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La giornata mondiale dei migranti è un’occasione anche per chi resta fermo

Il giornalista Pietro Greco Fonte internet

Il giornalista Pietro Greco Fonte internet

di Valerio Calzolaio

Il 18 dicembre 1972, 49 anni fa, all’interno di un camion in movimento tra Italia e Francia morirono 28 sapiens sul Monte Bianco. Il mezzo avrebbe dovuto trasportare macchine da cucire, nascondeva invece migranti lavoratori. Sotto il tunnel persero la vita 28 cittadini del Mali che viaggiavano da giorni verso la Francia alla ricerca di un lavoro e di migliori condizioni di vita. La notizia della tragedia indusse le Nazioni Unite a occuparsi delle condizioni dei lavoratori migranti e nel 1979, circa sei anni dopo, venne istituito un gruppo di lavoro, formato da rappresentanti degli Stati membri dell’Onu e di varie organizzazioni internazionali, con il compito di redigere un patto internazionale che tutelasse in modo onnicomprensivo i diritti e la dignità dei lavoratori migranti. Ci vollero, come sempre, molti anni di negoziato, oltre dieci, per giungere a un primo risultato teorico.

Il 18 dicembre 1990, 31 anni fa, l’Onu approvò The International Convention on the Protection of the Rights of alla Migrant Workers and Members of their Families, la Convenzione per la protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. Il testo faceva tesoro dell’esperienza fin dal 1919 dall’Organizzazione Internazionale del lavoro (OIL), sorta fra le due guerre in seno alle Nazioni Unite di allora. La Convenzione venne adottata dall’Assemblea generale per consensus, ovvero senza una votazione formale in assenza di obiezioni o manifestazioni di contrarietà da parte degli Stati. La Convenzione è entrata in vigore molto tempo dopo, l’1 luglio 2003. Finora, incredibile ma vero, è stata firmata e ratificata solamente da 55 Paesi e, soprattutto, non è stata ratificata dall’Italia, dalla Francia e da nessuno degli Stati membri dell’Unione Europea.

Il 18 dicembre 2000, 21 anni fa, l’Onu ha istituito comunque la giornata mondiale del migrante, votando che, da allora in poi, si celebrassero in questo giorno, oggi, tutti i migranti, oltre un miliardo, liberi e forzati, qualunque fosse o sia stata la ragione che li hanno indotti a separarsi dalla residenza precedente, perlopiù dal paese di nascita e maturazione, dall’ecosistema biologico e culturale nel quale sono divenuti senzienti e in vario modo sapienti della vita. La giornata si celebra nel 2021, dunque, per la ventiduesima volta: ci saranno messaggi ufficiali degli organismi internazionali, del papa e dei capi di altre confessioni religiose, di alcuni rappresentati di Stato sensibili, articoli e commenti di parte degli organi di informazione, forse la sottolineatura di qualche riflessione aggiornata. Prestiamovi attenzione, anche qui si è spesso parlato dell’argomento (scrissi anch’io un pezzo il 18 dicembre 2018).

Il 18 dicembre 2000 l’Onu ha istituito anche, in un giorno diverso, la giornata mondiale del rifugiato, da allora il 20 giugno di ogni anno, evidenziando quindi la specifica situazione di chi, fra i migranti attualmente immigrati altrove, non ha avuto alcun margine di scelta nell’emigrazione, è dovuto fuggire dalla propria terra per ragioni di forza maggiore. Sono una piccola percentuale del totale ma a loro è da sempre connesso un diritto d’asilo se e quando superano il confine del paese d’originaria appartenenza (qualunque sia la causa, esplicitano molte costituzioni). Per loro si può parlare del riconoscimento di un doppio diritto: il diritto di restare, violato nel loro paese, e il diritto d’asilo, da garantire altrove. Per i migranti vale il diritto di restare e, poi, la Dichiarazione Universale dei Diritti umani prevede di libertà di poter migrare, un certo grado di scelta di emigrazione, acquisendone innanzitutto la capacità. Non a caso, nei venti anni successivi sono stati negoziati due differenti Global Compact, convenzioni dell’Onu giuridicamente rilevanti per i due separati diritti dei rifugiati da una parte e per il diritto e la libertà dei migranti “generici” dall’altra.

 

Fra il 17 e il 19 dicembre 2018 l’Assemblea Generale dell’Onu ha assunto e fatto entrare immediatamente in vigore sia il Global Compact on Refugees (181 voti favorevoli) sia il Global Compact for Migration (152 voti favorevoli), trovando per la prima volta nella storia umana un accordo formale sul reciproco migrare dei sapiens, sul trasferimento di alcuni in luoghi abitati (anche) da altri. Il secondo patto riguarda appunto la giornata odierna: cambi stabili e duraturi di residenza sul pianeta ovunque si risiedeva prima e si risiederà dopo; sia chi parte o arriva, sia che vede partire o arrivare; ogni Stato, società, territorio di residenza e ricollocazione. La maggioranza degli Stati oggi esistenti, rappresentativa della maggioranza degli umani oggi viventi, ha definito cosa dovrebbero fare le istituzioni e gli individui, le comunità e le imprese rispetto all’intero fenomeno migratorio. È la prima volta nella storia diplomatica delle società che ogni Stato (da sempre luogo di emigrazioni e immigrazioni) si accorda con ogni altro Stato (da sempre luogo di immigrazioni ed emigrazioni) e l’intera umanità giunge a un consenso formale su un fenomeno storicamente e geograficamente asimmetrico, diacronico e complicato.

Dall’incidente del 18 dicembre 1972 sono morti molti altri migranti lavoratori, decine di migliaia solo nel Mediterraneo, tantissimi in altri luoghi e paesi con innumerevoli turpi “notizie” di tragedie come il 22 ottobre 2019 nel Regno Unito quando 39 persone di origine vietnamita vennero trovate morte all’interno di un container frigorifero. L’ultimo episodio, per certi tristi versi simile a quello sul Monte Bianco, riguarda il Messico, pochi giorni fa: il 9 dicembre 2021 almeno 53 lavoratori e bambini migranti, in gran parte guatemaltechi, sono morti, nascosti in un camion, e 73 sono rimasti significativamente feriti, nell’incidente accaduto nei pressi di Tuxtla Gutiérrez, capoluogo dello Stato messicano del Chiapas. Il camion li trasportava clandestinamente, erano diretti in ultima istanza a cercare lavoro negli Stati Uniti.

La Convenzione del 18 dicembre 1990 è ancora lettera morta, è stata ratificata da quelli che negli ultimi decenni sono prevalentemente paesi d’emigrazione non dai paesi d’immigrazione, dimenticando che nei secoli scorsi ogni ecosistema e ogni popolo hanno giocato più parti in tragedia commedia, colonizzazioni invasioni deportazioni fughe, opportunità scambi integrazioni arricchimenti, che ogni sapiens attuale è erede meticcio di millenni di migrazioni, mescolanze e incroci. La Convenzione si compone di 93 precisi articoli e, oltre al preambolo, si divide in nove parti distinte; se ne può verificare facilmente testo e contesto grazie al famoso utilissimo Centro per i Diritti Umani Antonio Papisca dell’Università di Padova. Innanzitutto l’atto chiarisce la definizione degli interessati.

La Convenzione sarebbe applicabile senza alcuna distinzione rispetto a sesso, razza, colore, lingua, religione o convinzioni, opinione politica o di altro tipo, origine nazionale, etnica o sociale, nazionalità, età, condizione economica, proprietà, stato civile, nascita o altro stato giuridico, durante l’intero processo migratorio, che comprende la preparazione all’emigrazione, la partenza, il transito e l’intero periodo di soggiorno, nonché il ritorno nello Stato di origine o nello Stato di residenza abituale”. Per lavoratore migrante si intende “una persona che sarà occupata, è occupata o è stata occupata in una attività remunerata in uno Stato del quale non è cittadino”. Rientrano inoltre in questa categoria: i lavoratori frontalieri, i lavoratori stagionali, i marittimi, “i lavoratori su una piattaforma a largo”, i lavoratori itineranti, i lavoratori a progetto, i lavoratori con un’occupazione determinata, i lavoratori autonomi. Con il termine membro della famiglia si fa invece riferimento a persone sposate con lavoratori migranti o “che hanno con essi una relazione che, secondo la legge in materia produce effetti equivalenti al matrimonio”, nonché i loro figli a carico e altre persone, sempre a carico, che sono riconosciute dalla legislazione degli Stati interessati.

 

Dal 18 dicembre 1990 un’interessante novità della Convenzione sarebbe l’attenzione mostrata nei confronti dei lavoratori migranti costretti a lavorare in condizioni di irregolarità. Sono questi, infatti, i soggetti più vulnerabili rispetto ai quali si tenta di apprestare una tutela effettiva, spesso messi in discussione negli Stati in cui vengono a lavorare, sottoposti a ricatti e sfruttamento o indotti alla violazione di regole, soggetti verso cui si possono registrare le violazioni più gravi (molti rappresentati purtroppo fra le morti sul lavoro, nero) e che si ritiene pertanto di dover assistere, innanzitutto per prevenire ed eliminare i movimenti clandestini nonché il traffico di lavoratori, ma anche per apprestare un’adeguata tutela, visto che sicuramente l’impiego di “manodopera irregolare” potrebbe essere scoraggiato dal riconoscimento diffuso e generale dei diritti dei lavoratori migranti senza alcuna distinzione. I lavoratori irregolari chiamano in causa tutti i lavoratori e le condizioni del lavoro tutti i cittadini.

La giornata mondiale dei migranti del 18 dicembre va considerata un’occasione di memoria e solidarietà per tutti gli abitanti del pianeta. Dobbiamo sapere che ogni migrante resterà per sempre un de-localizzato (più o meno fertile e felice), con proprie storia e geografia almeno doppie, collocate in almeno due spazi temporali differenti. Ognuno di noi, abbia o meno mai migrato, ha traccia genetica, biologica e culturale di passate migrazioni, amori e odi, residenze e scelte svolte da altri altrove, ibridazioni. Le differenze nel Dna di ogni individuo vivente sono effetto delle migrazioni passate, anche molto antiche, ognuno di noi ne porta traccia. Non tutti gli umani migrarono, non tutti vogliono e debbono migrare. L’essenziale sarebbe garantire oggi a ciascuno quel certo grado di libertà di migrare di cui abbiamo parlato, attraverso il rispetto degli altri diritti umani, vita cibo istruzione salute informazione ambiente e via dicendo (ovvero del diritto di restare ove si è nati e cresciuto), ampliandone anche la capacità potenziale (comunicazione linguistica, reddito lavorativo, sviluppo sostenibile). E, invece, oggi stiamo assistendo alla criminalizzazione di tutti i migranti non forzati. E il 18 dicembre viene “celebrato” con imbarazzo e reticenza.

Il 18 dicembre 2021 avrei preferito leggere in materia su queste pagine un testo del grande giornalista Pietro Greco. Proprio un anno fa, trecentosessantacinque giorni fa, la vita gli è sfuggita di cuore e di mano, è immigrata lontano (ma non sono emigrate o scomparse le sue idee e il suo ricordo). La passione scientifica sul migrare e sui fenomeni migratori nella storia e geografia della vita sul pianeta ci ha accomunato per decenni, ci ponemmo pure l’obiettivo di un atlante mondiale interdisciplinare. Oggi avrebbe scritto di più e meglio. Indimenticabile.

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