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Clima. Dalla conferenza di Rio alla COP26: la storia a tappe del negoziato climatico

Fonte Internet

Fonte Internet

di Valerio Calzolaio

Da mesi escono articoli, servizi, interviste, appelli che riguardano l’imminente ventiseiesima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, che si terrà a Glasgow dal primo al dodici novembre 2021. Si moltiplicheranno nei prossimi giorni. Giusto così. Del resto, il nostro magazine da sempre pubblica ogni settimana vari pezzi dedicati ai cambiamenti climatici antropici globali, ai loro complessi e articolati effetti, alle politiche di mitigazione e adattamento, agli scenari per il futuro, talvolta con una minuzia di informazioni e dati che lo rendono in materia (e non solo) una delle più meticolose e accreditate riviste scientifiche europee. Inutile citare titoli, argomenti e giornalisti, basta scorrere indietro con il cursore o digitare i relativi termini sul motore di ricerca. Può essere forse utile ripercorrere per tempo i precedenti e il contesto dell’appuntamento scozzese che, in realtà, è solo uno dei tanti passaggi di un lentissimo contraddittorio negoziato globale.

Una Conferenza delle parti (acronimo Cop) è l’appuntamento periodico cui partecipano gli Stati (le parti) che firmano e ratificano una convenzione dell’Onu per verificare lo stato di avanzamento e i problemi dell’attuazione. L’articolato di un accordo internazionale promosso e gestito dall’Onu contiene inevitabilmente principi, obiettivi e misure non di immediata e scontata realizzazione. Occorre fare spesso il punto, stanziare fondi, sollecitare i ritardatari, valutare intoppi oggettivi, aggiornare il contesto geopolitico, integrare eventualmente i testi. Il processo inizia con l’approvazione nella riunione assembleare dell’Onu in una qualche località, nasce un segretariato specifico, tecnici e diplomatici restano sempre in contatto, i rappresentanti dei governi si vedono poi periodicamente per le decisioni necessarie da prendere insieme, in genere ogni volta in una metropoli di paesi differenti. Le delegazioni governative allargano l’invito poi anche a parlamentari, regioni ed enti locali, esperti, organizzazioni non governative, presenti alla conferenza (anche con eventi paralleli) insieme alle varie strutture Onu interessate e ad altre associazioni internazionali.

La Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici, United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc) è stata firmata a Rio nel giugno 1992 ed è entrata in vigore nella primavera 1994, la prima Cop si è svolta l’anno dopo, già annunciando obiettivi e date delle successive. Si tratta dello storico accordo quadro di tutti i paesi del pianeta per affrontare e ridurre il rischioso processo (molto verificato e attuale) di destabilizzazione traumatica del sistema climatico, avendo riscontrato unanimemente un riscaldamento del pianeta di origine (prevalentemente) antropica e agendo sia sulle cause del rischio (strategia di mitigazione per la riduzione delle emissioni di gas clima alteranti e per utili cambiamenti degli usi del suolo), sia sugli effetti (strategia di adattamento per la riduzione della vulnerabilità ambientale, territoriale e socio-economica ai cambiamenti del clima). Già al momento della firma fu dichiarato che non bastava enunciare un problema condiviso, occorreva determinare misure concrete: bisognava urgentemente ridurre ovunque le emissioni.

La firma del 1992 avvenne in un contesto di molteplici scelte politiche internazionali finalizzate a uno sviluppo meno insostenibile del pianeta. Dopo il Rapporto Brundtland del 1987 e dopo il primo Rapporto degli scienziati sul clima, crollato il muro di Berlino e in via di dissolvimento l’Urss, il 1990 è l’anno in cui l’Onu riuscì a convocare un vertice mondiale su “ambiente e sviluppo”, preparato con un’intensa attività negoziale, proprio sulla base del primo rapporto Ipcc e, dunque, con al centro la questione degli appena certificati cambiamenti climatici antropici globali. Si svolse a Rio de Janeiro nel giugno 1992 con il voto finale su due convenzioni globali (climate change e biodiversity), l’avvio del negoziato su una terza (against drought and desertification, chiuso nel 1994, entrata in vigore nel 1996), l’approvazione dell’agenda sullo sviluppo sostenibile (Agenda XXI). Saltò, invece, a quel tempo, l’ipotesi di una convenzione anche sull’acqua. Tutte le tre cosiddette “convenzioni globali” hanno poi svolto periodiche conferenze delle parti. È in corso in Cina dall’11 ottobre 2021 la Cop15 sulla biodiversità. Anche la convenzione contro la desertificazione è giunta nel 2021 alla quindicesima conferenza delle parti. Di più sono state, inevitabilmente, quelle sul clima, la prossima è appunto Cop26.

Le Conferenze delle parti della Unfccc si sono svolte ogni anno per un quarto di secolo, dal 1995 al 2019. I firmatari iniziali erano 165 nazioni, al momento attuale hanno ratificato la convenzione 197 “parti” (Stati) dell’Onu. Cop1 si svolse a Berlino dal 28 marzo al 7 aprile 1995, Cop2 a Ginevra dall’8 al 19 luglio 1996, Cop3 a Kyoto dall’1 al 13 dicembre 1997 (partecipai in rappresentanza del governo italiano, come anche alle successive quattro, poi ad alcune altre con differenti mandati, parlamentari o regionali o Onu, come anche alle Cop delle altre convenzioni globali in quei decenni). Dopo di allora, con rarissime eccezioni, è stato novembre il mese più interessato dalle circa due settimane dei periodici incontri intergovernativi sul clima (spesso previsti anche o protrattisi fino a inizio dicembre) per fare il punto sulla riduzione delle emissioni e sulle politiche di adattamento. Cop25 si era svolta a Madrid dal 2 al 13 dicembre 2019. Il 2020 è stato tutto rinviato causa pandemia. Arriviamo ora a Glasgow, novembre 2021.

Ogni anno non è eguale all’altro, per circa un quindicennio vi è stata la fase del Protocollo di Kyoto, del patto vincolante di riduzione quantificata e programmata per i 39 paesi con la maggiore quantità di emissioni clima alteranti fissate nel 1990 (e ancora più esclusive nei decenni precedenti). Si trattava di un primo timido parziale effettivo strumento attuativo della Convenzione quadro, approvato nel dicembre 1997, entrato in vigore solo il 16 febbraio 2005 e restato parzialmente in proroga di vigore fino al 2020-2021. Non è stato ratificato da tutti e scadeva. È scaduto. L’impegno di riduzione che conteneva era modesto in assoluto (riguardava solo i paesi industrializzati) ma efficace nel breve tempo, decisivo per stabilire le regole condivise e attivare meccanismi efficaci. Il risultato auspicato e formalizzato non è stato raggiunto, né tutto né bene. Si è passati alla fase dell’Accordo di Parigi, l’ultimo decennio.

Fin da quando il protocollo di Kyoto fu firmato si riteneva ufficialmente necessario procedere a obiettivi di riduzione delle emissioni superiori a quelli previsti dal protocollo stesso e fissare nuovi obiettivi vincolanti dopo il 2012, poi il 2020, il 2030, il 2050, il 2080. Per contenere il riscaldamento climatico entro il 2050 almeno all’interno dei 2° gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali (in particolare tagliando l’aumento nell’atmosfera di anidride carbonica, CO2), limite oltre il quale gli equilibri ambientali globali diventano irreversibili, erano necessarie riduzioni delle emissioni complessive di gas serra di circa il 60% rispetto al 1990. Non si sono verificate e l’insoddisfacente risultato è stato evidente già almeno un decennio fa. Si è tentata, pertanto, la strada di un accordo volontario globale di riduzioni (e adattamenti) che coinvolgesse tutti gli Stati del pianeta e dichiarasse in modo teorico e astratto l’obiettivo ancora più ambizioso, da sempre considerato necessario dagli scienziati delle varie discipline: ridurre dell’1,5% entro il 2050 (come chiedevano dall’inizio del negoziato pure le piccole isole-Stato, in via di sommersione).

Alla Cop21 di Parigi è stato sottoscritto un patto non vincolante (ma articolato e scadenzato). Si è deciso che ogni paese dovrà e potrà fare come e quanto vuole, ridurrà e si adatterà volontariamente, tutti i paesi del mondo però, questa è la nuova strategia, adotteranno propri piani nazionali di mitigazione e adattamento sulla base di indici e criteri concertati, pubblicamente e unitariamente valutati. Grazie all’Accordo di Parigi la nuova strategia ha avuto un minimo percorso legalmente vincolante e qualche punto fermo “politico”. I due punti cruciali e minimali del negoziato ancora aperti erano i soldi e i controlli: quanto e come mettono fondi i paesi ricchi per aiutare quelli poveri; chi e con quali coerenti omogenei strumenti va misurata l’eventuale riduzione. Sul piano finanziario fu trovato un qualche consenso, sia sulla cifra annuale dopo il 2020 sia sulle modalità di versamento prima e dopo il 2020, entrambi da verificare attentamente ora a Glasgow (le anticipazioni non sono entusiasmanti, mancano parti delle risorse annunciate e spesso quelle versate sono soltanto prestiti; anche l’Italia è carente e in ritardo). Sul piano amministrativo si lasciò una eccessiva flessibilità: i piani nazionali di impegni volontari che sono stati ormai presentati da molte delle 197 parti, anche se fossero rispettati, provocheranno un aumento della temperatura ben oltre il 2% (secondo gli ultimi aggiornati calcoli almeno del 2,1% nella migliore delle ipotesi). E poi ci sono le grandi questioni finora accantonate in questo decennio: oceani, biodiversità, migrazioni, sicurezza alimentare, giustizia sociale e ambientale.

Fatto sta che il negoziato climatico non è davvero progredito con buoni risultati concreti e gli scenari restano drammatici. In questi anni pochi Stati hanno mantenuto impegni o promesse per tagli più consistenti alle proprie emissioni e per efficaci piani di adattamento e resilienza. Comunque, in ognuna delle annuali (spesso ripetitive e inconcludenti) conferenze ufficiali, si fa il punto sulla precaria inadeguata attuazione e questo certamente avverrà anche a Glasgow. Poi, alla fine, i millimetrici passi avanti verranno esaltati e si lavorerà alla successiva Cop27, pare si terrà in Egitto dal 7 al 18 novembre 2022 (e questa non è proprio una bella notizia nel mondo vista la pessima situazione dei diritti umani in quel paese, tanto più in Italia dove è appena iniziato a Roma il 14 ottobre il processo per il rapimento, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni, senza gli imputati presenti).

Quel che si sta facendo per la riduzione delle emissioni e per l’adattamento ai cambiamenti climatici non è sufficiente, né a livello globale né a livello nazionale. Su questo elemento sostanziale, Greta Thunberg ha ragione. Lei ha annunciato e praticato tre comportamenti per dare un contributo individuale al taglio dei consumi di combustibili fossili, facciamo ognuno altrettanto (scegliendo i propri tre specifici comportamenti coerenti), ma ora tocca soprattutto ai governi compiere una svolta. Basta carbone, basta nuove estrazioni di petrolio e gas, energie rinnovabili (compreso l’idroelettrico esistente, escluso nuovo nucleare) quanto più possibile, valutazione del Pil in relazione alle emissioni (più produzioni e consumi non clima alteranti, meno le altre). Il costo dell’inazione è molto più alto di quello dell’azione. La svolta manca e, invece, dovrebbe finalmente portare alla fase della decarbonizzazione (ovunque la si sanzioni). Poi, ovviamente, bisognerà seguire ogni altro aspetto del negoziato climatico in corso, apprezzare i codicilli che vanno nella giusta direzione, a Glasgow e dopo.

L’11 ottobre 2021 oltre un milione e settecentomila persone sono state colpite da violenti piogge e alluvioni nella provincia dello Shanxi, nel nord della Cina, più di 120 mila persone sono state subito evacuate di urgenza, circa 17 mila abitazioni sono state distrutte. Sulla capitale dello Shanxi, Taiyaun, sono caduti circa 185,6 mm di pioggia, rispetto alla media di 25 mm tra il 1981 e il 2010. L’alluvione arriva meno di tre mesi dopo che le piogge estreme nella provincia di Henan hanno lasciato più di 300 morti. Gli eventi meteorologici estremi sono sempre più frequenti e intensi, praticamente in ogni ecosistema; l’innalzamento dei mari e l’acidificazione dei bacini oceanici proseguono inesorabili; la diseguale distribuzione delle acque sul pianeta vede accentuarsi i processi di desertificazione e le diseguaglianze sociali (ove è caldo vi saranno mortifere siccità, dove piove pioverà di più e troppo). La prima conseguenza è l’aumento da almeno trenta anni delle migrazioni forzate interne ai paesi, verso gli Stati limitrofi e internazionali, ormai una media di quasi 25 milioni di sfollati climatici ogni anno. Ognuno può fare da solo la proiezione al 2030 o al 2050. E in nessuna Conferenza delle parti si è mai discusso consensualmente di come prevenire e assistere i profughi climatici, gli ecoprofughi. Probabilmente sarà così anche a Glasgow (nonostante un tiepido minimo cenno contenuto nell’Accordo di Parigi).

Gli scienziati di tutte le discipline e di tutto il mondo (riuniti nel Panel noto come Ipcc) spiegano il quadro e reclamano la svolta fin dall’inizio, unanimemente, da almeno 31 anni. Questo trentennio è stato scadenzato dai loro Report: 1990, 1995, 2001, 2007, 2014, ora 2021-2022 (il sesto); ogni volta più raffinati e accurati, ogni volta più netti nella prospettazione degli scenari futuri. Il tentativo dei rari negazionisti, spesso sollecitato dagli interessi che si sentono minacciati, non è riuscito a scalfire il solido impianto scientifico multidisciplinare delle ricerche comparate. Fare niente o poco (tre dei quattro scenari) è possibile, molto dannoso per la maggioranza delle comunità e degli individui, ma possibile. Non aspettiamoci troppo da Glasgow, anche il massimo rischia di essere troppo poco. Peggio per noi. Sappiamo che hanno confermato la loro presenza alla cerimonia inaugurale del primo novembre circa cento capi di Stato o di governo, speriamo non sia una passerella e accettino di impegnarsi per una svolta coerente. Occorre considerare che alcuni Stati hanno rifiutato il negoziato globale, molti altri lo hanno sempre e solo rallentato.

Gli Stati Uniti, principale paese emettitore del Novecento, non hanno mai ratificato il Protocollo di Kyoto, sono usciti (con Trump) e appena rientrati (grazie a Biden) pure rispetto all’Accordo di Parigi. Oggi sembrano davvero convinti di dover e voler cambiare strada, vedremo. Qualcuno pensa che sia una questione contingente, legata alle maggioranze parlamentari dopo ogni elezione (Canada intermittente, Australia quasi sempre fuori, per fare altri due esempi di paesi ricchi e industrializzati), mentre invece è questione “costituzionale”, dirimente e strutturale di tutto il prossimo cinquantennio. Certo, l’Europa (fin da Kyoto) si è messa all’avanguardia (nonostante resistenze interne, più o meno da parte degli stessi paesi che vogliono costruire muri), probabilmente lo sarà anche a Glasgow, una ragione in più per sentirci molto europei. Tuttavia, non sempre è stata ed è coerente, soprattutto nelle relazioni produttive e commerciali con il resto del mondo.

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