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Libri.Kyle Harper, Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero

Il Destino di Romadi Raimondo Giustozzi

Kyle Harper insegna Lettere classiche all’Università di Oklahoma. Il libro Il destino di Roma, clima, epidemie e la fine di un impero è stato pubblicato negli Stati Uniti d’America dall’Università di Princeton nel 2017, in Italia per la casa editrice Einaudi nel 2019. Il saggio, 521 pagine, è il N° 20 della collana Geopolitica capire gli equilibri del mondo, curata da Federico Rampini e pubblicato nel luglio del 2022 dal Corriere della Sera su licenza di Giulio Einaudi Editore. E’ un classico saggio che dovrebbe essere letto da tutti, tanto è ricco di notizie storiche e geografiche che difficilmente si ritrovano nei manuali di storia. La lettura va fatta per piccoli passi, senza scoramenti vista la complessità del lavoro.

“Pandemia e cambiamento climatico, calo demografico e impoverimento economico. Come se non bastassero tutte queste variabili, sullo sfondo si aggiungono anche tensioni geopolitiche, frontiere contestate e contese, scontri tra potenze, conflitti tra modelli culturali e valoriali, sconvolgimenti sismici nei rapporti di forze internazionali. Questo paesaggio, per noi occidentali del XXI secolo, è tristemente familiare. Lo era anche per i Romani del Basso Impero (305 – 476 d. C.). La caduta di Roma è stata sempre oggetto di studio fin dagli anni scolastici, ma è una vicenda che continua a essere riesaminata, grazie anche a nuove scoperte, perché gli studi storici vengono aggiornati con lo studio di altre disciplina: climatologia, genetica, agronomia, demografia, etnografia”.

L’autore si serve di tutte queste altre discipline, ausiliarie della storia, per delineare i contorni della fine dell’impero romano che, senza ombra di dubbio, fu per l’età antica uno dei più duraturi e meglio organizzati, tanto da lasciare tracce indelebili nel diritto, nella letteratura, nell’architettura, nelle lingue neolatine e nei molteplici aspetti della vita materiale. “Gli ultimi secoli dell’impero romano, secondo Kyle Harper sono una concatenazione di crisi epidemiologiche e ambientali, che fiaccano le resistenze di fronte alle invasioni barbariche, tanto che l’Europa tutta sprofonda verso un arretramento politico, sociale, tecnologico e culturale”.

Il saggio è un affresco angosciante sulla ritirata di una delle civiltà più avanzate della storia, quella di Roma, caput mundi, come si è soliti definire, anche se con una certa enfasi, la città eterna. “Pur immaginando che la peste di Giustiniano avesse ucciso metà della popolazione, esistevano pur sempre degli esseri umani sparsi sul territorio. La verità è che in alcune regioni dell’impero era difficile trovarli. Dalle testimonianze materiali dell’Italia le persone sembrano misteriosamente sparite. Villaggi e fattorie, che da un migliaio di anni sostenevano un notevole livello di civiltà, sembrano per la maggior parte scomparsi. L’Italia retrocesse, barcollando, a livelli di tecnologia e cultura materiale quali non si erano visti neppure prima degli Etruschi. L’alleanza tra guerra, invasioni straniere, peste e cambiamento climatico cospirò per invertire un millennio di progresso materiale e trasformò l’Italia in una zona arretrata dell’Alto Medioevo, più importante per le ossa dei suoi santi che per la sua ricchezza economica e politica” (Federico Rampini, Prefazione, pag. 7, in “Il destino di Roma, clima, epidemie e la fine di un impero”, di Kyle Harper, Milano, 2022).

In una biblioteca di testi classici sulla geopolitica uno spazio per la caduta di Roma è obbligatorio, perché la morte di quell’impero divenne l’ossessione di tutti i suoi successori. Fu la caduta per eccellenza. Nel dibattito sull’America di oggi, per esempio, il riferimento alla fine di Roma è costante. Paul Kennedy, nel libro Ascesa e declino delle grandi potenze per altro già uscito in questa collana di geopolitica, analizzava la decadenza degli Stati Uniti, trovando delle analogie con la cause che portarono alla fine di Roma. Il libro uscì nel 1987, due anni prima della caduta del muro di Berlino e quattro anni prima del crollo dell’Unione Sovietica. La solitaria leadership americana sulla scena mondiale è durata appena un decennio fino all’11 settembre 2001 con l’attacco alle Torri Gemelle ad opera di Al Qaeda. Una analogia che Kennedy trova tra Roma e gli USA è l’iper – dilatazione della presenza militare. Il collasso finanziario fu una delle cause che portarono alla caduta dell’Impero Romano. La stessa cosa, sta avvenendo, secondo Poul Kennedy per gli Stati Uniti d’America.

“Durante lAlto Impero (27 a. C. – 305 d. C.), il bilancio statale complessivo era nell’ordine di 250 milioni di denarii: due terzi erano assorbiti dall’esercito, cioè una porzione davvero esagerata. La guerra fu la vera industria di Roma: Con essa si assicurò bottino, tributi, schiavi, monopoli, terre, miniere, mezzi, servizi, prestazione di ogni genere in maniera  inaudita e costante. Le grandi risorse procurate dal dominio e dallo sfruttamento dei tanti paesi conquistati resero possibile l’esenzione dei cittadini romani, già nella prima metà de II secolo a. C., da ogni peso fiscale. A un certo stadio di espansione della sfera imperiale, però, i costi dell’esercito cominciarono a superare i benefici. Mantenere una macchina bellica di quelle dimensioni – a cui si aggiungevano i compensi pagati a tribù barbariche mercenarie – divenne una spesa insostenibile, anche perché pandemie, cambiamenti climatici, siccità e crisi dei raccolti cominciarono a corrodere le basi demografiche della potenza romana” (Ibidem, pag. 8).

L’idea che tutti gli imperi successivi debbano studiare la storia di Roma, per capire il proprio destino, fu anticipata da un pensatore arabo influente, vissuto nell’epoca del Rinascimento islamico: Ibn Khaldun (1332 – 1406). Lo storico arabo studiò e analizzò le dinamiche costanti nella storia degli imperi diversi e lontani fra loro, soprattutto Roma e la Cina antica. I due imperi proteggevano i propri confini dalle invasioni straniere spesso attraverso dei patti con i barbari alle frontiere. Le fortificazioni non bastarono più a fermare le ondate migratorie, né la Grande Muraglia cinese né le varie mura romane di confine come il Vallo di Adriano, il Vallo di Antonino, il Limes germanico – retico. Fu più efficace, quasi sempre, raggiungere dei compromessi con gli invasori – emigranti, perché si disciplinassero loro stessi, dietro compenso. Questo modo di operare fu comune per molti secoli per la Cina e anche per l’Impero Romano. Quest’ultimo faceva un uso parsimonioso delle proprie legioni; in genere, per la protezione delle frontiere preferiva stabilire dei rapporti politici e anche contrattuali con i barbari. Pagava delle tribù straniere perché si occupassero di sorvegliare le frontiere esterne ed eventualmente di combattere altre etnie. Era l’antico motto del “Divide et impera”. Dividi per comandare.

“Lo storico arabo rilevava anche altre costanti nell’ascesa e nel declino delle grandi potenze. All’origine c’è una civiltà giovane e forte, ambiziosa e aggressiva, con un’etica guerriera. In cima alle sue gerarchie sociali ci sono i militari, seguiti dai sacerdoti, più in basso c’è il popolo contadino e ci sono gli schiavi da cui estrarre risorse. Poi a furia di conquiste, la cultura di ogni impero si fa più raffinata e la sua classe dirigente si volge a consumi voluttuari; inoltre per giustificare la propria evoluzione, si lascia affascinare da religioni pacifiste, come il buddismo e il cristianesimo delle origini; i cittadini perdono l’abitudine alle armi. La prosperità economica genera lusso e ozio, corrompe le élite. A quel punto lo stato ricorre ai mercenari che hanno comunque un costo che va a gravare ulteriormente l’erario, salvo poi arrivare anche al punto in cui i barbari mercenari con si accontentano di essere pagati, ma vogliono anche comandare” (Ibidem, pag. 9).

L’iper- dilatazione delle spese militari e il conseguente stress finanziario furono una costante anche di altri imperi. Ecco perché tutti sono stati affascinati dall’archetipo di Roma e timorosi di seguirne la traiettoria conclusiva. L’Impero Britannico, al termine della prima guerra mondiale, cominciò a dare segni di iper – dilatazione e di stress finanziario. Non gli bastava arruolare nelle proprie forze armate vaste masse di soldati provenienti dalle proprie colonie. Dopo la seconda guerra mondiale non dichiarò ufficialmente la propria bancarotta perché gli Stati Uniti d’America pignorarono di fatto una parte delle basi militari inglesi e della sfera di influenza di Londra. Ma la storia gira. Oggi, sono gli Stati Uniti d’America a soffrire di questa eccessiva spesa militare. Impegnati in Europa ma soprattutto nell’Indo Pacifico dove è chiaro il confronto con la superpotenza economica emergente, la Cina che si appresta a diventare anche una superpotenza militare in un futuro non troppo lontano, gli USA spendono il doppio dei loro alleati occidentali nella difesa atlantica.

Nelle pieghe dell’opinione pubblica americana stanno prendendo sempre più piede correnti isolazionistiche. Donald Trump, quando era presidente degli Usa ha scaricato più volte sugli alleati occidentali il peso delle spese militari sempre crescenti, minacciando che l’America si sarebbe allontanata dalla Nato se gli stati europei non avessero coperto in parte le proprie spese militari per la difesa comune. Il problema era stato denunciato per altro anche da Barack Obama, anche se in maniera più soft e non in modo arrogante come Trump. Joe Biden ha trovato una sponda in Putin, nella sua scellerata guerra all’Ucraina. Svezia e Finlandia, temendo a loro volta un’aggressione russa, hanno fatto richiesta di entrare nella Nato. In questo modo le spese militari per la difesa comune dell’Occidente saranno pagate anche da questi due nuovi stati. Pesa al momento il veto di Erdogan qualora le due nazioni non prendano provvedimenti seri contro i guerriglieri curdi.

Ogni impero, anche se post – moderno, non sfugge nemmeno quello americano, ha preso a paragone la storia di Roma, temendo di fare la sua stessa fine. Lo storico tedesco Oswald Spengler nell’opera Il tramonto dell’Occidente fa spesso riferimento a Roma come al metro di paragone per ogni ascesa o caduta, avanzata o arretramento delle civiltà europee successive. I giacobini della Rivoluzione Francese si consideravano gli eredi dei senatori romani. Napoleone Bonaparte voleva essere il nuovo Giulio Cesare. Durante il regno della regina Vittoria, Londra si sentiva alla pari di Roma, come il centro di una civiltà sovra nazionale. Il parlamento inglese, secondo Mary Beard, studiosa inglese dell’antichità classica, fece riferimento all’antica Roma, quando mise a fondamento della propria carta costituzionale, dalla Magna Carta in poi, i limiti ai poteri dei sovrani.

Il passaggio dalla Repubblica all’Impero, nell’antica Roma, viene anche messo a confronto con alcune figure delle storia americana, come i cugini Theodore e Franklin Roosevelt, fino a Richard Nixon o a Donald Trump che nel corso dell’incarico presidenziale hanno vestito i panni dell’imperialismo americano con forme anche autoritarie, quasi fosse un tradimento di un ideale: la Repubblica come cosa comune. Nella riunione di Philadelphia, estate del 1987, la repubblica di duemila anni prima era una fonte di ispirazione, per disegnare l’architettura di un buon governo federale. Benjamin Franklin, uno degli autori della Costituzione Americana disse a un cittadino che l’America sarebbe stata una Repubblica “Se riuscite a conservarla”. Il pericolo di trasformarla in autocrazia è sempre incombente, ecco perché il confronto con la Roma antica è frequente nella storia americana.

Il crollo dell’impero romano venne studiato ampiamente circa 250 anni fa da Edward Gibbon nell’opera Storia della decadenza e caduta dell’impero romano. Lo storico inglese sostiene che tra le altre cause che portarono alla caduta dell’impero romano ci fu anche il ruolo avuto dal Cristianesimo. I Cristiani insomma, perché aspiravano ad una patria celeste, consegnarono la patria terrena, Roma ai barbari. “Quella dei romani era una religione civica a politica, al centro c’era in fondo Roma stessa. Per quanto Gesù Cristo abbia detto Date a Cesare quel che è di Cesare, nella Roma cristianizzata la devozione, l’obbedienza, la fedeltà dei cittadini si è trasferita altrove… Comunque, che la colpa sia del benessere che ha fiaccato il cives romanus, o del cristianesimo che gli ha inoculato nuovi valori etici, è evidente un declino della capacità di combattimento e perfino di autodifesa. All’inizio gli invasori barbarici sono in realtà minoritari, eppure riusciranno a mettere in ginocchio un impero che sulla carta dispone di forze maggiori. La pressione demografica di questi immigrati – invasori non è così irresistibile come si crede: a volte bastano piccole orde per bucare le difese romane e avanzare nel cuore di una grande civiltà decadente” (Ibidem, pag. 13).

“Dopo il sacco di Alarico del 410, basta attendere mezzo secolo e arrivano altre tappe della decadenza: le carestie, probabilmente legate al cambiamento climatico. La scarsità di cibo è così estrema che si segnalano episodi di genitori costretti a vendere i bambini come schiavi per sopravvivere. I cambiamenti climatici del VI secolo invertirono in Italia centinaia di anni di fatiche umane. L’affresco che Harper dipinge ha delle analogie inquietanti con i problemi contemporanei: dissesto idrogeologico, eventi climatici estremi favoriti dall’abbandono del territorio, monti che franano e fiumi che esondano perché la popolazione ha smesso di prendersene cura. “I precoci agglomerati urbani e i campi ordinati”, scrive lo studioso americano, “erano stati strappati alla natura, sfruttando attentamente le sue forze volubili. Lo spopolamento e il declino del potere dello Stato minarono i sistemi di controllo da cui dipendeva il miracolo della civiltà” (Ibidem, pag. 14).

“Lo spopolamento dell’Europa mediterranea si accentua a tal punto che non bastano le invasioni barbariche dal Nord e dall’est per riempire i vuoti. La denutrizione contribuisce a indebolire le difese immunitarie, ed ecco che un’altra pandemia arriva da Oriente. E’ la peste giustiniana che comincia ad affacciarsi nel Mediterraneo orientale nell’anno 541. Segna uno spartiacque nella storia, diventa la prima peste medievale, visto che il contagio scoppia quando l’Impero romano è ormai defunto. Sarà un ciclo di contagi interminabili. Si segnala a Roma nel 543, da lì contamina la Toscana e la Pianura Padana. Il bilancio della pandemia si sovrappone a quello delle invasioni. In occasione di un altro sacco di Roma, da parte del re ostrogoto Totila nel 546 – 547, la città già decimata dalla malattia viene svuotata completamente dalla paura dell’invasore. Ello stesso periodo, Milano è stata conquistata dagli Ostrogoti. La popolazione viene massacrata. Le donne, vendute come schiave, finiranno in Savoia e nel Vallese. Una seconda ondata delle peste giustiniana colpisce l’Istria, Ravenna nel 559, dieci anni dopo è a Genova e Marsiglia, ancora altri dieci anni e conquista la Spagna. Nel 640 è micidiale in Provenza. Nel 746 è segnalata in tutta l’Italia del Sud. L’avanzata lenta, la durata eccezionalmente lunga (due secoli!) associano questa pandemia endemica a una vera e propria rottura demografica, uno spopolamento e desertificazione che danno il colpo mortale a quel che resta della civiltà romana… Il centro di gravità demografico si sposta dal Mediterraneo a favore dell’Europa del Nord, dove certe etnie germaniche sono state risparmiate dal contagio” (Ibidem, pag. 15).

Il trionfo di una religione monoteista, quella cristiana, che da un lato corrode la civiltà romana dall’interno, dall’altro finirà per salvarne alcune eredità. Perché è già in atto da tempo la metamorfosi della Chiesa, che si è appropriata di alcuni valori della romanità; così come gli invasori barbari si sono lasciati convertire al cristianesimo, in una osmosi in cui il passato non muore mai del tutto. La distruzione è generale. La vita quotidiana diventa quasi primitiva: “Al tempo dei romani, i contadini nelle campagne mangiavano con stoviglie di ceramica prodotte industrialmente, ora perfino i privilegiati erano tornati ai giorni della terracotta fatta a mano. E’ bene non sottovalutare una regressione così basilare: sarebbe come se avessimo rinunciato ai frigoriferi e fossimo tornati alla ghiacciaie in cantina. Lo stile di vita delle prime élite medievali aveva ben poco in comune con quello dei ceti medi del tardo impero romano” (Ibidem, pp. 15 – 16).

 

 

Il saggio dello studioso americano si apre con un prologo: il trionfo della natura (pp. 23 – 27) nel quale l’autore inquadra il periodo storico preso in esame con la visita a Roma dell’imperatore e del suo console. Si è verso l’inizio del 400 d. C. Era da più di un secolo che gli imperatori mancavano da Roma in quanto “Trascorrevano i loro giorni nelle cittadine più prossime alla frontiera settentrionale, dove le legioni, pensavano i romani, mantenevano sicura la linea di separazione tra la civiltà e la barbarie”. Roma era pur sempre una grande città con circa settecentomila anime . La città possedeva 28 biblioteche, 19 acquedotti, 2 circhi, 37 porte, 423 sobborghi, 46.602 palazzi, 1.790 case di grandi dimensioni, 290 granai, 856 stabilimenti termali, 1.352 cisterne, 254 panifici, 46 bordelli e 144 latrine pubbliche.

In occasione della visita dell’imperatore fu chiamato il poeta Claudiano, egiziano di nascita ma di lingua madre greca, uno degli ultimi giganti della poesia classica latina. Il console Stilicone, posto di fianco all’imperatore ascoltava interessato il panegirico del poeta: “Roma, nata da umili origini, si è estesa su entrambi gli estremi della terra, e da un piccolo luogo tanto ha ingrandito il suo potere da sovrapporsi alla luce del sole… L’Urbe era la madre delle armi e della legge, aveva combattuto innumeri battaglie e aveva esteso il suo dominio sulla terra. Solo Roma ha accolto nel suo seno le genti conquistate, e da vera madre, non da imperatrice, ha protetto l’umano genere con un nome comune, chiamando a raccolta gli sconfitti per condividere la sua cittadinanza” (Prologo, ibidem, pag. 24).

Non si trattava di una mera fantasmagoria poetica. Ai tempi di Claudiano, infatti, si potevano trovare orgogliosi cittadini romani dalla Siria alla Spagna, dalle sabbie dell’Alo Egitto alle gelide frontiere della Britannia settentrionale. Pochi imperi nella storia hanno conseguito tanto la dimensione geografica quanto la capacità di integrazione del commonwealth romano. Nessuno come l’impero romano ha saputo combinare tra loro le dimensioni territoriali e l’unità dello stato, per non parlare della longevità. Il discorso di Claudiano piacque talmente agli ascoltatori, tanto che il Senato deliberò di rendergli onore con una statua (Ibidem, pp. 24 – 25).

Trascorrono appena dieci anni, e il 24 agosto 410, la Città Eterna viene saccheggiata da un esercito di Goti (guidato da Alarico), in “Quello che fu il momento più drammatico  nella lunga successione di accadimenti noti come la caduta dell’impero romano. Con una sola città si è visto perire il mondo stesso. Com’era potuto accadere?”. Edward Gibbon, il grande storico inglese scrive: “La decadenza di Roma era il naturale e inevitabile effetto della sua smoderata grandezza. La prosperità maturò il principio della caduta: si moltiplicarono le cause della distruzione con l’estensione delle conquiste; appena il tempo, o l’accidente ne rimosse gli artificiali sostegni, quella stupenda fabbrica cedette alla pressione del suo stesso peso”.

I romani avevano sempre dominato la natura selvaggia attraverso lavori estenuanti. Ad un certo punto la natura ebbe il sopravvento sulle ambizioni umane quando si diffusero batteri e virus, eruzioni vulcaniche e cicli solari. Una fase climatica dell’Olocene rappresentò per Roma e il suo impero l’optimum climatico: “Gli ultimi secoli a. C. e i primi secoli d. C. furono favoriti da un regime climatico caldo, umido e stabile, giustamente noto come Optimum Climatico Romano” (Kyle Harper, il destino di Roma, clima, epidemie e la fine di un impero, op. cit. pag. 69, L’Optimum climatico romano).

 

 

 

Il saggio di Kyle Harper, ricco di mappe geografiche, cartine, tabelle, istogrammi, è diviso in sette capitoli, declinati da diversi paragrafi di varia lunghezza. Il saggio, tolte le ventisette pagine occupate dalla prefazione, dalla linea del tempo, il prologo: il trionfo della natura e le cento quarantasette pagine dedicate ai ringraziamenti, alle due appendici, alle note e alla bibliografia, consta di 346 pagine. Questi i capitoli del saggio:

  1. Ambiente e impero
  2. L’età più felice
  3. La vendetta di Apollo
  4. Senectus mundi
  5. Fortunae volucris rota
  6. Il gran tino dell’ira di Dio
  7. Il giorno del giudizio

Epilogo: Trionfo dell’umanità.

“Lungi dal rappresentare la scena finale di un mondo antico irrimediabilmente perduto, l’incontro di Roma con la natura può costituire il primo atto di un nuovo dramma, che si sta ancora svolgendo attorno a noi. Un mondo precocemente globalizzato, dove la vendetta della natura comincia a farsi sentire, nonostante la persistente illusione di esercitare un controllo, tutto questo potrebbe suonarci non così sconosciuto. Il primato dell’ambiente naturale nel destino di questa civiltà ci avvicina ai romani, accalcati nei teatri ad applaudire gli antichi spettacoli, senza nulla sospettare del prossimo capitolo della storia, in modi che mai avremmo potuto immaginare” (Epilogo: Trionfo dell’umanità, in, il destino di Roma, clima, epidemie e la fine di un impero, di Kyle Harper).

Il finale del saggio è la degna conclusione di tutto il saggio, che è un classico da leggere con attenzione e con passione. I libri poi vanno ai nostri figli e nipoti. Saranno anche loro a farne tesoro. Le lezioni del passato costituiscono il lievito per capire il nostro presente. La progettazione del futuro compete a tutti gli uomini e alle donne di buona volontà, dotati di saggezza, di coraggio e di cuore.

Raimondo Giustozzi

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