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Libri. Simona Colarizi, la resistenza lunga Storia dell’antifascismo 1919 – 1945

Copertina del libroNella cornice dell’Europa tra le due guerre mondiali, l’antifascismo italiano, il più precoce in ordine di tempo tra gli antifascisti europei, affonda le sue radici, nella fase immediatamente precedente all’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale, quando nei mesi dall’agosto 1914 al maggio 1915 una minoranza a favore della guerra si era contrapposta alla maggioranza schierata per la neutralità. I violenti scontri sulle piazze tra le fazioni estreme degli interventisti – nazionalisti e rivoluzionari mussoliniani – contro i militanti del partito socialista sono stati interpretati da una parte della storiografia come l’anticipazione della guerra civile, destinata ad esplodere nel 1919” (Cfr. Simona Colarizi, La resistenza lunga, Storia dell’antifascismo 1919 – 1945, pag.3. Editori Laterza, Bari – Roma 2023).

Il saggio di Simona Colarizi, professore emerito di Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza, è un ottimo strumento per comprendere l’avvento del Fascismo, in Italia, fin dalle sue origini più remote. Nell’immaginario collettivo e ad una lettura superficiale degli eventi storici, si pensa che la resistenza antifascista sia solo quella che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Questa è la fase epica e della resa dei conti. In realtà l’opposizione al Fascismo si manifesta quasi subito nel clima infuocato del primo dopoguerra, quando, sfruttando le debolezze interne dei partiti: liberali, socialisti, popolari, Benito Mussolini, da vero acrobata, riesce ad incanalare, prima nei Fasci di combattimento, poi nel Partito Nazionale Fascista, i motivi dello scontro politico e sociale in atto.

Il saggio consta di 243 pagine, comprensive di una breve introduzione (pp. VI – XVIII) ad opera dell’autrice, l’indice dei nomi (pp. 244 – 248) e del volume (p. 243) diviso in cinque capitoli, declinati in brevi paragrafi di diversa lunghezza.

 

  1. La guerra civile (1918 – 1922). Il biennio nero, novembre 1918 ottobre 1920 (pp. 3- 10); Socialisti e Comunisti (pp. 10 – 24); I popolari (pp. 24 – 34); I combattenti, i democratici, i liberali (pp.35 – 43).
  2. Il crollo dello Stato Liberale (1922 – 1926). Antifascisti, a – fascisti e fiancheggiatori (1922 – 1923) (pp.44 – 54); Antifascisti cattolici e clerico – fascisti: la riforma Acerbo e le elezioni del 1924 (pp. 54 – 61); Dall’Aventino al discorso del 3 gennaio (pp. 61 – 70); La fine dello Stato liberale: le leggi fascistissime (pp. 70 – 87).
  3. Esilio e lotta clandestina (1926 – 1935). I partiti della Concentrazione antifascista (pp. 88 – 95); L’illusione della via breve: la nascita di Giustizia e Libertà (pp. 95 – 100); Il PC in esilio e nelle carceri (pp.100 – 107); La Chiesa e i cattolici antifascisti (pp. 108 – 117); L’antifascismo in esilio e in Italia nel nuovo scenario internazionale (pp. 117 – 130).
  4. Gli antifascisti e le guerre del duce (1935 – 1943). La guerra in Etiopia (pp. 131 – 136); La guerra di Spagna (pp. 136 – 146); Il nuovo antifascismo (pp. 146 – 153); La guerra in Europa (pp. 153 – 169); La caduta del regime (pp. 169 – 178).
  5. La resistenza (1943 – 1945); I quarantacinque giorni di Badoglio (pp. 179 – 186); L’8 settembre 1943 (pp. 186 – 192); Il regno del Sud: dal primo al secondo governo Badoglio (pp. 192 – 206); La guerra civile (pp. 206 – 221); Un paese conteso (pp. 221 – 229); Governanti, resistenti e alleati: giugno 1944 – aprile 1945 (pp. 229 – 239).

La guerra civile (1918 – 1922)

L’assalto al quotidiano “L’Avanti” nell’aprile del 1919, guidato da Ferruccio Vecchi, capitano degli arditi, inaugurava la vera e propria guerra civile in un crescendo di violenze. Il “Biennio nero” si sovrapponeva al “Biennio rosso”.  “L’intera classe dirigente, ministri e autorità pubbliche, accecati dal timore della rivoluzione, guardavano quasi con soddisfazione alle aggressioni contro i socialisti che paralizzavano il paese con scioperi continui, manifestazioni, cortei di operai per le piazze, atti di insubordinazione e di boicottaggio della produzione nelle fabbriche” (Ibidem, pag. 8). Nelle campagne non andava meglio. Si bloccava la mietitura e la semina, non si mungeva e non si accudiva il bestiame, non si raccoglieva la frutta e le olive fino a quando i proprietari non avessero piegato la testa alle richieste della Federterra.

Quanto alla classe politica liberale si facevano sempre i nomi di Salandra, Orlando, Sonnino, Nitti, e del sempiterno Giovanni Giolitti. Le elezioni del novembre 1919 avevano segnato la straordinaria vittoria del Partito Socialista che aveva ottenuto il primato alla Camera con 156 seggi. I Popolari, il partito dei Cattolici, non cattolico, come precisava bene il suo fondatore don Luigi Sturzo, avevano ottenuto 100 deputati. Le liste dei liberali democratici e riformisti erano riuscite a guadagnare solo 96 deputati. “Solo con il supporto dei Popolari si era arrivati a varare un governo di coalizione presieduto da Nitti, che già nel maggio del 1920 aveva già passato il testimone a Giolitti alla guida di un nuovo esecutivo, destinato anch’esso a durare meno di un anno” (Ibidem, pag. 9).

La violenza fascista intanto imperversava ovunque, da Nord al Sud d’Italia, in un crescendo spaventoso. L’assedio fascista dell’Oltretorrente, a Parma, durò diversi mesi, con la resistenza di socialisti, comunisti e anarchici. A Bari vecchia, la popolazione, priva di armi si era rivoltata con barricate, sassaiole e secchiate di acqua bollente che le donne lanciavano dalle finestre per impedire l’accesso agi squadristi nel labirinto dei vicoli. Su questa resistenza, un altro lavoro imperdibile di Simona Colarizi: Dopoguerra e fascismo in Puglia (1919- 1926), Laterza, Bari, 1970. Dal 1919 alla marcia su Roma dell’ottobre 1922, l’Italia fu attraversata da una vera e propria guerra civile. “Il bilancio era pesante: 425 fascisti uccisi a fronte di oltre 3000 morti tra i militanti del Psi, del Pci, dei democratici, dei cattolici e un numero di feriti mai conteggiati. In questo dato approssimativo, stimato da Gaetano Salvemini, non sono compresi infatti i decessi avvenuti dopo mesi, quali dirette conseguenze dei pestaggi – come nel caso di Giovanni Amendola e di Gobetti, entrambi deceduti nel 1926, dopo aver subito per ben due volte feroci aggressioni squadriste” (Simona Colarizi, La resistenza lunga, storia dell’antifascismo (1919 – 1945), pag. 16, op. cit.).

Tra i liberali democratici solo Giovanni Amendola aveva capito la vera natura totalitaria del Fascismo già dal 1922 ed era consapevole che era necessario dotarsi di una solida organizzazione politica per combatterlo. Ma era come parlare al vento. I liberali al potere dall’Unità d’Italia in poi avevano fatto il proprio tempo. Pensavano di poter vivere ancora di rendita. Nella loro storia non avevano mai pensato di costituire un proprio partito, che significava limitare la propria libertà di azione. La rivoluzione industriale di fine secolo e la prima guerra mondiale avevano ridisegnato nuovi scenari verso i quali la maggior parte dei liberali non sapeva come rispondere. I Socialisti erano divisi tra massimalisti e riformisti, tra questi ultimi primeggiava ancora la nobile figura di Filippo Turati. Tra i massimalisti c’era chi predicava la rivoluzione ma senza indicare come farla. Alcuni si limitavano a dire “Fare come la Russia”, dove la rivoluzione d’Ottobre aveva portato la minoranza dei Bolscevichi al potere, appoggiati dall’esercito, che diventerà ben presto l’Armata Rossa.

In Italia molti dell’esercito simpatizzavano apertamente per il Fascismo. “La sola rilevante eccezione rispetto alla consueta passività – complicità delle Guardie Regie e dei Carabinieri si era registrata nel 1921 a Sarzana, dove quattordici fascisti erano rimasti uccisi. Erano state le forze dell’ordine ad aprire il fuoco contro una banda di squadristi liguri e toscani che avevano assalito il carcere in cui erano stati rinchiusi un pugno di camerati responsabili dell’omicidio di tre socialisti, avvenuto il giorno prima nel corso di un assalto squadrista alla Camera del lavoro” (Ibidem, pag. 17). L’episodio dimostra che se ci fosse stata la volontà di contrastare le violenze fasciste, la marcia su Roma del 1922 non ci sarebbe stata. Era pronta la dichiarazione dello stato d’assedio preparato da Luigi Facta, ma non venne firmato dal re Vittorio Emanuele III che aprì la strada a Mussolini.

Nel 1921 si andò di nuovo alle urne. Le elezioni portarono alla Camera 35 deputati dei fasci di combattimento, eletti nelle liste elettorali – i Blocchi Nazionali – che Giolitti aveva aperto al movimento di Mussolini, nell’illusione di avviarlo entro i binari della legalità. Mussolini aveva siglato il Patto di pacificazione tra socialisti e fascisti. Era solo una messinscena. Le violenze fasciste continuarono imperterrite prima, durante e dopo le elezioni. In Puglia, il 26 settembre 1921, veniva assassinato il deputato socialista Giuseppe Di Vagno, appena un mese dopo la firma del patto di pacificazione. Il deputato socialista Giacomo Matteotti pronunciò il primo vibrante discorso alla Camera, denunciando brogli elettorali e le violenze fasciste. Il secondo discorso, quello del 1924 gli fu fatale. Giacomo Matteotti, aggredito nel pomeriggio del 10 giugno 1924 sul Lungotevere Arnaldo da Brescia da una banda fascista, fu ammazzato nel corso di una violenta colluttazione all’interno dell’auto su cui era stato caricato a forza. Cinque delinquenti contro uno, eppure il deputato socialista lottò con tutte le sue forze per difendersi. Il suo cadavere fu ritrovato diversi mesi dopo, nel bosco della Quartarella, fuori Roma.

 

Il crollo dello Stato Liberale (1922 – 1926)

Con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922, la classe dirigente liberale aveva manifestato tutta la propria divisione davanti alla minaccia fascista. C’era chi esprimeva la sua avversione al Fascismo solo nella sfera privata o con amici fidati: “In sintesi si trattava di un’opposizione basata sui principi e sui valori dello Stato di diritto, violati dai fascisti prima e dopo la conquista del potere, quando la dittatura avrebbe cancellato tutte le libertà. Al regime si sarebbe piegata però la grande maggioranza delle élite, rimaste per tutto il ventennio nelle posizioni di potere già ricoperte, università, esercito, libere professioni, industrie, banche” (pag. 44). Era la posizione di tutti quei liberali che avevano sì qualche riserva verso il Fascismo ma non ci tenevano affatto a dimostrarla.

Quanto ai veri e propri fiancheggiatori del Fascismo, che in seguito si dichiareranno non fascisti, vanno annoverati i “Tanti esponenti della vecchia classe dirigente liberale, pronti a consegnarsi persino con sollievo e convinzione al dittatore, all’uomo forte, il solo in grado di governare la società italiana. Alla resa incondizionata li aveva indotti anche la consapevolezza della loro incapacità quando il potere era stato nelle loro mani, di guidare il paese nel pieno della transizione innescata dalla grande guerra che aveva marcato il passaggio dall’Ottocento al Novecento. Tra questi va collocato anche Vittorio Emanuele III, protagonista indiscusso del golpe mussoliniano” (pag. 45). La scusa di non firmare lo stato d’assedio per non innescare una guerra civile non reggeva, in quanto l’Italia era già nel pieno di una guerra civile. Un suo atto di coraggio avrebbe risparmiato alla penisola lutti e distruzioni inenarrabili e una guerra civile che imperversò soprattutto sopra la linea Gotica.

L’opposizione al Fascismo continuava intanto tra le fila del Partito Comunista e di quello Socialista e con la secessione dell’Aventino nei mesi successivi al delitto Matteotti. Anche i deputati del Partito Popolare ebbero i propri morti, il più illustre fu don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, assassinato dagli squadristi di Cesare Balbo, il ras di Ferrara. L’arciprete Minzoni, ex cappellano militare, iscritto al Ppi nel 1923, curava l’educazione alla libertà e alla fede dei giovani Scout. Il Partito di don Sturzo era troppo giovane. Era stato fondato il 18 gennaio 1919. Raccoglieva in parte l’eredità dei primi cattolici impegnati in politica ed entrati in Parlamento a seguito del Patto Gentiloni. La fondazione di cooperative, società di mutuo soccorso, di ispirazione cattolica, era già una realtà acclarata nei primi anni del Novecento. Tutte queste forme di organizzazione sociale vennero spazzate via dalle violenze fasciste. Dentro il Vaticano si guardava poi a Mussolini come all’uomo della Provvidenza che avrebbe messo la parola fine all’annosa questione romana. I deputati del Partito Popolare pertanto dovevano sostenere due diverse resistenze, da un lato quella fascista, dall’altro c’era l’opposizione del Papa che vedeva di buon occhio Mussolini e il suo governo, nel quale erano confluiti anche deputati del Ppi. Alcide De Gasperi troverà rifugio presso la Santa Sede nei lunghi anni della dittatura.

Alle elezioni fissate per la primavera del 1924, don Luigi Sturzo viene costretto a dimettersi. Il sacerdote piegava il capo davanti al vicario di Cristo, dimettendosi dalla segreteria del partito e scegliendo la via dell’esilio, prima a Londra, poi a Parigi, infine a New York. La risposta delle opposizioni al rapimento e all’uccisione del deputato Giacomo Matteotti fu la secessione dell’Aventino. Col tempo calò anche l’interesse dei cittadini attorno alla vicenda del deputato socialista. La secessione continuava ma senza che cambiasse nulla. Il re dimostrava tutta la passività, eppure erano stati alla stampa e conosciuti i due memoriali, quello di Cesare Rossi e di Filippo Filippelli, implicati di persona nel sequestro e nell’uccisione di Giacomo Matteotti. I due memoriali facevano direttamente riferimento a Mussolini come mandante dell’assassinio. Si arrivava così al famoso discorso del 3 gennaio 1925 tenuto in Parlamento da Mussolini, discorso conosciuto come quello del “bivacco”: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli. Se il Fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di quest’associazione a delinquere”.

Il filosofo Giovanni Gentile, ministro fascista dell’Istruzione, preparava un testo nel quale si ripercorreva la vicenda dell’ascesa al potere di Benito Mussolini dal 1919 al 1922. Il documento fu firmato da 250 uomini e donne della cultura e delle professioni. Il Fascismo, secondo Gentile e i firmatari, tra i quali ben trentacinque ebrei, evidentemente del tutto inconsapevoli di quale futuro la dittatura avrebbe preparato per loro nel 1938 con l’emanazione delle leggi per la difesa della razza, era il più alto e nobile movimento che aveva come scopo quello di portare la patria Italia al massimo degli ideali, per la quale si poteva e si doveva vivere e morire. Veniva anticipata una “nuova religione dello Stato e appariva il profilo di un vero e proprio totalitarismo” (pag. 71). In risposta a questo manifesto Benedetto Croce preparava e dava alla stampa il manifesto degli antifascisti, nel quale il filosofo smontava uno ad uno tutti gli argomenti portati da Giovanni Gentile, definendone il testo, antistorico, astratto, confuso, insomma un “imparaticcio scolaresco” col quale la prima ad essere maltrattata era proprio la storia. Il documento veniva sottoscritto da 400 firmatari, il Gotha dei liberali e dei liberaldemocratici che animavano l’Aventino. Accanto a questi irriducibili nemici del Fascismo si univano giovani intellettuali fautori di nuove riviste antifasciste.

Lelio Basso, uno tre i più fini intellettuali per tutto il ventennio e punto di riferimento del Centro interno socialista, la struttura clandestina per la propaganda in Italia del Psi, iniziava la propria attività di giornalista nella “Rivoluzione Liberale” di Piero Gobetti, morto il 15 febbraio 1926 per le percosse subite ad opera dei fascisti. Altre riviste che affiancavano il periodico gobettiano erano: “Rinascita Liberale” di Adolfo Tino e Armando Zaneti, “Il Quarto Stato” di Carlo Rosselli e Pietro Nenni. Filippo Turati e Giovanni Amendola continuavano la loro battaglia sull’Aventino. I quattro attentati alla vita di Mussolini, invece di indebolire il Fascismo, portarono ad un aumento del consenso attorno alla sua figura. L’istituzione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e dell’OVRA (Organizzazione volontaria repressione antifascista) ed altre leggi “fascistissime” promulgate il 6 novembre 1926: soppressione di tutti i partiti d’opposizione, della libertà di stampa, divieto di sciopero segnarono l’inizio della dittatura.

 

Esilio e lotta clandestina (1926- 1935)

Gli antifascisti, che riuscirono a scappare, si rifugiarono in Francia, dove confluirono soprattutto i socialisti (Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat). Gli esponenti del Partito Comunista scelsero Mosca, dopo essere stati per un breve periodo, anche loro a Parigi. Altri antifascisti si rifugiarono in Svizzera, dove esistevano più di centomila italiani: “Ginevra, Basilea, Zurigo e Lugano erano i centri di una intensa attività antifascista, in cui i repubblicani esercitavano il ruolo più incisivo, anche per la presenza a Ginevra di una sede della Lidu (Lega Italiana dei Diritti dell’uomo) e dell’associazione “Dante Alighieri”. Randolfo Pacciardi a Lugano riuniva i più giovani antifascisti, tutti ex aderenti dell’associazione repubblicana “Italia Libera” e del “Non Mollare”, rivista fondata da Carlo Rosselli, a Firenze nel 1925. Riparato anche lui a Parigi assieme a Fausto Nitti ed Emilio Lussu, fuggiti dal confino di Lipari, raccoglie, nel 1929 attorno ad un nuovo partito “Giustizia e Libertà” tutti gli antifascisti che non si riconoscevano più nei partiti tradizionali dell’Italia prefascista. Con il motto “Insorgere per risorgere”, di stretta derivazione risorgimentale, Rosselli lanciava un appello per l’unità d’azione rivolto a socialisti, repubblicani, democratici, senza più tessere di partito, per combattere tutti insieme il fascismo in nome della libertà, della giustizia sociale e della repubblica” (pag. 95).

Tutti gli esiliati si adattano a fare ogni lavoro per sopravvivere. Sandro Pertini fa il muratore, Giuseppe Saragat il rappresentante di vini, l’anarchico Camillo Berneri il piazzista clandestino di pasta, il repubblicano Mario Bergamo il contabile. Filippo Turati arriva in Francia dopo una rocambolesca fuga da Milano, organizzata ai primi di dicembre 1926 da un gruppo di giovani, tra i quali c’erano Sandro Pertini, Ferruccio Parri, Adriano Olivetti e Carlo Rosselli. I fuoriusciti italiani all’estero fondano nel 1927 la Concentrazione antifascista che diventa punto di riferimento per tutti gli esuli. L’organizzazione è anche di stimolo, soprattutto per i socialisti, per riflettere sui motivi delle proprie sconfitte subite in patria. La democrazia era stata sempre vista come una istituzione borghese, ma dopo un’attenta riflessione conclusero che non era così: “La democrazia politica alla base degli Stati liberali, malgrado i suoi limiti, era pur sempre garanzia indispensabile all’esercizio delle libertà e dei diritti per tutti i cittadini, proletari e borghesi, e sola strada per arrivare al socialismo. Non si rinnegava dunque la lezione del marxismo, ma si rifiutava la versione marxista – leninista che teorizzava la dittatura del proletariato” (Ibidem, pag. 93).

Gli antifascisti non abbandonavano la lotta contro il Fascismo anche con la preparazione di attentati contro Mussolini, ben quattro sul suolo italiano, tutti andati a vuoto. Si faceva strada negli antifascisti, soprattutto nei fuoriusciti che il Fascismo era un po’ l’autobiografia della nazione, somma e fonte d tutti i vizi consolidati nei secoli dagli italiani. Era la tesi sostenuta da Piero Gobetti. Non mancavano poi anche gesti eclatanti, frutto di incoscienza, come quelli di Giovanni Bassanesi e Gioacchino Dolci, che saliti su un aereo, acquistato da Rosselli, sorvolarono Milano lanciando 150 volantini sui quali campeggiavano motti risorgimentali tra i quali “Chi fuma è fascista”, con chiara allusione alle cinque giornate di Milano del 1848. Lauro De Bosis, giovane militante del movimento liberale Alleanza nazionale per la libertà, lanciava da un aereo 400 mila volantini nei quali ricordava l’anniversario dell’assassinio di Giacomo Matteotti (pag. 97). Tra gli antifascisti all’estero, accanto all’attività pubblicistica si affiancava anche un’attività clandestina per approntare i visti di soggiorno per chi arrivava, solidarizzare con loro in mille modi. Con la grande crisi del 1929, che aveva colpito Wall Street, molti fuoriusciti speravano in un crollo del regime, ma in patria non succedeva proprio nulla. Il potere rimaneva ben saldo nelle mani di Mussolini e del Fascismo. In patria intanto continuava una nuova operazione tentata da Rodolfo Morandi, Lelio Basso, Luzzato e Colorni per rivitalizzare quello che rimaneva del Partito Socialista. Era la dialettica interna, tipica del partito, cosa che non succedeva al partito Comunista, allineato alle decisioni di Mosca nella lotta contro il Fascismo. In Italia nel 1928 Il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato comminava condanne durissime contro gli aderenti del Partito Comunista, azzerandone tutta la dirigenza, Gramsci e Terracini in carcere, altri latitanti, tra i quali Togliatti e Camilla Ravera; nel complesso, 3000 militanti del Pc erano privati della libertà, in quanto o erano in carcere o al confino. Alcuni militanti comunisti che non si allineavano alle direttive impartite da Mosca, come Amedeo Bordiga e Angelo Tasca vennero espulsi dal partito. Antonio Gramsci moriva in carcere il 25 aprile 1937.

Il Partito Popolare, sciolto al pari di tutti gli altri partiti, non seguiva la strada dell’esilio. Solo don Luigi Sturzo era stato allontanato dal Vaticano ed era riparato all’estero. Rimanevano in pochi a contrastare il fascismo, tra i quali spiccavano Giuseppe Donati e Francesco Luigi Ferrari, impegnati a stringere legami con il cattolicesimo europeo, ma anche questo tentativo naufragò in un nulla di fatto. Il progetto di don Sturzo di aggregare tutti i partiti europei di ispirazione cattolica in una “Internazionale bianca” rimase solo sulla carta, anzi, i pochi aderenti del Pp, che avevano scelto la strada dell’esilio, trovarono anche chiuse le porte della Concentrazione antifascista. Con i Patti Lateranensi e con Il Concordato tra Stato e Chesa dell’11 febbraio 1929, sottoscritti tra il cardinale Gasparri e Mussolini, i cattolici italiani ebbero l’impressione che il Fascismo avesse dato alla Chiesa molto di più di quanto ci si poteva aspettare. All’estero, tra i fuoriusciti, il Concordato scatenò un’ondata anticlericale senza precedenti. Il conflitto tra Stato Fascista e Chiesa si aprì pochi anni dopo, nel 1931, con una questione non di poco conto. La Chiesa Cattolica non poteva lasciare al Fascismo il monopolio dell’educazione. Se il motto “Dio, patria e famiglia” poteva andar bene per entrambi, l’altro moto “Libro e moschetto fascista perfetto” strideva non poco se si considera quanto il Vaticano avesse investito sulla Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC) e sulla FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana). Un movimento cattolico di opposizione al Fascismo fu quello che si univa attorno al gruppo neoguelfo guidato da Piero Malvestiti e Gioachino Malavasi. I due leader furono gli unici tra i cattolici a venir condannati a cinque anni di carcere come antifascisti dal Tribunale speciale dopo il Concordato.

La guerra che torna” è il titolo del famoso articolo scritto da Rosselli nel1933, quando la Germania si consegnava nelle mani di Hitler che solo sei anni dopo avrebbe scatenato il secondo conflitto mondiale” (Ibidem, pag. 117). In Italia e in Europa calava una triste cappa di piombo. L’antifascismo, complice il patto scellerato “Asse Roma – Berlino” tra l’Italia fascista e la Germania Nazista, non aveva nessuna possibilità di azione. Invano i fuoriusciti italiani all’estero mettevano in guardia sui fascismi europei i cui governi erano inclini all’accomodamento, acquiescenza, con l’intento di evitare la guerra. Solo Altiero Spinelli, Ernesto Rossi di Giustizia e Libertà e Eugenio Colorni socialista, dal confino di Ventotene nel 1941, redigeranno il manifesto “Per un’Europa Libera e unita” che tanta parte ha avuto fino ad ora nella costruzione di una comune casa europea.

 

Gli antifascisti e le guerre del Duce (1933 – 1943)

In patria, la guerra d’Etiopia veniva accolta in modo favorevole dalla stragrande maggioranza degli italiani. Invano gli antifascisti italiani all’estero avevano organizzato a Parigi, nel settembre 1935, una conferenza internazionale per la difesa del popolo etiopico e nel mese successivo un Congresso, indetto dal Comintern contro la guerra. Le sanzioni internazionali contr l’Italia alimentavano l’ottimismo e l’attivismo nelle file degli antifascisti, che lanciavano manifestini di solidarietà al popolo etiope o addirittura avanzavano l’ipotesi di creare una legione di italiani da affiancare alle truppe del Negus Hailè Selassiè. Nel maggio 1936 con la vittoria in Etiopia il Fascismo raggiungeva l’apice del consenso; il momento più doloroso per gli antifascisti in Italia e all’estero.

La guerra in Spagna, seppur scoppiata in un paese straniero, portò una ventata di ottimismo tra gli antifascisti italiani. Non stupisce il fatto che con l’avvento al potere di Hitler in Germania, “La storia dell’antifascismo italiano procedeva in parallelo alle vicende internazionali …Gli antifascisti italiani esiliati in Francia investivano le loro speranze di rinascita in una militanza attiva al fianco della Repubblica spagnola, identificata immediatamente come il terreno della lotta mortale tra Fascismo e antifascismo, “tra Europa e anti Europa”, secondo le parole di Pietro Nenni. A lanciare l’appello alla mobilitazione era stato Carlo Rosselli con il celebre motto “oggi in Spagna, domani in Italia”, con il quale arringava i volontari antifascisti che partivano per la guerra” Ibidem, pp.136- 137). Nella battaglia di Guadalajara, marzo 1937, le truppe dell’esercito repubblicano, affiancate dal Battaglione Garibaldi, formato da antifascisti italiani, ebbero la meglio sulle truppe del generale Francisco Franco, appoggiate dal 30 mila fascisti venuti dall’Italia. L’episodio non cambiò le sorti del conflitto ma insegnò agli antifascisti che la dittatura fascista poteva essere sconfitta anche sul campo di battaglia, questo avrebbe avuto un peso importante nel settembre 1943, quando sarebbe iniziata la resistenza.

La guerra di Spagna fu la prova generale del secondo conflitto mondiale scatenato da Hitler il 1° settembre 1939. L’Unione Sovietica, intervenuta nella guerra spagnola, dettava la strategia da seguire verso tutti i comunisti europei. Il Partito Comunista Italiano, guidato da Palmiro Togliatti, esule a Mosca, si allineava alle direttive del Cremlino. I due anni che precedettero la deflagrazione del conflitto sono particolarmente duri per gli antifascisti italiani, in esilio e in Italia. Nel 1937 morivano: Antonio Gramsci nel carcere di Regina Coeli, Nello e Carlo Rosselli venivano uccisi in Francia, per ordine di Mussolini da un commando della Cagoule, un movimento parafascista francese. Nel 1938 in Italia sono promulgate dal Fascismo, accodatosi al Nazismo, le Leggi per la difesa della razza. È l’inizio della catastrofe per i cittadini italiani ma di origine ebraica.

“Dall’estero arrivava netta la condanna degli antifascisti esiliati. Nitti giudicava la politica antisemita del regime la maggiore viltà della nostra epoca, mentre il socialista Luzzato la collegava direttamente al totalitarismo nella cui natura era iscritto il razzismo. Più superficiale il commento dei comunisti, che si limitavano a considerare le nuove leggi un espediente demagogico del regime … la politica filonazista di Mussolini scuoteva dall’inerzia le élite liberali antifasciste e tra questi i dieci senatori – Croce, De Nicola, Albertini, Frassati ed altri – che al momento delle votazioni sulle leggi razziali si erano assentati polemicamente dalla seduta a Palazzo Madama, mentre in aula, Einaudi aveva votato no” (Ibidem, pag. 149). La sconfitta della Francia ad opera delle armate tedesche getta nella disperazione tutti gli antifascisti italiani che si trovavano nel paese transalpino.  Riprendeva l’odissea della fuga verso la Fran Bretagna o gli Stati Uniti. Quelli che rimanevano sul suolo francese si univano ai maquis, la resistenza francese che “iniziava ad operare, anche se a ranghi ridotti, già nel luglio 1940, mobilitata dall’appello del generale Charles De Gaulle, che,

rifiutata la resa si era messo alla testa delle truppe coloniali rimaste fedeli alla Repubblica per combattere i tedeschi in nome della Francia libera.

In Italia, un nuovo antifascismo nasceva per il risveglio di gruppi cattolici, critici nei confronti del papa, che aveva eletto il fascismo a braccio secolare della Chiesa in un’Italia rifondata sui valori di Dio, patria, famiglia. La guerra in Europa riproponeva l’eterno dibattito tra la violenza bellica e il quinto comandamento “non uccidere”, che metteva in discussione il conformismo dell’obbedienza agli ordini dell’autorità costituita. Don Primo Mazzolari e Giorgio La Pira erano tra i cattolici quelli che si opponevano con più forza alla guerra.  Dosseti, Malvestiti, Clerici, De Gasperi, Gonella, Scelba, Gronchi, Falck, industriale milanese, andavano gettando le basi della futura Democrazia Cristiana (DC). “I democratici cristiani puntavano su una decisa innovazione nell’assistenza sociale, sulla lotta alle concentrazioni industriali e finanziarie, sui limiti della grande proprietà fondiaria. Accanto a questo gruppo, seguito dal Vaticano nella persona del sostituto alla segreteria di Stato, Montini, c’era anche il Movimento dei cattolici comunisti di Adriano Ossicini e Franco Rodano, seguito dal cardinale Tardini” (pag. 161).

Il Vaticano, stato neutrale, era diventato il luogo privilegiato dove si intrecciavano le diplomazie di tutte le potenze belligeranti, da una parte e dall’altra della barricata – e non solo. Sotto l’ala protettrice di Pio XII, vecchi leader dello Stato liberale, alti gerarchi fascisti, rappresentati della casa reale, generali e personalità del mondo finanziario e bancario tessevano trame per mettere fune alla guerra e al regime” (Pag. 163). Il crollo del fascismo tanto atteso dagli antifascisti avviene il 25 luglio 1943 per una congiura di palazzo. Il Gran Consiglio del Fascismo vota in maggioranza l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che chiedeva in sostanza il ripristino di tutte le funzioni statali e invitava il duce a restituire il comando delle forze armate al re. Vittorio Emanuele III cercava un appiglio formale per destituire il duce e l’aveva. Questi, arrestato, viene prima portato all’isola di Ponza, successivamente alla residenza Rocca delle Caminate, da qui nell’albergo di Campo Imperatore al Gran Sasso in Abruzzo. L’armistizio del nuovo governo, firmato l’8 settembre 1943 con gli anglo americani getta il paese nel caos più totale. Inizia la resistenza armata contro l’esercito tedesco, fino al giorno prima alleato dell’Italia. Il re con tutto lo Stato Maggiore scappava da Roma, si imbarcava sulla nave militare “Baionetta” al porto di Pescara e giungeva a Brindisi. L’esercito rimaneva senza comandi. I soldati cadevano sotto la furiosa reazione dei tedeschi. Solo a Roma, a Porta San Paolo, l’esercito tentò una inutile quanto eroica resistenza ma fu sopraffatto. Le cose peggiorarono con la liberazione di Mussolini da Campo Imperatore e messo da Hitler a capo di un governo fantoccio con sede nel Nord Italia, a Salò, sul lago di Garda. Iniziava il periodo della resistenza e della guerra civile.

 

La resistenza 1943 – 1945

“Con l’8 settembre crollava l’intero edificio istituzionale e si dissolvevano i poteri legittimi dello Stato che aveva perduto persino la sua unità territoriale, mentre la vita degli italiani era nelle mani di eserciti stranieri. Il compito di ricostruire la nazione veniva assunto dal Comitato di liberazione nazionale (Pc, Psiup, Pda, Dc, Democrazia del Lavoro) che il 9 settembre chiamava gli italiani alla lotta e alla resistenza per conquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni” (Ibidem, pag. 190). Nel dibattito politico dei partiti si faceva strada anche il problema relativo a quale forma di Stato si sarebbe dovuto arrivare al termine della guerra. Monarchia o Repubblica? Tutte le forze politiche si orientavano verso la Repubblica. “Il partito cattolico, che pure avrebbe rappresentato nell’Italia postfascista non solo la massa dei contadini verso i quali sviluppare una politica sociale, ma anche la borghesia moderata, conservatrice e persino reazionaria, non aveva alcuna fiducia e soprattutto nessuna stima della dinastia sabauda” (pag. 194).

La guerra di popolo contro l’esercito tedesco iniziò quasi subito dopo il 12 settembre 1943. La città di Napoli insorse per quattro giorni fino a cacciare l’esercito tedesco prima che arrivassero gli anglo americani. La vulgata corrente, che ha parlato di un Mezzogiorno immobile rispetto al Centro – Nord, non corrisponde del tutto al vero. Certo, nel gennaio 1944, praticamente tutti i territori meridionali erano stati liberati fino alla provincia di Frosinone, dove la linea Gustav avrebbe bloccato per mesi l’avanzata degli alleati. Sono da ricordare sempre: l’insurrezione di Lanciano, la battaglia di Bosco Martese, la liberazione di Teramo con il concorso della Banda “Patrioti della Maiella” e tanti altri episodi.

Fu proprio nel Nord Italia che si sviluppò una terribile guerra civile, quando le quattro divisioni dell’esercito fascista, addestrate in Germania, furono impiegate contro i partigiani. Il loro comandante Pavolini scatenerà una vera e propria caccia ai partigiani con le proprie milizie armate – le famigerate Brigate Nere. Proprio quando il fronte era rimasto bloccato sulla linea Gotica, caddero una dopo l’altra tutte le Repubbliche Partigiane. Tra queste è da ricordare la Repubblica dell’Ossola che resistette per ben quaranta giorni, quaranta giorni di libertà, nel corso dei quali si sperimentò, dopo venti anni di dittatura, un esempio di come sarebbe stata la vita degli italiani dopo la fine della guerra (Ibidem, pp.222 – 223).

Tra le formazioni partigiane che combattevano contro il Nazi – Fascismo c’erano anche quelle monarchiche. Erano minoritarie rispetto alle altre formazioni partigiane, ma migliaia di militari, soldati e ufficiali erano stati imprigionati nei lager nazisti per aver rifiutato di aderire all’esercito di Salò, rimanendo fedeli al loro re, Vittorio Emanuele III. Anche loro, con il proprio rifiuto di combattere a fianco dei tedeschi, hanno scritto una resistenza non meno importante. Solo negli ultimi anni si è iniziato a parlare anche di loro.

Molti furono i problemi legati alla resistenza contro l’esercito nazista. La direzione della Fiat di Torino veniva accusata di bloccare gli scioperi, eppure nelle difficoltà del momento c’era chi sapeva ragionare: “Gli antifascisti sapevano bene che le commesse tedesche, accettate da Valletta, consentivano di continuare la produzione e di conseguenza evitavano massicci licenziamenti. Nel 1944 licenziare significava mettere una massa di lavoratori a disposizione del programma Sauckel per la deportazione nel Terzo Reich, ma significava anche la fame per migliaia e migliaia di famiglie, tutte in vario modo dipendenti dalla fabbrica degli Agnelli (Ibidem, pag. 214).

Gli industriali si dimostrarono solidali con la lotta partigiana, nascondendo anche in porzioni del giardino, dove era la propria villa, parti delle macchine presenti nella propria fabbrica, sottraendole ai tedeschi che l’avrebbero portate in Germania. C’era però chi li accusava di connivenze con il nazifascismo se si considerano le massicce deportazioni di operai dopo lo sciopero del marzo nelle industrie di Sesto San Giovanni. Enrico Falk, il grande industriale lombardo, fondatore e tesoriere della DC sottolineava quanto fosse stata difficile la posizione degli imprenditori anche dei più piccoli, costretti a compromessi con i tedeschi che inevitabilmente li esponevano alle rappresaglie dei partigiani” (Ibidem, pag. 214). Le formazioni partigiane, assieme ad alcune unità del ricostituito esercito italiano (Corpo Italiano di Liberazione) erano una forza armata non trascurabile, “ma da un punto di vista strettamente militare sarebbero stati comunque gli eserciti del Regno Unito e degli Stati Uniti a decidere le sorti del conflitto” (pag. 218).

Raimondo Giustozzi

 

Bibliografia

Simona Colarizi (Modena, 25 dicembre 1944) è una storica italiana. Si laurea in Lettere presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” nel 1967, discutendo una tesi in Storia Moderna, dal tema Le origini del fascismo in Puglia, con relatori Renzo De Felice e Rosario Romeo. Nel triennio successivo vince una borsa di studio del CNR e partecipa alla ricerca defeliciana su Partito, Stato e Società civile nell’Italia Fascista. Nel 1970 è nominata professoressa incaricata di Storia del sindacalismo e del movimento operaio presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Camerino”. La stessa università le darà l’incarico di insegnare Storia dei partiti e dei movimenti politici. Nel 1976 vince il concorso a cattedra di Storia dei partiti e dei movimenti politici, gruppo Storia contemporanea, divenendo professoressa ordinaria di Storia dei partiti e dei movimenti politici, sempre nel corso di Laurea in Scienze Politiche alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Camerino, facoltà della quale diventa preside nel 1979. Nello stesso anno è nominata professoressa ordinaria e nel 1983 si trasferisce alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” dove continua a insegnare Storia dei partiti e dei movimenti politici. Sempre nella stessa Università, nel 1982 ottiene la cattedra di Storia contemporanea, mantenendo la supplenza di Storia dei partiti e dei movimenti politici. Nel 1992 ottiene prima la supplenza di Storia contemporanea alla Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, poi il trasferimento nel 1995. Nel 2000 è nominata Direttrice del Dipartimento Innovazione e Società dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza. Nel 2001 entra a far parte della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Roma La Sapienza e nel 2005 è eletta Presidente del Corso di Laurea Interfacoltà in Scienze Sociali, della Cooperazione, dello Sviluppo e delle relazioni tra i popoli (Fonte Internet).

Opere: Dopoguerra e fascismo in Puglia (1919-1926), Bari, Laterza, 1971, I democratici all’opposizione. Giovanni Amendola e l’Unione Nazionale (1922-1926), Bologna, il Mulino, 1973, Classe operaia e ceti medi. La strategia delle alleanze nel dibattito socialista degli anni Trenta, Venezia, Marsilio, 1976, L’Italia antifascista dal 1922 al 1940. La lotta dei protagonisti, a cura di, Roma-Bari, Laterza, 1976, L’opinione degli italiani sotto il regime (1929-1943), Roma-Bari, Laterza, 1991, Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, Roma-Bari, Laterza, 1994, Biografia della Prima Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1996, Storia del Novecento italiano, Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 2000, La cruna dell’ago. Craxi, il partito socialista e la crisi della Repubblica, con Marco Gervasoni, Roma – Bari, Laterza, 2005, Storia d’Italia in 100 foto, con Vittorio Vidotto ed Emilio Gentile, Roma-Bari, Laterza, 2017, Novecento in Europa. L’illusione, l’odio, la speranza, l’incertezza, Roma-Bari, Laterza, 2017, Un Paese in movimento. L’Italia negli anni Sessanta e Settanta, Roma-Bari, Laterza, 2019, Passatopresente. Alle origini dell’oggi 1989-1994, Laterza, 2022, La Resistenza lunga. Storia dell’antifascismo 1919-1945, Roma-Bari, Laterza, 2023 (Fonte Internet).

 

 

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