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Frammenti di storia salesiana : Nelle carceri: adulti, ragazzi e pidocchi

Il sistema preventivodi Raimondo Giustozzi

A Torino, don Bosco non solo fa la conoscenza dei giovani spazzacamini, dei piccoli operai e apprendisti, giovani muratori ma anche dei giovani carcerati. Nella capitale del Regno Sabaudo, il sistema carcerario è disastroso. E’ una piccola università del crimine. Carlo Alberto ne è cosciente, per questo incarica Cesare Balbo di migliorarlo: “Le comunicazioni che i carcerati, colpevoli e innocenti, hanno tra loro, in una promiscuità di rapporti tra giovani ed adulti,  accelerano i progressi di corruzione. Il contagio morale è talmente accertato che generalmente si crede nell’impossibilità di colui che entra innocente in prigione non ne esca pervertito”. Don Bosco scende più volte nelle carceri vicine al Senato in compagnia di don Cafasso, cappellano del penitenziario, ma anche da solo. Conosce le storie dei piccoli delinquenti che alla scuola dei carcerati adulti, diventano a loro volta delinquenti veri e propri. Si fa promettere loro che una volta fuori dal carcere vadano a trovarlo e lui li aiuterà a trovare un posto di lavoro. Da quelli stanzoni, don Bosco non esce da solo. Una sera, il barone Bianco di Barbania che l’ha invitato a cena, vedendogli sulla spalla uno schifoso pidocchio, gli dice: “Voglio dare una cena a lei, don Bosco, ma non ad altri”. Ma don Bosco non è uno che tiene alle etichette e nemmeno i pidocchi riescono a preoccuparlo. Scrive su questi nuovi suoi amici carcerati: “Questi ragazzi dovrebbero trovare un amico che si prenda cura di loro, li assista, li istruisca, li conduca in chiesa nei giorni di festa. Allora forse non tornerebbero a rovinarsi”. (Cfr. Teresio Bosco, Don Bosco, Storia di un prete, pagg. 93, 94, 95, Elledici, Torino 2006).

Ragione, religione e amorevolezza alla base del sistema preventivo

“L’idea degli Oratori nacque dalla frequenza delle carceri di questa città ( = di Torino). In questi luoghi di miseria spirituale e temporale trovavansi molti giovanetti sull’età fiorente, d’ingegno svegliato, di cuore buono, capaci di formare la consolazione delle famiglie e l’onore della patria; e pure erano colà rinchiusi, avviliti, fatti l’obbrobrio della società. Ponderando attentamente le cagioni di quella sventura si poté conoscere che per lo più costoro erano infelici piuttosto per mancanza di educazione che per malvagità. Si notò inoltre che di mano in mano che facevasi loro sentire la dignità dell’uomo, che è ragionevole e deve procacciarsi il pane della vita con oneste fatiche e non col ladroneggio; appena insomma facevasi risuonare il principio morale e religioso alla loro mente, provavano in cuore un piacere di cui non sapevansi dare ragione, ma che loro faceva desiderare di essere più buoni. Di fatto molti cangiavano condotta nel carcere stesso, altri usciti vivevano in modo da non doverci più essere tradotti. Allora si confermò col fatto che questi giovanetti erano divenuti infelici per difetto d’istruzione morale e religiosa, e che questi due mezzi educativi erano quelli che potevano efficacemente cooperare a conservare buoni quando lo fossero ancora e di ridurre a far senno i discoli quando fossero usciti da quei luoghi di punizione” (Cfr. Don Giovanni Busco, Cenni storici intorno all’Oratorio di san Francesco di Sales, del 1862, in P. Braido, don Bosco educatore. Scritti e testimonianze, LAS, Roma 1992).

Il fine di don Bosco era quello di fare dei buoni cristiani e onesti cittadini attraverso la ragione, la religione e l’amorevolezza. Sono i tre cardini del suo sistema preventivo. La parola sistema era di moda nell’Ottocento, che si muoveva tra idealismo e positivismo. Nobilitava un’idea, una pratica, un metodo, suggerendo l’idea della completezza e dell’organicità di una e suggerimento teorica o pratica. Mai come oggi, in un’epoca in cui si ripete continuamente che viviamo in una società complessa, si avverte il bisogno di una pedagogia ancorata alla realtà. “Chi insegna pedagogia all’Università non ha bisogno di conoscere i ragazzi, li sa a mente come noi si sa le tabelline”, scriveva don Milani. Ovviamente la sua era una provocazione e molto del suo pensiero procede per paradossi per riaffermare un valore proprio dell’educazione, il bene dei ragazzi e degli alunni. I ragazzi devono percepire di essere amati dai propri educatori, scriveva don Bosco: “Studiamo di farci amare e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori”. Don Milani, nel proprio testamento scriveva: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho la speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto” (Don Milani, lettere, pag. 324).

 

La religione del sistema preventivo non è bigotta, ritualistica, oppressiva e deprimente. San Domenico Savio l’aveva capito molto bene e scriveva: “Noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri”. E’ sempre una religione amorevole, quella delle beatitudini, la buona novella del Vangelo, di Gesù che ha chiamato i suoi discepoli non servi ma amici. La ragione non è solo quella dei filosofi, è anche quella della letteratura, della matematica, della tecnica, del computer. Vedere queste forme di “ratio” alla luce della fede, e non contro di essa, è importantissimo per il sistema preventivo. Certo il sistema preventivo indicato da don Bosco va calato nella realtà del nostro tempo: ”Cosa vorrà dire, ad esempio, essere onesti cittadini, oggi, in situazioni civili degradate in cui impera il clientelismo, la ricerca sfrenata ed illegale del proprio tornaconto, il lavoro nero? Come si può chiedere ad un cittadino di non fare il furbo se sempre e dovunque trova tale comportamento auspicato del tutto impraticabile per mancanza di una qualche sicurezza sociale? Come si potrebbe chiedere ai cittadini di essere onesti se mancassero misure politiche che tolgano la sperequazione scandalosa e la disuguaglianza civile non solo nei confronti dei poveri, delle donne, dei minori, degli handicappati, degli anziani, degli emarginati ma anche nei confronti di tanti cittadini e di tante famiglie che cercano di vivere, tuttavia non riescono a far quadrare i bilanci familiari, mentre si dà spettacolo di stipendi e di compensi che alcuni ottengono, sfacciatamente elevati e non facilmente equiparabili con la mole e la qualità del lavoro svolto? (Carlo Nanni, Il sistema preventivo di don Bosco, prove di rilettura per l’oggi, pag.35, Elledici, Torino, 2003).

Scheda bio bibliografica su don Carlo Nanni

Don Carlo Nanni, nato a Ischia di Castro (Viterbo) il 3 aprile 1945, diventato salesiano nel 1962, ordinato sacerdote il 18 marzo 1975 a Castelgandolfo (Roma), si è spento domenica 19 luglio 2020, all’età di settantacinque anni. Licenziatosi in Filosofia il 27 giugno 1968, presso il Pontificio Ateneo Salesiano, e in Teologia (specializzazione patristica e storia del dogma) presso la Pontificia Università Gregoriana il 12 giugno 1975, don Carlo conseguì anche la laurea statale italiana in Filosofia il 26 marzo 1973 presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi in antropologia culturale dal titolo “La cultura d’origine nel processo d’inurbazione”. Ha ricoperto numerosi incarichi, fu Decano della Facoltà di Scienze dell’Educazione dal 1995 al 1998, riconfermato poi per un secondo triennio fino al 2001, e nominato Rettore magnifico dell’UPS (Università Pontificia Salesiana) dal 1° luglio 2009 fino al 15 luglio 2015.

Era molto conosciuto a Civitanova Marche, parrocchia San Marone. Ha tenuto diverse conferenze sul sistema preventivo di don Bosco. Una volta andato in pensione, amava trascorrere in parrocchia e in oratorio dei brevi soggiorni, aiutando i confratelli salesiani nei diversi servizi della comunità salesiana. Tra le sue pubblicazioni sono da ricordare: Educazione e Scienze dell’Educazione, Roma, LAS, 1986; L’educazione tra crisi e ricerca di senso, Roma, LAS, 1990; Educazione e pedagogia in una cultura che cambia, Roma, LAS, 1998; Antropologia pedagogica, Roma, LAS, 2002, Il sistema preventivo di don Bosco – Prove di rilettura per l’oggi, Elledici, Torino, 2003. Ha curato, insieme ai proff. José Manuel Prelleza e Guglielmo Malizia, il Dizionario di Scienze dell’Educazione, Torino, SE /LDC, 1997, opera d’insieme della FSE.  Raimondo Giustozzi

 

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