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Libri: Lev Gudkov e Victor Zaslavsky, La Russia da Gorbaciov a Putin.

di Raimondo GIustozzi

da gorbacew a PutinIl libro di Lev Gudkov e Victor Zaslavsky, la Russia da Gorbaciov a Putin è il 21° volume della collana geopolitica, curata da Federico Rampini. La prima edizione risale al 2010, pubblicata dalla Società Editrice il Mulino, Bologna. L’edizione speciale per il Corriere della Sera, pubblicata su licenza della Società Editrice il Mulino, è del 27 luglio 2022. E’ il primo dei tre volumi che riguardano direttamente il mondo russo, dalla storia della Russia, alla rivoluzione d’Ottobre, alla seconda guerra mondiale, alla guerra fredda, alla disgregazione dell’Unione Sovietica fino ad arrivare ai nostri giorni. Le recensioni degli altri due volumi seguiranno a breve.

Il saggio è diviso in due parti. Nella prima parte: il mercato del lavoro russo nella transizione postcomunista il tema scelto viene sviluppato attraverso sei capitoli: 1. La transizione postcomunista. La prima fase, 2. La classe operaia nella transizione, 3. La transizione post comunista: i vincitori e i perdenti, 4. I sindacati nella transizione. 5. La privatizzazione e gli oligarchi. 6. L’Europa orientale e la Russia, due transizioni a confronto. La seconda parte: La Russia di Putin, l’argomento viene declinato in otto capitoli e una conclusione: 7. La seconda fase della transizione russa, l’ascesa di Vladimir Putin, 8. L’instaurazione del regime autoritario, 9. Il concetto di Stato forte e le sue contraddizioni, 10. La transizione autoritaria o l’autoritarismo senza transizioni. 11. La politica estera e l’opinione pubblica russa nell’era di Putin, 12. La cultura politica e l’organizzazione del consenso. 13. La crisi del 2008, 14 Il carattere dell’élite di Putin.

Nelle pagine finali del libro, là dove si tirano le conclusioni sul rapporto tra Russia e l’Occidente (pp.171–175), fa capolino molto discretamente un episodio emblematico, avvenuto dopo l’invasione russa della Georgia nel 2008. La Federazione Russa era in trattative con la Francia per l’acquisto di navi che avrebbero dovuto trasportare elicotteri del tipo Mistral. I generali russi dichiararono che, se nell’agosto del 2008 avessero avuto le navi in questione, le operazioni contro la Georgia sarebbero durate non otto giorni ma poche ore. L’episodio è significativo perché svela tutto il letargo europeo e occidentale di fronte alla rinascita di una minaccia strategica russa.

Eppure, come ricordano gli autori, più di un anno prima di attaccare la Georgia, Putin aveva svelato la sua dottrina, quando nel discorso di Monaco del febbraio 2007 aveva detto: L’Europa non è più la nostra casa comune, come sosteneva Gorbaciov, e un rapido avvicinamento a essa non corrisponde più agli interessi russi, come ai tempi di Eltsin. Gli Stati Uniti non sono un partner, ma una minaccia per l’identità, gli interessi nazionali e le tradizioni del paese. In altri termini, l’Occidente rimane come in passato l’avversario strategico della Russia” (Lev Gudkov e Victor Zaslavsky, la Russia da Gorbaciov a Putin pp. 172 – 173, Milano, luglio 2022).

Per Vladimir Putin la Guerra fredda non è mai finita. La dissoluzione dell’Unione Sovietica, da lui definita la più grande tragedia geopolitica del XX secolo, nella sua ottica fu il frutto di errori rimediabili. La sua intenzione di ricostruire una sfera d’influenza russa paragonabile a quella dell’URSS era già esplicita nel 2007. Nonostante questi suoi propositi, e anche dopo l’aggressione contro la Georgia, il fatto che la Francia negoziasse tranquillamente forniture militari con Mosca la dice lunga sulla nostra miopia. Questi fatti sono incompatibili con la teoria dell’accerchiamento ordito dalla Nato ai danni di Mosca, che la propaganda di Putin è riuscita a diffondere tra notevoli fasce dell’opinione pubblica italiana. L’Occidente non ha mai assediato la Federazione Russa. La Russia Zarista, quella Sovietica e quella attuale ha avuto sempre atteggiamenti paranoici nei confronti dei vicini. La colpa dell’Occidente è stata quella di aver ignorato a lungo i propositi di rivincita di Putin, anzi li ha resi possibili finanziando e armando il leader russo.

I due autori del libro ricordano anche l’atteggiamento che Putin ha avuto sempre nei confronti delle ex repubbliche sovietiche e verso i paesi dell’Est europeo, soprattutto quelli più piccoli. Illuminanti sono alcuni passaggi come questi: “Nel periodo sovietico il migliore tenore dei Paesi dell’Europa orientale era compensato, agli occhi dei russi, dal senso di superiorità che conferiva loro l’impero, tale da far considerare loro i cittadini di quei Paesi come dipendenti da Mosca, o fratelli minori del campo socialista. Ai rapporti si applicavano le norme del paternalismo di Stato, tipico delle società con una cultura politica da grande potenza. La popolazione sovietica considerava tutti gli avvenimenti che la riguardavano dal punto di vista delle opposizioni amici – nemici e centro – periferia. Simili idee erano diffuse non solo in vasti strati della popolazione soprattutto urbana, ma anche nell’intellighenzia sovietica, per la quale il paternalismo di Stato aveva il proprio fondamento nella presunta superiorità degli eredi di una grande potenza imperiale nei confronti delle piccole culture” (Ibidem, pag. 8).

“Il sistema economico nella Russia post – sovietica è capitalista, anche se con un ruolo decisivo e in certi settori, soprattutto nella produzione delle armi e nel campo energetico, dominante nelle grandi imprese di stato. L’ideologia non è più socialista. I valori morali a cui si richiama Putin sono quelli della tradizione conservatrice, russa e non solo, come per esempio il patriarcato e la divisione ancestrale della divisione dei ruoli tra i sessi. L’alleanza con la chiesa ortodossa recupera i tratti tipici del regime zarista. Nella transizione durante la presidenza di Boris Eltsin, il passaggio fatale è la scelta di quel leader di salvarsi da un disastro personale e politico, appoggiandosi sugli uomini dei servizi segreti e dell’esercito. E’ così che il DNA sovietico si tramanda alla Russia di Putin, attraverso un imponente apparato burocratico, poliziesco e militare che traghetta il Paese da un sistema politico all’altro, salvando quasi tutti gli aspetti più deleteri e retrogradi dell’esperienza sovietica. All’inizio, il passaggio è graduale per non infliggere troppe perdite alla condizione dei lavoratori. Questi ultimi erano poveri ma avevano il posto fisso assicurato e altre piccole consolazioni tipiche di un sistema socialista” (Ibidem, pp. 8- 9).

La vicenda di Eltsin fa giustizia di chi pensa che lo stato penoso della Russia di oggi sia colpa dell’Occidente, vuoi perché abbiamo alimentato la sua paranoia imperialista, vuoi perché l’abbiamo mal consigliato su come si costruiscono la democrazia e l’economia di mercato. Il libro espone con autorevolezza il protagonismo russo in tutte le scelte più dissennate, in particolare la decisione di affidare la nazione agli uomini dei suoi servizi segreti e di altre burocrazie poliziesco – militari. Il ruolo degli oligarchi è organico e ancillare al tempo stesso, nel sistema di potere costruito attorno a Putin. Il ruolo dell’Occidente è marginale nel grande saccheggio delle risorse russe che impoverisce il popolo e arricchisce la casta privilegiata.

Per capire la Russia che nella notte tra il 23 – 24 febbraio 2022 aggredisce l’Ucraina, un altro aspetto chiave emerge con prepotenza dalle pagine di questo libro. Si legga il capitolo La Russia e i suoi vicini: Ucraina e Georgia ( pp. 106 – 114). Pur essendo stato edito  nel lontano 2010, l’analisi dei rapporti tra le due realtà statali anticipava ciò che sta succedendo in questi sei mesi di guerra. “L’Ucraina ha sempre fatto parte della periferia dell’impero sovietico, pur essendo la sua più popolosa e importante provincia. Il sentimento di appartenere al popolo che formava la spina dorsale dell’impero multinazionale non è stato mai importante per l’identità degli ucraini, a differenza dei russi. L’élite ucraina non ha mai condiviso il racconto dello Stato russo circondato dai nemici e in perenne mobilitazione per la difesa del territorio… Lo spirito militarista e colonialista non è stato mai importante per l’élite ucraina, che non ha modelli di una propria statualità autonoma nel passato, a parte i vaghi ricordi dell’autogestione cosacca… La coscienza collettiva degli ucraini non è stata contagiata dalla retorica militarista, perché non condivide nemmeno il complesso di superiorità che contraddistingue non solo i nazionalisti russi ma anche i sostenitori del governo attuale, compresa la sua tendenza a reprimere con la forza i dissenzienti” (Ibidem, pag. 109).

“La formazione dell’intellighenzia ucraina è sempre stata permeata da uno spirito di forte opposizione alla Stato imperiale russo e i dirigenti di quest’ultimo hanno sempre guardato al processo di consolidamento nazionale ucraino con sospetto o addirittura con odio. In epoca zarista la lingua ucraina era ufficialmente proibita, mentre in epoca sovietica la politica delle nazionalità pose come obiettivi centrali la lotta contro il nazionalismo borghese ucraino, la russificazione e la soppressione della lingua e della cultura ucraine. La struttura dell’identità nazionale ucraina è stata fortemente influenzata anche dal trauma della collettivizzazione staliniana, vista come una politica della fame e dello sterminio, diretta contro i contadini ucraini…. Quindi, malgrado la vicinanza socio antropologica tra Russia e Ucraina, verso la fine del periodo sovietico, in seno all’opposizione ucraina è emerso un forte sentimento separatista, animato dalla convinzione che il sistema sovietico sfruttasse la ricchezza dell’Ucraina e che l’Ucraina stessa, appena uscita dall’Unione Sovietica, sarebbe diventata un paese povero” (Ibidem, pag. 110).

Anche i processi di modernizzazione di paesi dell’Europa orientale, un tempo sotto il dominio dell’Unione Sovietica: Polonia, Romania, Repubblica Ceca, Slovacca, Bulgaria, hanno avuto un impatto notevole in questo processo di identificazione dell’Ucraina. Molti lavoratori ucraini erano costretti ad emigrare in Polonia e in altri paesi dell’Occidente per lavoro. L’esperienza acquisita, la familiarità con gli standard di vita occidentali e con i diversi modelli politici e sociale hanno ridimensionato l’isolazionismo e l’abitudine di contare sul paternalismo statale, caratteristiche ereditate dal periodo sovietico. Dopo il crollo dell’unione Sovietica, in Ucraina è nata e cresciuta una nuova generazione che non è più abituata alla retorica imperiale, non ha conosciuto il servizio di leva e non ha provato la paura di essere mobilitata e mandata al fronte in Cecenia. I militari ucraini non hanno mai avuto l’influenza sociale di cui godono i militari russi. I ministeri della forza in Ucraina, a differenza di quelli russi, mantengono una posizione neutrale, tecnica e non ricorrono alla retorica della sicurezza nazionale e dell’accerchiamento nemico (Ibidem, pag. 111).

“L’opposizione democratica e perfino una parte della nomenklatura ucraina  hanno praticato una critica sistematica e opposto una tenace resistenza nei confronti di varie tendenze autoritarie… Le elezioni del presidente e del Parlamento si sono svolte sempre in maniera pacifica, così come il passaggio del potere dal presidente Kravciuk al presidente Kuchma. I tentativi di Kuchma di rafforzare la verticale del potere e di utilizzare le risorse amministrative per falsificare i risultati delle elezioni hanno avuto il rilevante effetto collaterale di suscitare proteste di massa, consolidare l’opposizione e potenziare per reazione le procedure democratiche. Il deciso rifiuto del passato sovietico, l’attrazione del modello occidentale e la volontà di ripetere l’esperienza della transizione dell’Europa orientale hanno creato i prerequisiti necessari per una pacifica transizione democratica in Ucraina. Il presidente Viktor Yushcenko ha esplicitamente dichiarato che l’adesione ucraina all’Unione Europea è il suo principale obiettivo politico. La rivoluzione arancione che ha portato alla vittoria di Yushcenko, appoggiato dalle forze democratiche, e alla sconfitta del suo rivale, sostenuto dall’amministrazione Putin, ha avuto  molteplici effetti in Russia. L’élite politica e una notevole parte della popolazione russa hanno reagito con irritazione all’invalidazione dei risultati delle elezioni falsificate e al nuovo ballottaggio. Secondo i dati dei sondaggi dell’opinione pubblica russa più della metà degli intervistati ha attribuito la responsabilità della rivoluzione arancione ai servizi segreti occidentali, che venivano accusati di avere investito decine di milioni di dollari per corrompere gli elettori ucraini, mentre soltanto un terzo degli intervistati ha interpretato la pacifica rivolta ucraina come una reazione alla corruzione del regime di Kuchma e alle frodi elettorali” (Ibidem, pag. 111).

Il libro nasce dalle pluriennali discussioni tra Lev Gudkov e Victor Zaslavsky. La morte improvvisa di quest’ultimo ha troncato il dialogo tra i due studiosi. Gli ultimi due capitoli del saggio infatti sono stati scritti senza di lui. La prima parte del volume descrive i cambiamenti avvenuti in Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica: la smilitarizzazione della società, la fine dell’autoisolamento del paese iniziato dal 1917 con la Rivoluzione d’Ottobre, la destalinizzazione dell’economia socialista e, in particolare, la drastica riduzione dei finanziamenti statali al complesso industriale. La riduzione dei finanziamenti statali ha avuto come ricaduta la contrazione della classe operaia, in favore della graduale espansione dei servizi e del commercio orientati a soddisfare i bisogni e le richieste della popolazione civile. Tutto questo cambia con la seconda guerra di Cecenia. Le riforme avviate subiscono un rallentamento. Cambia l’élite politica. Dal governo russo vengono allontanati i riformatori che avevano perso in gran parte l’appoggio della popolazione, preoccupata di un possibile calo dei redditi e del tenore di vita. Il potere passa nelle mani di coloro che erano stati i rappresentati degli organi di sicurezza e dei servizi segreti. Viene ridotta l’autonomia di decisione degli organi di autogoverno locali finanche abolita quando fosse in contrasto con la volontà del Cremlino (Ibidem, pag. 13).

Nei paesi dell’Europa centrale e orientale un ruolo decisivo è stato svolto dall’esistenza di una società civile e di istituti rimasti in qualche misura dall’epoca pre socialista (chiesa, proprietà cooperativa, solidarietà operaia), oltre che da condizioni esterne favorevoli (interessi della grande industria internazionale, vicinanza al mercato europeo, sostegno da parte dell’opinione pubblica e ambienti politici influenti in Occidente). In Russia, invece, non c’era nulla di tutto questo. Il regime sovietico era stato non solo più duro e repressivo, ma anche di durata assai più lunga. Ciò implicava inoltre che anche la politica dell’Occidente verso una ex superpotenza nucleare, un impero che pretendeva di rappresentare un nuovo tipo di civiltà, non potesse essere la stessa usata verso i paesi dell’ex campo socialista” (Ibidem, pag. 13).

L’invasione dell’Ucraina voluta da Vladimir Putin sta cambiando le carte in tavola. La Federazione Russa è ancora una super potenza militare e nucleare. Agita lo spettro di una guerra atomica se la guerra dovesse durare ancora per molto tempo. Si sente in dovere e quasi moralmente obbligata di intervenire anche militarmente in ogni angolo del territorio che un tempo apparteneva alla Unione Sovietica, se una repubblica indipendente (oggi l’Ucraina) pensa di seguire una propria strada, avvicinandosi all’Europa. La stessa cosa avvenne nel 1956 con l’Ungheria e nel 1968 con l’invasione della Cecoslovacchia, quando esisteva ancora l’Unione Sovietica, di cui la Federazione Russa si ritiene la diretta continuatrice.

Raimondo Giustozzi

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