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Dialoghi in corso. Per un vero Museo del Ricordo

Foiba-di-Basovizzadi Diego Marani

L’idea di istituire un Museo del Ricordo per commemorare le vittime delle foibe e le sofferenze patite dagli italiani di Istria e Dalmazia costretti ad abbandonare le loro case o espropriati dei loro beni a seguito della nostra sconfitta della Seconda Guerra Mondiale è un’iniziativa da lungo tempo dovuta.  Ma perché questo progetto abbia l’effetto desiderato di fornire testimonianza e contribuisca a lenire il dolore delle vittime, a riconoscere i torti che hanno subito e a portare chiarezza su una pagina tanto oscura della nostra storia bisognerà che il museo affronti tutte le tematiche legate a quegli eventi.

Per esempio non sono mai state opportunamente chiarite e denunciate le responsabilità dello Stato e delle forze armate che nell’autunno del 1943 lasciarono completamente sguarnita la nostra frontiera orientale dissolvendosi quasi senza opporre resistenza, né alle truppe naziste, né alle armate titoiste. Ordini contradditori ai generali sul campo, Robotti e Gambara, portarono rapidamente allo sbando delle nostre forze armate. Scrive Gianni Oliva nel suo saggio “Foibe”: “Il quadro che emerge è quello di un esercito votato al dissolvimento: ordini inadeguati, spesso ambigui, talvolta sovrapposti, (…) il tutto in un’atmosfera greve, sulla quale pesa la stanchezza psicologica di una guerra ormai persa.” Centinaia di migliaia di soldati sbandati così descritti dal vescovo di Trieste monsignor Santin: “Passano per le lunghe vie, stanchi e umiliati, i nostri soldati, abbandonati da coloro che avrebbero dovuto guidarli e precederli nel sacrificio.” Il generale Robotti è lo stesso che, a capo delle forze di occupazione italiane di Lubiana, nell’inverno del 1942 fece rastrellare la città ed arrestare tutti gli uomini dai 18 ai 60 anni. Passato alla storia per il suo commento “Si ammazza troppo poco“, aveva raccomandato sin dall’inizio del ciclo operativo dell’XI° Corpo d’Armata nel 1942: “Ogni sloveno in vita deve essere considerato almeno simpatizzante con i partigiani e […] occorre mettere da parte ogni falsa pietà tutte le volte che si ha motivo di ritenere che gli abitanti tacciono quello che sanno ed aiutano in qualsiasi modo i partigiani […]. Si odi più di quanto questi briganti odiano noi.” Il 12 luglio 1942, 250 militari del XI° Corpo d’Armata sempre al comando del generale Robotti si resero colpevoli dell’eccidio di Podhum dove furono assassinati oltre 90 civili. A proposito, il generale Robotti morì poi serenamente nel suo letto nella sua villa di Rapallo nel 1955, mai disturbato da nessuna inchiesta sul suo comportamento. Anche questo non potrà mancare nel Museo del Ricordo.

Le violenze che fecero seguito alla nostra disfatta non furono premeditate e condotte dalle forze di occupazione iugoslave sulla base di uno specifico disegno, tranne forse nel caso di Trieste, ma spontanei moti di popolo in terre non italiane che il fascismo tentò di epurare  con ogni metodo dall’elemento slavo. Il romanzo di Alojz Rebula “La peonia del Carso” ne dà un istruttivo rendiconto. Dell’occupazione titoista di Trieste racconta invece Pier Antonio Quarantotti Gambini in “Primavera a Treste”. Scrive sempre Oliva “Molta parte della popolazione rurale slava vede nel crollo della presenza italiana l’occasione per vendicare i torti subiti nel Ventennio e dare sfogo alle rabbie represse: distruggere le tracce del controllo statale fascista, bruciare gli archivi dei municipi, cancellare la cartellonistica stradale, unirsi ai partigiani nei cerimoniali frastornanti dell’occupazione sono forme liberatorie attraverso le quali si riafferma l’identità negata.” I contadini slavi si abbandonano a una vera e propria “jacquerie”, come la definisce Oliva, associando alle esecuzioni e ai massacri macabri rituali come quello di buttare nelle foibe assieme alle vittime anche cani neri, seguendo un’antica superstizione slava secondo la quale uccidendo un cane nero ci si libera dalla colpa di essersi macchiati di sangue umano. Un esempio che mostra quanto brutale e bestiale fu la furia assassina contro gli italiani, militari e civili allo stesso modo. Una furia che si protrasse ben oltre la fine delle ostilità, anche dopo il 1945. Una lettura agghiacciante ma illuminante a questo riguardo è il memoriale di Lionello Rossi Kobor “Prigioniero d Tito 1945-1946” che racconta l’epopea del giovane bersagliere repubblichino in un campo di concentramento sloveno. Padiglione centrale del Museo del Ricordo.

Una violenza che non veniva dal nulla, come spiega Carlo Spartaco Capogreco nel suo saggio “I campi del duce”, dove descrive la politica di repressione esercitata dalle forze armate italiana nella Iugoslavia occupata e recensisce uno per uno i nostri campi di concentramento, oggi tutti scomparsi senza lasciare traccia. “Il Regio Esercito praticò l’internamento dei civili su larga scala soprattutto nelle aree della Jugoslavia occupate o annesse nel 1941, dove mise in atto una strategia che spesso mirava a fare piazza pulita delle popolazioni locali di intere zone abitate. In Jugoslavia l’esercito italiano ricorse all’internamento dei civili nel quadro di un’occupazione violenta ed esplicitamente razzista che non escludeva l’incendio dei villaggi e la fucilazione di ostaggi civili e che ha lasciato nelle popolazioni locali ‘uno strascico di rancori e di risentimento nei confronti della comunità italiana che ancora oggi stenta ad attenuarsi’ “.

Stime della Croce Rossa riportate da Carlo Spartaco Capogreco calcolano a centomila il numero di internati nei campi di prigionia italiani, fra slavi, ebrei, zingari e oppositori politici. I campi del duce non erano però votati allo sterminio come quelli nazisti e miravano idealmente, almeno in parte, a trasformarsi in villaggi di produzione autarchica e di “rieducazione“ all’italianità. Ma la scarsità di mezzi e di risorse provocò la morte per stenti di migliaia di prigionieri, come nel campo di prigionia di Arbe, in Croazia. Ecco un altro padiglione del Museo del Ricordo.

Un altro padiglione ancora dovrà raccontare l’indifferenza se non l’ostilità con cui vennero accolti in Italia i profughi istriani, additati da parti della sinistra di essere collaborazionisti e trattati come dei paria. Dapprima furono ammassati in baracche sul carso, in caserme dismesse, ex campi di prigionia e colonie estive e poi relegati in veri e propri ghetti alle periferie delle grandi città. A migliaia emigrarono nelle Americhe e in Australia. Da leggere per saperne di più il romanzo di Federica Marzi “La mia casa altrove”. Amara ironia della storia, uno dei centri di raccolta delle prime ondate di profughi istriani fu proprio il silos presso la stazione di Trieste dove oggi trovano riparo gli immigrati della rotta balcanica, ignorati dalle autorità cittadine e privi di ogni assistenza. Segno che almeno l’Italia è sempre stata coerente nel trattamento dei profughi. Anche questi ricorderanno e un giorno ci chiederanno conto della nostra indifferenza.

Ma forse, prima di pensare ai padiglioni del Museo del Ricordo bisognerebbe chiedersi cos’è il ricordo e come va inteso. Il sociologo francese Maurice Halbwachs scrive: “È sempre l’individuo colui che può rimemorare, ma la sua memoria è sempre la reminiscenza di una collettività, del gruppo in cui vive. Il gruppo non possiede una propria memoria in senso biologico ma definisce la memoria dei suoi membri. I ricordi, perfino quelli personali, nascono solo attraverso la comunicazione e l’interazione all’interno del gruppo. Gli uomini ricordano solo ciò che comunicano e che possono collocare all’interno della memoria culturale.” Ma storia e memoria non sono mai la stessa cosa. Scrive Jan Assmann: “La storia non è la memoria, poiché non esiste una memoria universale, ma sempre e soltanto una memoria collettiva identitaria e concreta”.

Dall’altra parte della frontiera che ci è costata migliaia di morti, lutti e sofferenze e che oggi è scomparsa dalle carte geografiche, anche gli sloveni e i croati piangono i loro infoibati. I “domobranci”, i collaborazionisti sloveni che combatterono a fianco dei nazisti contro l’armata comunista di Tito, ma anche gli autonomisti fiumani, i collaborazionisti cetnici e i monarchici, furono massacrati e infoibati a decine di migliaia in diverse zone del carso, dell’Istria e sulla frontiera austriaca. Nei campi di concentramento degli ustascia croati  di Jadovno, nelle montagne del Velebit e nell’ isola di Pago, senza dimenticare il lager di Jasenovac, vennero massacrati migliaia di serbi ed ebrei. A questo macabro catalogo va aggiunto anche il lager di Goli Otok, l’isola prigione dove Tito confinò i comunisti filo-sovietici dopo la rottura con Stalin, dove anche tanti italiani trovarono la morte.

Perché dunque non radunare le nostre distratte memorie, non condividere i ricordi di queste atrocità con gli altri popoli che come noi ne hanno sofferto creando così quella memoria collettiva di cui parla Jan Assmann? Perché non innalzare un comune Museo del Ricordo fra i paesi coinvolti dove nessun eccidio venga lasciato indietro, nessuna ingiustizia taciuta, nessuna brutalità banalizzata? Non a Roma ma a cavallo di quella frontiera dove questa tragedia si è consumata perché solo lì ha un senso il ricordare. Perché solo la comunanza del ricordo può sanare una volta per tutte queste ferite e gettare le basi di una nuova consapevolezza, di quella memoria collettiva di cui abbiamo bisogno per renderci conto che esiste un’eccezione europea, una bandiera di libertà e di diritti che tanti popoli ci invidiano e che noi diamo troppo facilmente per scontata.

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