bacheca social

FAI UNA DONAZIONE





Sostieni questo progetto


A tutti i nostri lettori

A tutti i nostri lettori . Andremo dritti al punto: vogliamo chiederti di proteggere l’indipendenza dello Specchio Magazine. Se tu e tutti coloro che stanno leggendo questo avviso donaste 10 €, potremmo permetterci di far crescere l’Associazione lo Specchio e le sue attività sul territorio. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è il prezzo di una colazione o di una rivista nazionale. Questa è la maniera più democratica di finanziarci. Con il tuo aiuto, non negheremo mai l’accesso a nessuno. Grazie.
dicembre 2021
L M M G V S D
« Nov   Gen »
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

A riveder le stelle, le molte vite di Dante Alighieri Recensione libro di Mario Dal Bello

di Raimondo Giustozzi

A riveder le stelle, copertina del libro di M. Dal BelloRavenna, febbraio 1321. Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, chiede a Dante Alighieri che è suo ospite: “Siete molto affaticato, messer Dante”. “La vita è faticosa” – risponde il poeta – “Anzi le molte vite che mi sono trovato vivere”. E’ il sottotitolo del libro A riveder le stelle di Mario Dal Bello. In quell’ultima sera della propria vita terrena, Dante inizia il racconto delle molte vite vissute. Attorno a lui ci sono: Guido da Polenta, Gemma Donati, moglie di Dante Alighieri, i suoi figli, Pietro, Jacopo e Antonia, quest’ultima in procinto di entrare nel convento di Santo Stefano. Prenderà il nome di Beatrice, la donna amata dal poeta fin da fanciullo. E’ l’incipit del saggio scritto da Mario Dal Bello, cento cinquantasei pagine, scritte con un linguaggio che coinvolge il lettore fin dall’inizio.

Il libro, saggio divulgativo della vita di Dante Alighieri, è diviso in trentadue capitoli brevi ma densi di informazioni, con una introduzione, una sera d’inverno e una ricca bibliografia sul sommo poeta. Ogni capitolo è introdotto da alcuni versi presi dalla Divina Commedia, solo il primo da Vita Nova, con la citazione conosciuta da tutti, “Tanto gentile e tanto onesta pare / da donna mia quand’ella altrui saluta / ch’ogne lingua deven tremando muta…”. Le date scandiscono le diverse vite di Dante. Sono una delle chiavi di lettura del testo, l’altra chiave è data dai luoghi raggiunti e dai viaggi affrontati dal poeta per sfuggire alla condanna inflittagli dai nuovi padroni di Firenze, i servizi resi a chi lo proteggeva, poi ci sono i personaggi immortali della Divina Commedia: Beatrice, il Conte Ugolino, Farinata degli Uberti, Bonconte da Montefeltro, Paolo e Francesca, Pia dei Tolomei, ecc.

Nel maggio del 1283, Firenze, attraversata dall’Arno, città di palazzi e di torri altissime, è particolarmente bella. Tira un’ara fresca, la primavera fiorisce sulle collie e nel cielo limpido” (Mario Dal Bello, A riveder le stelle, le molte vite di Dante, Un ragazzo innamorato, pag. 7, Città Nuova Editrice, collana Misteri Salvati, Roma, 2020). Tutto il saggio è ricco di cornici narrative e descrittive che impreziosiscono il testo. Dante Alighieri, Guido Cavalcanti, Gianni Lapo, tre amici di sempre, sono assieme presso il ponte di Santa Trinita, lungo le rive dell’Arno. Dante ha condotto i due amici perché spera di rivedere dopo nove anni Beatrice. I tre la vedono entrare in chiesa, accompagnata da due donne più anziane. Beatrice Portinari, l’amore giovanile di Dante è già sposata. Il poeta la vede e le fa un inchino. Gli altri due sghignazzano divertiti, invitando l’amico a pensare ad  un’altra donna alla quale dedicare altre poesie d’amore.

Alla morte del padre, Dante Alighieri si sente improvvisamente capo famiglia. Non è più il tempo dell’allegra compagnia di amici scanzonati. E’ tempo di prendere moglie, gli suggerisce lo zio Burnetto degli Alighieri.. Dante ha un fratello, Francesco, una sorella, Tana, ai quali badare. E’ giunto ormai anche all’età del matrimonio. E’ fidanzato fin dall’età di nove anni con Gemma dei Donati, potente e ricca famiglia fiorentina. Il matrimonio tra i due giovani, Dante ha vent’anni, Gemma, quindici, viene celebrato in una radiosa mattina fiorentina, nel 1285 . Gli invitati gettano sui novelli sposi manciate di grano in segno di augurio e di abbondanza per la prole che crescerà nel corso degli anni: Giovanni, Pietro, Jacopo e Antonia, i figli di Dante e di Gemma.

Appena quattro anni dopo il matrimonio, sabato 11 giugno 1289, è un’altra data che cambia la vita di Dante e della sua nuova famiglia. Nella piana di Campaldino, fiorentini e aretini si danno battaglia. I primi sono guelfi, i secondi, ghibellini. Dante Alighieri partecipa alla battaglia nel corpo scelto dei feditori a cavallo, quelli che combattono in prima linea. Lo scontro è durissimo. Gli aretini ad un certo punto della battaglia sembrano aver la meglio. Vieri de’ Cerchi, il capitano dei fiorentini resiste all’urto anche se azzoppato. L’arrivo di Corso Donati con le milizie pistoiesi capovolge l’esito dello scontro. Gli aretini vengono sconfitti, tra loro cade Bonconte da Montefeltro. Dante è ferito ma si salva assieme al suo amico Dino Compagni. La battaglia di Campaldino rappresenta la prima uscita pubblica di Dante nell’agone politico. Vive momentaneamente l’euforia della vittoria, ma per breve tempo perché si addensano nubi minacciose all’orizzonte. La lotta per il potere tra le due più potenti famiglie fiorentine, attorno alle quai si schierano tutti gli altri, avrà inizio di lì a breve. Da un lato ci sono I Donati, chiamati “I neri”, dall’altro ci sono I Cerchi, chiamati dal popolo “I bianchi”.

L’8 giugno 1290, nell’ora del tramonto, il momento più bello a Firenze, Guido Cavalcanti raggiunge di corsa Dante e lo informa che Beatrice Portinari sta morendo. I due corrono verso la casa della donna e la trovano morta, stesa sul letto. Dante scoppia in un pianto incontenibile. Guido e Lapo non riescono a calmare l’amico. Dante promette che dedicherà per lei i versi più belli che tutta Firenze dovrà leggere. Ma i problemi di cuore vanno messi da parte perché altri avvenimenti incalzano. Firenze si sa è il crocevia tra il nord e il sud. Vi transitano un po’ tutti. Nella primavera del 1294 si ferma in città Carlo Martello d’Angiò, figlio del re di Napoli. In città molti rumoreggiano, non si fidano di lui.

Nell’estate del 1295 Dante Alighieri decide di iscriversi alla Corporazione dei medici e degli speziali. Non deve esercitare nessuna professione. E’ solo un  lasciapassare per entrare nella vita politica. La lotta per il potere si fa sempre più dura. Cerchi contro Donati, Neri contro Bianchi. Dante è imparentato con i Donati in quanto ha sposato una Donati, ma ha tanti amici tra i Bianchi, tra i quali ha l’amico Guido Cavalcanti. Appoggia i Bianchi, i Cerchi perché li trova vicino al popolo. Sul soglio di Pietro sale il nuovo pontefice, Bonifacio VIII, dopo il rifiuto di Celestino V. Corso Donati, il capo dei Neri è legato a doppia mandata con il nuovo papa, verso il quale Dante non nutre nessuna simpatia. In occasione del giubileo (1300) parte per Roma con altri “romei”. Ritornato a Firenze, con l’appoggio dei Cerchi viene eletto priore. Dante viene mandato a Roma, da Bonifacio VIII per chiedere la pacificazione della città. L’incontro si risolve con un nulla di fatto.

Rientrato a Firenze, trova che i Neri contano nell’appoggio di Carlo Martello, il pacificatore. Niente di più sbagliato. Carlo è un uomo ambiguo. Corso Donati, forte dell’appoggio delle truppe francesi decide di agire. Mette a ferro e a fuoco Firenze, sconfiggendo i Cerchi. Dante si trova nella parte dei perdenti. La moglie non deve temere perché è una Donati, i figli sono minorenni, quindi non possono essere toccati. Gli vengono confiscate però tutte le proprietà. Dante sceglie la via dell’esilio. Esce da Firenze, di notte, accompagnato dal fratello Francesco che lo finanzia per tutte le necessità che Dante si troverà ad affrontare. Alle prime luci dell’alba, vede per l’ultima volta la propria città dove non ritornerà mai più.

Inizia così il lungo periodo dell’esilio. Dante percorre le molte strade che lo porteranno presso le corti delle maggiori città del Centro Nord. Il 18 gennaio 1302, a Firenze, il tribunale messo in piedi dai nuovi vincitori, accusa tutti i “barattieri”, cioè i pubblici ufficiali colpevoli di corruzione. Dante, come ex priore viene condannato a due anni di confino e 5.000 fiorini piccoli da pagare entro tre giorni. Dante non si presenta, per questo, il 10 marzo viene condannato al rogo perché contumace, ma senza una prova. Dante intanto si rifugia, assieme ad altri fuoriusciti fiorentini del partito dei Cerchi, in casa del podestà Uguccione della Faggiolata, da qui si sposta dai Guidi che hanno il proprio castello tra i boschi del Casentino. Il conte Alessandro lo accoglie a braccia aperte. Dante è conosciuto come uomo di lettere e grande diplomatico. Qui ascolta la storia di Paolo e Francesca, che metterà nella Divina Commedia. Dante non si fida di Uguccione che passa dall’altra parte. Lascia la località del Casentino e si sposta verso Forlì, alla corte degli Ordelaffi. Viene accolto a braccia aperte e viene inviato come segretario di Scarpetta degli Ordelaffi in ambasceria da Cangrande della Scala, signore di Verona. .Bartolomeo è succeduto da poco al padre Alberto della Scala. Dante viene presentato al signore di Verona dal segretario di Bartolomeo. Dante propone a Bartolomeo di mettersi a capo di una spedizione per riportare i fuoriusciti fiorentini di parte bianca a Firenze, con l’appoggio dei signori di Romagna. Bartolomeo tentenna. Il fratello Alboino gli sussurra di lasciar perdere. Meglio non fidarsi dei fiorentini. Intanto lo manda come ambasciatore a Treviso per cercare appoggio in Gherardo da Camino, signore della città. Dovrebbe appoggiarlo per dirimere una volta per tutte i conflitti tra Verona, Padova e Venezia per il controllo del sale a Chioggia. Di notte Dante e i suoi compagni d viaggio vengono ospitati nel vicino castello degli Ezzelini. Mentre i suoi compagni vanno a dormire perché stanchi per il viaggio, Dante ascolta interessato le strane storie degli Ezzelini. Gli raccontano di Sordello, il grande musicista, innamorato di Cunizza, una delle donne più belle del tempo ma anche di facili costumi. Sarà materiale per la sua Divina Commedia. A Padova, dove arriva come ambasciatore, sempre mandato da Cangrande, Dante ha un incontro del tutto inaspettato con Giotto, anche lui fiorentino. Sta affrescando la cappella degli Scrovegni.

Dopo Padova è la volta di Venezia, dove Dante viene accolto dal doge. Quest’ultimo parla chiaro. Lo sfruttamento e la commercializzazione del sale di Chioggia restano e resteranno sempre di dominio veneziano. Dante ritorna a Verona con un nulla di fatto. Nel marzo 1304 gli giunge la notizia della morte di Bonifacio VIII. Gli esuli fiorentini decidono che è l’ora di attaccare Firenze e scacciare Corso Donati. Dante non appoggia il piano Vuole ritornare nella sua città ma senza spargimento di sangue. Gli esuli non l’ascoltano e vengono sconfitti da Corso Donati. La notizia della sconfitta arriva a Dante mentre si trova in Arezzo, è il 20 luglio 1304.

Date, incontri, fughe, sono raccontati da Dante nella casa di mattoni in quel di Ravenna. Il poeta è stanco. Gemma, la moglie, la figlia Antonia, i figli Jacopo e Pietro lo invitano a riposarsi. Sanno che durante tutti questi soggiorni, un po’ qua e un po’ là, Dante ha iniziato a comporre la Divina Commedia. Il poeta è riservatissimo in questo. Riposatosi, passata la notte, continuerà il racconto il giorno successivo. E’ una tecnica narrativa, scelta dall’autore, volta a spezzare la lunghezza del racconto, fingendo che sia Dante stesso il narratore. Dante ricorda l’incontro a Bologna con l’amico Cino da Pistoia, esule anche lui da Firenze. Grazie ai buoni uffici del Marchese Malaspina potrà ritornare a Firenze.

A Bologna il poeta si trova bene. E’ conosciuto come poeta, molti lo stimano per le sue abilità oratorie, studioso di politica e di filosofia. Nella città felsinea conosce i Lambertazzi, amici dei Bianchi. Dante può sperare nel loro appoggio per ritornare a Firenze. Nulla di più sbagliato. Nel febbraio 1306, anche a Bologna inizia una spietata lotta tra i Lambertazzi e i Geremei, guelfi, amici della famiglia Este. L’amico Cino da Pistoia gli suggerisce di rifugiarsi da Moroello Malaspina che sarà ben felice di accoglierlo a braccia aperte. Il signore, che comanda sulle terre appenniniche tra Emilia, Toscana e Liguria, stima Dante e lo manda come ambasciatore presso il vescovo di Luni, Antonio da Nuvolone, per risolvere alcune questioni legate a terre e soldi. Conversando con il prelato, Dante viene a sapere che anche l’amico Guido Cavalcanti era stato in esilio da lui. Guido è morto, dice il vescovo. Dante non si dà pace. Nel corso della conversazione, il poeta scopre che il vescovo conosceva anche il suo trisavolo Cacciaguida. Al ricordo dell’illustre antenato, il sommo poeta ricorda la Firenze del bel tempo andato, gli anni della gioventù trascorsa in compagnia dell’amico Cavalcanti. Quella Firenze non esiste più.

“D’inverno si gela in Lunigiana. Nella rocca dei Malaspina, attorno al fuoco, l’ambiente si allenta, si beve vino caldo e i novellieri, come è d’uso nelle corti nobiliari, raccontano storie per la gioia di Moroello” (Pag. 58). Dante conosce la triste fine del Conte Ugolino e dei suoi figli. E’ inorridito. Si ricompone quando il novelliere, anche per spezzare la drammaticità del primo racconto, narra l’avventura di Guido da Montefeltro, conteso dal diavolo che lo vuole all’Inferno, mentre San Francesco lo tira in Paradiso. Ci si mette in mezzo anche papa Bonifacio VIII che, forte di rimettere ogni peccato, assolve Guido da Montefeltro prima che possa fare anche il più minimo peccato. Dante mastica amaro all’indirizzo di Bonifacio VIII, ma la bravura del novelliere lo tira su di morale. Il racconto della moglie di Moroello, Alagia, sulla morte di Pia Dei Tolomei lo rattrista oltre ogni misura. Gli anni trascorsi alla corte di Moroello Malaspina trascorrono in relativa tranquillità. Dante approfitta del molto tempo libero per dedicarsi alla stesura di due opere, il Convivio e il De Monarchia. Moroello lo manda come ambasciatore al castello di Poppi, accolto da Guido da Battifolle e da sua moglie Madonna Gherardesca. Dante  viene a sapere proprio da Guido da Battifolle la triste fine di Corso Donati, ucciso dai suoi numerosi nemici. Il poeta ormai è sicuro, non potrà mai ritornare a Firenze. Guido è ospitale e lascia molto tempo libero a Dante che si dedica ai suoi studi.

Moroello lo manda poi come ambasciatore a Luca, città fedele ai Neri, per stabilire accordi con gli Aragonesi. A Dante non piace la città, ma frequenta un convento della città, con una ricca biblioteca che gli permette di leggere Virgilio e Severino Boezio. Dante e suo figlio Giovanni vengono ospitati in casa da una donna, si chiama Gentucca, moglie di Bonaccorso da Fòndora.  Ma il poeta e suo figlio devono scappare anche da Luca. Il governo della città, il 31 marzo 1309, bandisce tutti i fuoriusciti fiorentini. Dante deve andarsene ma non sa dove. Medita di espatriare ad Avignone dove c’è la corte papale. Durante il soggiorno al castello di Poppi riceve la gradita visita del nipote Andrea Poggi, figlio della sorella Tana, che consegna al marchese dei manoscritti. Contengono i primi sette canti del poema che Dante aveva composto quando era ancora a Firenze. Temeva di averli persi. Moroello legge interessato i canti e loda il poeta per i bellissimi versi nonché per il loro contenuto. Chiede perché mai questo viaggio nell’Inferno. Dante risponde che non ha fatto nulla di nuovo. Anche Virgilio aveva immaginato un viaggio nell’aldilà e vi aveva dedicato parte dell’Eneide. “Il viaggio fra i morti, – risponde Dante – è per salvare i vivi. Io credo che noi uomini abbiamo perduto la ragione, per questo il viaggio ha inizio in una foresta buia”. Dante confida anche a Moroello che sta componendo anche la seconda cantica, dedicata al suo viaggio nel Purgatorio. Moroello chiede chi mai vi abbia messo.

Mentre era ancora a Lucca, Dante viene a sapere che il nuovo imperatore è Enrico di Lussemburgo. Confida molto in lui. Sul soglio pontificio c’è papa Clemente. Sono i due soli. Il poeta fiorentino crede in entrambi. Magari riuscissero alla rifondazione della res pubblica cristiana, dice a se stesso e agli altri che lo seguono. Si sbaglia di grosso. Enrico muore di lì a poco, forse avvelenato con un’ostia consacrata. Il delitto sembra che sia stato commissionato dai fiorentini. Dante non si dà pace. Papa Clemente non riesce a riportare la chiesa alla povertà delle origini. I due “soli”, quello temporale e l’altro spirituale, che avrebbero dovuto riportare pace e concordia, vivono solo nell’immaginazione di Dante che non sa più dove andare. In Toscana non può più stare perché si è bruciato con le lettere di fuoco che ha scritto verso i fiorentini. Dopo un breve soggiorno trascorso di nuovo, prima presso i Guidi, poi dal suo amico Scarpetta di Forlì, su consiglio di Moroello, decide di recarsi presso Cangrande della Scala, signore di Verona.

Quando è ancora da Moroello Malaspina, Dante viene raggiunto da fra Bernardo, figlio della sorella Tana. Dante chiede di sua sorella, della moglie Gemma e della figlia Antonia. Fra Bernardo  lo rassicura che stanno tutti bene, quanto al desiderio di ritornare a Firenze, il nipote gli ricorda che il cerimoniale è quello di sempre: abito di sacco, cappuccio in testa, candela in mano. Dante non accetta queste umiliazioni anche perché è stato condannato per colpe che non ha commesso. I versi dell’Inferno e del Purgatorio sono letti da tutti. I Fiorentini dovranno ricredersi su di lui. Intanto ha la compagnia dei figli Jacopo e Pietro che stravedono per lui. Cangrande della Scala sa di avere come ospite un grande poeta, filosofo, letterato e ambasciatore. Averlo in casa non può che accrescere l’importanza della propria Signoria. Lo accoglie nella camera degli esuli. Dante è felice di essere ritornato a Verona. Gira la città e si accorge che anche il popolo conosce e legge i suoi versi. Nel tempo libero pone mano all’ultima cantica, il Paradiso. Cangrande gli chiede cosa pensa di Dio: “E’ l’amore che muove il sole e le altre stelle” – risponde Dante.

Il soggiorno a Verona sta per finire. Dante cerca un posto dove vivere in modo più tranquillo gli ultimi anni della vita. Si trova bene alla corte di Cangrande ma si accorge anche che la signoria degli Scala è impegnata in progetti di conquista ed è in lotta con il papa  Giovanni XXII, Clemente V, “il pastor sanza legge”, è morto nella primavera del 1314. Decide così di ritornare alla corte di Guido Novello Da Polenta, signore di Ravenna. E’ il 1320. Gli tiene sempre compagnia il figlio Pietro che vede il proprio papà sempre più affaticato. Dante sta lavorando ai canti del Paradiso. Si reca più volte nella chiesa di Sant’Apollinare in Classe e nella vicina pineta. Gli stormi di uccelli gli fanno pensare ai voli che la sua fantasia sta facendo in Paradiso. La visita alla basilica di San Vitale è l’occasione per ammirare gli splendidi mosaici. “Il Cristo giovane bellissimo siede sul trono dell’abside. Tutto gira intorno a Lui, a Dio motore immobile del cosmo. Lì dobbiamo arrivare, attraversando le stelle, sussurra Dante rivolto a Jacopo” (pag. 95).

Agosto 1321. Guido Novello Da Polenta chiede a Dante se la sente di recarsi presso il doge di Venezia per dirimere una volta per tutte la questione relativa alla commercializzazione del sale. Venezia vuole il monopolio tutto per sé e ogni tanto le navi della flotta ravennate si scontrano con quelle della Serenissima. C’è chi fa del contrabbando. Ravenna non riesce a controllarlo. Il doge ha dichiarato guerra a Ravenna. Si è alleato con Forlì. Dante è amico di Scarpetta degli Ordelaffi, signore di Forlì. Per questo, Guido confida in lui. Dante non può dire di no. Deve tutto all’amico Guido Novello. Il viaggio di andata avviene via mare. E’ un viaggio tranquillo. Dante viene ricevuto come ambasciatore dal doge di Venezia, Giovanni Soranzo. Il doge prende tempo. Dante si accorge però che non riuscirà a convincerlo, nonostante sfoggi tutta l’eloquenza e la diplomazia. Il doge lo congeda dicendogli di riferire a Guido Novello di Ravenna che per il momento le cose rimangono così come sono. C’è bisogno di tempo.

Il viaggio di ritorno verso Ravenna avviene via terra. Il doge ha negato la nave. La delegazione procede a cavallo, vincendo il caldo e arriva vicino al delta del Po. Le persone procedono a piedi tra l’acqua e i boschi. Perdono l’orientamento anche perché è sopraggiunta la sera. Pernottano all’aperto, quando si abbatte su di loro un violento temporale estivo. Qualcuno riesce a vedere in lontananza, all’alba del mattino successivo, l’abbazia di Pomposa. L’abate Andrea accoglie il gruppo con gentilezza. Quando viene a sapere che nel gruppo c’è anche il celebre poeta, si fa in quattro per ricoverare Dante nell’infermeria del convento. Il poeta è spossato. Respira a fatica e ha la febbre alta. Viene preparato un letto con le lenzuola fresche. Gli sta accanto il figlio Pietro che sospetta qualcosa di grave. Suo papà ha contratto la febbre malarica che lo stronca il 13 settembre 1321. Una folla enorme partecipa al funerale nella chiesa di San Francesco. Dante viene sepolto a Ravenna. Non lo sanno, ma anche la terza cantica, il Paradiso è terminata.

Tutti, Guido Novello,  Cangrande, Cino da Pistoia smaniano di leggerne i versi ma non si trovano gli ultimi tredici canti. Jacopo è sicuro che il papà ha terminato la terza cantica. Bisogna trovare i canti mancanti. Un sogno, fatto nel corso di una notte, quasi otto mesi dopo la morte del poeta, lo porta verso la camera dove il padre era solito lavorare e scrivere. I canti mancanti vengono trovati dietro una minuscola finestra chiusa, coperta da una stuoia. La Commedia camminerà per il mondo (pag. 104). La fama del sommo poeta attraversa subito l’Italia intera. Firenze ne rivendica le spoglie. Ravenna si oppone. Firenze non ha voluto Dante da vivo, non l’avrà neanche da morto. Nel 1513, con l’elezione al trono pontificio di Leone X, il colto Giovanni de’ Medici, i fiorentini ritornano a chiedere che Dante venga riportato a Firenze, sicuri dell’appoggio del papa. Ravenna non si dà per vinta. I francescani della città, temendo che il corpo possa essere trafugato, aprono il sepolcro, prendono le ossa del poeta, le raccolgono dentro una cassa di legno e la nascondono in un luogo segreto, che viene tramandato oralmente da priore a priore. Nel 1810, Napoleone ordina la soppressione dei conventi. I Francescani di Ravenna decidono allora di nascondere la cassetta di legno con le ossa di Dante dietro ad una porta murata in un piccolo oratorio annesso alla chiesa. La porta murata viene scoperta nel 1865, quando la Nuova  Italia va alla ricerca dei grandi italiani che hanno fatto grande la patria e tra questi non poteva mancare Dante Alighieri.

Il saggio di Mario Dal Bello, A riveder le stelle, le molte vite di Dante, si chiude con un capitolo veramente interessante, dove l’autore passa in rassegna la fortuna letteraria del sommo poeta dalla sua morte ad oggi, in Italia, Inghilterra, Francia, Fiandre, Spagna, Stati Uniti. Un paragrafo a parte viene dedicato al tema, Dante nell’arte dal Trecento ad oggi. Dante poi è protagonista di videogiochi, manga e fumetti. L’introduzione e i trentadue capitoli del libro vengono commentati a parte (pp120 – 149), anche per non appesantire il racconto, che è sempre comunque accompagnato da brevi note a piè di pagina. La cronologia e una bibliografia essenziale (pp. 150 – 156) completano l’opera.

Raimondo Giustozzi

 

Invia un commento

Puoi utilizzare questi tag HTML

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>