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Ogni potere totalitario ha nel proprio vocabolario la parola “speciale”: la neolingua di Putin

 EPA/SERGEI SAVOSTYANOV /

EPA/SERGEI SAVOSTYANOV

Ogni potere totalitario ha nel proprio vocabolario la parola “speciale”, adatta a giustificare qualunque violazione di legge, qualunque arbitrio, qualunque sospensione dei diritti umani.

Michele Marchesiello by MicroMega

Sappiamo che è vietato – e duramente punito – in Russia, l’uso della parola “guerra” con riferimento all’“operazione speciale” in atto da mesi in Ucraina. È nato, per reazione, un linguaggio criptato che usa numeri, asterischi, rebus per unire le voci di chi non è d’accordo con Putin. Non solo il totalitarismo è capace di imporre una “neolingua” alla Orwell: anche chi vi è soggetto trova modo di esprimere il proprio dissenso. L’antropologa Aleksandra Arkhipova, ci informa Valeria Cecilia sul Foglio, studia da mesi i modi in cui le persone protestano contro la guerra. Per strada, otto asterischi alludono alla scritta “Net vojne”, “No alla guerra”. Un graffito di otto ballerine sulle punte richiama il Lago dei Cigni, ossessivamente trasmesso dalla tv russa nei momenti di crisi, in cui si attende un cambiamento. La scritta 35 su un muro sta a significare, ancora una volta e in modo più criptico, quelle due parole di 3 e 5 lettere: “Net vojne”. Ad Akademgorodok si scherza sul fatto che verrà abolito l’autobus numero 35.

Ogni neo-lingua ne genera una opposta: ostinata, ironica, irriducibile. È accaduto persino nei campi di concentramento. Parlare di guerra è vietato? E allora, se non vogliamo tacere, parliamone in modo alternativo, rendendo ridicolo il potere. Non è una semplice questione nominalistica. Ogni linguaggio finisce per mettere a nudo le intenzioni, e le paure, i clamorosi errori di chi vorrebbe costringere gli altri ad adottarlo.

Torniamo allora a “operazione militare speciale”. Che si tratti di un’operazione “militare” è indubbio, anche se si avvale non solo delle tradizionali forze armate, ma anche e in modo massiccio dell’informatica e della propaganda. Il definire “speciale” l’operazione ci dice poi molte altre cose e rivela le reali intenzioni di Putin.

Nel gergo militare internazionale un’operazione si può definire “speciale” quando corrisponde ad alcune precise caratteristiche. L’obiettivo, prima di tutto, deve rivestire un’eccezionale importanza strategica e politica, ma essere allo stesso tempo limitato sia nel tempo sia nello spazio. Per realizzarlo devono essere utilizzate formazioni specialmente addestrate allo scopo, diverse dalle ordinarie formazioni militari, composte da un numero limitato di specialisti, in vista di particolari obiettivi: si tratti della liberazione di ostaggi o dell’eliminazione di un capo nemico. Deve poi trattarsi di un lavoro strettamente “inter-forze”, con una partecipazione decisiva dell’intelligence. In genere, l’ambiente in cui si vuole operare deve essere ostile e comunque far capo a un potere non favorevole all’intervento.

Nel caso dell’Ucraina, è possibile, forse addirittura probabile, che l’operazione militare fosse stata progettata proprio in questi termini: cattura di Zelens’kyj, occupazione dei centri nevralgici della capitale, successivo – massiccio – intervento militare, nello stile sovietico di Budapest o Praga. Silenzio attonito della comunità internazionale e della Nato, modello Georgia e Crimea.

Un cattivo calcolo o malfunzionamento, insieme all’inattesa reazione occidentale, hanno determinato – si può immaginare – la trasformazione dell’“operazione militare speciale” in una guerra vera e propria, cui i russi hanno dimostrato di non essere preparati, venendone addirittura colti di sorpresa.

Lo stesso popolo russo non è stato adeguatamente preparato alla guerra, ed è per questa ragione che gli si vieta oggi di usare questo termine così imbarazzante per il potere e il suo colossale, tragico infortunio, se di infortuno si può parlare.

Ma torniamo alla parola “speciale” che, al di là delle circostanze specifiche, la dice lunga sulla natura di quel potere. Ogni potere totalitario ha nel proprio vocabolario quella parola – “speciale” – adatta a giustificare qualunque violazione di legge, qualunque arbitrio, qualunque sospensione dei diritti umani.

Ne costituiscono un egregio esempio le statunitensi special (o extraordinary) renditions, consistenti nel prelevare con la forza un sospetto terrorista, ovunque si trovi, per trasferirlo in un Paese amico disposto a sottoporlo a trattamenti meno che umani.

E “speciale”, nella forma tedesca sonder, ha caratterizzato molte e terribili innovazioni, non solo linguistiche, introdotte dal nazismo in quella che Victor Klemperer, in un suo famoso saggio, aveva definito la neolingua del Terzo Reich. Così, Sonderberhandlung, “trattamento speciale”, indicava l’esecuzione immediata; Sonderbau, “edificio speciale”, la camera a gas o, in alternativa, il postribolo del campo; Sonderaktion, “azione speciale”, la selezione finale dei prigionieri; Sonderkommando, la squadra dei prigionieri addetti al funzionamento e allo svuotamento delle camere a gas.

Così, l’uso dell’aggettivo “speciale” da parte del potere è indice sicuro di un uso eufemistico del linguaggio per nascondere la realtà di certe situazioni, per non creare panico e non suscitare proteste. Che è esattamente l’intenzione di Putin nell’imporre la definizione di “operazione militare speciale”, continuazione della “grande guerra patriottica” contro il nazismo, di cui però è oggi lecito chiedersi se non sia opportuno rivolgere l’accusa all’aggressore piuttosto che all’aggredito.

Ci si augura solo che qualche benemerito socio-linguista sia già al lavoro sul linguaggio della propaganda russa, oltre che su quello devastante delle bombe e dei missili su obiettivi civili.

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