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Un proiettore per Cinelinguaggi

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Dialoghi in corso. Ma il popolo che cos’è?

Fonte internet

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Paolo Flores D’Arcais Filosofo, direttore della rivista MicroMega

Popolo vs establishment, d’accordo. Ci sono ragioni sacrosante, argomenti solidissimi. Solo che il popolo non esiste. È costituito da un coacervo di individui, gruppi, interessi, emozioni, che si intrecciano, sovrappongono, lacerano, in modo instabile, magmatico, imprevedibile. La costituzione in popolo di tale coacervo, sempre provvisoria e talvolta più che “liquida” addirittura volatile, dipende dal catalizzatore provvisoriamente vincente, cioè dalle speranze che dalle più grandi masse vengono interiorizzate al momento come non illusorie.

Il popolo è perciò una costruzione politica, oggi addirittura elettorale, o con la temporalità dei sondaggi, definita dalle prospettive che in un dato momento riescono a essere emotivamente egemoni nelle masse, a infiammare le passioni più intense, soprattutto contro quanti vengono individuati come i nemici/cause del proprio realissimo malessere.

Un popolo si costruisce attraverso l’individuazione dei propri valori e il riconoscimento dei propri nemici, i due processi sono intrecciati e con reciproco feed-back. Ma il riconoscimento dei nemici è il più immediato, intenso, efficace, si imprime di più, è più riconoscibile, è più facilmente comunicabile. I valori devono più faticosamente farsi concretezza, programma, credibilità, argomentazione.

Il popolo si costruisce contro l’establishment, cioè contro i poteri reali, il dominio effettivo. Dovrebbe, almeno. Poiché però neppure l’establishment è blocco assolutamente monolitico, è assai facile sviare e confondere (con sommo gaudio e spesso manipolazione dell’establishment stesso). Presentare come nemici del popolo non già l’establishment, con il quale l’antagonismo di interessi è in re, ma le più generiche e comode élite.

Ora, le élite sono in sostanza i gruppi dirigenti, o emergenti, o eminenti, nei vari ambiti della società. Non hanno nessuna omogeneità, sono tra loro spesso conflittuali, oltre che sempre funzionalmente assai differenziate. Le élite politiche e le élite giornalistiche sono diverse, e ancor più diverse rispetto alle élite sindacali o alle élite giudiziarie, o finanziarie, economiche, scientifiche, e via enumerando. Neppure in una società totalitaria faranno completamente blocco, kombinat.

All’interno delle élite politiche ci saranno quelle di governo e di opposizione, e se davvero in competizione non solo non saranno assimilabili ma esprimeranno interessi e valori conflittuali, forse inconciliabili. E così non tutte le élite sindacali saranno egualmente burocratizzate, egualmente addomesticate o addomesticabili. Analogamente per i giornalisti (benché quelli che passerebbero il vaglio dei criteri stabiliti da un liberista doc come Joseph Pulitzer siano sempre più difficili da scovare). Poiché non si è palesato un catalizzatore che creasse un popolo contro l’establishment, è subentrato un catalizzatore che ha costituito un popolo contro le élite, soprattutto culturali (e contro se stesso).

Fosse esistita una sinistra, avrebbe indicato come nemici la finanza speculativa, dunque (quasi) tutte le banche, (quasi) tutta Bankitalia che non ne ha controllato e contrastato l’avidità d’azzardo o illegale, l’imprenditoria di rapina o di rendita o di corruzione o di illegalità (di capitalismo “illuminato” in Italia ce n’è, ma davvero minoritario), cioè la maggioranza.

Una sinistra, fosse esistita, avrebbe governato con una politica di regole concrete e stringenti per assoggettare i potenti dell’economia all’articolo 3 della Costituzione anziché vellicare e acclamare e venerare i loro animal spirits. Avrebbe perseguito i grandi evasori, e massime quanti hanno trasferito il bottino all’estero, ospitandoli nelle patrie galere, e similmente per i ladri e corrotti, e insomma i responsabili delle decine e decine e decine di miliardi annui così sottratti ai cittadini onesti (cioè ai cittadini tout court).

Potendo col maltolto recuperato abbassare le tasse ai meno abbienti e rilanciare in modo opulento il welfare, rendendo visibile che ogni grande evasore in galera significa alcuni asili nido in più, e ogni corruttore o corrotto un ospedale in più. E ovviamente mentre abbassava le tasse ai più deboli le avrebbe aumentate ai più ricchi, secondo il principio costituzionale della tassazione progressiva, cioè della redistribuzione costante del reddito per ridurre anziché lasciar aumentare le diseguaglianze. E via facendo, nel senso di giustizia-e-libertà.

Poiché però questa sinistra non c’è stata, e chi ha continuato con smaccata protervia a usurparne il nome (magari coniugandolo con un emolliente centro-) ha agito solo come articolazione della destra, come parte dell’establishment, c’è stata un’altra destra, più becera ma più coerente, che ha sull’assenza di quel popolo costruito un altro popolo, spesso con le stesse persone. Perché se rinunci ai nemici del popolo finisci coi capri espiatori.

La destra becera, perciò, diventa egemone dopo il governo della non-sinistra, indicando falsi nemici, che in assenza di quelli veri conquistano però le sinapsi bisognose di speranze come capri espiatori vicari: il popolo attuale di cui Salvini è il Pastore, il popolo basta-negri-sparo-a casa-mia-riapriamo-i-casini.

Fino a che non ci sarà un catalizzatore capace di aggregare il popolo giustizia-e-libertà, il popolo realmente esistente sarà l’altro, che pesca in fondali psichici elementari e primitivi, identitari (sangue, suolo, fede) e perciò radicati, efficacissimi.

Sperare di contrastare questa destra pre-fascista con revenants e cascami di ciò che ha propiziato e alimentato lunga un quarto di secolo (anzi di più, vedremo) l’egemonia di Salvini è tragica demenza.

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