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Dialoghi in corso. La sconfitta di Colau in Spagna chiude il ciclo del cambiamento

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Colau. Fonte internet

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena

Ada Colau ottiene un discreto risultato ma perde comunque le elezioni per un pugno di voti, a pesare il boom dei socialisti e la crescita costante degli indipendentisti di Erc. Cosa succederà adesso a Barcellona? Nessuna forza ha la maggioranza e si ipotizzano alleanze progressiste. Intanto in Spagna sia Podemos che le altre esperienze neomunicipaliste sono ridotte all’osso: un duro colpo per le città ribelli.

Aveva chiesto agli elettori altri 4 anni di mandato da alcaldessa, “per terminare il tanto di buono già avviato”. Così non è stato. Ada Colau ha perso, per un pugno di voti: 4.833 per l’esattezza. Una sconfitta che fa male e che rischia di mettere fine a un laboratorio politico decantato da un po’ tutto il mondo progressista: da Bernie Sanders a Pepe Mujica, da Naomi Klein a Dilma Rousseff, da Bill de Blasio a Noam Chomsky, solo per menzionare i primi degli oltri 200 firmatari di una lettera indirizzata ai barcellonesi per sostenere la rielezione di Colau. Barcellona le ha voltato le spalle preferendo Ernest Maragall, fratello di Pasqual, lo storico ex sindaco socialista che ha governato la città per vent’anni. Maragall, che ha abbandonato il Partit dels Socialistes de Catalunya (Psc) pochi anni fa sull’onda della rivendicazione indipendentista, si è presentato come candidato dei separatisti di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), il cui leader, Oriol Junqueras, in carcere e sotto processo a Madrid per i fatti catalani dell’ottobre del 2017, è stato eletto al Parlamento Europeo.

 

In realtà, rispetto alle politiche dello scorso 28 aprile andate piuttosto male per la sua formazione, Colau è stata protagonista di un’incredibile remuntada portando Barcelona en Comù al 20,7% e svilendo il divario pronosticato dai sondaggi con Erc, mai così alta dalla fine del franchismo, giunta prima con il 21,3%. La differenza è davvero irrisoria, tanto che le due formazioni hanno eletto lo stesso numero di consiglieri comunali (10). Terzo il Psc che, sull’onda dei successi nazionali di Pedro Sánchez, raddoppia i voti di quattro anni fa e ottiene il 18,4% (8 consiglieri). Più distaccati, invece, sia l’ex premier francese Manuel Valls, appoggiato da Ciudadanos (13,2%, 6 consiglieri) che Junts per Catalunya, il partito dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, rifugiato in Belgio ed eletto anche lui al Parlamento Europeo (10,5%, 5 consiglieri). Il Partido Popular (5%, 2 consiglieri) riesce a entrare in comune per appena una cinquantina di voti (la soglia di sbarramento alle comunali in Spagna è proprio del 5%), mentre restano fuori sia l’ultradestra di Vox (1,1%), che gli indipenentisti anticapitalisti della Cup (3,9%) e quelli neoliberisti della lista Barcelona és Capital (3,7%). Praticamente la destra a Barcellona non esiste e la maggioranza è chiaramente di sinistra: sommando i consensi di Erc, socialisti e Barcelona en Comú si supera il 60% dei voti.

 

Al di là delle percentuali, i voti ottenuti da Colau sono stati 156.157, esattamente 20mila meno di quattro anni fa (per quanto la partecipazione ora sia aumentata del 5,5%). Quindi Barcelona en Comú ha tenuto nel contesto di crisi generale della sinistra spagnola. Significativo è il calo di Unidas Podemos alle Europee e alle amministrative di domenica: alle regionali praticamente dimezza i suoi consensi, mentre alle Europee si ferma al 10% e manda a Bruxelles solo 6 eurodeputati (quando nel 2015, sommando a Podemos i voti di Izquierda Unida, le sinistre avevano ottenuto il 18% e 11 eurodeputati). Il punto è che sono gli altri, ossia i socialisti ed Erc, ad essere cresciuti in maniera esponenziale fino ad affievolire le ragioni del buon governo dell’alcaldessa. Sì, perché Colau, da sempre sostenitrice, come Pablo Iglesias, del dialogo e di un referendum sul modello scozzese, pur essendo lei nel merito contraria al nazionalismo catalano, è stata penalizzata della polarizzazione dello scontro sull’indipendentismo in Catalogna. Una posizione, quella di Colau, ragionata (e politica) che non ha trovato linfa nel momento di maggiore radicalizzazione. Purtroppo, è sempre così d’altronde, le bandiere hanno sempre la meglio rispetto alle proposte sociali. Erc, che ha raddoppiato i voti rispetto al 2015, è riuscita a catalizzare i consensi di gran parte del fronte indipendentista, drenando voti dalla destra di Puigdemont (che però ha vinto le Europee in Catalogna) e riducendo all’irrilevanza persino ciò che c’era alla sua sinistra come gli anticapitalisti della Cup.

 

Se la questione indipendentista è la prima ragione della sconfitta di Colau, una seconda è l’esponenziale crescita del Psoe di Sánchez, risorto dalle ceneri dopo il rischio di pasokizzazione. Il tanto anelato sorpasso di Podemos ai socialisti – sull’onda di quel che successe in Grecia con Syriza – è ormai solo un lontano ricordo. Dopo le elezioni del 28 aprile, che hanno permesso a Sánchez di rafforzarsi al governo del paese, domenica il Psoe ha vinto sia le Europee (32,8%, 20 eurodeputati, affermandosi come il partito socialista più in salute di tutto il continente) sia le amministrative. Insieme ad alcuni errori nella gestione dei Comuni e, soprattutto, alla divisione delle nuove sinistre (vedasi i casi di Saragozza, Madrid o delle Mareas galiziane dove le confluenze municipaliste si sono presentate separate), il vento in poppa del Psoe è stato determinante per le sconfitte di altre esperienze del cambio che sono cadute come birilli cedendo il governo delle città ai socialisti o alle destre, come nel caso di Madrid.

 

Le due ragioni (la polarizzazione indipendentista e la rinascita dei socialisti) sono in realtà legate a doppio filo. Nel caso di Barcellona, infatti, ha pesato anche il fatto che nei quartieri popolari – marcatamente anti-indipendentisti e dove Barcelona en Comú aveva stravinto nel 2015 – molte persone hanno avuto la sensazione che Colau non abbia preso chiaramente le distanze dall’indipendentismo negli ultimi quattro anni: così a Nou Barris, il municipio dove le disuguaglianze sono più elevate, il Psc – visto come una formazione che si è opposto all’ondata separatista – è diventato il primo partito e Barcelona en Comú ha perso l’11% dei voti, arrivando solo secondo. Si tratta di 7.200 voti che nel computo finale hanno pesato come macigni.

 

In Spagna si è, definitivamente, chiuso un ciclo politico. Il 24 maggio del 2015, infatti, in diverse città iberiche delle liste civiche nate dal basso vincevano le elezioni comunali. Era l’onda lunga del movimento degli indignados che occupò le piazze nella primavera del 2011 e che, poi, diede vita, in certo qual modo, anche a Podemos all’inizio del 2014. A Madrid, Barcellona, Saragozza, Cadice, Pamplona, Valencia, Santiago de Compostela, La Coruña, Ferrol e Badalona i cittadini entravano per davvero nelle istituzioni con progetti di rottura rispetto al passato. Esperienze diverse in contesti urbani diversi. Grandi metropoli e piccoli capoluoghi di provincia. Ma con un punto in comune: cambiare la Spagna e chiudere con i quarant’anni di bipartitismo Pp-Psoe, partendo dalla partecipazione della cittadinanza e dallo strettissimo legame con i movimenti sociali presenti sul territorio. Nel voto di domenica abbiamo assistito ad un ribaltone politico. Di quegli ayuntamientos del cambio è rimasto solo Cadice – dove José María González, conosciuto como “Kichi”, ha migliorato i risultati di quattro anni fa, sfiorando la maggioranza assoluta – e Valencia, per quanto quest’ultima fosse un’esperienza peculiare visto che si trattava di un patto a tre fra i regionalisti di Compromís, i socialisti e la confluenza guidata da Podemos. Anche a Valencia continuerà quest’esperienza, ma ora il patto sarà solo a due, visto che Podemos (insieme ad Izquierda Unida) non è nemmeno riuscito a superare il 5% dei voti.

 

Per il resto, una Caporetto generalizzata. A Madrid, Manuela Carmena, appoggiata da Íñigo Errejón, l’ex numero due di Podemos che ha rotto con Pablo Iglesias qualche mese fa, ha vinto le elezioni (con la sigla Más Madrid), ma insieme le destre (Pp, Ciudadanos e Vox) ottengono la maggioranza assoluta. Lo stesso dicasi anche nella regione della capitale. Rispetto al 2015 in Spagna ci sono altri scenari e il Psoe, tanto screditato solo quattro anni fa, sta riprendendo quota. Anzi, si sta trasformando in un modello per la socialdemocrazia europea, insieme al Portogallo di Costa. E se i socialisti crescono, le esperienze civiche e neomunicipaliste ne risentono. Ora toccherà capire cosa farà Ada Colau.

 

E qui sta il punto chiave che spiega il titolo del nostro articolo. Può ancora Colau rimanerà al governo della città? Difficile, molto difficile, ma non del tutto impossibile. La questione è capire, in caso, con che formula. Maragall ha solo 10 consiglieri, quando la maggioranza è di 21. I voti di Junts per Catalunya (5) non gli bastano per avere la maggioranza assoluta il prossimo 15 giugno. È pur vero che se non si forma una maggioranza alternativa il candidato del partito più votato, in questo caso Erc, si converte automaticamente in sindaco. Maragall potrebbe dunque governare da solo, ma sarebbe una soluzione debole. Il candidato di Erc vorrebbe che Barcelona en Comú entrasse o appoggiasse da fuori una giunta indipendentista. Colau si è rifiutata e propone un “accordo di sinistra per la città” che vada dai socialisti a Erc e che abbia in Barcelona en Comú il suo perno. Una maggioranza solida (28 consiglieri su 41) che risponderebbe a quello che hanno chiesto i barcellonesi con il loro voto: un governo progressista. Maragall per ora chiude tutte le porte, ma nei prossimi giorni ci saranno riunioni e incontri. Il Psc giocherà un ruolo non secondario, tanto che si parla perfino di un accordo di governo tra Colau e Collboni, candidato socialista, con il voto a favore di Manuel Valls. Fantapolitica? Chissà. Peserà anche la congiuntura nazionale: Sánchez deve formare governo e chiudere nel giro di un paio di settimane altri accordi in ambito locale dove non si è raggiunta la maggioranza assoluta. Iglesias, molto debilitato dopo il voto di domenica, entrerà nel governo di Madrid o lo appoggerà solo da fuori? Ci saranno accordi su diversi piani? Entrerà anche Barcellona, in caso, in tutto ciò? Non è detta, dunque, l’ultima parola.

 

Ciò non toglie che in Spagna un ciclo si è chiuso, Podemos, che rischia l’implosione, deve capire cosa vorrà fare da grande e l’esperienza municipalista è ridotta all’osso. Barcellona non sarà più quello che è stata questi ultimi quattro anni, su questo non ci piove, ma potrebbe, nel migliore dei casi, diventare un’esperienza di accordo politico di ampio raggio di forze progressiste tra le quali Barcelona en Comú. Se così non fosse, la formazione di Ada Colau dovrà ripensarsi, ripartendo dall’opposizione e ritornando nelle piazze, per capire se il risultato di domenica è solo una pausa in un lungo cammino o la definitiva conclusione di un progetto neomunicipalista che è stato un modello a livello internazionale.

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