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BLANCHE ACOUSTIC DUO

Versus

Loreto special – 1. Napoleone ruba la statua della Vergine Lauretana (1797)

(di Lino Palanca: versione ridotta di un articolo comparso nel n. 1 di “Storia/Storie”, Recanati Spaziocultura, 2013, pp. 37-48)

Leonello Spada

Leonello Spada

Una canzone popolare in dialetto osimano sulla Madonna di Loreto e due sue varianti sono state trascritte, presumibilmente agli inizi del XX secolo, da Leonello Spada, studioso osimano, “… sotto la dettatura di due contadine più che settuagenarie, che l’avevano appresa dai loro bisnonni”. Fatti due conti, per forza un tantino approssimativi, i citati antenati potrebbero aver avuto tra i 50 e i 60 anni quando nel 1797 Napoleone commise il fattaccio; quelle persone cantavano nel dialetto osimano ereditato dai propri genitori, oggi antico, perciò, di circa 300 anni. Che il trafugamento della statua abbia sollevato clamore e scandalo nella quasi totalità della popolazione, e sgomento grande per l’ardire del blasfemo generale cui la gente andava già attribuendo i connotati morali dell’anti-Cristo, è ben comprensibile.

Il racconto è condotto su uno schema lineare, senza aggiunta di episodi incidentali, secondari: arrivo dei predatori, loro fretta di mettere le mani su ori e perle, immediato castigo dei sacrileghi (della manovalanza, per adesso, non dei mandanti). L’essenzialità dell’apparato linguistico popolare sottolinea con singolare vigore la disperazione dei credenti per l’enormità del peccato e la sua temporanea vittoria.

Ci sono dunque un testo base e due varianti; i testi delle ultime due restano a disposizione del curioso che ne volesse prendere visione. Nella prima variante i versi sono 53, anche qui settenari, con rime baciate in ordine sparso. Il verso settenario è  privilegiato nella canzone popolare.

La seconda variante è composta di sedici quartine e una terzina conclusiva, il tutto per 67 versi ancora settenari. Per la rima, prevale lo schema ABBC con secondo e terzo verso della quartina più spesso in assonanza; fanno eccezione le strofe 9 (ABBA) e 10 (ABAC) mentre la terzina rima in ABB.

Va considerato infine che, come accadeva di solito per stornelli, serenate e simili, i cantori cercavano di “italianizzare” il loro dialetto, riuscendovi però solo  in piccola parte.

Pellegrini ciociari a Loreto - Rivista Marchigiana Illustrata, agosto 1906.

Pellegrini ciociari a Loreto – Rivista Marchigiana Illustrata, agosto 1906.

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Nel testo base la canzone consta di 68 versi settenari. La rima è largamente libera; di tanto in tanto appaiono rime baciate o, com’è più tipico della poesia popolare, assonanzate. Eccolo.

Napoléon le voleur - sito studinapoleonici.altervista.org, attraverso profilo fb Loreto Storica

Napoléon le voleur – sito studinapoleonici.altervista.org, attraverso profilo fb Loreto Storica

I francesi portano via la Madonna di Loreto (titolo messo da Leonello Spada)

Sapennu li franzesi, / s’è partiti pre venì / a prenne la Madonna. [1]

Caminennu; la Madonna già nsugnava:

li Franzesi / quannu che fuce a Luretu [2] / ‘ddopra l’engegnu e l’arte

e allora Bonaparte / sa la truppa rivò. [3]

Mirennu a le fortezze / ancora li cannoni, / campane e campanoni

sona sa le ‘llegrezze / pre pulella calà. [4]

Quannu fu giò pre la chiesa / dragoni e fantaria

sa lu genocchiu a tera / ‘na bella reverenzia / a Maria vinne a fa’.

Andece in Santa Casa / truvò le porte chiuse: / disse quà nun se po’ ntrà:

chiamamu el sagrestà / che porta giò la chiave / che no’ vulemu entrà.

So’ bè, che ‘ntrati drentu / dà un sguardu a Maria

dicennu nun ce se ria / la scala ce la vo’.

Andati in sagrestia / ai preti che piagnea / co’ fa che nun sapea,

prestu la scala, disse / pijà vulemu Maria, / timennu la portò. [5]

Quannu che in Santa Casa / fu per salì’ la scala

unu aremase mortu / e ‘naltru fu ccecatu / che rmase tramurtitu,

dicia me so pentitu, / più ‘nsu nun possu andà.

Se parte do franzesi / sa schioppu e bajunetta

prenné do sacerdoti / piagnennu e lagrimannu

sal fazzulettu biancu / j occhi se va a sciuccà.

Se nginucchionne gione / disse le lettanie

all’ultima parola / Maria vinne a calà.

Sci nun era papa Sistu / che volse fa la pace [6]

ancò la Santa Casa / vuleva cannunà.

La Madonna è calata /quannu fu for della porta

Sopraggiunse ‘na gran nebbia / che i franzesi nun sapea

quellu che duveva fa.

E riturnati avanti / quindici o vinti passi

sa la ‘ntenziò de prenne / la statua de Maria [7]

tutti remase ciechi / e nun rquistò la vista / finché in Francia nun rturnò.

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Leonello Spada (1849-1918) era figlio del pittore e scenografo Luigi, nominato nel 1845 insegnante nella scuola per artieri di Osimo, città dove incontrò e sposò Ersilia Fiorenzi. Leonello ha scritto di storia, arte, geologia, entomologia e mineralogia del territorio osimano; di lui ho potuto pubblicare un manoscritto del 1903, conservato nei sotterranei della biblioteca di Osimo, “Porto Recanati – memorie storiche”, che ha visto la luce nel 2007 sulla rivista del Centro Studi Portorecanatesi [8].

[1] pre < per; si tratta di una metatesi molto frequente nel dialetto osimano (v. anche pri = per i …). Nell’incipit si dà per scontata la convinzione dei francesi di essere attesi in basilica da grandi tesori (Sapennu li franzesi …) il cui splendore cresceva passo dopo passo nella loro  immaginazione, vivacizzata dalla brama del ricco bottino.

[2] fuce>furono: la forma verbale è ormai del tutto scomparsa dal dialetto osimano; si vedano anche, di seguito, le altre forme dece, andece (diedero, andarono), forse costruite a imitazione di fece-fecero.

[3] sa = con.

[4] Suonano a festa.

[5] Il soggetto di timennu (temendo) è i preti.

[6] Pio VI (Sistu) firmò il 19 febbraio 1797 il trattato di Tolentino con Napoleone.

[7]  Il passaggio è poco chiaro: la statua della Madonna i francesi l’avevano già arraffata e non si vede come mai l’intenziò di prenderla venga loro nuovamente attribuita a questo punto.

[8] Potentia-Archivi di Porto Recanati e dintorni, Speciale 2007, anno VIII, n. 25, pp. 9-54.

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