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I cognomi meticci nello sport e il tifo nazionale

Fonte internet

Fonte internet

di Valerio Calzolaio

 

Nel tennis, sia in ambito maschile che in quello femminile, si usa un termine giornalistico, mutuato dal gioco del bridge,Grande Slam. Lì a carte designa il colpo massimo realizzabile, qui a pallate indica la vittoria dei quattro Slam o Major, itornei di tennis più importanti disputati annualmente, con enormi premi in denaro e tanti punti per la classifica, organizzati nel territorio delle prime nazioni (uniche sino al 1974) che avevano vinto la Coppa Davis: Australia, Francia, Stati Uniti e Regno Unito. Da quando esiste la cosiddetta era Open (prima del 1968 i tennisti professionisti disputavano campionati professionali), vincerli tutti significa appunto fare il rarissimo Grande Slam: in un solo anno ci sono riusciti solo Laver (1969) e due tenniste (Margaret Court nel 1970 e Steffi Graf nel 1988), in più anni successivi sempre pochi uomini (Agassi, Federer, Nadal, Djokovic) e donne (Billie Jean King, Chris Evert, Martina Navratilova, Serena Williams e Maria Sharapova). Prevalere su superfici diverse in stagioni diverse quattro volte in un determinato anno è certamente vincere più di un singolo campionato mondiale. I quattro tornei del Grande Slam si svolgono nell’arco di due settimane (gli altri in una), gli uomini giocano 3 set su 5 (non il normale 2 su 3), in genere c’è una giornata di riposo fra una partita e l’altra. Nel 2020 i tornei saranno tre invece di quattro, causa pandemia è stato annullato il mitico Wimbledon sull’erba, il più antico, The Championship. A gennaio, prima dell’esplosione della Covid-19, si sono svolti gli Australian Open a Melbourne sul cemento con il tradizionale grande pubblico, sono in corso gli US Open a Flushing Meadows (New York) sempre sul cemento e necessariamente senza pubblico, poi seguirà il Roland Garros a Parigi dal 27 settembre all’11 ottobre sulla terra rossa.

 

Il numero dei tennisti nel tabellone principale di un torneo del Grande Slam da decenni è di 128, il turno iniziale conta 64 partite. Per potersi iscrivere conta ovviamente la classifica generale ufficiale, riferita a qualche settimana antecedente la data di apertura (a Wimbledon aggiustano le gerarchie con i risultati sull’erba nell’anno che precede): 104 vengono scelti così. Alcuni posti in tabellone (16) vengono lasciati a un torneo di qualificazione fra i giocatori immediatamente successivi in classifica (che quest’anno non si è potuto giocare) e altri (8) alla valutazione degli organizzatori (la regola vale per tutti i tornei professionistici): possono essere inseriti nel tabellone grandi atleti o personaggi di richiamo che sono rimasti fuori, oppure bravi giocatori cittadini della nazione in cui l’evento si svolge. Oltre ai soldi guadagnati, il curriculum di ogni giocatore conteggia primariamente proprio le partecipazioni ai tornei Slam, i turni eventualmente superati, i migliori risultati in carriera. Partecipare è aver già vinto, soprattutto in uno sport di sconfitte come il tennis. Il mercato è globale ma il tennis è uno sport individuale, il giocatore vince, investe e guadagna per sé stesso, la nazionalità conta relativamente meno che in altri sport (non solo di squadra), in pratica solo per la Coppa Davis. Comunque si effettuano sempre statistiche sulle nazioni che hanno il maggior numero di propri cittadini iscritti per una ipotetica competizione fra nazioni.

 

In questi giorni leggete le cronache dello Slam americano. Gli uomini italiani in tabellone erano nove (molti più che le tenniste, mentre dieci anni fa la situazione era quasi opposta, basta pensare a Errani, Pennetta, Schiavone, Vinci). Appare decisamente interessante leggere i cognomi dei giocatori accanto alla nazionalità attuale indicata, scopriamo un mondo umanamente meticcio. Prendiamo il caso del paese ospitante, leggiamo i cognomi degli atleti USA dall’alto in basso del tabellone: Mmoh, Krueger, Johnson, Isner, Korda, Kwiatowski, Fritz, Giron, Opelka, Cressy, Blanch, Sock, Nakashima, McDonald, Escobedo, Paul, Tiafoe, Wolf, Sandgren, Querrey, Kudla, Klahn. Ventidue tennisti su 128, un buon numero, fra i più alti dell’ultimo decennio, gli americani vanno forte in questo periodo (pur se non ancora fra i primi dieci). Alcuni hanno nomi “tipicamente” americani o anglosassoni, la maggior parte no, anche se forse sono migrati generazioni fa. Se aggiungessimo il nome sarebbe ancor più evidente che non sono tutti nati negli Usa, i loro genitori o loro stessi. Michael Mmoh è nato in Arabia Saudita, i genitori un nigeriano e un’irlandese. Sebastian Korda è il figlio di due ottimi tennisti della vecchia Cecoslovacchia (il padre vinse uno Slam). I nonni di Thai-Son Kwiatowski erano vietnamiti e polacchi. Maxime Cressy è nato a Parigi da madre americana (buona pallavolista) e padre francese. Ulises Blanch è nato in Portorico ma i genitori si trasferirono per lavoro prima a Seattle (Usa), poi in vari paesi asiatici e in Argentina per la professione del padre. I genitori del giovane Brandon Nakashima sono giapponesi. I genitori di Ernesto Escobedo sono entrambi messicani ed evidenti origini variamente ispaniche ha anche Marcos Giron. I genitori africani di Frances Tiafoesono immigrati dalla Sierra Leone, è abbastanza nota la storia del padre che fu ingaggiato per costruire un centro sportivo e poi faceva il custode e manutentore dei campi da tennis. I genitori di Tennys Sandgren erano sudafricani bianchi (il padre di origini svedesi). Denis Kudla è nato in Ucraina. In sostanza, circa il 20 per cento non è nato negli Usa, oltre la metà ha uno o entrambi i genitori nati in altri paesi. La percentuale non ha valore statistico ma è molto indicativa.

 

La situazione è simile nel tabellone femminile, dove sono ben trentadue le tenniste americane (dunque con una migliore classifica rispetto agli uomini), limitiamoci a verificare il cognome: Bellis, Brady, Dohelide, Li, Riske, Di Lorenzo, Montgomery, Baptiste, Kiick, Gauff, Arconada, Collins, Rogers, Brengle, Pegula, Osuigwe, Keys, Davis, Pera, Scott, Anisimova, Stephens, Muhammad, Ahn, Williams, Vickery, Townsend, Williams, McHale, Liu, McNally, Kenin. Leggendoli, appare davvero difficile ipotizzare che siano tutte appartenenti alla stessa nazione. Va segnalato, per altro, che i cognomi meticci sono ormai distribuiti quasi in ogni nazione, certo non solo negli Usa. Associare un qualsiasi atleta del tabellone principale dello Slam americano o di qualsiasi evento internazionale sportivo alla nazionalità indicata mostra mescolanze diffuse. Molti cognomi hanno accanto una bandiera nazionale che talora sembra incongrua a un occhio e un orecchio abituati alle regole e agli usi letterari della propria lingua, poco confacente a come di norma collochiamo, ordiniamo e mescoliamo consonanti e vocali. I cognomi hanno ormai un alto indice di meticciato ovunque, bisognerà approfondire le varie combinazioni nei diversi paesi del binomio nome-cognome o di altro modo di nominarci. I cognomi servono, del resto, proprio a determinare l’identità di una persona e meritano un’accurata autonoma storia evolutiva, in parallelo a quella delle migrazioni e delle mescolanze di popoli e lingue, nel passato remoto e recente. Negli Usa è più facile cambiarli nel corso dell’esistenza, una pratica un tempo frequente proprio per superare pregiudizi etnici e razziali.

 

Fra i giocatori italiani di tennis i cognomi meticci ci sono ma sono più rari che in altri sport come l’atletica, la pallavolo, la pallacanestro e ormai quasi tutti gli altri. C’è una dinamica di usi e costumi specifica per ogni nazione e per ogni sport diffuso a livello internazionale. La competizione agonistica fra nazioni comporta spesso l’adozione di legislazioni accelerate e vantaggiose per persone di altri paesi, ragazzi e ragazze vocati, dotati, ricchi o ambiziosi in determinate discipline. L’investimento finanziario “privato” è molto alto, però, teniamone conto: spesso il merito si confonde con l’imprenditorialità e col profitto. Andrebbero studiati e comparati i percorsi scolastici pubblici e privati, i sistemi formativi, le diseguaglianze sociali, i mercati sportivi. Per il tennis un bimbo o una bimba diventano meglio alcuni promesse e alcuni (pochi) campioni negli Usa e in Spagna che altrove, è noto agli esperti. La nazione “pubblica” può mettersi a disposizione con facilitazioni amministrative ed economiche, con norme di attrazione e semplificazione immigratoria, in qualche caso anche con la doppia cittadinanza o le cosiddette naturalizzazioni. Vale per ogni sport e per ogni politica sportiva (oltre che migratoria) nazionale. Colpisce in questi giorni in Italia il caso del giocatore uruguaiano Luis Suarez (Salto, 1987), dal 2009 in possesso del passaporto italiano grazie al matrimonio con Sofia, dal 2014 emblema del Barcellona (insieme a Messi, l’argentino di antiche origini italiane recanatesi). Suarez non conosce ancora molto bene l’italiano ma sta dando comunque urgentemente l’esame di lingua B1, terzo livello, in modo di perdere lo status di “extracomunitario” e ottenere sia il passaporto comunitario che la cittadinanza italiana, indispensabili per poter essere acquistato a migliori (ottime) condizioni finanziarie e istituzionali dalla Juventus.

 

Noi tendiamo a tifare per chi ci “rappresenta” in un evento internazionale, qualunque sia il suo cognome e quali che siano le sue caratteristiche anatomiche. Tifiamo per quel calciatore e la nostra squadra anche se tutti e undici i giocatori in campo quel giorno e quell’anno sono stranieri. Tralasciando il calcio e le competizioni per club, ragionando più in generale e per le competizioni fra squadre o atleti individuali, tifiamo per quell’atleta e per la sua e nostra nazione. Si tratta di un decisivo fattore di identità sociale, in un mondo diviso per Stati nazionali. Non c’è nulla di male nel tifo. Per non esagerare basta ricordarsi sempre che sono e siamo tutti meticci, egualmente meticci. Anche i cognomi di ogni tabellone, di ogni elenco telefonico, di ogni anagrafe sono lì a confermarcelo.

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