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Cultura. 68 IN PRESA DIRETTA, Canzone d’autore e mentalità giovanile in Italia negli anni sessanta del 900

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Fonte Internet

Cultura. 68 IN PRESA DIRETTA, per i tantissimi che all’epoca non erano ancora nati per quelli che invece c’erano ma non ricordano più bene.

In Italia, qual era il consumo di musica tra i giovani? In Italia, i fermenti giovanili, che interessavano l’America ed altri paesi più industrializzati, appartenevano generalmente ancora a piccole minoranze, e si esprimevano generalmente nella forma del beat casereccio dei Rokes, dei Nomadi, dell’Equipe 84 o dell’urlo strozzato di Gianni Morandi che portava al successo una delle sue canzone più belle: “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles ed i Rolling Stones”. Ma sono più i cantautori Gino Paoli e Luigi Tenco che si fanno interpreti del malessere giovanile e di un nuovo modo di fare musica.

Luigi Tenco, il bruno poeta dagli occhi tristi, il più incompreso, scontroso, testardo, introverso, geniale, uno dei cantautori più interessanti degli anni sessanta. Si uccise con un colpo di pistola durante il fedstival di Sanremo nel gennaio 1967 all’età di ventonove anni. La goccia che fece traboccare il vaso fu l’esclusione dalla sua canzone “Ciao, amore ciao”, cantata in coppia con Dalidà, dalla finale. Il suicidio avvenne nella stanza N° 219 all’hotel Savoy di Sanremo. Prima di uccidersi, Luigi Tenco lasciò scritto su un biglietto: “Io ho voluto bene al pubblico e gli ho dedicato cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita, tuttaltro, ma come atto di protesta  contro il pubblico che manda in finale “Io tu e le rose” ed una commissione che seleziona “La rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao, Luigi”. La canzone “Io, tu e le rose” era cantata da Orietta Berti, “La rivoluzione”, da Gianni Pettenati”.

Fino al festival di Sanremo di quell’anno, luigi Tenco era stato ignorato da tutti, sia come autore che come cantante. Il suo nome si faceva soltanto in una cerchia ristretta di “intenditori”. Di lì a poco, Tenco diverrà l’oggetto di studio ed il beniamino di tutti i grandi mezzi di comunicazione di massa ed i suoi dischi si venderanno a centnaia di migliaia. Tenco era nato a Ricaldone, in provincia di Alessandria, nel 1938. La sua famiglia si trasferì a Genova, quando lui era giovanissimo e Luigi fu compagno di studi di Bruno Lauzi, attraverso il quale entrò nella compagnia di Gino Paoli. Più tardi, Tenco conobbe Fabrizio de Andrè. Frequentavano lo stesso caffè e sognavano mete allora irrangiungibili per tutti.

La canzone d’autore di Luigi Tenco, Fabrizio de André, Gino Paoli, Francesco Guccini, Giorgio Gaber, Bruno Lauzi, contribuì, in Italia, anche al formarsi di una nuova lingua nazionale. All’inizio, la polemica dei cantautori italiani era rivolta contro l’Italiano colto e letterario delle canzoni precedenti. Di fatto però, il parlato quotidiano, non dialettale, delle canzoni di Tenco, Paoli, de André, non creava soltanto una diversa idea della vita, ma anche un’altra maniera di comunicare e di esprimersi. In più, la canzone d’autore portava ad un avvicinamento tra poesie e letteratura.

I libri di scuola si fermavano allora a Pascoli e a D’Annunzio e soli pochi professori di storia, arrivati alla prima guerra mondiale, osavano inoltrarsi e nominare la parola Fascismo. In quelle condizioni, venire a conoscenza della poesia ermetica, futurista o della letteraatura neorealista, era una cosa poco probabile. E così furono i testi delle canzoni di G. Paoli, L, Tenco, F. De André ad inoltrare i giovani nell’atmosfera della cultura contemporanea, cosìcché quando essi incontravano Eugenio Montale. Cesare Pavese o Umberto Saba, erano già partecipi di una visione scabra, essenziale e disincantata delle cose del mondo. La cultura accademica ufficiale non tentò nessun aggancio con la canzone d’autore, storse anzi il naso verso questo nuovo modo di esprimersi, di parlare, di comunicare dei giovani. Solo alcuni scrittori come Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Alberto Arbasino e Franco Fortini collaborarono con i cantautori, tentando un rapporto nuovo tra poesia e canzone. Ben si avvide Pasolini come una delle colpe dei padri, che ricadeva sui figli, era quella di aver accettato, dopo il Fascismo ed il regime clerico – fascista fintamente democratici, la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle rovine, rovina delle rovine” (Cfr. P. P. Pasolini, Lettere Luterane, pag. 7, Torino, 1976). Nella “Vita pagata a rate/ con la seicento, la lavatrice/ nel sistema che rende uguale e fa felice/ chi ha il potere e chi non ce l’ha”, come cantava con ironia e lucida rabbia Ivan Della Mea, moriva un’Italia a Pasolini tanto cara, l’Italia contadina con i suoi valori ancestrali quanto la vita dell’uomo. In quell’Italia, Pasolini trovava la certezza di una continuità con le origini del mondo umano, quel linguaggio delle cose che educava più che il linguaggio artefatto della cultura accademica. Era l’Italia delle borgate, della miseria, ma fiera della sua povertà, del suo parlare dialettale, dei suoi sentimenti semplici e forti ad un tempo, così mirabilmente descritti nei due romanzi: “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” che assieme al film “Accattone” rappresentarono l’ultima produzione cinematografica letteraria di quella stagione culturale che va sotto il nome di “Neorealismo”.

Pasolini vedeva nell’accettazione del potere consumistico l’idea che il male peggiore del mondo fosse la povertà e che quindi la cultura delle classi povere doveva essere sostituita con la cultura delle classi dominanti. Sbagliano, dice Pasolini, coloro che pensano e che “si vada comunque avanti e che il progresso porti sempre ad una vita qualitativamente migliore. Assai spesso, sia l’individuo sia le società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata”.

Sulla fine di un’epoca, di una cultura che era anche un giudizio sulla cultura borghese, così annotava Pasolini: “Se tu ora cammini per una periferia, tale periferia ti dirà: Qui non c’è più spirito popolare. Contadini e operai sono altrove, anche se materialmente abitano qui. Le bidonvilles, grazie a Dio certamente, sono quasi sparite. Sono invece enormemente cresciuti i centri di palazzoni”. Su questo distacco tra presente e passato, scriveva malinconicamente in un articolo rimasto famoso: “Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti), sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni, le lucciole non c’erano più. Sono ora un ricordo abbastanza straziante del passato e un uomo anziano che abbia un tal ricordo non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta. Quel qualcosa che è accaduto una decina d’anni fa, lo chiamerò dunque scomparsa delle lucciole” (Cfr. P. P. Pasolini, “La scomparsa delle lucciole, Corriere della Sera, 1974).  L’appiattimento di ogni valore, nonostante le denunce contro una certa concezione del benessere, nonostante l’anticonformismo dei giovani, il progressivo avvicinamento tra cultura borghese e cultura popolare, faranno scrivere a Pasolini: “La folla intorno a me, anziché la folla plebea e dialettale di dieci anni fa, assolutamente popolare, è una folla infimo borgese, che sa di esserlo, che vuole esserlo”. Con le citazioni riportate tratte da “Lettere Luterane”, siamo andati oltre gli anni sessanta, ma il lettore ci perdoni di questo “falso storico” se di falso storico si tratta ogni volta che per scrivere la storia si voglia tener presente la contemporaneità del passato nel presente.

In Italia, l’irruzione sulla scena politica della generazione con le “magliette a strisce” coglie di sorpresa un po’ tutti, anche i partiti della sinistra storica che vedono nei fatti del luglio del ’60 un  profondo attaccamento dei giovani alla democrazia e la loro profonda aspirazione al rinnovamento della società. Diversa sarà invece l’analisi che di quei fatti darà la Federazione Giovanile Comunista che crede di trovarvi una aspirazione ad un mutamento rivoluzionario. E’ l’inizio di una fronda che diventerà aperto di ssenso verso i partiti della sinistra storica e la nuova sinistra emergente, quella del Movimento Studentesco, del “Manifesto”, per intenderci, anche se per il momento, non era possibile fare previsioni circa la aspirazioni, gli ideali e la cltura giovanile degli anni successivi.

Sulla cultura giovanile dei primi anni sessanta si è scritto che essa è ecclettica, disordinata, che “raccoglieva affastellati l’uno sull’altro: Martin Luther King, John Kennedy, Cesare Pavese, Jacques Prevert, Fidel Castro, Lee Masters, James Dean, Danilo Dolci, Malcom x, Giacomo Leopardi, e poi, per ognuno, propri miti personali e simboli, in tutti i settori della società, finanche nel calcio: Gigi Meroni, Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Gigi Riva.

Vi era anche la ricerca affannosa di una dimensione anche canzonettistica originale, non consunta ed ipocrita, ma molto ancora rimaneva del romanticismo piagnucoloso di un Nico Fidenco: “Ti voglio cullare, cullare/ posandoti sull’onda del mare, del mare/ legandoti ad un granello di sabbia, così tu/ nella nebbia più fuggir non potrai/ e accanto a me tu resterai”. Accanto a questo romanticismo, epigone ultimo di una tradizione italiana che parte da lontano, dagli endecasillabi sciolti di A. Aleardi, si andava costruendo un romanticismo più realistico, quello di un Gino Paoli, di un Luigi Tenco che cantava: “Mi sono innamorato di te/ perché non avevo più niente da fare/ il giorno volevo qualcuno da incontrare,/ la notte avevo qualcosa da sognare”.

Il disagio e l’insofferenza dei giovani verso il sistema cominciano a tingersi di motivazioni più spiccatamente ideologiche e politiche. I giovani iniziano ad avere più chiara la percezione del carattere alienante di un certo tipo di sviluppo che mortifica la formazione complessiva dell’individuo. Aprono gli occhi sulle storture e le falsità della società, sulla desolazione e la solitudine che sono sotto una certa concezione del benessere. Cantava Francesco Guccini, il cantautore più rappresentativo di quegli anni, quanto alla sua coloritura politica ed al messaggio provocatorio delle sue canzoni: “Ho visto la gente della mia età andare via/ lungo le strade che non portano mai a niente/ cercare il sogno che conduce alla pazzia/ nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo/ e un Dio che è morto/ ai bordi delle strade Dio è morto/ nelle auto prese a rate Dio è morto/ nei miti dell’estate Dio è morto”. La canzone venne censurata dai vertici della Rai e venne invece trasmessa dalla Radio Vaticana. Guccini con le sue canzoni è stato vicino ad una generazione che non le bastava essere giovane e ribelle ma che tentava davvero di volare e di credere ad un mondo diverso. Il cantautore bolognese, agli inizi della sua carriera, era uno dei pochi che parlava di sé, delle sue esperienze con la vita, della sua ricerca sincera, del rapporto con le cose e la gente. A proposito delle sue canzoni diceva: “Sono storie personali di un mio pezzo di mondo e di storia, nei quali si riflettono quegli degli altri; nasce, credo un confronto e un confrontarsi fra queste cose, ma nasce suprattutto un cercare di sapere cosa siamo, cosa facciamo e perché, a livello esistenziale”.

La canzone d’autore è l’espressione di ciò che si prova con l’esperienza, con la vita, rimanda ad emozioni, sentimenti, idee. Essa ha influenzato, influenza ed infuenzerà sempre la mentalità giovanile perché un ragazzo è disponibile a ciò che sente, se questo qualcosa che sente lo riempie, lo fa pensare, gli propone dei valori in cui e nei quali vale la pena credere. Il cantautore, come l’antico cantastorie, è il portavoce delle idee che sono nell’aria, che non si possono ignorare, idee che sono di tanti, di tutti coloro che vivono dentro la rabbia ed il dissenso verso un mondo che nega la vera libertà, la libertà di vivere, lottare, costruire, amare veramente. Il cantautore che racconta la sua storia, la sua vita, racconta anche la sua esperienza che è quella di tanti e tanti si riconoscono in quello che dice perché vi trovano uno spaccato della propria esperienza. Sentire qualcuno che canta certe cose che sono anche le proprie, è bello ricantarle o pensarle semplicemente, è come riscoprire attimi di solitudine, di intensa partecipazione alla vita, con la voglia di rimanere se stessi senza vendersi a nessuna idea meschina e soffocante, sia essa rappresentata dal denaro o dalla vile realtà del misero benpensante che guarda il mondo fuori di sé con cieca miopia.

Quando la ribellione non si colora di ideologismi, c’è però una insoddisfazione sommersa che trae origine da quella particolare condizione di infelicità e di miseria personale che è il tratto caratteristico della gioventù di quegli anni. In questo, Gino Paoli ne è il cantautore più sensibile. Cos’altro sono i suoi “Alberi, alberi infiniti” i suoi soffitti viola che si lacarano all’urto del cielo, se non la ricerca di “un mondo diverso, diverso da qui?” I giovani, insieme a Gino Paoli rivendicavano un mondo diverso da quello degli adulti, da sentire come proprio in quanto negato dagli adulti.

 

Raimondo Giustozzi

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