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La figura di Maria nella Divina Commedia di Dante Alighieri Conferenza di Mario Dal Bello.

A riveder le stelle, copertina del libro di M. Dal Bellodi Raimondo Giustozzi

E’ stata una serata di alta cultura quella di venerdì 19 novembre 2021, nella chiesa di Cristo Re in Civitanova Marche, presente un pubblico consistente, nonostante le restrizioni imposte dalle leggi vigenti per contrastare la pandemia da Covid 19 ancora in atto. L’ingresso era regolato dal possesso del Green Pass e dal distanziamento sociale, solo due posti occupati per ogni banco, in una chiesa che può ospitare fino ad ottocento persone. Tutto ha avuto inizio alle ore 21,15 come da programma. Don Mario Colabianchi, parroco della Unità Pastorale Cristo Re – San Pietro ha spiegato il senso dell’iniziativa, inserita nell’ambito della festa dedicata a Cristo Re dell’universo. Maria è presente nella Divina Commedia dall’inizio alla fine. La Madonna è il modello a cui guardare, anche e soprattutto in questi tempi difficili. Ci spinge a riscoprire legami e affetti. Dio diventa uomo per mezzo di lei. Maria è stata sempre ispiratrice di cultura e di arte nel corso dei secoli.

Aldo Caporaletti, promotore e organizzatore culturale dell’evento, dopo una breve presentazione del prof. Mario Dal Bello, ha illustrato lo svolgimento della serata: comunicazione del professore, lettura di alcuni passi della Divina Commedia, ad opera dell’attrice Emilia Bacaro, canti mariani interpretati dal soprano Maria Cristina Domenella, accompagnata al pianoforte dal maestro. Bruno Bizzarri. Per la bibliografia su Mario Dal Bello si rimanda alla lettura dell’articolo http://www.specchiomagazine.it/2021/11/la-conferenza-la-figura-di-maria-nella-divina-commedia-di-dante-alighieri/.

La Divina Commedia, ha esordito il prof. Mario Dal Bello, è la storia di ognuno di noi. Dante Alighieri compie il proprio viaggio nell’Inferno, Purgatorio e Paradiso, in compagnia di Virgilio e di Beatrice. Il primo rappresenta la ragione, la seconda, la fede, in ultimo San Bernardo è il santo contemplativo; suo è il canto alla vergine Maria, capolavoro finale del poema. Maria è il personaggio che appare più di tutti gli altri all’interno della Divina Commedia. Dante dice di lei che è il più bel fiore che sempre ha invocato dalla mattina alla sera, dalle Lodi a Compieta. Nella descrizione di Maria, Dante Alighieri si è sempre ispirato all’arte a lui contemporanea: Madonna in trono, Madonna col Bambino, pitture che poteva ammirare nelle chiese di Firenze e in quelle di Ravenna. Ave Maria è l’espressione che ritorna spesso.

Emilia Bacaro legge i versi: Donna è gentil nel ciel che si compiange / di questo ‘mpedimento  ov’io ti mando, / sì che duro giudicio là sù frange. // Questa chiese Lucia in suo dimando / e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele /  di te, e io a te lo raccomando” (Inferno Canto II, vv. 94- 99). Il viaggio di Dante è voluto dalla vergine Maria (Donna gentile), la quale, per mezzo di Santa Lucia, chiede a Beatrice di prestare soccorso al poeta. Anche qui, Dante Alighieri, nella descrizione delle anime dannate, ha presente le scene rappresentate nel Battistero di Firenze. La sua è una lunga meditazione sul peccato e sulle sue conseguenze.

Il Purgatorio è la cantica della speranza. Eppure è la più bistrattata dell’intero poema. Se il viaggio nell’Inferno è un precipitare sempre più in basso, quello verso il Purgatorio è una ascesa verso una montagna, attraverso delle balze- cornici che salgono sempre più in alto. Dante Alighieri incontra Bonconte da Montefeltro: “Oh!”, rispuos’elli, “a piè del Casentino / traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, / che sovra l’Ermo nasce in Apennino. // Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, / arriva’ io forato ne la gola, / fuggendo a piede e sanguinando il piano. // Quivi perdei la vista e la parola; / nel nome di Maria finì, e quivi / caddi, e rimase la mia carne sola”(Purgatorio, Canto V, vv. 94-102). Dante chiede a Bonconte che fine abbia fatto il suo corpo, scomparso dopo la battaglia di Campaldino; lo spirito racconta di essersi trascinato alla foce del fiume Archiano e di essersi pentito. A quel punto, sottratta l’anima al demonio per una lacrima in fin di vita, questo si sarebbe vendicato suscitando una tempesta che, provocando la piena dell’Archiano, spinse il corpo di Bonconte in balia delle acque, dove venne sepolto dai detriti. Prima di morire, l’ultima parola che Bonconte pronuncia è Maria, la Madre del mutuo soccorso, come nell’episodio di Pia Dei Tolomei.

Dopo la lettura dei versi dedicati a Bonconte da Montefeltro, recitati da Emilia Bacaro, Maria Cristina Domenella ha cantato nell’antico francese: ”Ma viele”. Viella sta per viola, strumento a corda in uso nel Medioevo. Il canto, di cui si riporta la traduzione italiana, è un inno rivolto alla Vergine Maria: “La mia viella vuole intonare un canto stupendo / per la Bella eccelsa fra tutte le donne, / nella quale Dio volle farsi uomo, / di cui cantano in Paradiso / angeli ed arcangeli a gran voce. / Porta del cielo, ponte verso il Paradiso, / fonte d’ambrosia, di dolcezza sorgente e fontana, / dall’inferno tanto profondo tu ci difendi, / chi ne dubita ha poco senno, / perché l’inferno non ha né riva né fondo! / Dolce Signora, con sincera intenzione, / il cuore e l’anima metto sotto la tua protezione. / Prega senza indugio il tuo dolce Figlio: / che ci faccia vivere tutti / nella terra dei viventi” (Testo e Musica: Gautier de Coincy (1178-1236 ca.) (Canto dei trovieri, sec. XIII- fonte Internet).

Gli altri due canti mariani, Altissima Luce (Raccolta Laudario di Cortona) e Omni Die, sono stati eseguiti sempre dal soprano Maria Cristina Domenella, accompagnata al pianoforte dal maestro Bruno Bizzarri. Dante ha scritto l’Inferno dal 1308 al 1314, durante il periodo trascorso a Lucca, il Paradiso in quello ravennate. Il poeta nel suo viaggio fa una profonda esperienza di Dio. La Divina Commedia è un poema sacro. Le celebrazioni del settimo centenario della morte di Dante Alighieri hanno in parte ridotto la Divina Commedia ad un poema politico e sociale. Il viaggio nel Paradiso è un avvicinarsi a Cristo, portato in trionfo da una schiera di santi in mezzo ai quali spicca la figura di Maria.

 

Il nome del bel fior ch’io sempre invoco / e mane e sera, tutto mi ristrinse / l’animo ad avvisar lo maggior foco; // e come ambo le luci mi dipinse / il quale e il quanto de la viva stella / che là sù vince come qua giù vinse, / per entro il cielo scese una facella, / formata in cerchio a guisa di corona, / e cinsela e girossi intorno ad ella. // Qualunque melodia più dolce suona / qua giù e più a sé l’anima tira, / parrebbe nube che squarciata tona, // comparata al sonar di quella lira / onde si coronava il bel zaffiro / del quale il ciel più chiaro s’inzaffira. // «Io sono amore angelico, che giro / l’alta letizia che spira del ventre / che fu albergo del nostro disiro; // e girerommi, donna del ciel, mentre / che seguirai tuo figlio, e farai dia / più la spera supprema perché lì entre». // Così la circulata melodia / si sigillava, e tutti li altri lumi / facean sonare il nome di Maria. // Lo real manto di tutti i volumi / del mondo, che più ferve e più s’avviva / ne l’alito di Dio e nei costumi, //
avea sopra di noi l’interna riva / tanto distante, che la sua parvenza, / là dov’ io era, ancor non appariva: // però non ebber li occhi miei potenza / di seguitar la coronata fiamma / che si levò appresso sua semenza. // E come fantolin che ’nver’ la mamma / tende le braccia, poi che ’l latte prese, / per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma; // ciascun di quei candori in sù si stese / con la sua cima, sì che l’alto affetto / ch’elli avieno a Maria mi fu palese. // Indi rimaser lì nel mio cospetto, / Regina celi’ cantando sì dolce, / che mai da me non si partì ’l diletto.  // Oh quanta è l’ubertà che si soffolce / in quelle arche ricchissime che fuoro / a seminar qua giù buone bobolce! // Quivi si vive e gode del tesoro / che s’acquistò piangendo ne lo essilio / di Babillòn, ove si lasciò l’oro. // Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio / di Dio e di Maria, di sua vittoria, / e con l’antico e col novo concilio, // colui che tien le chiavi di tal gloria”
(Paradiso, Canto XXIII, vv. 88- 139).

Con l’incoronazione di Maria, Dante è arrivato al termine del proprio viaggio.  La parola pensata diventa come scolpita.  San  Bernardo eleva verso Maria il canto più conosciuto di tutta la Divina Commedia. E’ stato letto dall’attrice Emilia Bacaro. Dio appare sotto la forma di tre arcobaleni,  la Trinità. Dio è l’amore che muove il sole e le altre stelle. Maria è il prodotto migliore di questo amore..

 

“Vergine Madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’etterno consiglio, // tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ’l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura. // Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore. // Qui se’ a noi meridïana face / di caritate, e giuso, intra ’ mortali, / se’ di speranza fontana vivace. // Donna, se’ tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia e a te non ricorre, / sua disïanza vuol volar sanz’ ali. // La tua benignità non pur soccorre / a chi domanda, ma molte fïate / liberamente al dimandar precorre. // In te misericordia, in te pietate, / in te magnificenza, in te s’aduna / quantunque in creatura è di bontate” (Paradiso, Canto XXXIII, vv.1-21).

Il testo è pieno di contraddizioni che si annullano a vicenda. Maria è vergine ma madre, figlia di suo figlio, umile ma alta  più di ogni altra creatura. E’ colei che ha dato al mondo suo figlio tanto atteso. Maria è la porta del cielo. La preghiera è un volo verso Dio, la salvezza suprema. Musicalità e densità sono la caratteristica principale di tutto il testo,  riportato nel breviario dei sacerdoti.

Maria intercede presso il Figlio che vuole imitatori non ammiratori. “Essere imitatori e non ammiratori di Gesù o dei suoi testimoni più luminosi, i santi, esige però una decisione, che si può prendere solo in prima persona: “Camminare soli! Sì, nessun uomo, nessuno, può scegliere per te oppure in senso ultimo e decisivo può consigliarti riguardo all’unica cosa importante, riguardo all’affare della tua salvezza… Soli! Poiché quando hai scelto, troverai certamente dei compagni di viaggio, ma nel momento decisivo e ogni volta che c’è pericolo di vita, sarai solo” (Soren Kierkegaard).

“Lui, Gesù, è il Signore: è Gesù di Nazareth: e questo nostro indistruttibile amore attorno al quale vogliamo legare la vita, al quale non ci vogliamo aggrappare, ma vogliamo abbandonarci. Purtroppo, miei cari amici, devo dirvelo questo: io conosco molti cristiani e fra questi, forse, ci sono anch’io, cristiani di mezzatacca che si aggrappano al Signore, perché hanno paura, ma non si abbandonano a Lui perché Lo amano. Se uno non sa nuotare e sta naufragando e qualcuno gli passa accanto, gli si aggrappa, lo abbraccia, lo afferra.  Ma quello non è un allacciamento d’amore, non è un abbraccio di tenerezza, è prodotto dalla paura, invece chi si abbandona, si lascia andare. E noi a Gesù ci dobbiamo abbandonare; a Lui, ‘la fontana antica’, ‘la fontana del villaggio’ che ha un’acqua, l’unica capace di dissetarci. Chi ha sete va e beve; chi è stanco e sudato va a lavarsi e refrigerarsi” (Don Tonino Bello).

 

Soren Kierkegaard e don Tonino Bello sono stati citati dal parroco don Mario Colabianchi, sabato 20 novembre 2021, al termine dello spettacolo teatrale (Ore 21,15- 22,15) su testo di Sergio Silecchia, Et homo factus est, per la regia di Stefano Giannascoli, con Maria Rosaria Nuzzo, Nicola Pietrangeli, Francesca Alberico, nella chiesa di Cristo Re, adattata per l’occasione a spazio teatrale come nelle antiche cattedrali gotiche. Buio nella navata, solo il presbiterio e l’altare illuminato debolmente. In scena, la storia dell’umile pescatore del mare di Galilea, Simon Pietro. “Il respiro evangelico di quei tre anni (quelli passati in compagnia di Gesù) in terra di Galilea ci giunge come un vento plurimillenario direttamente dal fiato del diretto protagonista: quel pescatore, Pietro, ci viene restituito come impietrito dall’avventura trascorsa con l’amico figlio del carpentiere” (Sergio Silecchia, Et homo factus est, Monologo di Pietro, Noventa Padovana, 2020, Giuseppe Fidelibus, pag.7).  Raimondo Giustozzi

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