Italiano che vedeva nel Maresciallo Tito il campione della lotta contro il Nazi Fascismo, la debolezza del governo italiano, il gioco diplomatico delle grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, l’orientamento dell’opinione pubblica italiana che vedeva nella rivendicazione dell’Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia come un ritorno all’idea di patria, cavalcata dal Fascismo in modo sciagurato. L’autore usa anche in modo equilibrato le fonti letterarie, memorialistica e romanzi, per ricostruire il quadro storico, sociale, politico e culturale dell’Istria e della Venezia Giulia all’indomani dell’8 settembre 1943 fino al 1956. La prima e la seconda parte del saggio costituiscono la premessa della terza parte, l’esodo massiccio della popolazione italiana da Pola, dall’Istria e dalla Dalmazia, verso l’Italia. I trattati di pace, la diplomazia internazionale, soprattutto quella inglese ostile verso l’Italia, più morbida quella statunitense, tutto indicava che il maresciallo Tito, capo supremo della Jugoslavia, vincitore sulla Germania Hitleriana, voleva tutta la Penisola Istriana e la Dalmazia. Un dispaccio dell’agenzia britannica “Reuter” del 21 agosto 1944 annunciava che il governo jugoslavo del Maresciallo Tito “Reclama tutte le regioni abitate da elementi slavi che non fanno ancora parte della Jugoslavia, e cioè: Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, Zara, e le isole dell’Istria e della costa dalmata già facenti parte dell’impero austro – ungarico prima della guerra 1915- 18”. La nota dell’agenzia proseguiva rilevando che il conte Carlo Sforza, ministro del governo del Reggo del Sud aveva osservato che “almeno Triste potrebbe rimanere italiana magari con il porto internazionalizzato, ma che il governo di Tito “non intendeva transigere sull’assoluta sovranità jugoslava sulla città” (Ibidem, pag. 76).

 

Il dispaccio allarmò tutti, soprattutto Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Flottiglia Mas, costituita alla Spezia il 9 settembre 1943, che raccoglieva, oltre ai numerosi volontari, anche parte dei veterani dei mezzi d’assalto protagonisti delle leggendarie imprese compiute a Malta, ad Alessandra d’Egitto, a Gibilterra contro le unità navali della Mediterranean Fleet (la flotta militare inglese).

 

Il carattere nazional patriottico della Decima, forte di circa seimila unità, fece breccia nella popolazione della Venezia Giulia. Molti risposero all’appello, considerando l’arruolamento alla stregua dell’ultima spiaggia, “corsero alle armi persino i ragazzi come il tredicenne Sergio Endrigo, destinato a diventare un cantante famoso” (Ibidem, pag. 79). Fu proprio Sergio Endrigo (Pola, 15 giugno 1933 – Roma, 7 settembre 2005) che dedicò a Pola, sua città natale, una struggente canzone Pola 1947 . Endrigo abbandonò con la mamma la città dell’Istria proprio nel 1947, per rifugiarsi, prima a Brindisi assieme ad altri profughi istriani, poi a Roma. Il papà l’aveva perso nel 1939. Il testo è attraversato da una profonda nostalgia. La musica è quella di sempre, ricca di melodie. Sergio Endrigo occupa un posto di primo piano tra i cantautori del secolo scorso. Ritornò più volte nella sua città natale in segno di amicizia verso la comunità italiana della città di Pola ma anche verso tutti i popoli che hanno composto per anni il mosaico della Jugoslavia. Era amico del grande cantautore croato Arsen Dedić. E’ possibile ascoltare la canzone Pola 1947 cliccando sul link riportato.

 

https://www.youtube.com/watch?v=u93OzZ2gVXs

Pola 1947

 

Da quella volta non l’ho rivista più / Cosa sarà della mia città / Ho visto il mondo e mi domando se / Sarei lo stesso se fossi ancora là / Non so perché stasera penso a te / Strada fiorita della gioventù / Come vorrei essere un albero che sa / Dove nasce e dove morirà / È troppo tardi per ritornare ormai / Nessuno più mi riconoscerà / La sera è un sogno che non si avvera mai / Essere un altro e, invece, sono io / Da quella volta non ti ho trovato più / Strada fiorita della gioventù / Come vorrei essere un albero che sa / Dove nasce e dove morirà / Come vorrei essere un albero che sa / Dove nasce e dove morirà / Fonte: Musixmatch Compositori: Sergio Endrigo. Testo di 1947 © Fonit Cetra Music Publishing S.r.l.

 

L’esodo da Pola

 

“Il 10 febbraio 1947, dopo un anno e mezzo di estenuanti trattative, i rappresentanti del governo italiano accettarono di firmare a Parigi il Trattato di pace che privava l’Italia dell’Istria, compresa l’enclave di Pola. Nei giorni seguenti, le truppe alleate che presidiavano questa città furono ritirate per cedere il posto ai nuovi occupanti. Per gli abitanti di Pola si aprivano le porte dell’esodo” (pag. 149). Tutta la città di Pola, che contava allora trenta quattro mila abitanti, nel febbraio del 1947 era in smobilitazione. Trenta mila italiani avevano optato per la cittadinanza italiana e si apprestavano a lasciare la città istriana. Tommaso Besozzi, corrispondente dall’Istria per l’Europeo scriveva: “Ovunque i segni della partenza, e che sia essa quasi totale non c’è dubbio. Trentamila sui trentaquattromila avevano chiesto di essere trasferiti sulla penisola e trentamila abbandoneranno realmente le loro case prima che Pola sia consegnata ai soldati di Tito. Lungo le banchine, da Scogli Ulivi fin quasi all’Arsenale, si levano cataste di mobili. La neve li ha coperti. Si cammina per le strade di Pola; tutte le case rintronano di martellate” (pag.153). C’era un grande bisogno di listelli, chiodi e cordame per imballare tutte le povere masserizie che venivano accatastate per strada, pronte per essere imbarcate sulle navi che avrebbero fatto rotta per i porti della Fomagna, del Veneto e delle Marche. Gli abitanti che partivano potevano portarsi via tutto tranne “oggetti e strumenti casalinghi il cui trasporto in Italia era rigorosamente vietato. Fra questi, le macchine da cucire, le biciclette, eventuali motoveicoli, apparecchi radio e qualsiasi tipo di elettrodomestico” (pag. 154). Quanto il Fascismo aveva fatto contro gli Ebrei anni prima (1938) con le famigerate leggi razziali, si ripeteva ora nei confronti degli abitanti di Pola da parte delle autorità iugoslave. Al peggio non c’è mai fine. “I partenti venivano così a trovarsi nella situazione di alienare le proprie cose regalandole ai vicini di casa che non partivano oppure a venderle a prezzi di strozzinaggio. Un’altra angheria riguardava la somma di denaro che ogni cittadino poteva portare all’estero. Prima dell’esodo, la somma era libera, salvo che le lire dovevano essere cambiate in dinari nella proporzione imposta dai titini di uno a tre. Successivamente, quando furono aperte le opzioni, la somma fu ridotta a tremila dinari mentre il cambio veniva fissato alla pari. Facciamo un esempio: dapprima, se un cittadino possedeva diecimila lire otteneva in cambio trentamila dinari ma, dopo il giro di vite imposto dalle autorità jugoslave, le diecimila lire diventarono automaticamente diecimila dinari e poiché ogni optante non poteva portare più di tremila dinari, il resto veniva confiscato. Una rapina vergognosa cui nessuno riusciva a sfuggire” (pp. 154- 155). Alla frontiera poi o davanti agli scali, le guardie di frontiera jugoslave facevano il resto. Strappavano ai legittimi proprietari collanine, anelli, orologi. I partenti erano alle completa mercé dei doganieri senza che nessuna legge li tutelasse e ne garantisse i più elementari diritti.

C’è un libro, citato da Arrigo Petacco di cui riporta ampi stralci, che testimonia in modo struggente l’esodo della popolazione italiana di Pola. Si intitola “BORA”  di Anna Maria Mori e Nelida Milani, pubblicato da Frassinelli.  “Due donne che per anni hanno avuto paura a guardarsi indietro, quasi avessero preso alla lettera la leggenda di Orfeo che proprio per aver guardato indietro fu punito dagli dei con la perdita della riconquistata Euridice. Un giorno, poi, insieme, Anna Maria e Nelida, proveranno a ripercorrere le loro vite, dolorose e ingiuste, uguali e diverse. Una di qua e l’altra di là proveranno a sovrapporre le loro vite e si accorgeranno, con dolore, che combaciano perfettamente; soprattutto nel dolore! Due vite parallele e parallelamente sradicate: una dalla propria casa, dalla propria terra e dalla propria gente; l’altra dalla propria lingua, dalle proprie abitudini e dalla propria gente che partiva” (letteratura sull’Istria e l’Esodo – Libri storici – memorie e testimonianze di esuli, a cura di Maria Curkovic).

Scrivono Anna Maria Mori e Nelida Milani, due ragazze del ’47, di Pola, che l’esodo aveva diviso e rese straniere: “Ci sono cose che accadono e non si sa bene perché. Accadono e basta e noi ci stiamo dentro. Cosa possiamo cambiare? Nell’aria è sospesa una specie di angoscia che penetra fin nel fondo ai cuori. Dalle colline argentate di ulivi e dai paesi, dai boschi e dalle strade, dalle spiagge di scoglio sul mare, dalle vigne coltivate in fortezze di sasso, centinaia di figure e voci giungono in processione. Si susseguivano i dibattiti, discussioni, visite di commissari internazionali, cortei contrapposti, sputi e invettive, discorsi dal palco, la predicazione comunista – capo gettato all’indietro, pugno sul tavolo come un martello – secondo cui la sola verità doveva essere la loro, scandita, urlata, sbraitata. E tutto sulla testa della povera gente, come se fosse in corso un processo per colpe storiche, ataviche, colpa di essere nati sotto una stella sbagliata. Tra gli avvertiti, c’erano quelli che si sentivano imbiliati (infuriati) contro De Gasperi, quelli schiantati dal dolore, quelli che diventavano pensosi non potendo trovare la loro felicità nel primo piano quinquennale, quelli che parlavano del più e del meno in preda a capricci di autocompassione o sull’orlo della disperazione, quelli che dopo si sarebbero suicidati per non saper scegliere tra una repentina partenza e una lenta e misera rovina, quelli che subito infilavano la testa nel cappio e lo stringevano attorno al collo con cura come la cravatta della domenica, quelli che piangevano perché erano già stati sinistrati, avevano perduto tutto sotto i bombardamenti e non avevano ancora riparato i danni, così si difendevano dalla ferocia dell’inverno con materiali d’accatto, tavolacci, travature di legno, infissi, portoni, trafugati dalle batterie e dai cantieri, quelli che annegavano nelle lacrime che versavano, quelli che si procuravano serate davanti al bicchiere pesante da osteria, malvasie molto vivaci per umori molto cupi, quelli che erano contenti e si sbracciavano dando a tutti del compagno, quelli che non riuscivano a digerire lo slavo, tentavano ma non ce la facevano, vendevano il mobilio per due soldi, non mangiavano più e traslocavano con una tomba scavata nella testa, quelli che trovavano la cosa scandalosa e quelli che la trovavano naturale e giusta, quelli che mettevano in pratica la solita filosofia del focolare, “fioi, acqua in boca, prima vedemo dove che tira el vento” per una specie di acquiescenza, una disposizione ad assuefarsi, ad accettare e anzi a cercare in qualche modo di trarne profitto, quelli che usavano antidoti robusti e atavici come l’ironia, i grani di follia, una disposizione beffarda coronata dalla mossa così in voga, con tanto di sculettamento accompagnato dall’esclamazione “ciana!”, quelli che la buttavano in valzer perché nessuno aveva il potere di dare aiuto in quel frangente, e allora ridevano perché credevano fermamente nello humor, canticchiavano avanti popolo, è giunta l’ora, chi non lavora, non mangerà e, quando non ne potevano più, sceglievano la partenza senza ritorno”.

Da Pola partiva di tutto, finanche le ossa dei propri defunti, prelevate dal cimitero. Quasi tutti staccarono un pezzetto di pietra dall’Arena romana per conservare un ricordo simbolico della loro città. Fu imballata anche la salma dell’eroe Nazario Sauro per trasferirla a Venezia. Urgevano chiodi; ne furono distribuiti tre etti per famiglia. La motonave Toscana aveva nella propria stiva quattro tonnellate di chiodi e parecchi metri cubi di listelli da imballaggio. Tutti i mobili venivano portati lungo le strade. Neve e pioggia sfasciarono molte masserizie ammassate lungo le rive del porto. Racconta Nelida ad Anna Maria nel libro scritto a quattro mani: “Ricordo il suono dei martelli che battevano sui chiodi, il camion che trasportava la camera da letto di zia Regina al molo Caron, avanzando tra edifici mortalmente pallidi di paura, e tutti gli imballaggi che infradiciavano nella neve e nella pioggia. La grande nave partiva due volte al mese, dai camini il fumo saliva al cielo come incenso e insinuava negli animi il tormento sottile dell’incertezza e l’ombra dell’inquietudine; ognuno si sentiva sempre più depresso dall’aria di disgrazia che aleggiava sugli amici che si incontravano per strada. Via via il Toscana aveva informato tutti i polesani: le famiglie bene, molti professionisti, il farmacista, l’ufficiale che ha sposato la cecoslovacca, il dentista che ha sposato l’ungherese, il professore di inglese che ha sposato l’italiana, la vedova di un ebreo, la bella Vanda che riceveva i soldati americani, lo scroccone di sigarette americane, l’ubriacone che, caldo della grappa in corpo, scioglieva la neve dove cadeva disteso, il vecchio suonatore di rimonica seguito dal suo bastardino, le sorelle Antoni che imbarcavano anche il padre moribondo, pur non potendo ragionevolmente pensare che il vecchio sarebbe tornato come speravano per se stesse, e neppure avrebbe raggiunto la destinazione che si erano proposte. Era partito anche il parroco di Gallesano, trascinandosi dietro un cassone pieno di testi più amati, Sant’Agostino, Santa Teresa, e annunciava la fine del mondo per la domenica seguente. Centinaia di gallanesi ci credettero. Ma quando videro che non era successo niente non si arrabbiarono come si poteva immaginare. Pensarono che il prete aveva fatto male i calcoli e la maggior parte non smise di credere in lui. Partì il mondo dei mille mestieri, l’operaio e l’artigiano, il contadino e la tabacchina, l’ortolano, il bandaio, il carraio, l’impagliatore, il bottaio, il fornaio, il muratore, il veterinario. Partirono gli operai di fabbrica, i fonditori, i fabbri, i meccanici della K. und K. Marine Arsenal, i motoristi e i tornitori di Scoglio Ulivi, i falegnami e i calzolai, lo stagnino, la rammendatrice, il pastaio, il barbiere, i garzoni di bottega, i pescatori con odore di salsedine, di ostriche e di alghe, i minuti artigiani di ogni cosa, dal vino ai mattoni, dal sego ai vetri, dai cappelli ai nastri, dalle paste alimentari al saldame (Era una polvere bianca o giallastra, impiegata in usi domestici. A Pola e in tutta l’Istria c’erano le cave di saldame), dalle barche ai libri, dall’opera lirica a giornali. Partirono i padri dei ragazzi partigiani e poi anche gli ex partigiani. Invano avevano cercato di far fronte a una civiltà incomprensibile. Che cosa avevano fatto per meritarsi quel mondo in cui sentivano di non avere alcuna possibilità di condurre una vita piena, realmente umana? Per noi che restavamo, era l’inizio di una nuova era. Dopo, infatti, le cose non sarebbero mai più state uguali, né facili” (pag. 164).

Era difficile per la stampa comunista sostenere che quella massa macilenta di poveri che si ammassava disperata nei campi di raccolta, fosse composta di fascisti e di nemici del popolo. Eppure in molti, troppi si persuasero che le cose stessero proprio così. “A Bologna, dove funzionava un centro della Pontificia Opera di Assistenza, accadde l’incredibile: i ferrovieri comunisti minacciarono di scendere in sciopero se un treno di esuli provenienti da Ancona fosse entrato in stazione. Il convoglio con il suo carico umano disperato, fu respinto e dirottato verso La Spezia dove i profughi furono accolti ed ospitati in una caserma della Regia Marina e successivamente alloggiati in appartamenti messi a disposizione dall’Amministrazione comunale. La storia di Pola era intimamente legata a quella della Marina militare, che della città istriana aveva fatto una efficiente piazzaforte, fucina di uomini temprati alle dure fatiche del mare. Questa caratteristica la univa idealmente, e anche economicamente, alle altre città militari come La Spezia, Livorno e Taranto, dove molti esuli contavano parenti, amicizie e conoscenze di lavoro e dove trovarono, più che altrove, una buona accoglienza” (pp. 164- 165).

Con il piroscafo Toscana furono impegnate altre unità più piccole come le motonavi Montecucco, Messina, Pola e Grado. L’esodo dei Polesani, se venne vissuto con sufficienza dagli italiani, che erano alle prese con una situazione economica drammatica, suscitò una grande partecipazione affettiva in tutto il mondo. Decine di inviati speciali di vari paesi, nonché i cinegiornali descrissero con commozione il dramma della popolazione di Pola, paragonabile in quel momento soltanto alla fuga delle popolazioni tedesche dalle regioni occupate dall’Armata Rossa (pag. 166). “Furono circa sei milioni i tedeschi costretti a sloggiare dalla Polonia, dall’Ungheria, dalla Cecoslovacchia, dalla Jugoslavia, dalla Romania. Altrettanto numerosi erano i polacchi e gli ucraini vittime di espulsioni reciproche dai territori dove avevano convissuto per secoli. Gli ungheresi vennero cacciati dalla Cecoslovacchia e gli italiani dall’Istria, Venezia Giulia e Dalmazia” (Marco Moroni).

Nell’ultimo viaggio effettuato dal piroscafo Toscana, il 20 marzo 1947, Pola era una città fantasma, del tutto disabitata. Ben presto arrivarono dai sobborghi e da altri territori i nuovi padroni. Le autorità jugoslave avevano però un problema di non poco conto. Avevano bisogno di tecnici e delle maestranze italiane che fossero in grado di far ripartire le industrie di Pola. Si ebbe allora il contro esodo. Circa duemila operai e tecnici di fede comunista accettarono di trasferirsi nelle industrie di Fiume, nell’Arsenale e nei cantieri navali di Pola. L’operazione, sviluppata nel massimo segreto, fu il frutto di un accordo di vertice fra i comunisti jugoslavi e i comunisti italiani. I Monfalconesi, così saranno chiamati per anni questi operai, cominciarono ad arrivare in Jugoslavia verso la metà del 1947: “Furono accolti dignitosamente e sistemati con le famiglie in maniera adeguata. E paghe erano decenti, gli alloggi scelti fra i migliori a disposizione nelle città che li ospitavano” (Pag. 173).

Alcuni di loro, ben presto si accorsero in quale realtà erano precipitati e fecero fagotto, ritornandosene a casa. Altri rimasero, forti della loro importanza nella produzione industriale. Erano tutti iscritti alla federazione del Pci di Trieste, legato al più forte partito comunista dell’Occidente e sapevano farsi rispettare. I problemi cominciarono nel 1948 dopo la rottura fra Tito e Stalin, seguita al rifiuto jugoslavo di aderire al Cominforn, l’organizzazione creata da Stalin per imporre a tutti i partiti comunisti l’obbedienza sovietica. Per i Monfalconesi fu un trauma, convinti sostenitori di Stalin e legati a doppia mandata a Palmiro Togliatti capo del PCI, che figurava tra i primi firmatari della risoluzione che “scomunicava” il Maresciallo Tito. Alcuni di loro costituirono nei cantieri di Fiume e Pola per qualche tempo una “quinta colonna” cominformista cui era affidato il compito di riportare la Jugoslavia nell’orbita sovietica e liberarla dalla cricca di Tito, diventato nel frattempo, sulla stampa comunista, il “lacchè” dell’imperialismo.

Per un po’, i Monfalconesi furono lasciati liberi di manifestare il proprio dissenso che sfociò in una aperta ribellione al teatro Partizan di Fiume. Erano stati convocati dai capi del Partito Comunista Jugoslavo. Questi si affannarono a spiegare quale fosse la propria posizione nei confronti del Cominform del quale respingevano le accuse All’incontro erano presenti Ferdinando Marega, Angelo Comar e Sergio Mori, i capi dei Monfalconesi e con loro una foltissima rappresentanza di operai, tecnici italiani, tutti iscritti al PCI. Nel corso dell’assemblea, il teatro con millecinquecento posti non risultò sufficiente per ospitare tutti gli intervenuti. Ogni intervento dei compagni comunisti jugoslavi era subissato da urla e fischi prolungati. La situazione andò avanti degenerando sempre più fino a quando Ferdinando Marega non si levò in piedi e disse: “Questo posto non fa per noi. Andiamocene via” e si avviò verso l’uscita seguito da tutti i presenti fra grida che inneggiavano Stalin, Togliatti e l’Unione Sovietica. Scesero in strada e intonarono a squarciagola l’Internazionale. “Era la prima volta che si svolgeva una manifestazione apertamente rivolta contro il potere comunista nel nome del comunismo” (pag. 176).

Questa fronda  dei Monfalconesi non poteva durare a lungo. Infatti, verso la fine del 1948, l’OZNA, la famigerata polizia politica del partito comunista jugoslavo iniziò a fare retate dei ribelli, deportandoli nei lager dell’interno e nelle isole, tristemente famosa fu l’Isola Calva dove morirono in tanti. Solo Ferdinando Marega riuscì a fuggire. Riparò in Italia e iniziò a raccontare ai propri compagni di partito quello che stava avvenendo in Jugoslavia. Raccontò  delle persecuzioni, delle torture, delle deportazioni e dei gulag jugoslavi dentro i quali erano stati rinchiusi tanti compagni che non avevano abiurato alla propria fede comunista. Non venne ascoltato. Anzi venne invitato, assieme ad altri Monfalconesi che riuscirono ad evadere dalla Jugoslavia, a mantenere il silenzio, per non danneggiare il partito. In quel momento storico, se alla stampa comunista italiana era consentito diffamare Tito con ogni calunnia possibile, era proibito parlare dei gulag jugoslavi per non richiamare l’attenzione sui più numerosi gulag che esistevano da tempo in Unione Sovietica. Queste tristi pagine di storia, segregate per un lungo periodo, sono state riportate alla luce dopo il crollo del comunismo in Unione Sovietica e nei paesi dell’Est.

E’ stato triste il destino di chi per una fede politica ha sacrificato la propria vita in nome di un ideale fasullo, feroce e violento. La casacca, forse lisa e sdrucita del compagno comunista, aveva sostituito il nero saio del frate inquisitore medievale, ma la stoffa era sempre la stessa, quella dell’intolleranza ideologica, della sopraffazione fisica dell’avversario o presunto tale. E’ quanto scriveva Ignazio Silone, cristiano senza Chiesa, socialista senza partito.

Conclusione.

Mi piace concludere questo ricordo di alcune pagine di storia, raccontate da Arrigo Petacco, Da Anna Maria Mori, Nelida Milani, da Sergio Endrigo, con uno stralcio di un articolo firmato da Marco Moroni e pubblicato alcuni anni fa dalla rivista Marca/ Marche: “Migrazioni di ieri, migrazioni di oggi: esodi e trasferimenti forzati nell’Europa del Novecento”, per la parte riguardante l’esodo Dall’Istria e dalla Dalmazia: “Anche la Jugoslavia, oltre a realizzare una politica del “fatto compiuto”, in quanto Stato vincitore nei territori conquistati con le armi volle far valere il criterio etnico. Nella Resistenza jugoslava ideologia politica e nazionalismo si intrecciano costantemente. Il comunismo jugoslavo è intriso di nazionalismo; in particolare dentro il partito comunista croato nemici del popolo e comunità italiane coincidono. Le comunità italiane, inoltre, sono comunità urbane, composte da ceti urbani considerati borghesi e sfruttatori del popolo: giustamente Raoul Pupo ha fatto notare che la resistenza jugoslava ha le sue basi nelle campagne e l’atteggiamento anti – italiano è la rivincita delle campagne sulle città.  È una rivincita resa possibile da varie circostanze: l’atteggiamento delle potenze alleate, la difficile posizione dell’Italia che alla conferenza di pace siede fra i Paese sconfitti, ma anche il tracollo dello Stato dopo l’8 settembre 1943 (con il governo Badoglio scappato da Roma insieme con il re) e infine la grande debolezza del nuovo Stato italiano, dopo il 1945 quasi del tutto assente nel delicato confine orientale. Si tratta di problemi politico-istituzionali che in quegli anni incisero profondamente sull’esito della vicenda istriano – dalmata. Quello che è accaduto in Istria e in Dalmazia dopo l’8 settembre 1943, in particolare tra 1944 e 1945, è una delle pagine più inquietanti della storia italiana. Dal settembre 1943 gli infoibati furono varie migliaia. Vennero colpiti non solo i fascisti, ma anche gli autonomisti e gli antifascisti, perché doveva risultare inattaccabile l’equazione “italiani uguale fascisti”. Oltre alle foibe, sono state l’esaltazione e l’esasperazione del criterio etnico a portare all’esodo: un grande esodo forzato per effetto del trattato di pace che, entrato in vigore nel settembre 1947, aveva assegnato alla Jugoslavia la maggior parte della Venezia Giulia prebellica, comprese le città italiane di Pola, Rovigno, Parenzo, Fiume e Zara. Sono i fatti raccontati con ricchezza di particolari e con equilibrio storico nel libro di Raoul Pupo intitolato Il lungo esodo. Una nuova ondata migratoria si manifesterà dopo l’intesa con la quale nell’ottobre 1954 fu assegnata alla Jugoslavia la Zona B del Territorio libero di Trieste. Si calcola che, oltre alle varie migliaia di infoibati, furono circa 300.000 i profughi che tra il 1945 e il 1955 lasciarono le loro case per disperdersi nelle città italiane o all’estero, dopo essere stati nei Campi di raccolta sparsi per l’Italia. Uno dei campi di raccolta era nelle Marche, a Servigliano. È giusto dire che, mancando un atto formale di espulsione, non è corretto parlare di pulizia etnica, ma in tutti quegli anni certamente vi fu una migrazione forzata indotta da innumerevoli atti di intimidazione, da sparizioni, da nuovi infoibamenti e da continue violenze che crearono una atmosfera di profonda insicurezza personale se non di vero e proprio terrore. Uno dei maggiori esperti di diritto delle minoranze, Theodor Veiter, non ha dubbi: la fuga di massa degli italiani da Istria e Litorale dalmata si configura come un atto solo apparentemente volontario, ma in realtà è da considerare un’espulsione di massa”.

Diego Zandel, autore del romanzo Testimoni Muti – Le foibe, l’esodo, i pregiudizi, è nato nel campo profughi di Servigliano da genitori fiumani. Scrive Maria Curkovic nella recensione del romanzo: “Mi guardò e, pur restandosene muto, parve eloquente: il suo era il linguaggio del silenzio, di coloro che non avevano voce. Il linguaggio delle vittime”. Le foibe, l’esodo giuliano-dalmata, l’esilio, gli odi e i pregiudizi politici: ricordi personali e storia s’intrecciano sul filo di una memoria personale che si fa pagina di storia collettiva. La voce narrante è quella di un bambino nato in un campo profughi, cresciuto in estrema povertà circondato dal silenzio doloroso degli adulti; sarà l’incontro con un uomo, un testimone muto della tragedia a condurlo verso una nuova consapevolezza delle sue radici e della sua storia. Un libro che non concede sconti e getta uno sguardo scomodo sugli avvenimenti seguiti al 1947 e al Trattato di pace di Parigi, nel tentativo di riannodare un filo spezzato dagli estremismi del secolo scorso dando voce a quanti soffrirono quei drammi, e nella speranza di far conoscere a tutti una materia spesso considerate d’altri (Maria Curkovic, Letteratura sull’Istria e l’Esodo – libri storici – memorie e testimonianze di esuli).

Conclude il prof. Marco Moroni nell’articolo ricordato: “Occorre impegnarsi per rimediare ai danni prodotti dalle vicende della storia. È un impegno non facile: le ferite del passato europeo sono lente a rimarginarsi. Che quei fantasmi possano essere facilmente risvegliati, toccando corde nazionalistiche, lo si è visto drammaticamente sia in Serbia che in Croazia e in Bosnia nelle terribili guerre che hanno portato alla frantumazione della Jugoslavia. Sono guerre che hanno insanguinato nuovamente l’Europa per quasi tutti gli anni Novanta. Quelle guerre hanno mostrato come sia necessario lavorare per rimediare ai danni della storia. Deve farlo anche l’Italia. Finora l’ha fatto solo in parte; anzi per lungo tempo, per convenienze di politica internazionale e di politica interna, ha rimosso l’intera vicenda istriano-dalmata: la Giornata del ricordo, introdotta con una legge del 2004, ha voluto porre rimedio a questa rimozione, ma il lavoro da fare è ancora lungo. L’Unione Europea, alla quale quasi tutti i Paesi qui richiamati hanno aderito, deve essere capace di misurarsi con il proprio passato. Hanno da tempo incominciato a farlo in modo coraggioso la Polonia e la Germania, poi anche la Cecoslovacchia . Devono farlo anche l’Italia, la Slovenia e la Croazia. La storia dei difficili rapporti fra le popolazioni italiane, slovene e croate non inizia nel 1943: inizia almeno nel primo dopoguerra e passa attraverso le violenze fasciste e poi, negli anni della seconda guerra mondiale, con l’ancora più violenta occupazione nazi-fascista. Quelle violenze non possono essere ignorate e vanno riconosciute” (Marco Moroni, Migrazioni di ieri, migrazioni di oggi: esodi e trasferimenti forzati nell’Europa del Novecento, in Marca/ Marche).

Occorre vigilare perché il clima culturale, che si sta vivendo nei confronti dell’Altro, complici tutti i problemi del momento storico (pandemia, crisi economica) non ricalchi alcuni infausti momenti propri della storia del Novecento. La responsabilità è soprattutto di chi ha compiti educativi, senza sconti.

Raimondo Giustozzi

 

Fonti.

  1. Arrigo Petacco, L’esodo – La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, collana Le Scie, Mondadori, Milano, 1999)
  2. Anna Maria Mori, Nelida Milani, “BORA” , Frassinelli, 1999.
  3. Maria Curkovic, Letteratura sull’Istria e l’Esodo – libri storici – memorie e testimonianze di esuli, Lions Club Trieste (Internet).
  4. Sergio Endrigo, 1947.
  5. Marco Moroni, Migrazioni di ieri, migrazioni di oggi: esodi e trasferimenti forzati nell’Europa del Novecento, n. 9 (2017) della rivista “Marca/Marche”.

 

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