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Cultura. Gente in Aspromonte

Corrado Alvaro

La distribuzione delle terre ai contadini, promessa fatta agli umili soldati dagli ufficiali superiori nel gelo delle trincee quando la mitraglia nemica spazzava impietosa, al termine della prima guerra mondiale, rimaneva lettera morta. La vita dei pastori in Aspromonte dei cafoni di Fontamara, la miseria, la povertà e l’analfabetismo sono alla base dei tre grandi romanzi meridionalisti: “Gente in Aspromonte” di Corrado Alvaro, “Fontamara” di Ignazio Silone, “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi. Gente in Aspromonte è una raccolta di tredici racconti di Corrado Alvaro, considerata tra le più alte espressioni della letteratura meridionalistica e tra le più efficaci del nuovo realismo del Novecento. Il primo racconto è la storia di una famiglia di pastori dell’Aspromonte, ambientata tra la fine dell’800 ed i primi del ‘900. Il pastore Argirò, che sorveglia la mandria di Filippo Mezzatesta, un signorotto locale, anela in ogni modo a migliorare la sua posizione sociale. Quando la mandria precipita in un burrone, bisogna ricominciare daccapo per far fronte ai momenti di miseria. Antonello, il figlio maggiore di Argirò, comprende tutto il dramma del padre e della famiglia e mentre matura pensieri di rivolta, si industria in ogni modo per aiutare i genitori. Così, quando nasce Benedetto, un altro figlio di Argirò, destinato a essere prete per realizzare il vecchio sogno di emancipazione sociale, tutta la famiglia si sacrifica per mantenerlo in seminario. Antonello va a lavorare lontano e manda tutti i risparmi a casa. La situazione intanto precipita. I Mezzatesta bruciano la stalla di Argirò. Antonello si ammala ed è costretto a ritornare a casa: “Aprì le braccia sul petto scarno – Non posso vivere più come vivo e non resisto. Mi hanno licenziato perché non potevo lavorare abbastanza. Non resistevo e stavo sempre malato. Io lo sapevo che cos’era: debolezza. Sono tanti anni che faccio questa vita”. Benedetto non può più essere mantenuto in seminario. Nel frattempo Antonello matura una decisone: non vuole più subire soprusi; vuole annullare le distanze tra la gente povera ed i padroni; così da’ fuoco ad un bosco di Filippo Mezzatesta e fa scomparire anche le bestie di Camillo Mezzatesta. Ma è solo per regalarne la carne ai poveri del paese. Antonello è un bandito buono e, quando è scovato dai carabinieri, che gli puntano i moschetti contro, esclama: “Finalmente potrò parlare con la giustizia; che ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio”.

I personaggi

Argirò, padre di una famiglia di pastori di un paese situato ai piedi dell’Aspromonte, viene rovinato economicamente dalla perdita di tutte le sue mucche cadute in un burrone, che possedeva “a metà”, in custodia per conto del signore del luogo Filippo Mezzatesta. Argirò si reca dal proprietario, con il figlio Antonello, per cercare aiuto, comprensione e la possibilità di potersi rifare con altri lavori. Mezzatesta non concede nessun’altra opportunità ma scaccia in malo modo il pastore, apostrofandolo anche con il soprannome di “zuccone”. Il primo approccio con il padrone che dava lavoro al padre non è dei migliori per Antonello: “Antonello, che seguiva il padre come un’ombra, sentì per la prima volta questo soprannome. Vedeva ora suo padre avanzare a capo chino, ripiegare la berretta nera e mettersela in tasca, stare in piedi con le braccia ciondoloni, appoggiato alla porta come chi sia sul punto di scappare” (Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, pag. 15, Garzanti libri, Milano 2000). Assiste anche all’umiliazione del padre che riceve in faccia la scarpa tirata violentemente contro di lui da Filippo Mezzatesta. Gli si avvicina poi un ragazzo che gli dice in modo strafottente: “Hai qualche animalino da darmi, portato dalla montagna? Il ragazzo tirò fuori dalla tasca del pastorello la ciambellina, che Antonello aveva portato con sé dalla montagna, la guardò, si mise a sbocconcellarla. Antonello divenne rosso che pareva di fuoco e non sapeva dove guardare” (pag. 15). C’è in questo episodio tutta la perfidia dei ragazzi di paese contro i figli dei pastori, considerati stupidi, sciocchi, da sopraffare come i loro padri: Filippo e suo fratello Camillo, l’uno più mascalzone dell’altro, avvezzi come sono, ad avere ai loro piedi, una massa di miserabili che non sanno come difendersi davanti ai loro soprusi e alle loro cattiverie.

Argirò è indirizzato presso un prestatore di denaro, Ignazio Lisca che gli concede dei soldi con i quali tenterà di mandare avanti la famiglia: moglie e tre figli, dei quali due “erano nati muti”. Il figlio maggiore Antonello assiste impotente ai vari tentativi e successive sconfitte del padre, preso in giro dai ragazzi più ricchi del paese. Alla nascita del quarto figlio, il padre riversa sul bambino tutte le speranze per riscattate la propria soprattutto dal punto di vista sociale. Il nuovo arrivato viene chiamato Benedetto e il suo futuro sarà quello di studiare, e diventare un gran predicatore come sostiene il padre: “Ne voglio fare un prete predicatore, che parli per tutta la famiglia messa insieme”. Argirò riesce con molti sacrifici a comprare una mula con la quale viaggia di paese in paese per commerciare i più svariati prodotti. Intanto invia Antonello a lavorare come operaio in una grande città e dovrà spedire metà dei guadagni alla famiglia per gli studi di Benedetto.

Benedetto va in seminario, con il suo comportamento è l’orgoglio dei genitori. Ben presto questa situazione suscita l’invidia di alcuni ignoti, probabilmente i giovani figli di Camillo Mezzatesta, fratello di Filippo Mezzatesta, che, in assenza del padre, bruciano la stalla con la mula, la fonte di alimentazione della famiglia.

Nello stesso tempo Antonello viene licenziato perché a seguito di una malattia causata da denutrizione, non riesce più a svolgere il proprio lavoro. Argirò prova amarezza per questo destino, verso il quale sua moglie si lamenta dicendo: “Glielo aveva detto tante volte di non menar vanto del figlio e di non gloriarsi dell’avvenire, perché l’invidia ha gli occhi e la fortuna è cieca”.

Dopo qualche giorno le proprietà dei Mezzatesta subiscono degli attacchi, i boschi vengono incendiati, gli animali uccisi, macellati e distribuiti alla popolazione: “Il Mezzatesta uscì sulla terrazza a guardare…Poggiava i pugni grossi sul davanzale e gridava a chiunque passasse; ‘Aiuto, non lo vedete che brucia lassù? Quello è il bosco mio, perché non correte a spegnere? Nessuno gli dava retta e i servi più che girare come asini per il paese non potevano fare. Gli sembra che il paese intero gli volgesse le spalle, e avesse piacere di vederlo disperarsi.

Nessuno accorre in aiuto dei Mezzatesta ma tacitamente tutti sostengono la ribellione di Antonello, che stabilisce la sua dimora sui monti e continua a far saccheggio degli animali dei Mezzatesta distribuendo poi il bottino fra la gente povera.

Antonello, il figlio d’Argirò inizialmente si dimostra un giovane ingenuo ma determinato: “Il ragazzo era serio, serio con quella forma di partecipazione al dolore degli altri per cui i ragazzi diventano pensierosi e ubbidienti; aveva il costume di pastore, che gli avevano fatto da poco, con la cintura di cuoio alta un palmo intorno alla pancia; era contento di andare in paese col vestito nuovo, peloso, per la prima volta. Era nato in montagna, e non si sapeva immaginare una casa di muro, come gli dicevano”.

Il ragazzo è serio, poi con l’oppressione dell’ingiustizia si ribella fino a diventare bandito. Rappresenta il ritratto dell’innocenza e del primo senso del male; a questo punto s’impongono con forza, il valore e il senso della memoria e della storia. È il protagonista del romanzo, un ragazzo molto pratico, tipico della gente nata in montagna, e per questo non capisce le grandi disuguaglianze della società di quel tempo. Per questo si vendica contro la famiglia Mezzatesta, anche se tra i due fratelli non correva buon sangue e che quindi non avrebbe avuto senso una vendetta contro il fratello.

È mirabile l’intuizione di Alvaro di presentarlo come qualche cosa di soprannaturale, tanto che pochi lo riconobbero. Operazione particolarmente significativa che non può convenire nei confronti con nessuno dei tanti briganti della tradizione letteraria calabrese. Pur coperti letterariamente in un cerchio romantico, avevano avuto tutti la loro causa banditesca in un’attitudine delinquenziale ed erano strumenti diabolici della crudeltà e voracità dei galantuomini, Antonello non appartiene a tale categoria di ribelli della legalità.

Apparentemente, era quasi felice di aver danneggiato i Mezzatesta, come loro avevano rovinato la sua famiglia. Anche suo fratello Benedetto, non potendo essere più mantenuto agli studi nel seminario, era dovuto tornare a casa. Antonello così era temuto e rispettato, con questa ribellione intelligente contro l’ingiustizia, mantenendo sempre il suo lato umano e generoso di fronte ai poveri e gli sfruttati: «Egli emanava decreti, e mandò a dire ai piccoli mandriani, che potevano star tranquilli, ché lui non ce l’aveva con loro». Un atto che l’ha aiutato ad affrontare i carabinieri, o meglio dire la Giustizia: «Quando vide i berretti dei carabinieri, e i moschetti puntati su di lui di dietro agli alberi, buttò il fucile e andò loro incontro. ‘Finalmente’, disse,’ potrò parlare con la Giustizia chi ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio!».

Filippo Mezzatesta è un uomo benestante, avaro e prepotente; circondato e servito da serve. Quando l’Argirò gli racconta la sua disgrazia, sperando aiuto e comprensione da lui, il signor Filippo s’infuria e il povero pastore è costretto a dargli anche le trecentocinquanta lire ricavate dalla vendita dei buoi. Argirò viene cacciato malamente: “Niente, niente. Va via. Io non ti voglio più vedere. Non voglio più avere nulla da fare con te”. E’ il ritratto sostanzialmente valido del palazzo Mezzatesta ma acquista il legame del potente, con un ruolo decisamente minaccioso, nel quale è spento ogni gesto di umanità e di onore. Sull’ignoranza, sulla paura e sull’arte di servire per sopravvivere, si era affermata, una dinastia di arroganti, di oziosi e di prepotenti. Non è privilegio di un luogo, o di un tempo. Gli oziosi, i prepotenti lanciano sempre e dovunque trovino terreno propizio la miseria, la rassegnazione, la vigliaccheria e l’ignoranza. “Essere servi in quella casa era già un previlegio”, quelli perfino “avevano smesso l’abito popolare”, indossano una maschera che non apparteneva a loro. Trionfava la ricchezza, causa di arroganza e di prepotenza, comunque accaparrata e posseduta: “Dovunque ci si voltava era terra di questa casa, dalle foreste sui monti agli orti acquatici presso il mare. Dovunque, comunque. Era loro la terra, loro le ulive […] loro le foreste […], loro i campi”. La degradazione umana e la prepotenza spinta fino alla disumanità erano norma indiscutibile: “Quanti schiaffi volarono sulle face dei contadini, quanti calci dietro a loro! Le anticamere rigurgitavano di gente misera che aspettava di essere ricevuta, rovinata per un maiale colpito dal morbo o per un bue precipitato in qualche strapiombo. Qui si discuteva della roba, perché erano di quella casa gli animali che pascolavano e gli alberi che davano frutto”.

Figura indimenticabile del ricco prepotente che nel momento del bisogno, quando le ricchezze piegano verso la decadenza, viene abbandonato al suo destino. Si consumava così la sua potenza economica non certamente frutto del suo sudore, e venivano sciolte la sua superbia e la sua cattiveria, erano finite nel fuoco come la mula di Antonello, “Cinquecento pecore, duecento buoi, e settanta cinque porci”. Un personaggio che può rappresentare bene i difetti della borghesia e la bassezza delle sue attitudine di fronte agli umili, la definisce bene il calabrese nel suo diario Quasi una vita”, in questo modo: ”Al mio paese, la piccola borghesia considera una grande prova di abilità arrivare a ingraziarsi con tutti i mezzi, anche i più bassi, chi comanda. La furberia al posto di ogni altra qualità umana. Chi non vi riesce è un imbecille, e chi non vi si adatta, un pazzo”.

Camillo Mezzatesta, fratello del signor Filippo, “Uomo dalla fisionomia lunga e patita, con due baffetti radi e sfilacciosi sul labbro superiore, i fili della barba non rasata da qualche giorno sulle guance di cui sottolineavano il pallore. Portava sulla testa, legata con un filo di cotone rosso, una specie di corona di foglie di limone. Di quando in quando si portava la mano alla fronte per raggiustarsela” (pag. 18). E’ il degno fratello di Filippo Mezzatesta. Fanno a gara ad essere, l’uno più malvagio, cattivo e prepotente dell’altro.

Compare Fermo, l’uomo cui Argirò si rivolge per vendere la carne dei buoi.

Fido è il cane di Antonello, è ucciso perché scambiato con un cane con la rabbia.

Pirria è la moglie di Camillo Mezzatesta: “Era una bella donna, piena, del colore dell’alabastro; i suoi occhi ammiccavano continuamente e sembrava che volessero dire più di quanto non dicesse con la bocca sinuosa e grande. I capelli spartiti in mezzo alla fronte le davano un aspetto docile, ma i suoi occhi focosi e inquieti smentivano subito questa prima impressione. Scalza, con l’abito delle donne del popolo, era difficile scambiarla per una di esse, perché i segni di un’agiatezza e di una mollezza sconosciute alle altre erano disegnati nella sua figura. Il mento rotondo, le mani fini, che cavava di quando in quando di sotto il grembiule come un’arma, la dicevano tutt’altro che comune” (pag. 18).

Saveria è la figlia di Camillo: “Poteva avere la stessa età di Antonello; tonda, nera in viso, con una treccia annodata alla sommità del capo, aveva l’aria assonnata e materna che distingue le bimbe meridionali […]. Malgrado la sua tenera età aveva le labbra umide e lo sguardo esperto delle donne grandi, ma innocentemente, e non era colpa sua”.

Titta e Peppino, sono i figli di Pirria che, però, Camillo non vuole riconoscere come propri. Sono due mascalzoni. Prendono a sassate Antonello, disprezzandolo perché è un povero pastorello. Titta si vanta di essere un ladro e lo è davvero perché ruba in chiesa: “Tirò fuori dalla tasca una cosa che pareva una testa di qualche statuina, dipinta al naturale, che pareva una cosa da favola. – Questa l’ho rubata in chiesa, – aggiunse serio. Ma Peppino che fingeva di ridere aveva paura, e diceva: – C’è la scomunica” (pag. 29). Tutti e due i ragazzi se ne infischiavano della chiesa e della scomunica. Il loro parlare è solo sinonimo di prepotenza, strafottenza e vigliaccheria, qualità ereditate dall’ambiente dove erano nati e cresciuti.

Il Pretino è il figlio di Camillo, nel futuro del quale, quest’ultimo ripone tutte le proprie speranze. In realtà si chiama Andreuccio. Viene chiamato pretino perché il padre vuole farne un prete, ma il ragazzo non ha nessuna intenzione di obbedire ai desideri del padre. Camillo l’ha avuto a seguito di una relazione con Pirria. E’ l’unico figlio naturale che Camillo riconosce, ma non Titta né Peppino che Pirria aveva avuto con altri uomini. Invano la moglie cerca dei convincere Camillo Mezzatesta di riconoscerli come suoi figli. Camillo vede in Andreuccio un altro se stesso, in quanto gli somiglia in tutto. Questo irrita Pirria: “Bisogna finirla con questa vergogna del figlio e non figlio, della somiglianza a me o a voi. Tutto il paese ne è pieno e quei ragazzi, i figli miei, i figli vostri, vengono tutti i giorni a dirmi che i monelli li insultano come figlioli di una sgualdrina” (pag. 36). Infatti, nei discorsi e nei giochi che i ragazzi fanno per strada, chiamano Titta e Peppino “figli di una buona donna”. Antonello, che assiste ai loro discorsi, non capisce l’ingiuria e le risate dei compagni di giochi verso Titta e Peppino, lui che è abituato ai silenzi della montagna e alla vita dura del pastore. Prevalgono in tutto il romanzo, da un lato, la volgarità, la miseria morale propri dell’ambiente alto borghese fatto di famiglie che hanno pensato solo ad accumulare ricchezze, sfruttando la fatica di chi ha lavorato tutta una vita per loro, mentre dall’altro, gli occhi di Corrado Alvaro si soffermano indulgenti e pieni di compassione su chi, nella lotta per la sopravvivenza, è destinato a chinare il capo davanti a tutti i mascalzoni di ogni risma. Anche il prete Ceravolo, amico di Camillo Mezzatesta non fa una bella figura: “Questo prete, il Ceravolo, era un uomo rozzo e grasso, con i capelli grigi e uno sguardo fugace negli occhi inquieti che non posava mai a lungo in un luogo” (pag. 35). È invitato in casa di Camillo per esaminare la proposta di fare entrare Andreuccio in seminario. Se questo dovesse avvenire, consiglia i due a regolare la loro posizione. “Questo pase è pieno di bastarderia, ed è tutta dovuta a questi bei campioni dei Mezzatesta” – sbotta furiosa Pirria davanti al prete che “arricciò il naso a quest’uscita”…Io sono qui a consigliarvi per il bene dei vostri figli che sono vostri figli e non della strada, a chiudere questo capitolo della vostra vita irregolare e a riparare davanti a Dio l’ingiustizia caduta su questi innocenti. Essi sono figli vostri, riconosceteli, e così riparerete un peccato che può diventare un delitto” (pag. 37). Camillo Mezzatesta risponde che può essere disposto a riconoscere come proprio figlio solo Andreuccio perché gli somiglia, ma gli altri due no. Pirria se ne va nelle proprie stanze, minacciando anche di andarsene di casa. Camillo ripete davanti al prete che solo Andreuccio è suo figlio, gli altri due non sono suoi figli: “Io so tutto, e so di chi sono quei figlioli. Io so che soltanto Andreuccio è mio. Sono pur sempre un Mezzatesta, sono uno della mia famiglia malgrado tutto. Posso essere caduto in basso (il prete fece un gesto come per raccattarlo); sì, sono caduto in basso, lo so; ma non per questo il mio nome deve essere buttato nel fango” (pag. 38). Saranno Andreuccio, Titta e Peppino, i figli di Pirria a minacciare con la pistola in pugno Camillo Mezzatesta a riconoscerli come figli suoi per spartirsi le sue proprietà. Andreuccio poi, diventato grande, farà di Schiavina, la propria donna di servizio, quello che il padre aveva fatto di Pirria. Buona razza non mente. Tale padre, tale figlio.

Teresa, una bambina che bacia il Pretino, mettendo in confusione i suoi pensieri, infatti, il figlio di Camillo la pensa e la sogna: “Lo stette a guardare sotto una frangia fittissima di ciglia. Aveva un viso sottile e tutto rifinito, fermo e breve, col naso che si attaccava dritto alla fronte e che le dava un’espressione attonita”.

Ignazio Liscia, al quale Argirò si rivolge, seguendo il consiglio di Camillo, per avere un po’ di denaro per la semina. “Ignazio viveva con la moglie, una donna vecchia prima del tempo, e con la figlia, una bambina di dieci anni”.

Benedetto, figlio di Argirò: “Era azzurro in faccia e sdentato come un vecchino; somigliava al padre, vecchio e nuovo nello stesso tempo”.  Già dalla nascita, viene deciso il suo futuro: diventerà un prete! Anche quando sarà costretto ad uscire dal seminario perché i genitori non riuscivano più a mantenerlo, rimane sempre una persona diversa dagli altri perché ha studiato.

Santo e Ciro sono  i figli muti di Argirò: “Da tutte le case si strillava, da tutte le case si piangeva, e in casa sua (di Argirò) silenzio, i ragazzi seduti intorno alla madre, che parlava loro con gridi inumani di tratto in tratto, facendo un urlo nella bocca messa ad imbuto, che pareva la madre dei gufi. Questi ragazzi erano fuori tutto il giorno, curiosi di vedere e di sapere; si appiattivano mentre gli altri giocavano, osservando come poveri esclusi dal paradiso, e se c’era da affrontare qualche fatica, se c’era da fare per gioco da cavalli o da asini, uscivano fuori e si mettevano carponi, contenti, pur di stare in compagnia. Oppure si appiattavano in casa, sotto la scala, ad aspettare non si sa che cosa… Erano come le ombre, e nessuno li cacciava via, perché non potevano parlare né raccontare quello che vedevano… Ridevano strizzando l’occhio, spandendo intorno una gaiezza irragionevole e innocente come se ridesse un passerotto. Le donne dicevano: c’è il mutolino, come se dicessero è entrata una farfalla” (pag. 40, 41).

 

Incipit del racconto

“Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, l’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra calabrese sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle tane costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati a una mantella rettangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche Dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Su gli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato di erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di nera lana, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri. Intorno alla caldaia ficcano i lunghi cucchiai di legno inciso, e buttano dentro grosse fette di pane, le tirano su dalla broda, fumanti, screziate di bianco purissimo come è il latte sul pane. I pastori tirano fuori coltelluzzi e lavorano il legno, incidono di cuori fioriti le stecche da buste delle loro promesse spose, cavano dal legno d’ulivo la figurina da mettere sulla conocchia, e con lo spiedo arroventato fanno i buchi al piffero di canna. Stanno accucciati sulla soglia della tana, davanti al bagliore della terra e aspettano il giorno della discesa al piano, quando appenderanno la giacca e la fiasca all’albero della pianura. Allora la nuova luna avrà spezzato la pioggia, e loro scenderanno in paese, dove stanno le case di muro, grevi delle chiacchiere e dei sospiri delle donne. Il paese è denso e caldo più della mandra. Nelle giornate chiare i buoi salgono pel sentiero scosceso come per un presepe, e, ben modellati e bianchi come sono, sembrano più grandi degli alberi, animali preistorici.

Arriva di quando in quando la nuova che un bue è precipitato nei burroni, e il paese, come una muta di cani, aspetta l’animale squartato, appeso in piazza al palo del macellaio, tra i cani che ne fiutano il sangue e le donne che comperano a poco prezzo.

Né le pecore né i buoi né i porci neri appartengono al pastore. Sono del pigro signore che aspetta il giorno del mercato, e il mercante baffuto che viene dalla marina. Nella solitudine ventosa della montagna il pastore fuma la crosta della pipa, guarda saltare il figlio come un capriolo, ode i canti spersi dei più giovani, intramezzati dal rumore dell’acqua nei crepacci, che borbotta come le comari che vanno a far legna. Qualcuno, seduto su un poggio, come su un mondo, dà fiato alla zampogna, e tutti pensano alle donne, al vino, alla casa di muro. Pensano alla domenica nel paese, quando si empiono i vicoli coi lor grossi sospiri, e rispondono a loro, soffiando, i muli nelle stalle e i porci nei covili, e i bambini strillano all’improvviso come passerotti, e i vecchi che non si possono più muovere fissano l’ultimo filo di luce, e le vecchie rinfrescano all’aria il ventre gonfio e affaticato, e le spose sono colombe tranquille. Pensano alla visita che faranno alla casa di qualche signore borghese, dove vedranno la bottiglia del vino splendere tra le mani avare del padrone di casa, e il vino calare nel bicchiere che vuoteranno tutto d’un fiato, buttando poi con violenza le ultime gocciole in terra. Quel vino se lo ricordano nelle giornate della montagna come un fuoco dissetante, poveri ed eterni poppanti di mandra. Accade talvolta che dalle mandre vicine arrivi qualche stupida pecora e qualche castrato che hanno perduto la strada. Conoscono gli animali come noi gli uomini, e sanno di chi sono, come noi riconosciamo i forestieri” (Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, pag. 3, 4, Garzanti libri, Milano 2000).

 

FESTA, RELIGIOSITA POPOLARE ED IL PAESAGGIO NELLE PAGINE DEL ROMANZO

La vita dei pastori in Aspromonte diventa meno dura quando con l’avvicinarsi della primavera salgono sulla montagna le loro donne con i figli piccoli e grandi al seguito: “Almeno a primavera salgono da loro le massaie. Allora, coi primi agnelli che saltano sulla terra, vagiscono sull’erba le creature dell’uomo, o di dondolano nelle culle attaccate fra ramo e ramo dove balzano ridesti i ghiri e gli scoiattoli. Poi rinverdiscono perfino le pietre, e la gente comincia a salire la montagna col vento dell’estate” (pag. 5). L’estate poi porta in montagna tanta altra gente: “Cominciano i pellegrini dei santuari a passare da un versante all’altro cantando e suonando giorno e notte. Il vinattiere costruisce la sua capanna di frasche presso la sorgente dell’acqua, e la notte, per illuminare la strada, si appicca il fuoco agli alberi secchi. Gli innamorati girano tra la folla per vedere l’innamorata; e i cani arrabbiati, vendicatori, devoti, latitanti e ubriachi che rotolano per i pendii come le pietre. Allora vive la montagna, e da tutte le parti il cielo è seminato dei fuochi dei razzi che si levano dai paesi lungo il mare, come segni indicatori che là sono le case, là i santi coi loro volti di popolani che non hanno più da faticare e stanno nel silenzio spazioso delle chiese” (pag. 5). Nella sera della vigilia della festa, Argirò e Antonello partono dalla montagna, decidono di scendere in paese per riferire a Filippo Mezzatesta la disgrazia accaduta. Prendono il necessario per il viaggio. Sono sei ore di cammino per scendere in paese. La descrizione è quanto di più bello si possa immaginare: “Si vedeva di lontano il mare balenante nell’ombra serale, che laggiù non è ancora arrivata, e davanti al mare una montagna che pareva un dito teso, e ancor più vicino la striscia bianca del torrente. La sera girava pei monti in silenzio e ripiegava i lunghi raggi del sole. Le ombre cominciavano ad allungarsi per la pianura” (pag. 6). Antonello e Argirò, lungo il cammino, si imbattono in una folla di pellegrini che si snodava lungo lo stretto sentiero in fila indiana. Si sentiva dietro, sull’altro versante, partire colpi di fucile. Tutti gridavano “Viva Maria”! Antonello rimane stordito da tutta quella folla vociante ed allegra. Il ragazzo rimaneva a bocca aperta. Non aveva mai visto nulla di simile. Ed ancora il paesaggio che accompagna i due: “Nella valle l’ombra era alta, e pareva che la riempisse, col rumore di un torrente, che si gettava da un salto del monte. La luna si affacciò dalla parte del mare, dietro ai monti, come una guardia” (pag. 7). In paese, dopo aver tentato invano di supplicare Filippo Mezzatesta e suo fratello Camillo, Argirò e Antonello si recano dal Lisca che presta del denaro al pastore, chiedendo ad Antonello se può andare in giro per il paese per comprargli delle uova per la cena. Il ragazzo accetta di buon grado e scorrazza per le vie del paese. La giornata sta volgendo a termine: “La sera era chiara, c’era la luna. Erano intinti di luna gli alberi e la montagna, il mare lontano. Dopo i grandi calori era come se una lieve rugiada fosse passata nel mondo a inumidirne la sete. Pareva di sentire la voce delle fonti ai piedi dei monti, o dei fiumi risecchiti che si ricordavano del loro boato. Le ombre delle case per le strade strette erano dense e nere, e tagliavano a spicchi e a triangoli le strade, come se vi fosse disteso qua e là un panno scuro. Ma non erano voci di fontane quelle che si udivano, erano le voci delle donne. Giungevano dalle soglie delle porte dove stavano raccolte e cantavano lunghe filastrocche in onore della Madonna” (pag. 25). Argirò si inventa diversi mestieri per sbarcare il lunario, ma gli va tutto storto. Antonello decide allora di vendicarsi di tutte le sofferenza e dei soprusi subiti dalla sua famiglia. Brucerà tutti i boschi dei Mezzatesta e le loro mandrie andranno tutte in rovina. La preparazione della vendetta viene annunciata da una notte diversa da tutte le altre: “Era una notte senza luna, con un debole lume di stelle, piena tuttavia di rumori, di passi, di canti lontani. Le porte si erano chiuse, all’ultimo barlume di luce, e qualcuno stava alla finestra, nel buio, a respirare il fresco che scendeva dai monti” (pag. 59). Il fuoco che divampa nei boschi viene osservato dal paese, con la costernazione di Filippo Mezzatesta: “L’alba aveva sgombrata la montagna dei vapori notturni, ma una bruma rimaneva come un velo caduto. Poi si vide un luccicore nel sole, come fa il fuoco nella luce, o come quello che con gli occhiali da presbite alcuni accendevano nel tabacco della pipa. Poi un alito pesante e arso che si mescolava al calore del solleone. Il Mezzatesta uscì sulla terrazza a guardare” (pag. 60).

 

Raimondo Giustozzi

 

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