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Don Lorenzo Milani: l’uomo, l’educatore, il profeta. Barbiana, luogo di solitudine e di silenzio.

Don Milani, testimone di fede, pace e giustizia

Don Lorenzo Milani, come tutti i profeti, è stato un profeta scomodo, per il periodo storico nel quale è vissuto, ma lo è anche per il nostro presente. Ha scelto di stare dalla parte degli ultimi. Tutto il suo insegnamento è stato un servizio. Possiamo paragonarlo ad una grande quercia, all’ombra della quale molti si sono rinfrescati e si sono nutriti del suo pensiero. Fede e testimonianza hanno impreziosito la chiesa e la società. Queste la riflessioni proposte da don Mario Colabianchi, parroco dell’Unità Pastorale San Pietro – Cristo Re, Civitanova Marche, ad introduzione del Convegno su “Don Milani: testimone di fede, pace e giustizia”. Tutto ha avuto inizio alle 21, 30, venerdì 24 giugno 2022, nella sala parrocchiale don Lino Ramini, via del Timone, Civitanova Marche (MC).

Terminato l’intervento di don Mario Colabianchi, è stato proiettato parte del video messaggio di Papa Francesco,  registrato il 20 giugno del 2017, in occasione del suo pellegrinaggio sulla tomba di don Lorenzo Milani, sepolto nel piccolo cimitero di Barbiana, luogo di solitudine e di silenzio che favoriscono sempre pensieri di avanguardia anche oggi. Papa Francesco ha indicato in don Lorenzo Milani un esempio per i nostri tempi: Ecco l’essenziale della sua missione: Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Tutto questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia”.

Paolo Landi, ex allievo della Scuola di Barbiana, ha sviluppato il tema: Don Milani, l’uomo, l’educatore, il profeta. Era il 1963, una domenica mattina, ha raccontato Paolo. Avevo terminato le tre classi dell’Avviamento Professionale. Volevo continuare gli studi in un Istituto Superiore. Diedi gli esami per esservi ammesso, ma non superai lo scoglio degli esami di ammissione. Allora, solo chi aveva frequentato la Scuola Media, poteva continuare gli studi, per gli altri c’era solo il lavoro. A Vicchio del Mugello, dove abitavo, non c’era la Scuola Media. Esisteva solo nelle grandi città e frequentarla era un lusso, la mia famiglia contadina non aveva i mezzi. Mio papà aveva sentito che lassù a Barbiana c’era un prete che aveva aperto una scuola, per di più gratis. Saliamo a Barbiana e troviamo don Lorenzo che stava spiegando il vangelo sotto la pergola. Accanto a lui aveva sistemato una cartina geografica della Palestina, che risaliva al tempo di Gesù. Rimasi sbalordito. Non avevo mai ascoltato un prete che in due ore, aveva spiegato sì e no tre versetti del Vangelo. Ogni parola veniva spaccata in quattro. Diceva da dove proveniva, come si pronunciava in ebraico, in aramaico, in greco e in latino, quale era il significato nelle diverse lingue e nelle società antiche.

Terminata la celebrazione della Messa, Paolo e il papà si avvicinano a don Lorenzo Milani. Il genitore spiega al sacerdote che lui era disposto a fare sacrifici per assicurare al proprio figlio un lavoro migliore del contadino, un lavoro in cui potesse fare carriera. Don Lorenzo risponde: “Paolo capirà da solo che ci sono cose più belle e più interessanti dell’esame e della carriera”. Con la stessa chiarezza pone le sue condizioni: “Dodici ore di scuola al giorno, inclusi domenica, Natale e Pasqua, niente ballo, niente cinema, niente televisione”. Da quella domenica, fino alla morte del priore (26 giugno 1967), Paolo diventa un altro allievo della Scuola di Barbiana. Impara il Francese e l’Inglese. Parte per l’Inghilterra, dove rimane per un periodo di studio e di lavoro per tutto il 1965 e i primi mesi del 1966. Non ha nemmeno diciotto anno quando sbarca davanti alle bianche scogliere di Dover. Era giù stato in Inghilterra, ad Oxford, per tre mesi nell’autunno del 1963, per un lavoro di sguattero e aiutante cuoco, rendendosi disponibile a fare il baby- sitter alle due gemelline di Elena (sorella di don Lorenzo) e Erseo Polacco che si trovavano lì per una borsa di studio. Don Lorenzo Milani anticipa di circa cinquant’anni il progetto Erasmus. Manda i propri allievi, non ancora diciottenni, in Spagna, Germania, Francia, Africa perché imparino le lingue, conoscano il mondo e le culture. Ogni soggiorno era organizzato dal priore di Barbiana in ogni minimo dettaglio.

Don Lorenzo Milani, secondo genito di Alice Weiss e Albano Milani, proviene da una famiglia benestante fiorentina. I genitori possiedono una casa in via Masaccio, a Firenze, una villa a Castiglioncello, un’altra a Montespertoli. Il papà eredita venticinque poderi distribuiti nella vallata del Chianti. Il nonno di Lorenzo, è il grande latinista, Domenico Milani Comparetti. Il giovane Lorenzo respira a pieni polmoni, fin da piccolo, tutta la grande cultura di famiglia. Nel 1943, a vent’anni, dopo un breve periodo durante il quale esercita la professione di pittore, entra nel seminario di Cestello, a Firenze, contravvenendo le aspettative della famiglia. Nel 1947 viene ordinato sacerdote e assegnato alla parrocchia di San Donato a Calenzano (FI), dove rimane fino al 1954, fino alla morte di don Daniele Pugi, il parroco della parrocchia. Da Calenzano viene “esiliato” nella parrocchia di Sant’Andrea a Barbiana, frazione di Vicchio del Mugello, alle pendici del Monte Giovi, sempre in provincia di Firenze. Vi rimane per tredici anni, fino alla morte che lo coglie all’età di soli quaranta quattro anni, il 26 giugno 1967.

Don Lorenzo Milani viene mandato a Barbiana, in una parrocchia che doveva essere chiusa, rimane aperta solo per lui, quasi un ideale penitenziario ecclesiastico, perché considerato “Una campana stonata della chiesa fiorentina”, secondo l’espressione usata da Cardinale Elia Dalla Costa. In realtà, i contrasti scoppiano subito con il coadiutore del cardinale, il vescovo Ermenegildo Florit che si circonda di spie, delatori, pettegoli e chiacchieroni, presenti in curia. Mons. Ermenegildo Florit non partecipa nemmeno ai funerali di don Lorenzo Milani. La rivalutazione dell’opera pastorale, sociale, religiosa e culturale verrà molti anni dopo la sua morte. Paolo Landi, al pari di altri alunni della Scuola di Barbiana, ha vissuto tutti i momenti di tensione tra la curia fiorentina e don Milani. Barbiana non è il luogo dove si può ammirare lo splendido panorama del Mugello, ma è anche sinonimo di sofferenza. La Fondazione don Milani ne conserva la memoria.

Il cardinale Martini, arcivescovo di Milano e grande biblista, il 10 marco 1983, tiene una relazione ad un Convegno dell’Università Cattolica sul tema: “Don Lorenzo Milani tra Chiesa, cultura e scuola”. E’ il primo riconoscimento importante, venticinque anni dopo la pubblicazione di Esperienze Pastorali, l’unico, grande libro scritto da don Milani. Nel suo intervento, il cardinale esalta la coerenza e la fede di don Lorenzo, un prete che ha saputo testimoniare all’interno di una chiesa di potere, una chiesa di servizio. Afferma il cardinale Carlo Maria Martini: “Don Milani è un uomo che ha affermato il primato della parola, intesa nei suoi significati umano, biblico e teologico. Qui c’è tutta la dottrina biblica sulla forza creativa, formativa, forgiativa della parola, la parola che fa essere uomo. L’uomo è ciò che è, per la parola. Della parola, don Milani avverte non soltanto la forza ma anche quella che potremmo chiamare la cattolicità e l’universalità… ma per insegnare a parlare ci vuole la scuola. Il primato della parola è insomma la più profonda, la più costante, la più coerente intuizione della sua vita. Come conseguenza del primato della parola c’è quello che chiamerei l’indipendenza del Vangelo rispetto alle ideologie e agli schieramenti: si tratta cioè della libertà e della trascendenza della parola… La generosa testimonianza,… il primato dei poveri, il primato del popolo da lui affermati con passionalità e con assolutezza: forse con il risentimento profondo della sua origine borghese” (Carlo Maria Martini, L’esperienza pastorale di don Milani oggi, pp. 198- 208, in “Don Lorenzo Milani tra Chiesa, cultura e scuola”, Milano, Università Cattolica, 9- 10 marzo 1983, Edizioni Vita e Pensiero, Milano, 1983).

Un secondo importante riconoscimento verso don Milani viene anche dalla Chiesa Fiorentina, trent’anni dopo quello del cardinale Carlo Maria Martini. In un convegno del 31 ottobre 2015, voluto dai cardinali Piovanelli e Betori, si riconosce il giusto peso storico di quel cattolicesimo fiorentino, anticipatrice del Incontro Vaticano II, che partendo da Giorgio La Pira e Giulio Facibeni, arriva a padre Ernesto Balducci, a don Lorenzo Milani, a don bruno Borghi e a padre Davide Maria Turoldo. In un secondo convegno del 2016, il cardinale Betori pronuncia parole di gratitudine verso don Milani: “La vita di don Milani è un dono per la Chiesa tutta, le vicende della controversia con la Chiesa di allora contribuiscono ad esaltare la sua figura. Amava alla follia la Chiesa, ha accettato le incomprensioni e le avversità, è riconosciuto come una figura luminosa nella Chiesa e nella città, si sentiva parte di un processo storico” (Paolo Landi, La Repubblica di Barbiana, la mia esperienza alla scuola di don Lorenzo Milani, pag. 244, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2020).

Anche dallo Stato Italiano, don Milani non fu trattato affatto bene, anzi, tacciato di assolutista, maestro emarginato, fustigatore di coscienze, fu condannato per apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza. Tutto nasce dalla Lettera ai cappellani militari. Questi ultimi definivano l’obiezione di coscienza un insulto alla Patria e ai suoi caduti, una espressione di viltà estranea al comandamento cristiano dell’amore.  Il testo integrale della lettera di risposta ai cappellani militari viene pubblicato nella rivista “Rinascita”. Don Lorenzo Milani, l’autore della lettera e il direttore della rivista, Luca Pavolini, vengono denunciati da un gruppo di ex combattenti per apologia di reato, incitazione alla diserzione e vilipendio alla Patria. Don Lorenzo Milani, impossibilitato a recarsi a Roma, consegna l’autodifesa scritta, nota come Lettera ai Giudici, all’avvocato d’ufficio Adolfo Gatti. Don Lorenzo Milani e Luca Pavolini vengono assolti. Due anni dopo, la Corte d’Appello di Roma ribalta la sentenza e condanna il Direttore di Rinascita a cinque mesi e dieci giorni di reclusione, con la condizionale. I giudici d’Appello ritennero che la Lettera ai Cappellani Militari sull’obiezione di coscienza contenesse gli estremi del reato. Per don Lorenzo la sentenza diceva: “Il reato è estinto per la morte del reato”. Infatti don Lorenzo era morto il 26 giugno 1967, sei mesi prima della sentenza della Corte d’Appello.

Nella sua autodifesa, don Lorenzo spiega che il suo mestiere di maestro è diverso da quello dei giudici: “La scuola siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità, dall’altra la  volontà di leggi migliori cioè il senso politico. (…) Il maestro è dunque in qualche modo fuori dal vostro ordinamento e pure al suo servizio. Se lo condannate attenterete al progresso legislativo… Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è obbedirla. Posso dire loro. Che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste ( cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere, è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona con una obiezione di coscienza. Spero di tutto cuore che mi assolverete, non mi diverte l’idea di andare a fare l’eroe in prigione, ma non posso fare a meno di dichiararvi esplicitamente che seguiterò a insegnare ai miei ragazzi quel che ho insegnato fino ad ora” (Don Lorenzo Milani, lettera ai giudici, Barbiana 18 ottobre 1965).

Il lungo brano è stato letto nel corso della serata dall’attrice Emilia Bacaro, assieme ad altri testi: “Ai cappellani militari”, “Alla professoressa”, “Al vescovo Florit”, “Intervento su don Milani del Cardinale Martini”, “Ai ragazzi che se ne vanno, sono debitore”.

Le due lettere, quella ai cappellani militari e quella ai giudici sono state riunite in un unico libro, dal titolo “L’Obbedienza non è più una virtù”, estrapolato dal testo: “…A dar retta ai teorici dell’obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell’assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore. C’è un modo solo per uscire da questo macabro giro di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene fare scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto” (don Milani, l’Obbedienza non è più una virtù).

Il riconoscimento del diritto dei giovani all’obiezione di coscienza (lettera ai cappellani Militari) aveva dato un rilevante contributo) avvenne cinque anni dopo la morte di don Lorenzo con la legge del 15 dicembre 1972. La legge prevedeva la possibilità di fare un servizio civile alternativo al servizio di leva, con una durata di cinque mesi in più rispetto al servizio militare.

L’altra lettera con la quale don Milani contribuì non poco a smuovere l’immobilismo della scuola e a fare infuriare qualche benpensante fu la “Lettera a una professoressa”. La lettera aperta, scritta alla professoressa delle Magistrali che aveva bocciato tre suoi alunni fu l’occasione per don Milani e i suoi allievi di ripensare a tutta la scuola, soprattutto quella dell’obbligo. Si chiedono, dati alla mano: Chi va a ingrossare l’esercito dei respinti, dei bocciati, dei ripetenti? Chi viene messo in condizioni di spirito da desiderare un qualsiasi lavoro prima d’aver adempiuto all’obbligo scolastico? Ripetenti, bocciati e respinti appartenevano tutti alle classi sociali meno abbienti. Lo dicevano i dati pubblicati dall’annuario Istat. E’ evidente che se i ragazzi provenivano da un ambiente in cui si parlava solo in dialetto o era del tutto sconosciuto il tipo di cultura imposto nella scuola dell’obbligo, i loro processi d’apprendimento erano assai più faticosi e difficili. Ma nella scuola dell’obbligo si andava per essere valutati non per imparare come invece succedeva alla Scuola di Barbiana: “Se un compito è da quattro io gli do quattro”, dice nel libro una professoressa. “Non capiva, poveretta, che era proprio di questo che era accusata. Perché non c’è nulla che sia ingiusto far le parti uguali tra diseguali” (Lettera a una Professoressa, pag. 55).

Questa denuncia scuote le coscienze anche oggi. Una docente, in sala, durante alcuni interventi, si è dichiarata in disaccordo con quanto sostenuto da don Milani. Il docente, secondo lei, fa sempre parti uguali. Non boccia mai in base all’estrazione sociale del ragazzo. Gli alunni di Barbiana scrivevano che era ingiusto far parti uguali tra diseguali e lo dimostravano con statistiche alla mano, riportate nella lettera. Non si può sostenere una tesi a prescindere da tutto e senza documentarsi. Non è un motivo sufficiente poi sostenere che anche in altri ambiti del pubblico impiego ci sono lacune, disservizi e altro. Ora, se le bocciature negli anni cinquanta e sessanta colpivano solo determinate classe sociali, forse non lo è più oggi con i progressi pedagogici e didattici che indubbiamente ci sono stati. Da ricordare comunque che le statistiche sugli abbandoni scolastici riguardano, nella Lettera a una professoressa, gli alunni della scuola dell’obbligo, non quelli delle Superiori.

E’ anche vero tuttavia, sosteneva un altro docente, presente al convegno, che l’invito di don Milani è valido anche oggi. Se un alunno, particolarmente vivace, che frequenta la prima classe della Scuola Materna, viene accusato di destabilizzare il gruppo classe e spesso viene allontanato dall’aula, forse questo vuol dire che la maestra è a corto di risorse didattiche. Nelle classi successive, lo stesso bambino, quando combinava qualcuna delle sue, la maestra lo mandava nella classe dei più piccoli. Scrivevano i ragazzi di Barbiana: “Se ognuno di voi sapesse che ha da portare avanti tutti i ragazzi e in tutte le materie, aguzzerebbe l’ingegno per farli funzionare…”. Altro che inclusione! Se quel bambino non avesse una mamma capace di incoraggiarlo, stimolarlo come lei sa fare, sarebbe già perso per la scuola di ogni ordine e grado. Il segreto pedagogico di Barbiana non è esportabile, ma dare il meglio di sé, è esportabile, mettendo da parte stanchezza e frustrazioni. Lo testimonia anche il libro di Erado Affinati: Sulle strade di don Lorenzo Milani l’uomo del futuro, finalista al premio Strega del 2016, pubblicato da Mondadori nello stesso anno.  , sto preparando la recensione. Ho letto il libro di Paolo Landi, la Repubblica di Barbiana, la mia esperienza alla scuola di don Lorenzo Milani. Il testo è scritto con un linguaggio senza fronzoli, come insegnava don Milano. Devo trovare solo il tempo per rileggere il libro e farne una recensione che sia degna del lavoro fatto da Paolo Landi.

Oggi, in Italia, centinaia di scuole hanno preso il nome di don Milani. Nel 2017 ben 12.000 tra ragazzi e adulti sono saliti a Barbiana. E’ la rivincita di don Milani dopo anni di oblio, di polemiche e condanne ricevute dalla Chiesa e dallo Stato.

Maria Cristina Domenella, soprano e voce solista, accompagnandosi alla chitarra, ha cantato per il pubblico, abbastanza numeroso, la canzone dedicata a don Milani e alla Scuola di Barbiana: I care. Su una parete della Scuola campeggiava una scritta: “I care è il motto traducibile dei giovani americani migliori: me ne importa, mi sta a cuore, mi preme. E’ il contrario del motto fascista me ne frego”. Il testo della canzone, autore Aleandro Baldi, è del 2002. E’ riprodotto qui sotto.

https://www.youtube.com/watch?v=X8jXwPKv60g

Qui di seguito ho voluto riportare alcuni link; contengono degli articoli sui quattro periodi della vita terrena di don Milani. Sono stati scritti nel 2017 nel cinquantenario della morte di don Milani.

Gli anni trascorsi in famiglia (1923- 1943)

https://www.lavocedellemarche.it/2017/03/i-venti-anni-vissuti-nelle-tenebre-dellerrore/

Gli anni del seminario (1943- 1947)

https://www.lavocedellemarche.it/2017/04/gli-anni-del-seminario-la-parola-di-dio-e-i-poveri/

 

Gli anni vissuti nella parrocchia San Donato di Calenzano (1947- 1954)

https://www.lavocedellemarche.it/2017/05/i-primi-anni-vissuti-nella-parrocchia-san-donato/

 

https://www.lavocedellemarche.it/2017/05/don-milani-nella-parrocchia-di-calenzano/

 

Gli anni trascorsi a Barbiana ( 1954- 1967).

https://www.lavocedellemarche.it/2017/06/tra-i-paria-italiani-in-un-paesino-di-120-anime/

 

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