newsletter

Red Poet (Documentary Film about Jack Hirschman)

DONAZIONE

A tutti i nostri lettori . Andremo dritti al punto: vogliamo chiederti di proteggere l’indipendenza dello Specchio Magazine. Dipendiamo da donazioni di 10 € in media ma solo una piccola percentuale dei nostri lettori ci sostiene. Se tu e tutti coloro che stanno leggendo questo avviso donaste 2 €, potremmo permetterci di far crescere l’Associazione lo Specchio e le sue attività sul territorio. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è il prezzo di una colazione o di una rivista nazionale. Questa è la maniera più democratica di finanziarci. Con il tuo aiuto, non negheremo mai l’accesso a nessuno. Grazie.

CLICK E DONA

BLANCHE ACOUSTIC DUO

Un Paese che non può dividersi nel mondo di «noi» e di «loro»

dal Corriere.it

dal Corriere.it

di Goffredo Buccini

Non basta proclamare «non sono razzista!». È tempo di sciogliere gli equivoci, prendere atto che menti deboli possono fraintendere uno slogan come «Prima gli Italiani» . Che fomentare l’idea secondo cui saremmo depredati dai migranti esaspera la tensione.

S olo in un modo si poteva aggiungere altra infamia all’omicidio di Emmanuel Chidi Nnamdi: dividendosi sul senso di quella morte, relativizzandolo fino a farne campo di battaglia e di fazioni. Neppure questo ci è stato risparmiato.

Forse non siamo (ancora) un Paese di razzisti. Ma siamo un Paese che, non avendo saldato su solidi valori condivisi le faglie ideologiche del secolo scorso, le ripropone a se stesso — più mefitiche e pericolose che mai — in nuova sembianza, in questo nuovo e ancora abbastanza ignoto territorio fatto di «noi» e «loro», ultimi e penultimi, che le grandi migrazioni e le fughe di migliaia di profughi dalle guerre spalancano sotto i nostri piedi.

Nel giorno dei funerali di Emmanuel, giovane nigeriano morto a Fermo per difendere sua moglie Chinyere da un razzista del posto, Amedeo Mancini, che le strillava contro «scimmia africana», basta un’occhiata ai social network per percepire l’abisso. Su Twitter ha spopolato un hashtag di solidarietà all’arrestato, #IoStoConAmedeo, pura spazzatura xenofoba, mentre cominciano ad emergere i distinguo nel dibattito: se si tratti addirittura di legittima difesa, nell’ipotesi che Emmanuel abbia per primo alzato i pugni, prescindendo dall’elemento a monte più grave e non controverso, l’insulto razzista. Quello non lo nega neppure Mancini (un armadio di muscoli, ultrà della squadra di calcio locale). Anzi, suo fratello, in alcune lunari dichiarazioni, dice di più: Amedeo è un buontempone, «se vede un negro gli tira le noccioline, ma lo fa per scherzare». Come no.

Nel giorno in cui papa Francesco ricorda che «Dio è nel migrante che tanti vogliono cacciare», si può provare pena anche per il «buontempone», vittima della propria stessa ferocia, che ha spezzato una vita rovinando la propria. Ma non si può, davvero, cercare di mettere sullo stesso piano i protagonisti di questa tragedia: perché Emmanuel e Chinyere (cattolici, con buona pace degli arcigni difensori d’una cristianità tutta identitaria), erano agnelli che scappavano dai lupi, sfuggiti ai terroristi islamici di Boko Haram, passati attraverso i tormenti della Libia, fino a trovare la fine del loro percorso in una cittadina marchigiana.

Ieri la chiesa di Fermo strapiena dava una risposta importante davanti a Laura Boldrini e Maria Elena Boschi. Rammendi di consolazione e conciliazione con la comunità nigeriana, un punto di riferimento nello sbando, in sintonia col messaggio di Francesco. Ma ora è la politica che deve parlare. Soprattutto quella destra che ritiene, anche legittimamente, di voler contrastare scelte di accoglienza in nome della sicurezza.

Non basta proclamare «non sono razzista!». È tempo di sciogliere gli equivoci, prendere atto che menti deboli possono fraintendere uno slogan come «Prima gli Italiani» (ricordando il Britain First dell’assassino di Jo Cox). Che fomentare l’idea secondo cui saremmo depredati dai migranti (è vero l’inverso, dice l’Inps di Tito Boeri: ci pagano le pensioni) esaspera la tensione. Che la cambiale della paura può fruttare voti oggi ma domani li volgerà in lacrime e sangue. L’avvocato di Mancini ha, a fini difensivi, certo, chiamato in causa chiaramente il cattivo esempio di certi politici su cervelli deboli come quello del suo cliente: non parlava a casaccio. A volte la storia si riavvolge su se stessa. Ieri in chiesa, a consolare la vedova di Emmanuel assicurandole che l’Italia non è razzista, c’era Cécile Kyenge, congolese d’origine, che da ministro fu paragonata a un orango dal leghista Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato. Calderoli, scampato al processo grazie ai colleghi senatori, s’è scusato allora ma ieri — forse in imbarazzo a causa del ritorno d’attenzione sul caso — non ha trovato di meglio che attaccare Boldrini e Boschi per la loro presenza a Fermo. Tirando in ballo i funerali dei nostri morti a Dacca. Le «bombe sociali», di cui la Lega parla anche in questi giorni, le innesca chi non riesce a soppesare le parole, magari derubricando poi le peggiori a battuta da bar.

Il vicepresidente del Senato Calderoli avrebbe una straordinaria opportunità di pedagogia politica: non diede le dimissioni quando molti le pretendevano, potrebbe farlo ora che nessuno gliele chiede. Per dire, con coraggio, «basta» a chi può averlo frainteso. Per fermare emuli e teste marce simili a quella di Amedeo Mancini con la forza di un esempio virtuoso (la piena assunzione di responsabilità di ciò che diciamo, condizione tipica dell’età adulta). Persino la severità della Lega con i clandestini apparirebbe più credibile, mondata da inflessioni razziste.

Invia un commento

Puoi utilizzare questi tag HTML

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>