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Libri. Dolores Prato, Educandato “Fantasia e memoria, documentazione privata e pubblica, riflessione e narrazione”

Educandato Copertina del Libro“Giacobbe vide una scala che dalla terra arrivava al cielo; era il ponte tra Dio e gli uomini. A Treja in uno slargo tutto irregolare dove di sghimbescio si guardavano le facciate di due chiese, dove sbucavano vicoli e vicoletti, dove una breve larga strada passava sotto un’antichissima Porta e casette e casupole si affastellavano alla rinfusa, una scalinata che non finiva mai saliva al convento. Per un portone che il custode chiudeva di notte, si entrava in una vasta anticamera … Varcando la soglia del gigantesco portone si era in un altro mondo, un mondo preambolo del cielo, ma era tutto un dislivello quel preambolo” (Dolores Prato, Educandato, pag. 19, Quodlibet, 2023, Macerata).

Giacobbe (Genesi, 28; 17), fermatosi per riposare nella città di Beth – El (Casa di Dio, in ebraico), sogna di vedere una scala che sale dalla terra al cielo. La scalinata, che saliva al convento delle Visitandine di Treja, era per Dolores Prato il legame tra cielo e terra. Il convento rappresentava il cielo o un suo preambolo. Il fabbricato non era del tutto lineare in quanto poggiava su più dislivelli. Si faceva fatica capire dove finiva il tetto. “La Madrina aveva manipolato quel millenario edificio, rendendolo un impasto di vecchio e di nuovo in alcuni punti a strati come il pan di Spagna e la crema nella zuppa inglese” (Ibidem, pag. 85). Solo un ambiente risulta chiaro: la Galleria linea – di – mare, il grande corridoio dell’entrata, ai lati del quale si aprivano tante stanze.

Guardando di fuori l’edificio si vedeva quel che era accaduto, sullo scuro di vecchissimi muri il chiarore dei nuovi: sopra alle antiche, finestre nuovissime; piani interi affiancati in basso, sopraelevati in alto; creato da lei l’edifico dei tanti dislivelli; la madre Caccialupi consenziente più per amore che per convinzione, le altre silenziosamente contrarie” (Ibidem, pag. 75). La Madrina, la piccola madre, “sovrana incontrastata di muri e di persone, da alcuni ricercata come si cerca l’aria quando manca, da altri sopportata come nell’impossibilità di liberarsene si sopportano le pulci” (pp. 48- 49), era suor Margherita Maria Masi, nata a Lugo di Romagna, un bosco sul mare.

Il titolo del libro Educandato non è di Dolores Prato ma di Elena Frontaloni che ne ha curato la pubblicazione per i tipi Quodlibet. Dopo aver portato a termine la sistemazione delle mille cartelle ed oltre, per la pubblicazione del romanzo “Giù la piazza non c’è nessuno” relativo all’infanzia trascorsa in casa di don Domenico Ciaramponi e della sorella nubile, Paolina Ciaramponi, Dolores Prato andava maturando il progetto di raccogliere tutto ciò che aveva scritto attorno agli anni Cinquanta del 1900 sul periodo dell’adolescenza, vissuta nell’Educandato, annesso al Convento delle Visitandine di Treja, per un’altra pubblicazione. Il lavoro era stato raccolto dalla scrittrice dentro ad alcuni raccoglitori siglati Ed. Una caduta e il successivo ricovero presso una casa di lunga degenza le impedirono di portare a termine il lavoro. La morte la colse nel 1983, l’anno dopo del suo ricovero. Il manoscritto ritrovato ha permesso nel 1987 una prima pubblicazione del lavoro con il titolo Le Ore, vol.1 e le Parole, vol. 2, curato da Giorgio Zampa.

Si veda la recensione, cliccando il link qui sotto riportato

http://www.specchiomagazine.it/2023/10/libri-dolores-prato-le-ore-1-vol-parole-2-vol-la-vita-nel-monastero-della-visitazione-e-molto-altro/

 

Il volume Educandato, oltre al testo conosciuto (pp. 9- 184), ha un valore aggiunto con la pubblicazione di alcune Pagine ritrovate (pp. 187 – 191), con una scheda su Dolores Prato ai tempi dell’educandato (pp. 195 – 230) e la Postfazione (pp. 233 – 265), tutti lavori curati da Elena Frontaloni, una delle più attente studiose di Dolores Prato. Se la scrittrice romana, ma anche treiese per il suo lungo soggiorno nella città dell’alto maceratese, non ebbe la possibilità di vedere i frutti del suo lavoro, quando era in vita, gli vengono riconosciuti ora dopo la sua morte.

Dolores Prato entra come educanda nel monastero di Santa Chiara di Treia, retto dalle suore della Visitazione, nel 1905 e vi rimane fino al 1911, quando si trasferisce a Roma, dove frequenterà il Magistero, laureandosi nel 1918; non ritornerà più a Treia, né andrà mai in Argentina, dove Zizì, lo zio don Domenico Ciaramponi, emigrato nel paese sud americano, l’aveva pure invitata, trovandole anche un ragazzo di buona famiglia, nel caso avesse voluto sposarsi. Sarà sempre il buon Zizì a pagarle la retta del collegio. Negli anni dell’Educandato vive da lontano la morte della madre Maria Prato Paciarelli (1907). In una lettera del gennaio 1905, la sorellastra di Dolores, Adelaide Paciarelli, la informa che la mamma Maria Prato, a causa delle cattive condizioni di salute, si era trasferita quattro mesi prima da Roma a Napoli, presso di lei. Nella minuta di una lettera alla madre, spedita da Treia, Dolores fa gli auguri di Pasqua alla mamma. Questa, il 25 maggio del 1906, scrive alla figlia una tenera lettera.

La breve corrispondenza epistolare tra mamma e figlia, tra la zia Paolina Ciaramponi e la nipote Dolores Prato, il ricordo degli anni trascorsi nell’Educandato assieme alle altre educande sotto la direzione della Madrina Margherita Maria Masi, al secolo, Elvira, prima quasi ostile a Dolores, i tormenti di quest’ultima, indecisa se seguire la vocazione monacale, gli esami sostenuti da Dolores Prato nella scuola normale femminile superiore di Camerino nell’ottobre del 1911 sono oggetto di indagine della studiosa Elena Frontaloni, che segue le vicende della scrittrice in tutti i suoi anni romani. Dolores Prato perde la zia Paolina Ciaramponi nel 1912, lo zio Domenico Ciaramponi nel 1922 e nello stesso anno muore anche la Madrina Margherita Maria Masi. Dolores Prato abbandona l’idea di farsi monaca, inizia la collaborazione con molte riviste del tempo e si dedica alla scrittura in modo instancabile. Il materiale cresce in modo impressionante, tanto che la scrittrice vagheggia l’idea di comporre cinque libri autobiografici, di cui il primo è Giù la piazza non c’è nessuno.

Dopo gli anni dedicati all’infanzia, trascorsa in casa di don Domenico Ciaramponi e di zia Paolina Ciaramponi, e la Scuola Elementare comunale, Dolores Prato affronta gli anni passati presso l’Educandato delle Visitandine. Scrive ad una sua amica, Lina Bruna Arese, il 3 dicembre 1977: “La società, gli psicologi puntano il dito accusatore contro la mia infanzia così diversa di come sono tutte le infanzie e la dicono causa di tutti i mali. Di qualcuno, forse … ma il disastro vero lo fece il collegio. Su questo io sparerò” (Dolores Prato, l’Educandato, op. cit. pag. 204).

Le scritture dedicate al collegio non sono solo quelle confluite nell’edizione Educandato (Quodlibet, Macerata, 2023), curata da Elena Frontaloni o nella prima edizione dal titolo Le Ore, vol.1 e le Parole, vol. 2 (Scheiwiller, Milano, 1987), curata da Giorgio Zampa.  Il testo E lui che centra? – di datazione molto alta, inviato a concorso nel 1949, è un romanzo compiuto e inedito, giallo storico riguardante la statua nera di Loreto. Nonostante Dolores Prato lavorasse nell’ultimo anno, prima della caduta, con due aiutanti: Fiore, amico dattilografo saltuario di Dolores Prato e Cecilia, all’anagrafe Carmela, assunta a pagamento dal gennaio al maggio 1982 proprio per la battitura del libro sul collegio, molti altri scritti afferenti al periodo dell’Educandato non sono pubblicati nell’omonimo libro.

In una lettera indirizzata sempre all’amica Lina Brusa Arese, Dolores Prato scriveva: “Tu sai come ho fatto sempre (per alcuni lavori da decenni, per altri dalla giovinezza in su): scrivere quel che mi vene in mente; un accenno per non dimenticare un fatto; un’immagine nuova; una nuova riflessione, ora di un lavoro, ora di un altro; mettere in alto la sigla di quel tal lavoro e giù, nel calderone. Mezzi metri cubi di carte di tutte le dimensioni, sino ai margini dei giornali; di lì bisogna dividere. Per fortuna da qualche tempo ho cercato di rimediare e ho diviso io via via che se ne presentava l’occasione; sicché ora una certa divisione c’è, ma ci sono ancora scatole e scatole mai aperte. E’ su queste che devo ancora cercare per il libro sul collegio”(Ibidem, pag. 211). Le scatole di cui parla Dolores Prato nella lettera furono spostate dal suo appartamento già sgomberato, quando lei, a seguito della rottura del femore per la caduta, era nella clinica Villa Santa Lucia, di Roma, prima, poi ad Anzio, presso Villa dei Pini, dove muore il 13 luglio 1983. Molte carte andarono perse, il grosso del suo archivio confluì, parte nell’Archivio Contemporaneo del Gabinetto Vieusseux e parte presso il fondo privato Ferri – Ferrari.

Molti scritti, rimasti ancora inediti, sono oggetto di studio da parte della prof.ssa Elena Frontaloni. Ci si augura che possano essere pubblicati quanto prima dalla stessa per le edizioni Quodlibet, che al momento di Dolores Prato ha pubblicato: Scottature (1996), Giù la piazza non c’è nessuno (versione integrale, 2009), Sogni (2010), Roma, non altro (2022) e Educandato (2023). Oltre al testo E lui che c’entra, dove vengono svolti dei temi, declinati altrove, si tratta di questi racconti: tiratori (amore del mistero); Lievità (amore per il reale); illusioni (amore di ciò che non è); il grande nevrastenico (amore della potenza); una tragedia sulla spiaggia (amore per il dolore del creato); il convento che riprende alcune pagine di E lui che c’entra? E contiene sezioni immesse e rilavorate nel libro Educandato (Nota 30, pag. 206, Educandato, op. cit.).

Educandato è un libro dallo sviluppo antilineare e rizomatico, che annoda in ogni sua riga fantasia e memoria, documentazione privata e pubblica dell’autrice, riflessione e narrazione, anche sfruttando il dispositivo del montaggio, a proposito, per esempio, della storia dell’Ordine delle Visitandine e della vita della Madrina” (Postfazione di Elena Frontaloni, pag. 233, op. cit. ). La postfazione, fin dalle prime pagine è un’ottima recensione del testo. Sbaglia chi sostiene che il racconto autobiografico degli anni di collegio non abbia una struttura: “In Educandato si possono riconoscere tre sezioni, topograficamente segnalate nel dattiloscritto che qui si pubblica e che prendono avvio da luoghi e oggetti di soglia. Nella prima sezione (pp. 9-18) c’è il portone tra il fuori e il dentro del collegio da cui comincia il racconto dell’entrata e delle iniziali attività dell’educanda nella città delle suore, con, nel mezzo, un’analisi sulla fase dei preparativi nella casa degli zii” (Elena Frontaloni, Postfazione , pag. 236, in Educandato, Quodlibet, Macerata 2023).

“Ad apertura della seconda sezione (pp. 19- 96). si incontrano le scale che dal paese portano al convento, quindi il convento stesso, presentato in sezione verticale, nella sua topografia, con i suoi luoghi unici che sono anche nuove parole apprese dall’io (narrante), tutte contrassegnate dalle maiuscole Parlatorio, Dormitorio, Coretti, Giardino … Seguono sempre in questa sezione episodi relativi alle abitatrici stabili dell’edificio, le suore, momento narrativo innescato dalla in distinzione tra spazi, ruoli e persone nella partitura del collegio e dal luogo ritratto da chi ha voluto i locali dell’educandato modificando la struttura originaria del monastero di Santa Chiara: la Madrina  Una nuova scala che porta ad un pianerottolo col quale finiva l’edificio prima che la Madrina costruisse i locali dell’Educandato (“alzando facciate, demolendo tetti, strappando spazio alle soffitte e al cielo”, p. 97) è il punto di inizio per la terza sezione del testo (pp. 97- 184), che descrive i luoghi specifici del collegio e, a seguire, fornisce dettagli sulle sue abitanti provvisorie (le educande), nonché su attività e riti giornalieri e annuali che occupano negli spazi dedicati, propri del collegio o anche promiscui con le suore (feste, gite, confessioni)” (Elena Frontaloni, Postfazione, pp. 236 – 237, in Educandato, Quodlibet, Macerata 2023).

“Dall’inizio del libro, su questa struttura, persino in singoli giri di frase l’autrice procede sveltamente da luoghi e oggetti a persone, a attività e riti; pone inoltre un’attenzione costante  nel far convivere, in funzione straniante e critica rispetto al tema del racconto e a chi lo gestisce, almeno quattro dimensioni temporali: il passato della bambina in paese, il presente dell’adolescente in collegio, il futuro della donna a Roma come a Barvika in Russia, il presente di tutto questo, che è la vecchiaia dell’io narrante e la Dolores Prato autrice che parla del testo stesso mentre questo viene narrato e scritto (la meta narrazione è ancora un frutto virtuoso dell’oralità: “La locandina col titolo stampigliato veniva appeso accanto alla Statuona della Madonna. Di questa non s’era ancora parlato, era troppo grande rispetto alle altre cose; stava di fronte alla Scala Regia in una nicchia alta come un’alcova nel gruppo dei pilastri che dividevano la galleria dallo spazio della Cucina del Lavabo dell’Economia della Portineria”, p. 159). Le dimensioni temporali sono anche dimensioni linguistiche: sin dalla seconda sezione è presente infatti il confronto tra parole ricevute dal paese e dagli zii e parole trovate successivamente in collegio e altrove che suscita nel lettore l’impressione di re- imparare di nuovo tutte queste parole, come si appartenessero a una lingua straniera” (Elena Frontaloni, Postfazione, pag. 237, in Educandato, Quodlibet, Macerata 2023).

La solitudine di Dolores Prato dentro e fuori il collegio: “Forse perché ero stata sempre sola nell’infanzia, mi sentivo sola anche in collegio; ma in casa la solitudine non mi pesava affatto, l’essere sola era libertà. In collegio fu sottomissione e dolore; mi ci sentii più sola perché ero diversa; le compagne erano una cosa bella; io una cosa brutta e lasciavo a loro il passo … Sussultavo se qualcuno cadeva, tutte le altre ridevano. Ridevano anche ripetendo: “Giovanna la pazza detta la pazza perché impazzì”. Volevo ridere, non ci riuscivo. Isolandomi raggiungevo spesso gli intensi godimenti della solitudine; mi bastava che la luna apparisse tra le nuvole nere; mi bastavano foglie e fiori di loto abbandonati su acqua scura che sconfinava da una cartolina per obliarmi tra lenti pensieri” (Dolores Prato, Educandato, pag. 150, op. cit. ).

“Nella settimana santa la vita collegiale non esisteva più, le monache ci requisivano, eravamo sempre in Coro con loro a cantare le Ore. In paese c’era la lavanda dei piedi, la parola sapeva di spigo; il vescovo si cingeva con un asciugatoio le cui pieghe risaltavano come se fosse un ammattonato; c’era l’adorazione della Croce con relativi improperi, la processione notturna col Cristo morto, niente flectamus genua con l’immediato levate lì dentro. Da una settimana santa ridotta alla Messa e all’Uffizio, potevo ricavare solo suggestioni di parole, ma erano profonde come crepacci alpini” (Ibidem, pag. 162).

Dolores Prato opera sempre confronti tra dentro il collegio e fuori, mettendo a fuoco un’educazione religiosa basata sul formalismo, quella respirata tra le mura del convento, più libera quella ricevuta in casa dallo zio don Domenico Ciaramponi e dalla zia Paolina Ciaramponi: “In casa dopo la prima Comunione gli zii non si erano mai occupati né di confessione, né di comunione, ma dentro bisognava confessarsi per forza, lì dentro si peccava, padre mi benedica perché ho peccato … Adamo ed Eva non furono benedetti perché avevano peccato, al contrario, qui invece si cominciava chiedendone la benedizione. Mi sentivo implicata nel dramma dell’umanità intera, una nota della sua coralità” (Dolores Prato, Educandato, pag. 182, op. cit. ). Raggiunge il culmine dell’ironia quando scrive: “Attraverso la confessione trovai una cosa veramente nuova, non solo mai conosciuta, ma neppure sentita dire da altri, i pensieri cattivi. Forse perché erano una novità, i pensieri cattivi costituivano il punto più grave delle mie confessioni. Ho avuto pensieri cattivi. Ti ci sei abbandonata?, chiedeva il confessore. Non so, orse son stata lenta nell’allontanarli. Dicevo questo sapendo che non era vero perché non erano neppure pensieri cattivi. Io non sapevo in realtà di che trattassero i pensieri cattivi, né il confessore me lo chiedeva mai. Se me l’avesse chiesto l’avrei saputo, almeno per esclusione. Invece c’era quella tacita intesa. Si chiamavano pensieri cattivi ed era detto tutto. Con questa cosa nuova, che trovai lì dentro, cominciarono i tormenti confusi, le paure indecise, il caos della coscienza” (Dolores Prato, Educandato, pag. 183, op. cit.).

“Le compagne raccontavano che a loro il confessore chiedeva sempre: Quante Volte?, a me non lo chiese mai. Come avrei potuto rispondere? Chi li conta i pensieri? Ma pare che le compagne sapessero contarli, a meno che la domanda riguardasse qualche altra cosa. Quando uscii di collegio e non mi confessai più, la paurosa ricerca di cattivi pensieri scomparve. Sono stata disubbidiente – collerica – mi sono divertita nelle ore di studio – ho risposto male a una compagna – ho detto bugie … e intanto stavo dicendole proprio in confessione perché tutti questi peccati li gonfiavo, li moltiplicavo per essere sicura che nel detto fosse contenuto il fatto” (Dolores Prato, pag. 183, op. cit.).

Anche le feste del calendario liturgico avevano un qualcosa di irreale: “Natale veniva con palline rosse su foglie lanceolate, rigide, rade intercalate a gruppetti di quelle palline. Paline rosse sulle cartoline che ci arrivavano, dipinte sulle letterine che partivano, un Natale di sogno, di convenzione, non di realtà perché lì dentro palline rosse non ce n’erano, ma c’erano più che ci fossero. Erano quello che non c’era e non avvertivamo che per questo erano tanto belle … La notte di Natale non facevamo nulla, neppure i ditalini con la farina di castagne perché per fare la Comunione allora si doveva essere digiune; era insopportabile mescolare il cibo con l’Ostia consacrata; per quanto si dicesse che Gesù discendeva nel cuore, mai nello stomaco. Aspettavamo che passasse il tempo. A un certo punto arrivava la Madrina, ci sedevamo attorno al tavolino della camera da lavoro e lei ci leggeva alcune pagine del cardinale Newman. Erano belle, ma eccessivo pietismo, sentimentalismo esagerato che la Madrina rincalzava con commenti e riflessioni” (pag.180).

Raimondo Giustozzi

 

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