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Parlare di “laureati prodigio” mentre in Italia l’università non è accessibile a tutti è offensivo

Foto Matteo Corner - LaPressecronacaMilano

Foto Matteo Corner – LaPressecronacaMilano

di Marika Moreschi  by Vision

Nelle ultime settimane sui media è stato dato grande spazio ad alcuni casi di laureati prodigio, che hanno concluso il loro percorso di studi in anticipo e con risultati eccellenti. Il tono trionfalistico con cui questi episodi sono stati raccontati, spesso utilizzando un lessico preso in prestito dall’ambito sportivo, sottintende una retorica del merito che non solo è nociva, perché colpevolizza in modo implicito tutto coloro che non hanno raggiunto un risultato simile, ma è anche falsa, presupponendo un’uguaglianza che nella realtà non esiste. Il “record” di un 110 e lode al termine di un ciclo di studi quinquennale ottenuto in soli 3 anni viene presentato come frutto unicamente di duro lavoro, dedizione, ambizione e disciplina. La retorica del merito diventa così speculare a quella dei giovani fannulloni che non si impegnano abbastanza. Si omette però di dire che studenti e studentesse non hanno stessi strumenti e possibilità, e che l’intervento livellatore dello Stato nel settore universitario è spesso insufficiente.

Il report di Almalaurea sui laureati del 2020 descrive gli atenei universitari italiani come esclusivi e diseguali. Circa il 22,4% dei laureati proviene da famiglie di alta estrazione sociale, in cui i genitori sono imprenditori o dirigenti. Oltre il 30% dei laureati dello scorso anno accademico ha almeno un genitore in possesso di un titolo universitario, mentre nei corsi di laurea magistrale a ciclo unico sono il 43,4%, e il trend è in crescita. Una famiglia in cui i genitori hanno conseguito un’istruzione avanzata è mediamente più ricca, quindi in grado di sostenere economicamente i figli che, intraprendendo un percorso universitario, ritardano di diversi anni la loro entrata nel mondo del lavoro.

L’ambiente familiare cambia anche la percezione che si ha dell’università e dell’istruzione in generale. Secondo uno studio dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (Inapp), se i genitori sono in possesso di una licenza media la probabilità che i loro figli riescano a laurearsi è solo del 12%, se sono riusciti a conseguire un diploma la stima sale al 48% e se hanno una laurea al 75%. Sebastiano Fadda, economista e presidente dell’Inapp, ritiene che la ragione di questi dati, oltre che economica, sia anche culturale. In generale è chiaro a tutti i genitori che il Paese non premia come dovrebbe l’alta formazione, né nel livello di retribuzioni né dal punto di vista di un pubblico riconoscimento di prestigio. Questa percezione è però meno forte nelle famiglie più benestanti, dove i genitori, avendo svolto loro stessi un lungo percorso di formazione, saranno più inclini a sostenere la scelta dei figli di intraprendere un percorso di studi universitario.

In quelli che sono invece i contesti sociali più deboli, dove il reddito medio è più basso e le famiglie poco istruite, la scuola e a maggior ragione la laurea, vengono percepiti come strumenti inutili. A evidenziare questo fenomeno è anche il dato degli abbandoni scolastici, che in Italia è tra i più alti d’Europa: secondo Eurostat il 13,1% dei giovani con età compresa tra i 18 e i 24 anni abbandona il percorso di studi precocemente. La maggior parte di questi provengono da famiglie a basso reddito, e spesso sono stranieri residenti di seconda generazione. Questo tipo di disparità è ancora più forte nel contesto universitario che, secondo i dati del ministero dell’Istruzione, dal 2003/04 al 2017/18 ha perso oltre 40mila matricole, registrando una contrazione del 13%. L’abbandono è più accentuato tra coloro che provengono dai contesti familiari meno favoriti economicamente, soprattutto nel Sud Italia.

L’immagine che i dati restituiscono dell’Università italiana è quella di un ambiente dove gli studenti consolidano la loro posizione sociale se provenienti da un contesto di benessere. In una democrazia l’istruzione dovrebbe invece avere il compito di fornire strumenti utili prima di tutto a chi proviene da contesti più svantaggiati, con l’obiettivo di riuscire a limare le disuguaglianze socio-economiche nel lungo periodo. Nel Paese che secondo l’Ocse ha la più bassa percentuale di adulti laureati, facilitare l’accesso ai gradi più alti di istruzione dovrebbe essere una priorità. Al contrario, il governo italiano ha spesso tralasciato il suo ruolo di garante del “diritto a raggiungere i gradi più alti di istruzione” che la Costituzione riconosce all’Art 34. La spesa italiana per le Università è tra le peggiori in Europa e rappresenta solo il 7,7% del budget messo a disposizione per l’educazione (dati Education Training Report 2020). Tra l’altro gran parte di questi fondi vengono usati per retribuire i docenti, e non per aumentare l’inclusività e il livello delle università pubbliche. A maggio il governo Draghi tramite un decreto, poi convertito in legge, ha stanziato 40 milioni di euro per sostenere le misure regionali sul diritto allo studio, ma questa cifra non è abbastanza. Oltre che borse di studio fornite dalle Regioni servono interventi di tipo strutturale a sostegno dei giovani più economicamente svantaggiati e a garanzia di Università migliori. Il sistema della tassazione universitaria basato sull’Isee, che dovrebbe garantire una maggiore accessibilità delle spese, non è sufficiente se non è affiancato da aiuti economici di altro tipo. Non basta fare in modo che le famiglie meno abbienti abbiano uno sconto sulla retta, ma occorre un sostegno ai giovani che ritardano l’entrata nel mondo del lavoro.

Un esempio di reddito universitario viene dalla Danimarca, che spende circa l’1% del suo Pil per finanziare questa misura ed è riuscita a garantire la laurea alla metà dei suoi giovani. Chi intraprende un percorso universitario riceve un reddito massimo di 825 euro al mese, calcolato sulla base delle possibilità economiche della famiglia e della situazione abitativa dello studente. Questo sistema è andato oltre l’assistenzialismo, incoraggiando i ragazzi a diventare indipendenti e abbandonare la casa di famiglia fin dall’inizio del percorso universitario a 18 anni. La cifra è comunque molto contenuta rispetto al costo della vita nelle città dove si trovano le maggiori Università, e quindi deve comunque essere integrata dalle famiglie nella maggior parte dei casi. Gli studenti provenienti da ambienti a basso reddito sono però molto soddisfatti, e alcuni di loro hanno ammesso che senza questo reddito non avrebbero mai avuto la possibilità di intraprendere un percorso accademico. Il reddito universitario danese, inserito nel più ampio quadro di un solido welfare, contribuisce alla riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche. Oggi la Danimarca è infatti uno dei Paesi con la distribuzione del reddito più equa al mondo.

L’università e la scuola dovrebbero essere strumenti al servizio di tutti, invece fattori di carattere economico, sociale e culturale, sommati alla crescente privatizzazione del settore, rendono l’accesso all’istruzione sempre più esclusivo. La conseguenza è un Paese dove le disuguaglianze non vengono più appianate e l’estrazione sociale ha un peso eccessivo nel determinare il futuro di una persona, a prescindere dalle sue vocazioni e capacità. Questa situazione viene troppo spesso ignorata, nascondendola dietro il mito del singolo “studente meritevole” che ce l’ha fatta nonostante le difficoltà. Dietro ogni laureato prodigio ci sono però centinaia di ragazzi e ragazze a cui la possibilità di raggiungere la discussione della loro tesi di laurea viene preclusa il giorno stesso della loro nascita.

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