Libri Domenico Agasso Leone XIV Il papa venuto per la pace

2026-04-17 154436

2026-04-17 154436di Raimondo Giustozzi

Il saggio di Domenico Agasso: Leone XIV, il Papa venuto per la pace, la prima biografia italiana di Robert Francis Prevost, consta di 169 pagine, per 21 brevi capitoli: L’ultima di Pasqua; Nel tramonto romano; E’ Pietro che ritorna ; Gabbiani sulla Sistina; Sono un figlio di Sant’Agostino, Un papa che parla al mondo; Sparire perché rimanga Cristo; Perché mi chiamo Leone; Da Chicago al Perù; Agostino, il grande convertito; Canta e cammina; Il vescovo a cavallo; Rispondere sempre di sì; Prima di tutto l’umiltà, Leone e Francesco; Incontrarsi, dialogare, negoziare; Sfide; Una racchetta per Leone; Né di destra, né di sinistra; Geopolitica spirituale; L’ora dell’amore.

L’ultima apparizione di Papa Francesco alla folla dei fedeli in piazza San Pietro è del 20 aprile 2025, domenica di Pasqua. Si affaccia alla loggia centrale di San Pietro per la benedizione Urbi et Orbi. “Lo spingono sulla sedia a rotelle, ha il volto provato da lunghe settimane di sofferenza, riesce a pronunciare a fatica il suo augurio di Buona Pasqua con una voce molto flebile. Poco più tardi, la folla sulla piazza lo vede apparire sulla sua papamobile, per un giro di saluti imprevisto e imprevedibile. Alle prime ore del giorno dopo, 21 aprile, lunedì dell’Angelo, Francesco ha una nuova crisi. Muore alle 7,25. Sabato 26 aprile 2025 è il giorno dell’addio. Il funerale si celebra davanti al mondo intero e ai cosiddetti grandi della terra. Trump e l’argentino Milei sono in prima fila. A margine della cerimonia c’è tempo anche per un intermezzo. Donald Trump e W. Zelensky sono su due sedie, uno di fronte all’altro. Si parlano per una manciata di minuti. Durante la celebrazione liturgica sul sagrato della chiesa, “Il vento sfoglia le pagine del Vangelo posto sulla bara, mentre il cardinale Re continua a elencare i momenti e i temi salienti del pontificato. Ricorda le encicliche e i viaggi intorno al mondo, le preoccupazioni per i poveri e i migranti, il desiderio di accogliere tutti nella Chiesa” (Domenico Agasso, Leone XIV. Il Papa venuto per la pace, pp. 11- 19, Piemme, Mondadori Libri, S.p.A. Milano, 2025).

Dopo la morte di Papa Francesco, la chiesa cerca il nuovo Pietro. Viene eletto al quarto scrutinio. Fumata bianca sul comignolo installato sul tetto della cappella sistina. I gabbiani vi volteggiano intorno in segno di festa. Sono le ore 18,08 di giovedì 8 maggio 2025. Il nuovo Papa è americano, nato a Chicago, nell’Illinois, missionario per molti anni in Perù, America Latina. È il cardinale Robert Francis Prevost, che prende il nome di Leone XIV. Il nuovo Papa si affaccia alla loggia delle Benedizioni di San Pietro. Parla in Italiano, tranne una breve parentesi in spagnolo. Legge ciò che ha scritto in precedenza. “Dimostra sicurezza, pacata, umile quasi, ma profonda e ricca, senza incertezze, rocciosa, a certificare la scelta non casuale del nome Leone XIV. Il suo messaggio è quasi un primo sommario programma di governo” (ibidem, pag. 33).  Commosso fino alle lacrime, si trattiene e va avanti con pacatezza e voce ferma. Inizia così un nuovo pontificato.

Si presenta subito come un figlio di Sant’Agostino. In tutta la storia della chiesa non c’è mai stato un papa che provenisse dalla congregazione agostiniana. Annuncia fin da subito la Pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, che ci ama tutti in modo incondizionato. Saluta i fedeli peruviani presenti in piazza San Pietro, ricordando la cara diocesi di Chiclayo, in Perù, “dove un popolo fedele ha accompagnato il suo vescovo, ha condiviso la sua fede e ha dato tanto, tanto, per continuare a essere Chiesa fedele di Gesù Cristo” (pag. 37). Per questo suo passato missionario, Papa Leone XIV parla al mondo intero. Venerdì 9 maggio ritorna nella cappella Sistina, là dove tutto ha avuto inizio. Papa Leone è meno teso. Semplice e lineare annuncia che l’essenziale è “sparire, farsi piccolo, perché rimanga Cristo e Lui sia riconosciuto e glorificato”. È in fondo il senso della missione, che il novo papa conosce bene.

Domenico Agasso riordina nel proprio saggio le vicende dell’ultimo mese dopo l’elezione di papa Leone XIV, presentandone il suo pensiero, cercando di far parlare lo stesso, la sua visione radicata nella storia di un Padre della Chiesa, così antico e così moderno come è Sant’Agostino, l’uomo dalla fede inquieta, il vescovo che si fa fratello, che predica l’unità in Cristo e il primato della Grazia. Il programma del suo pontificato è già delineato nella omelia pronunciata, domenica 18 maggio 2025 nel corso della celebrazione liturgica: “Custodire il ricco patrimonio della fede cristiana e, al contempo, gettare lo sguardo lontano, per andare incontro alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi” (pag. 8, introduzione di Andrea Tornielli).

Prima di tutto, papa Leone XIV, come figlio di Sant’Agostino, è un pastore che ha fatto dell’umiltà il proprio stile di vita. Parlando di questo, ma anche di tanti altri episodi si è sul piano della cronaca. Non può rispondere direttamente a Donald Trump che lo ha attaccato, a livello personale, che il nuovo papa è un debole in politica estera. Ha fatto bene il pontefice a non replicare. Il grifagno presidente americano avrebbe fatto bene a star zitto. Non lo ha fatto. Peggio per lui. Si è inimicato una grossa fetta di cattolici americani. L’agenda del successore di Pietro è ben diversa da quella del presidente americano (NDR).

La missione della Chiesa è la stessa da duemila anni, da quando Gesù Cristo disse: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (pp. 116- 117). Viviamo in un mondo in cui invece di cercare l’unità come principio fondamentale del vivere civile, si va invece da un estremo all’altro. È il tarlo della polarizzazione attorno a idee e principi che dividono, da una parte c’è il bene, dall’altro il male. Il bene sta nel difendere l’umanità intera. Il male sta nel benedire la guerra, le contrapposizioni ideologiche: “Le ideologie hanno acquisito maggiore potere rispetto all’esperienza reale dell’umanità, della fede, dei valori attuali che viviamo. Alcuni fraintendono l’unità come uniformità. Devi essere uguale a noi. No. Questo non può essere. Né la diversità può essere intesa come un modo di vivere senza criteri o ordine. Chi ragiona così perde di vista il fatto che dalla creazione stessa del mondo, il dono della natura, il dono della vita umana, il dono di tante cose diverse che effettivamente viviamo e celebriamo, non possono essere sostenuti inventando e nostre regole e facendo le cose solo a modo nostro. Queste sono posizioni ideologiche” (pag. 119).

“Il 14 maggio 2025, in occasione del giubileo delle Chiese orientali, nell’aula Paolo VI affollata, il nuovo pontefice ha ricordato i valori delle Chiese orientali, che sono di richiamo all’Occidente Cristiano: il primato di Dio, il valore della mistagogia (introduzione esperienziale e sapienziale al mistero di Cristo, in particolare attraverso i sacramenti), dell’intercessione incessante, della penitenza, del digiuno, del pianto per i propri peccati e dell’intera umanità. Le vostre spiritualità, antiche e sempre nuove, sono medicinali. In esse, il senso drammatico della miseria umana si fonde con lo stupore per la misericordia divina, così che le nostre bassezze non provochino disperazione, ma invitino ad accogliere la grazia di essere creature risanate, divinizzate ed elevate alle altezze celesti” (pp. 132- 133).

Continuava ancora papa Leone XIV nel suo intervento al giubileo delle Chiese orientali: “Cristo ripete a noi. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. La pace di Cristo non è il silenzio tombale dopo il conflitto, non è il risultato della sopraffazione, ma è un dono che guarda alle persone e ne riattiva la vita. Preghiamo per questa pace, che è riconciliazione, perdono, coraggio di voltare pagina e ricominciare. Perché questa pace si diffonda, impiegherò ogni sforzo. La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi, perché ai popoli sia restituita una speranza e sia ridata la dignità che meritano, la dignità della pace. I popoli vogliono la pace e io, col cuore in mano, dico ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo! La guerra non è mai inevitabile. Le armi possono e devono tacere, perché non risolvono i problemi ma li aumentano; perché passerà alla storia chi seminerà pace, non chi mieterà vittime; perché gli altri non sono anzitutto nemici, ma esseri umani: non cattivi da odiare, ma persone con cui parlare. Rifuggiamo le visioni manichee delle narrazioni violente, che dividono il mondo in buoni e cattivi” (pag. 134). Si badi bene. Il papa chiama i governanti, responsabili, non leaders, termine usato e abusato. Che cosa avrebbe dovuto dire più di quanto ha detto! Le parole sono pietre. Responsabile è chi è chiamato a rispondere del male che sta facendo. Questo, davanti a Dio e davanti agli uomini. Si chiami pure la divinità in tutti i modi con i quali ci è dato chiamarla. L’umanità è una soltanto sotto qualsiasi cielo e a latitudini diverse (NDR).

Le sfide che attendono il nuovo pontificato sono tante e diverse. “Il suo ruolo è quello di confermare i fratelli nella fede e annunciare Cristo in ogni angolo della terra. La testimonianza di Pietro e la fede dei cristiani devono svolgere il compito di aiutare l’umanità a porsi domande sul senso della vita e della storia, sul bene e sul male, sulla morte, sull’amore e sulla felicità, sulla pace della coscienza. Insomma, su ciò che si sta a fare sulla terra per quella manciata di anni che ci è concessa. Se ogni uomo sapesse rispondere positivamente a questi interrogativi esistenziali, come diretta conseguenza, il mondo si pacificherebbe, poiché nessuno sarebbe disposto a sprecare in guerre il poco tempo a disposizione per essere felice, per amare, per godere la bellezza del creato” (pag. 138). Ma chi parla della scomparsa dell’Unione Sovietica come della più grande catastrofe geopolitica del Novecento, può comprendere questo messaggio? Ugualmente chi vuole fare a tutti i costi il castigamatti di tutti, può essere raggiunto dal messaggio del papa?

La stampa italiana si è chiesta più volte se papa Leone XIV sarà un papa di destra o di sinistra. Domanda sciocca e priva di senso. Il papa deve custodire e trasmettere il “Depusitum fidei” (il complesso delle verità rivelate e della dottrina cristiana. Fonte Internet). Mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti – Vasto e teologo di fama indiscussa ha detto di Leone XIV: “Da discepolo di Sant’Agostino, appartenente all’ordine religioso ispirato al pensiero e all’opera del grande vescovo di Ippona, Prevost è in primo luogo un uomo di preghiera, innamorato della parola di Dio, continuamente alimentato da essa, nella continuità della lettura che ne hanno fatto i Padri della Chiesa, i teologi e gli spirituali di tutti i tempi. La preghiera è anzitutto la via per conoscere sé stessi e corrispondere al disegno di Dio su di noi, come afferma Sant’Agostino: “Non andare fuori di te, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità”. Per lui pregare significa amare Dio e lasciarsi amare da Lui: “Abbracciando Dio che è amore, abbracci Dio per amore”. Pregare è unirsi al Figlio amato, che tutto trasfigura e redime: “Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te” (p. 147- 148).

Nel corso di una conversazione con i diplomatici accreditati presso la Santa Sede, papa Leone XIV, il 16 maggio 2025, così diceva: “Sono discendente di immigrati, a sua volta emigrato”. Una vita tra continenti. Gli è dunque connaturale voler costruire ponti, voler diffondere pace tra luoghi, Paesi, mondi diversi. Perché ogni uomo porta con sé una dignità inviolabile, indipendentemente dal luogo in cui nasce, lavora, migra. Il papa lega il tema della giustizia sociale e quello della famiglia, “fondata sull’unione stabile tra uomo e donna”. Già Leone XIII l’aveva definita “società piccola ma vera, e anteriore ad ogni civile società” che va difesa per costruire convivenze armoniche e pacificate. Sempre nel corso della conversazione suggeriva tre ricette per rendere più vivibile l’esistenza sulla terra: pace, giustizia e verità.

Ciascuna non può esistere senza le altre due. Leone XIV si dichiarava disposto a mettere a disposizione il Vaticano per un incontro diretto tra le due parti, Federazione Russa e Ucraina, dopo la deludente trattativa tra Kiev e Mosca a Istambul. Il segretario di Stato, Parolin, definiva la situazione difficile e drammatica, non perché la Chiesa sia una potenza politica in grado di imporre alcunché, ma perché nella “prospettiva cristiana – come anche in quella di altre esperienze religiose, la pace è anzitutto un dono: il primo dono di Cristo: “Vi do la mia pace”. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, perché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi”.

“La seconda parola” – continua il papa “è giustizia”. “Perseguire la pace esige la pratica della giustizia. Come ho già avuto modo di accennare, ho scelto il mio nome pensando anzitutto a Leone XIII, il papa della prima grande enciclica sociale, la Rerum Novarum. Nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, la Santa Sede non può esimersi dal far sentire la propria voce dinanzi ai numerosi squilibri e alle ingiustizie che conducono, tra l’altro, a condizioni indegne di lavoro e a società sempre più frammentate e conflittuali. Occorre peraltro adoperarsi per porre rimedio alle disparità globali, che vedono opulenza e indigenza tracciare solchi profondi tra continenti, Paesi e anche all’interno delle singole società”.

“La terza parola è verità. Non si possono costruire relazioni veramente pacifiche, anche in seno alla comunità internazionale, senza verità. Laddove le parole assumono connotati ambigui e ambivalenti e il mondo virtuale, con la sua mutata percezione del reale, prende il sopravvento senza controllo, è arduo costruire rapporti autentici, perché vengono meno le premesse oggettive e reali della comunicazione. La Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche a un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione. La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna” (p. 156).

 

Domenico Agasso

Giornalista e scrittore, è vaticanista per La Stampa e coordinatore di Vatican Insider, sito indipendente di informazione sulla Santa Sede e la Chiesa cattolica. È autore di vari volumi tra cui il libro-intervista con papa Francesco Dio e il mondo che verrà (Piemme-Lev 2021). Ha curato le opere Cari bambini Il Papa risponde alle vostre domande (Mondadori Electa 2023) e Sperare è ancora possibile dell’arcivescovo di Torino Roberto Repole (Piemme 2024). Come cronista segue il pontefice in tutti i suoi viaggi internazionali.

 

Raimondo Giustozzi

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