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Dialoghi in corso. Le democrazie? Sempre meno, e sempre più vecchie.

Fonte internet

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di Federico Fubini  by Corriere.it

Il 23 agosto è stata scarcerata a Rabat Ikram Nazih, una ragazza di 23 anni la cui vicenda apre uno squarcio sul modo in cui funziona la repressione oggi. Nata in Brianza da genitori marocchini, iscritta all’università a Avignone, Ikram Nazih nel 2019 aveva scherzato su Facebook riguardo a un passaggio del Corano.

Il «versetto del whiskey», lo aveva chiamato.

Pochi minuti dopo aveva rimosso la battuta, viste le reazioni indignate che stavano arrivando. Ma ormai era tardi: il software di un’organizzazione islamica marocchina, disegnato per setacciare la rete in cerca di oltraggi alla fede, aveva già rilevato quel post e lo aveva segnalato al governo. Ikram Nazih è stata arrestata non appena la guardia di frontiera ha digitato il suo nome in un terminale agli arrivi dell’aeroporto di Rabat. Per un post rimasto su Facebook un quarto d’ora ragazza aveva davanti a sé anni di carcere, non fosse stato per l’intervento del governo italiano. Oggi la tecnologia rende più facile sopprimere le libertà, se si è disposti a usarla così.

Dev’essere anche per questo che Freedom House, il centro studi di Washington, registra un arretramento dei sistemi democratici e dei diritti personali o civili nel mondo negli ultimi dieci anni. In una scala da uno a cento – dove a uno o due sono le dittature criminali di Corea del Nord e Eritrea, a cento Finlandia, Norvegia e Svezia – fra il 2010 e il 2020 il punteggio medio dei circa 150 Paesi più popolati al mondo è slittato all’indietro.

Se si guarda a tutti gli Stati del pianeta con almeno due milioni di abitanti, lo spostamento è innegabile. Il punteggio medio dei Paesi del mondo scende da 57 a 53.

Negli ultimi dieci anni due terzi di questi Paesi vedono ridursi il grado di libertà politica, civile o personale, secondo le stime di Freedom House; meno di un terzo registra invece progressi e una decina viene giudicata esattamente dove si trovava un decennio prima. Ma questi sono solo numeri astratti. Più in concreto, nei dieci anni fino al 2020 gran parte dell’umanità ha vissuto un’erosione dei diritti civili e politici. Freedom House rileva la stessa tendenza – su livelli e intensità diverse – in tutti i Paesi più popolati della Terra. Succede in Cina dove Xi Jinping ha ridotto ancora i già minimi spazi di libertà, con una caduta del punteggio da 17 a 9 che mette la Repubblica popolare fra le autocrazie più repressive al mondo. Succede in India, dove il governo nazionalista hindu di Narendra Modi ha impresso una trasformazione che declassa il Paese «da libero» a «parzialmente libero».

Succede in Russia dove Alexei Navalny, il capo dell’opposizione, è stato prima avvelenato e arrestato.

E succede, fatte le differenze, anche negli Stati Uniti: fra il 2010 e il 2020 il punteggio dato della washingtoniana Freedom House al grado di libertà politica in America scende da 94 a 83 (giusto un punto sopra la Polonia, oggi in rotta di collisione con Bruxelles proprio per la deriva autoritaria del governo).

Possibile che la libertà perda terreno proprio negli Stati Uniti? «In anni recenti le istituzioni democratiche hanno sofferto un’erosione – scrive Freedom House – che si riflette nella pressione di parte sui processi elettorali, nella partigianeria e nella disfunzionalità del sistema di giustizia penale, in politiche migratorie e di asilo dannose e nelle crescenti disparità di ricchezza, opportunità economica e influenza politica».

Sul 2021, i punteggi di Freedom House scenderanno senz’altro ancora di più. La pandemia non ha fatto che accelerare le tendenze dell’ultimo decennio. Myanmar e la Tunisia erano fra i pochi Paesi ad aver conquistato spazi politici in questi dieci anni, ma nel 2021 la prima ha subito un colpo di Stato militare e nella seconda il presidente Kais Saied, appellandosi alle «circostanze eccezionali» del Covid ha sospeso il parlamento. Hong Kong è finita sempre più sotto il tallone di Xi Jinping con la fine degli ultimi media indipendenti. L’Afghanistan è tornato in mano ai talebani. In Russia, Bielorussia, Kirghizistan e anche in India leader forti o autocratici hanno invocato la pandemia per limitare ulteriormente la libertà di parola e di protesta. Nel 2021 solo lo Zambia, con un passaggio di potere dopo elezioni libere e ordinate, sembra essersi mosso nella direzione contraria.

Così il mondo è sempre più lontano dall’immagine che ne aveva Francis Fukuyama, quando predisse la fine della storia: oggi le democrazie piene e consolidate si sentono sole, perché sono sempre meno. Erano 42 fra questi 150 Paesi dieci anni fa. Sono 33 nel 2020, con l’Italia che guadagna un punto da 89 a 90 in un decennio. Il grafico accanto a quest’articolo mostra come i sistemi liberi (quelli in alto a destra nella figura) siano diventati un drappello sempre più sparuto fra il 2010 e il 2020.

Il grafico mostra però anche un’altra caratteristica, già evidente nel 2010 ma ancora più pronunciata oggi: le democrazie coincidono con i Paesi più anziani al mondo, quelli nei quali la popolazione residente ha l’età media più alta. Era vero dieci anni fa, è ancor più vero oggi. Non esistono oggi nel sistema internazionale Paesi in basso a destra nella figura di questo grafico: democratici, liberi, aperti, ma con una popolazione relativamente giovane. Le nazioni demograficamente più giovani sono tutte distribuite su gradi diversi di illiberalismo e autocrazia. Le democrazie stanno biologicamente invecchiando.

Per molti versi questo è l’effetto di una buona notizia, perché è in primo luogo il benessere e la qualità di vita e delle cure nelle democrazie che sta allungando di molto la sopravvivenza nelle nostre società libere.

Ma in fondo perché l’età media dei popoli dovrebbe avere tanto a che vedere con la natura dei sistemi politici? Come si influenzano a vicenda e cos’hanno in comune questi due fattori così diversi di una società, il dosaggio di invecchiamento o gioventù al suo interno e il dosaggio di libertà civile e personale? Nulla, ovviamente. A priori questi due fattori non hanno nulla in comune. O quasi nulla, ma forse qualcosa sì.

Perché spesso l’età ha molto a che fare con i tratti psicologici e le preferenze delle persone e delle collettività. A livello individuale per esempio i più anziani tendono a essere a volte un po’ più saggi ma sicuramente anche più cauti, più lenti nel capire e assimilare le novità, meno audaci nel tentare qualcosa di mai provato prima. I più anziani sono, in genere, meno capaci di adattarsi agli strappi e alle forti discontinuità tecnologiche, geopolitiche, economiche o sanitarie della storia. I più giovani sono invece il loro contrario: flessibili, propensi ad assumersi rischi maggiori, capaci di capire in fretta e adeguarsi anche gli choc.

Queste caratteristiche dei singoli, va detto, non sempre si riflettono in quelle delle nazioni. I vaccini a RNA messaggero, l’innovazione dirompente che sta salvando il mondo dalla pandemia, vengono per esempio da un Paese fra i più anziani al mondo come la Germania. Il Paese più vecchio, il Giappone, è anche il campione mondiale della robotica proprio per l’esigenza di assistere gli anziani. Società con numeri relativamente ristretti di giovani sono anche in grado di innovare. Ma il conservatorismo, la mancanza di audacia e di visione di lungo periodo delle società anziane e democratiche per altri aspetti è innegabile. La Cina per esempio ha reagito con più decisione dell’Europa o degli Stati Uniti al problema, evidente, della dipendenza dei bambini dai videogiochi. I sistemi autoritari dell’Asia nella primavera del 2020 hanno risposto a Covid prima e con più efficacia di quanto abbiano fatto l’Europa o gli Stati Uniti.

Le democrazie nel mondo stanno invecchiando e si sentono più sole di prima, lì in alto a destra nel grafico: il luogo dei più liberi e dei più anziani, caratterizzati spesso da una forte resistenza al cambiamento e da visioni poco lungimiranti del futuro.

Può essere poco rassicurante che le caratteristiche della gioventù – l’audacia, l’apertura al nuovo, la capacità di reazione, la capacità di progettare nel lungo periodo – siano oggi relativamente diffusi nelle società ad alta età media governate dai valori nei quali ci identifichiamo: i valori che vogliamo proteggere e far prosperare. Ma è difficile pensare a un antidoto, se non partendo dall’urgenza di dare più potere e più voce ai giovani anche nei nostri i Paesi: i soli, del resto, dove loro e chiunque altro si possa esprimere liberamente.

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