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Cultura. 68 IN PRESA DIRETTA. IL SESSANTOTTO

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68 IN PRESA DIRETTA ,per i tantissimi che all’epoca non erano ancora nati per quelli che invece c’erano ma non ricordano più bene

Il ’68 fu come un tornado che si abbatté su quasi tutte le più grandi città europee. Un sottile ma visibile filo rosso corre fra i moti studenteschi delle grandi Università Americane, di Berlino, di Francoforte e quelle di Torino, Pisa, Roma, Milano, Trento. Il ’68 costituisce, soprattutto in Italia, un incontro tra la nuova generazione di studenti che sui banchi dell’università contesta la vecchia cultura accademica in nome di una cultura più aderente alla vita e la classe operaia in gran parte immigrata che patisce in fabbrica il super sfruttamento, la perdita di professionalità del lavoro ripetitivo alla catena di montaggio, i ritmi selvaggi, l’estrema divisione delle mansioni in una organizzazione del lavoro sempre più rigida. Dietro la contestazione studentesca che interessò tutti i paesi più industrializzati, c’era il desiderio sentito di portare nelle chiuse aule universitarie e nell’asfittica cultura che vi si respirava, una ventata di novità, un nuovo modo di considerare lo studio da come lo avevano sempre visto come trampolino di lancio per il raggiungimento di una diversa posizione sociale. Nel marzo del 1968, nel quarantacinquesimo giorno dell’occupazione, gli universitari scrivevano questo sulla facciata dell’Istituto di Scienze Sociali dell’Università di Trento: “Non vogliamo un posto che valga in questa società, ma una società in cui valga la pena di trovare un posto”. Questa scritta, da sola basta a delineare qual era l’obiettivo della lotta comune anche a tutti gli studenti degli atenei italiani: costruire la società più umana, più libera dove la cultura avesse un ruolo di primo piano e dove ad elaborarla fossero gli studenti stessi. Coinvolgimento, partecipazione, ricerca collettiva, gusto al sapere come qualcosa che dava sapore all’esistenza, erano alla base di tante speranze che si incontravano e si fondevano. Rifiutate le rappresentanze studentesche previste dalla legge per la gestione della scuola, gli studenti si riconoscevano solo nell’assemblea studentesca. In una intervista rilasciata ad Arturo Gismondi, per il quotidiano “Paese Sera”, Michelangelo Caponetto, leader del movimento studentesco fiorentino, così proclamava: “Non abbiamo intenzione di affidare alcuna delega, alcuna rappresentanza. L’istanza politica che decide e fissa la linea è l’assemblea. Questa può affidare un certo incarico ad un gruppo per ragioni di funzionalità, ma è un incarico, una delega, per quel singolo punto, problema o momento della lotta. Il gruppo o comitato come vogliamo chiamarlo, non può compiere alcuno sviluppo o elaborazione che non sia stata approvata dall’assemblea”. E’ solo attraverso l’assemblea che avviene quella elaborazione culturale e quel giudizio anche politico sulla società e la scuola di cui prima si parlava. In un documento stilato dagli studenti medi milanesi, in uno dei tanti giorni di occupazione del Liceo “Parini”, nel marzo del ’68, si potevano leggere affermazioni come questa: “La nostra è una cultura che è propria di una classe, quella al potere, che ritiene a lei confacente la società: è quindi una cultura soddisfatta, che accetta il sistema. E’ una cultura acritica poiché con il pretesto di una obiettività che non può esistere, dato che ogni pensiero o giudizio è soggetto a critica, impone come assoluti i suoi valori, ciò che è dimostrato dal sistema di spiegazione (imposizione di certi valori), interrogazione (controllo dell’avvenuta acquisizione dei contenuti), voto (giudizio della capacità dell’individuo di integrarsi con una assimilazione passiva)”. Tra le righe di questo documento è evidente l’influsso esercitato sugli studenti del libro dei ragazzi di Barbiana “Lettera ad una professoressa” che rappresentò per molti giovani un modo diverso di pensare alla scuola ed alla cultura in genere. Sulla composizione socio culturale degli studenti che partecipavano alle lotte del ’68 all’interno delle Università, scriveva Arturo Gismondi: “Durante l’occupazione del Liceo “Parini” a Milano, c’erano i figli della media e dell’alta borghesia industriale e professionale. I figli degli Jucker, dei Bassetti, dei Sassano. E non può stupire che sia così. Questi ragazzi sono stati educati in famiglie nelle quali la cultura è di casa, hanno respirato un clima che è diverso da quello mortificante di una certa piccola borghesia che vede nella scuola solo un mezzo di promozione sociale, per passare nella “Classe di sopra”. L’affrancamento dalla paura del bisogno, dall’assillo del domani libera energie intellettuali in altri casi paralizzate dall’incertezza, dal timore, tipico della borghesia di recente formazione, di lasciarsi risucchiare indietro, in una condizione proletaria”. In Italia, il vento del ’68 cominciò a soffiare nelle aule delle Università. Molte cose concorsero a creare la miscela incendiaria, dal mito di Che Guevara, al libretto rosso di Mao, all’uccisione, nell’aprile del’66 dello studente romano Paolo Rossi, che provocò l’occupazione dell’Università e le dimissioni del rettore Ugo Papi. Ma l’episodio di cronaca che riempì le prime pagine dei giornali e che diventò il simbolo della rivolta studentesca, fu il 1 Marzo la battaglia di Valle Giulia, dove un gruppo di studenti universitari, medi ed alcuni intellettuali inscenarono una grossa manifestazione davanti all’Università di architettura, ingaggiando una furiosa colluttazione con la polizia. Non tutti trovarono giusti i disordini e le violenze scoppiate. Pier Paolo Pasolini, in una sua appassionata poesia, si schierava dalla parte dei poliziotti: “Avete facce di figli di papà /Buona razza non mente. /Avete lo stesso occhio cattivo, /siete paurosi, incerti, disperati; Benissimo! /Ma sapete anche essere prepotenti/ ricattatori e sicuri, prerogative/ piccolo borghesi. /Quando ieri a Valle Giulia, / avete fatto a botte coi poliziotti, /io simpatizzavo con i poliziotti/ perché i poliziotti sono figli di poveri. /Vengono da periferie, contadine/o urbane che siano./Quanto a me!/ Conosco assai bene il loro modo/ di essere stati bambini e ragazzi. /Le preziose mille lire!/ Il padre rimasto ragazzo anche lui/ a causa della miseria che non dà autorità./ La madre incallita come un facchino/ o tenera come un uccellino. / i tanti fratelli, la casupola tra gli orti, /con la salvia rossa in terreni altrui lottizzati/ I bassi sulle cloache o gli appartamenti/ tra i grandi caseggiati popolari, / E poi! Guardateli come li vestono!/ Come pagliacci; con quella stoffa ruvida/ che puzza di rancio, fureria e popolo; /peggio di tutto naturalmente è lo stato/ psicologico cui sono ridotti per una/ quarantina di mila lire al mese, senza/ più sorriso, senza amicizia con il / mondo. Separati, esclusi, in una esclusione/ che non ha eguali, umiliati dalla perdita/ della qualità di uomini per quella di/ poliziotti. L’essere odiati fa odiare” (P. Paolo Pasolini).

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BILANCIO SUL ‘68

Cinquant’anni sono molti per prendere la distanza storica necessaria e tracciare ma senza alcuna pretesa alcune conclusioni sul ’68. Almeno quattro furono le componenti che agirono sul ’68. La storia di quegli anni è stata il risultato dell’intersezione, dello scontro, delle modificazioni reciprocamente indotte. C’era indubbiamente una componente studentesca – rivoluzionaria. E’ stata a tutti gli effetti  il detonatore del ’68. La sua azione scaturì dal confluire di numerose istanze culturali e di profonde modificazioni sulla collocazione sociale dello studente. Partita da un tentativo di modificare a fondo i meccanismi di produzione e di trasmissione del sapere, presto questa componente relegò in secondo piano gli obiettivi originari per tentare un’azione di direzione politica diretta sulla seconda componente. Nel corso di questo tentativo avanzava intanto un processo di frammentazione politica e di notevole restringimento della base coinvolta. I gruppi politici generati da questo tentativo si presentarono spesso con una cultura rozza e paurosamente inadeguata per avere la pretesa di trasformare una società industriale moderna. Quest’analfabetismo politico e culturale è stata la ragione del collasso nella seconda metà degli anni settanta per i gruppi della Nuova Sinistra. Accanto alle componenti più politicizzate, si svilupparono in quegli anni, movimenti in possesso di caratteristiche meno definite, più sfuggenti, ma spesso capaci di spostare in profondità i lineamenti del costume e della cultura di massa: il movimento delle donne, altri legati a tematiche come quelle della salute o della sessualità, movimenti ambientalisti ed ecologisti, produzioni di culture alternative su riviste, radio e canzone d’autore. Questa componente soft del ’68 ne rappresenta l’onda lunga, quella che ha modificato le cose in modo irreversibili, la componente più cosmopolita, antesignana dei movimenti attuali: pacifismo, verdi, ecc. Spesso i risultati di tale azione sono apparsi limitati, ma grazie ad essi, oggi la società italiana è molto più simile alle altre società industriali. L’altra componente del ’68 è rappresentata dal movimento operaio in senso lato. Nonostante i tentativi dei gruppi rivoluzionari, il movimento sindacale in tutti quegli anni si mosse avendo come fine centrale la crescita della quantità del prodotto nazionale destinato alle categorie di lavoratori dipendenti. Per ovvi motivi, questa componente ha rappresentato la struttura più solida del grande conflitto sociale italiano degli anni sessanta- settanta. Difesa della democrazia e lotta per ridurre lo sfruttamento sono stati i risultati più importanti ottenuti. Per quanto riguarda i partiti di sinistra, il PCI fu indubbiamente il principale beneficiario a livello elettorale e di prestigio politico del grande spostamento di opinione avvenuto in Italia negli anni ’70. Con la scelta della lotta armata da parte di frange estreme della sinistra, il PCI fu obbligato a fare pulizia nel proprio album di famiglia come ebbe a dire una rappresentante del partito.

 

Raimondo Giustozzi

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