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Libri: Stephen Kotkin, a un passo dall’Apocalisse Il collasso sovietico 1970 – 2000

Apocalissedi Raimondo Giustozzi

Il saggio di Stephen Kotkin, A un passo dall’Apocalisse, il collasso sovietico 1970 – 2000, è stato pubblicato originariamente nel Regno Unito da Oxford University Press, nel 2001, 2008, in Italia, nel 2010 da Viella s.r.l., Roma. E’ stato pubblicato, su licenza di Viella s. r. l., Roma, dal Corriere della Sera, il cinque  agosto 2022, vol. 22, nella collana Geopolitica, capire gli equilibri del mondo, curata da Federico Rampini. “Il saggio è la cronaca di un disastro annunciato ma evitato quasi per miracolo: dal collasso del comunismo sovietico non è scaturita l’apocalisse (politica, economica, sociale, civile, militare) che poteva esserne la diretta conseguenza. E’ d’obbligo constatare che il verdetto è ancora sospeso. L’apocalisse russa non è impossibile, e le responsabilità ricadono in modo soverchiante sulla classe dirigente di questa nazione” (Stephen Kotkin, a un passo dall’apocalisse, il collasso sovietico 1970 – 2000, pag. 9, prefazione alla presente edizione, giugno 2022).

Stephen Kotkin è uno dei massimi esperti di storia dell’Unione Sovietica, autore fra l’altro di una monumentale biografia di Stalin. Il suo sguardo penetra anche sulla Russia post – sovietica. Sa farci cogliere quanta continuità esiste tra le due fasi storiche, e quanto comunismo o leninismo o stalinismo ha impregnato Vladimir Putin, la sua cerchia di potere, la classe dirigente in senso lato. Il saggio copre un arco storico cruciale: ha inizio quando il sistema sovietico mostra i primi segni di crisi nella competizione con l’Occidente. Si conclude con Putin saldamente al potere, ancorché al debutto delle sue operazioni di aggressione esterna.

La ricostruzione precisa di Kotkin sfata alcuni miti che hanno attecchito in Italia. Tra questi c’è l’idea che l’attacco all’Ucraina nel 2014 e poi nel 2022 sia la reazione di Putin a una serie di umiliazioni inflitte dall’Occidente, America in testa, che dopo il crollo dell’URSS avrebbe tenuto la Russia ai margini della comunità internazionale. Chi sostiene questa tesi omette di solito due eventi significativi avvenuti alla fine degli anni Novanta: l’inclusione della Russia nel G7, che con essa divenne G8, l’offerta fatta a Mosca di un partenariato con la Nato, che per qualche anno fu accettata. Perché queste forme di associazione della Russia con l’Occidente non bastarono a placarne la sete di rivincita? Una risposta la si trova perfino in un manuale scolastico di storia russa, citato da Kotkin, perché “Influenzato dal Cremlino ed esplicito nelle sue intenzioni di restaurare il patriottismo”. Quel testo scolastico insegna che l’ingresso nel club delle nazioni democratiche implica la cessione di parte della propria sovranità nazionale agli USA.

Ogni lettore è libero di formarsi la propria opinione su questo punto: se la Francia o l’Italia cedano sovranità agli Stati Uniti per il solo fatto di partecipare al G7, o se invece questi forum internazionali siano un luogo per condividere decisioni attraverso la ricerca del consenso, un formato geopolitico che rappresenta il superamento delle coercizioni imperiali. Secondo Kotkin “Gran parte della classe dirigente russa, come del resto la sua controparte americana, credeva di essere investita di una speciale missione, anche se un’applicazione esagerata del principio aveva condotto la Russia zarista e la stessa URSS a un rapido oblio”. Dunque, Russia e America hanno avuto in comune l’idea di essere nazioni eccezionali. Ma per gli Stati Uniti questa visione messianica del proprio ruolo è stata sottoposta a critiche interne feroci, ha spaccato il paese, ha distrutto presidenze, anche quando si è incarnata nell’illusione o nell’impostura di voler esportare democrazia e diritti umani. In Russia invece, Putin ha riesumato il destino eccezionale riservato alla Russia, restituendogli l’aureola della sacralità religiosa, dello scontro di civiltà con un Occidente decadente e imbelle, peccaminoso e licenzioso.

Più l’America diventava dubbiosa e scettica sul proprio ruolo universale, più la Russia caricava il suo ruolo di un’ancestrale ideologia reazionaria. Un esempio di questa divaricazione nella traiettoria tra le due superpotenze si è avuto proprio nel 2022, l’anno della seconda aggressione contro l’Ucraina. Mentre a Mosca, in occasione dell’operazione militare speciale, leggi invasione dell’Ucraina, si rinsaldava più che mai l’alleanza fra il potere politico e quello religioso (Putin e il patriarca Kirill), in America una sentenza della Corte suprema che cancellava il diritto costituzionale dell’aborto, offriva lo spettacolo di una spaccatura fra i politici cattolici (Joe Biden, Nancy Pelosi) e la Chiesa (papa Francesco applaudiva alla sentenza del tribunale costituzionale) (Ibidem, pag. 8).

Papa Francesco ha diritto ad applaudire alla sentenza del tribunale costituzionale americano come aveva tutto il diritto di dire al patriarca Kirill che il papa di Roma o il patriarca di Mosca non possono trasformarsi in chierichetti al servizio del potere politico, quando quest’ultimo decide di invadere uno stato libero e indipendente, come nel caso dell’Ucraina. (N.D.R.).

“Un altro mito che viene sfatato dalla ricostruzione storica di Kotkin è quello sulle responsabilità occidentali nella disastrosa transizione della Russia dal Comunismo al Capitalismo. Nel caso specifico sono circolate voci secondo le quali le privatizzazioni russe durante la presidenza di Eltsin avrebbero avuto la loro vera regia a New York (finanza di Wall Street) e a Washington (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale). In buona sostanza, questa è una favola. Il ruolo della finanza occidentale fu marginale. Il grande saccheggio delle privatizzazioni russe fu perpetrato da un’élite russa ai danni del popolo russo. Kotkin ricorda che negli anni Novanta, gli investimenti stranieri in Russia ammontarono a qualche miliardo di dollari, meno che nella piccola Ungheria. In compenso durante quel decennio le fughe di capitali dalla Russia raggiunsero i 150 miliardi di dollari: quasi il quadruplo dei prestiti concessi dal Fondo monetario internazionale. E’ così che nacquero la grandi fortune degli oligarchi, una parte delle quali venne messa al sicuro in banche svizzere o inglesi, o a Dubai e a Hong Kong” (Ibidem, pp. 8 – 9).

Secondo una vecchia battuta, circolata in epoche diverse e in molteplici versioni, la Russia è il paese più ricco al mondo, “Perché nonostante tutti abbiano rubato allo Stato per quasi sessant’anni, c’è ancora qualcosa da rubare”. Da questi furti gli stranieri furono quasi sempre esclusi. L’autore ricorda un fatto. Nel 1991 la Fiat aveva offerto due miliardi di dollari per comprare la fabbrica russa di automobili Avtovaz, che fu invece venduta (o meglio svenduta) a investitori locali per 45 milioni di dollari. E’ con queste svendite, rapine, favoritismi che si creò una nuova classe di capitalisti russi, molto spesso ex funzionari dello Stato o del Partito comunista. Dal passaggio del millennio in poi, a presidiare questa operazione di accumulazione primitiva è intervenuto Putin, prima espressione delle caste di oligarchi, poi maestro nel gioco di ricattarli, asservirli, manovrarli a suo piacere (Ibidem, pag. 9).

Il crollo progressivo dell’Unione Sovietica corre durante tutto il trentennio che va dal 1970 al 2000, quando nel Cremlino alcuni si imbarcano nell’impresa di realizzare finalmente il sogno del socialismo dal volto umano. Una prima idea di una riforma del socialismo in senso umanista matura con Nikita Kruscev e segna un’intera generazione fino a Michail Gorbaciov, contraria nel 1968 alla repressione della Primavera di Praga, tentata da Alexander Dubcek. Salita al potere nel 1983, questa generazione dell’Unione Sovietica è convinta che l’economia pianificata può essere riformata senza introdurre la proprietà privata e il libero mercato dei prezzi. Crede anche che l’alleggerimento della censura riavvicini la gente al socialismo e che il Partito comunista può essere democratizzato. Sbagliano, purtroppo. Michail Gorbaciov, in tutta buona fede, tenta l’impossibile, ma senza volerlo, la sua perestroika distrugge l’economia pianificata, la fedeltà al comunismo sovietico e, in ultima analisi, lo stesso Partito comunista (Stephen Kotkin, Introduzione, pp. 15 – 20, in “A un passo dall’apocalisse il collasso sovietico 1970 – 2000”, Milano 2022).

“Quando, alla fine del 1989, la folla inaspettatamente abbatté il muro di Berlino e ai paesi dell’Europa orientale venne concesso di staccarsi dalla morsa sovietica, gli analisti sbigottiti (me compreso) cominciarono a chiedersi se anche le Repubbliche sovietiche si sarebbero rese indipendenti. Ciò rese il biennio 1990 – 91 un periodo particolarmente drammatico, in quanto – benché ormai destabilizzato dall’idealismo – il sistema sovietico controllava ancora uno dei più grandi e potenti apparati militari della storia. Disponeva di sufficienti armi nucleari per distruggere e minacciare il mondo, e di enormi quantità di armi chimiche e biologiche. L’URSS aveva anche milioni di soldati dislocati da Budapest a Vladivostok, oltre a centinaia di migliaia di truppe a disposizione del Kgb e del ministero degli Interni. In nessuna di queste forze si verificarono ammutinamenti significativi. Non vennero mai usate né per salvare un impero in disfacimento né per eventuali regolamenti dei conti” (Ibidem, pag. 16).

Al crollo dell’URSS scoppiarono una dozzina di guerre civili in Cecenia, Inguscezia, Karabakh, Ossezia, Abkhazia, Adjara (tutte nel Caucaso), Moldavia e Tajikistan. Questi conflitti causarono migliaia di morti, milioni di rifugiati e l’apparizione di vari staterelli mai riconosciuti a livello internazionale, che di fatto frammentarono internamente alcune delle nuove repubbliche. L’Ucraina, che pure evitò la guerra civile, ebbe nella sua estremità occidentale un’autonominata repubblica della Russia sub -carpatica. A questo proposito va tenuto presente che i russi dell’Ucraina, undici milioni di persone corrispondenti al 20% della popolazione, sono la più cospicua minoranza etnica in Europa. In Kazakistan vivevano altri cinque milioni di russi (il 33% della popolazione). Nel complesso, settantuno milioni di ex cittadini sovietici si ritrovarono improvvisamente a risiedere al di fuori della loro patria nominale – se mai ce n’era stata una – e con davanti agli occhi il catastrofico esempio della Jugoslavia, si rabbrividisce al pensiero delle guerre, o addirittura dell’apocalisse nucleare, chimica e biologica, che avrebbero potuto accompagnare il crollo dell’URSS” (Ibidem, pag. 17). A quanto scritto dall’autore dodici anni fa è da aggiungere il ricorso al deterrente nucleare più volte minacciato da Vladimir Putin nel caso in cui non riesca a venire a capo della resistenza ucraina nella guerra in corso.

“L’URSS,  nel momento in cui ha cessato di esistere, si è rivelata – per chi ancora non la conosceva –  molto più di una mostruosa dittatura militarizzata… La Repubblica Russa, in quanto prodotto dall’URSS ha ereditato tutto quello che aveva causato il crollo dell’Unione Sovietica, compreso il crollo stesso… Oltre alla sopravvivenza di una miriade di uffici e funzionari – dalla procura di Stato al Kgb – il retaggio dell’era sovietica è visibile in molte nuove istituzioni: nell’amministrazione presidenziale si scorgono tracce del vecchio apparato de Comitato Centrale e il ministero  dell’economia non si è liberato dal Gosplan (Comitato statale per la pianificazione economica nell’Unione Sovietica)… Tutto l’impianto della vecchia economia pianificata, vaste aree di industrie pesanti antiquate e infrastrutture fatiscenti sono rimaste a fondamento di intere comunità e delle relative relazioni sociali… L’idea che il crollo si sia concluso nel 1991 e che il potere sia passato a una manciata di riformatori radicali e di nuovi democratici è quanto meno ingenua” (Ibidem, pag. 18).

 

 

Un altro volume della collana Geopolitica capire gli equilibri del mondo, il numero 23, Breve storia della Russia dalle origini a Putin, di Paul Bushkovitch, pubblicato in Italia per la prima volta nel 2013, quindi successivo al saggio di Stephen Kotkin, oggetto della presente recensione, offre altre conoscenze in merito, soprattutto per quanto riguarda l’operato di Vladimir Putin in politica interna.

Nel 2001 l’immenso collasso sovietico era di fatto ancora in corso e la situazione della Russia ancora caotica. Il caos, tuttavia, si era in qualche modo stabilizzato e si avviava finalmente verso quelle riforme istituzionali che molti, sbagliando, pensavano fossero state implementate negli anni Novanta. Troppo spesso la Russia è stata giudicata con severità assai maggiore rispetto alle altre repubbliche ex sovietiche, senza tener conto che in base ai principali indicatori politici ed economici i suoi risultati comunque apparivano migliori di quelli della vecchia confederazione, con l’eccezione della piccola Estonia (Ibidem, pag. 19).

Il libro, attraverso sette capitoli, declinati in paragrafi di media lunghezza e un epilogo: la fine del crollo, gli anni di Putin e oltre, offre una panoramica degli ultimi due decenni di storia sovietica e dei primi dieci anni di Russia post sovietica. Il saggio è organizzato in parte cronologicamente e in parte in modo analitico. Consta di 185 pagine, comprese una prefazione alla presente edizione, una seconda prefazione, una introduzione, approfondimenti e note. L’analisi si concentra sulle élite e su considerazioni di carattere strutturale: una generazione di dirigenti di partito, guidata da Gorbaciov, profondamente impregnata di idealismo socialista, che emerge solo con la scomparsa della vecchia guardia; la visione del mondo e le speranze di 285 milioni di persone che vivevano nello spazio ideologico socialista, l’economia pianificata e le sue industrie oppressive e indifferenti ai costi; le dinamiche istituzionali dello Stato Sovietico e poi russo. Siccome non c’è storia senza contingenza, la ricostruzione fatta dall’autore prende in considerazione anche i tentativi di articolare e implementare risposte politiche insieme alle loro imprevedibili conseguenze. Infine, il crollo dell’URSS e le contraddizioni della nuova Russia rimarrebbero inspiegabili se sganciati dall’evoluzione del contesto internazionale dopo la seconda guerra mondiale. L’analisi è al contempo storica e geopolitica (Ibidem, pag. 20).

Raimondo Giustozzi

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