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Piergiorgio Viti

Versus. All’ombra del tempo. Altre poesie di don Giorgio Rossi

Don Giorgio Rossi (Lugo di Romagna, 6 luglio 1938 – Civitanova Marche, 8 dicembre 2010) approda nella casa salesiana di Civitanova Marche nel 1969, subito dopo l’ordinazione sacerdotale. E’ l’incaricato dell’oratorio. Vi rimane fino al 1976, quando lascia il testimone a don Alvaro Forcellini, l’amico più caro, la spalla ideale che ha condiviso con lui momenti di gioia e tanta comprensione. Lo ritroverà come parroco prima a Ortona e dal 2000 al 2008 di nuovo qui a Civitanova Marche. L’uno si completava nell’altro. Don Giorgio non trovava mai il tempo per andare dal barbiere. Don Alvaro gli prenotava il taglio dei capelli. L’altro fingeva di arrabbiarsi.

Nel febbraio 1975 escono per la scuola i Decreti Delegati. Sono il banco di prova delle prime forme di partecipazione dei genitori nella vita della scuola.  E’ un fervore di idee. Si vive una stagione esaltante, quella di voler cambiare radicalmente il volto delle istituzioni. Sono i semi buoni del ’68. Chi non aveva mai partecipato alla vita politica, trovava una strada nuova per farlo. Don Giorgio, appoggiato dal parroco don Raffaele si adopera per redigere una lista unica per l’elezione dei genitori nel Consiglio di Circolo delle Scuole Elementari, dove insegnava religione. L’iniziativa  va in porto con la soddisfazione di tutti.

Nel !977 / 1978 don Giorgio viene mandato a Roma per un anno di esercizi spirituali. Lo trascorre leggendo la Patristica ed i Padri del deserto. Trova in loro scelte molto più radicali da quelle propagandate da certi teorici del ’68. Mi disse proprio questo nel corso di una conversazione che ebbi con lui nei primi anni del 2000, appena rientrato a Civitanova Marche. Dal 1979 al 1981 è a Terni, in una parrocchia situata nel cuore della Polymer, una delle più grosse ditte della cittadina umbra che raccoglieva più di duemila e cinquecento operai. Rimarrà solo per tre anni ma seminerà tutto: simpatia, vicinanza, affetto. In giorno del funerale, venerdì 10 dicembre 2010, a Civitanova Marche, interverranno in molti da Terni per dargli l’ultimo saluto. A Terni esistevano due case salesiane, una al centro, l’altra in periferia, quella dove operava don Giorgio. Oggi, esiste una sola casa salesiana, quella del centro, l’altra non c’è più. La direzione della Congregazione Salesiana ha deciso così.

Iniziata l’attività pastorale nelle diverse case salesiane dell’ex Ispettoria Adriatica, don Giorgio viene a contatto con la realtà umana di ragazzi, adolescenti, giovani e adulti. Si sa che i Salesiani si fanno prendere dalla frenesia di fare. Don Giorgio trovava il tempo per pregare. Le poesie proposte nella prima parte del libro sono preghiere rivolte a “Dio che atterra e suscita, / che affanna e che consola” (A. Manzoni, cinque maggio). Non è sbagliato ritenerle, assieme a quelle dedicate alla Vergine, i testi più belli della piccola antologia “La dove si schiudono i cancelli del cielo”. Dio esiste, don Giorgio lo incontra nei prati gonfi di vento e in tutto ciò che fa della vita una danza.

Là dove si schiudono i cancelli del cielo.

E’ la poesia che dà il titolo alla raccolta: “Là dove si schiudono i cancelli del cielo / so che ci sei. / La dove l’erba dei prati gonfi di vento / accarezza gli angoli chiari dell’infinito / so che tu canti. / Là dove le rondini tessono trame di gioia / contro i fianchi azzurri delle montagne / so che sorridi. / Là dove i rivi gettano a valle / le loro briciole di luce / tra l’erba impaurita di primavera / so che tu danzi. / La dove il vento strappa brandelli di canzoni / agli alberi che incatenano / i sentieri scuri degli altipiani / so che tu sogni. / Là dove le stelle delle notti infinite / accendono di desideri vivi le punte dei boschi / so che tu vivi. / Là dove i sogni delle nuvole / nascono negli occhi degli agnelli nuovi / che spiano curiosi sopra i rovi appuntiti / so che mi aspetti” (Giorgio Rossi, Là dove si schiudono i cancelli del cielo, pag. 9, Grafiche Fioroni, 2011, Casette d’Ete, Fermo).

Don Giorgio non vuole mancare a questo appuntamento: “Ed io sarò lì, con le braccia spalancate / e le mie radici affondate / sulle rive dei miei desideri incancellati / e mi alzerò per spiare i tuoi passi verso di me / per gettare nella conca del tuo cuore / i semi amorosi delle mie tristezze. / cambiali in scaglie di luce / perché tu lo puoi. / E così sia, mio dolce Signore” (Ibidem). Tutta la poesia è una professione di fede e un appello accorato perché negli ultimi istanti di vita, Dio accolga nel proprio cuore tutte le tristezze e le fragilità umane. Gli ultimi versi ne richiamano altri di un’altra poesia.

Ho lasciato alle spalle.

“Ho lasciato alle spalle la valle del mio passato / ma io so che tu sei là, Signore. / sulla strada delle mie attese. / Verrò sgranando il rosario dei miei giorni / guardando senza rimpianto / nei ricordi di vetro l’ombra della mia vita. / Verrò a piedi scalzi, Signore, / e ti porterò il bimbo che è annidato nel mio cuore / ti porterò un bimbo che profumi ancora / di cielo e di poesia, / e per te troverò sui prati del mondo / le canzoni dei fiori / che abbia ancora tra i petali / il soffio del tuo Amore” (Ibidem, pag. 18). Questi primi versi raccontano il bilancio di una vita nell’attesa del nulla eterno,  per presentare ancora il bambino che è dentro di noi. “E imparerò a guardare tutto il mondo / con gli occhi trasparenti di un bambino” (Pierangelo Sequeri, Symbolum 78  E sono solo un uomo).

Il sogno di rimanere con il cuore di un bambino ritorna nei versi successivi della poesia Ho lasciato alle spalle: “E attenderò l’aurora / cullando tra le mie braccia / il vento soffice della valle. / Slegherò sugli altipiani / i cavalli bianchi dei miei ricordi / dalle stalle dove hanno triturato / il fieno dei desideri / perché tu, Signore, / li possa cavalcare come l’onda dei fiumi”. Sono versi in cui abbondano le similitudini e gli enjambement. Il ritmo è cadenzato, legato alla descrizione di un quadro di insieme dove prevalgono verbi di movimento. I ricordi, legati ai desideri, sono come cavalli che galoppano sugli altipiani. Chissà se don Giorgio con queste immagini ripensava agli altipiani dell’Abruzzo e delle Marche.

Nella seconda parte della poesia prevalgono le richieste del poeta: “Non darmi, Signore / il silenzio di tante domande / di inutili sogni, / di vane, lunghe attese, / ma fammi restare così / in ginocchio, / con l’anima tesa e ardita / come le radici dell’albero / sulla sponda dei fiumi. / Dammi i tuoi occhi chiari, Signore / per guardare dentro la vita / e scoprirvi le stelle a cui aggrapparmi / per respirare il vento dei cieli lontani. / Dammi le tue mani ferite, Signore, / per amarti nel pianto e nel riso, / nel vecchio e nel bimbo, / nel vento e nei sogni degli alberi. / Dammi i tuoi orizzonti chiari, Signore / per poterti rivedere nelle nebbie / con occhi luminosi / e cantarti senza fine la mia voglia di vivere. / E così sia” (Ibidem, pp. 18,19).

A Lui

Stanchezza, fragilità, speranza, delusione amara, rabbia soffocata sono alla base della poesia. E’ come un testamento spirituale di una vita che ha percorso le strade del mondo, dando il meglio di se stesso: “Col cuore stanco e gli occhi chiusi / faccio vela verso te, Signore. / Prendi i tuoi remi spezzati / con le tue mani ferite / e guidami dove i tramonti non feriscono / e le albe accendono speranze. / Ho condotto la mia fragile barca / tra scogli e onde gonfie di sale. / Ho il cuore graffiato, Signore, / e nei solchi delle mie ferite vive, / nascono scie di soli freddi, / e si annidano semi di amara delusione, / di rabbie soffocate, di lacrime non piante. / Perché l’amore ti fa morire dentro? / Ma tu, tu che scaldi la mia mente, Signore, / come in un sogno, / come la pioggia di settembre, / arriva piano / perché il cuore che ho nel petto / è solamente un cuore umano. / E così sia” (Natale con qualche ciao in meno…). (A Lui, Ibidem, pag. 24). Don Giorgio era cagionevole di salute. Non si riguardava abbastanza a volte proprio per niente. Era fatto così, lo ammetteva lui stesso. Era un prete di corsa. Si muoveva, finché ha potuto, in motorino, prima con una bicicletta molto …accia. Don Giorgio era l’oratorio. E’ sbagliato dire che era all’oratorio. Visitava i vecchi e i malati della parrocchia. Vestiva in modo semplice: un maglione pesante d’inverno, una felpa nella mezza stagione, una maglietta in estate. Non aveva tempo di curare quelli che per lui erano solo banali dettagli. Aveva però un cuore grande. Sapeva ascoltare, amava tutti e era amato da tutti: bambini, ragazzi, giovani, adulti e vecchi.

Poesie dedicate alla Madonna

La devozione dei figli di don Bosco verso la Madonna, aiuto dei cristiani, è cosa nota. La Festa dell’Immacolata lo testimonia. Don Bosco dedicava alla Vergine Maria, ogni anno, in occasione della sua festa, l’8 dicembre, una rappresentazione teatrale preparata dai ragazzi dell’oratorio. Era l’accademia. La tradizione continua nelle diverse case salesiane sparse in Italia e nel mondo. Don Giorgio è venuto a mancare proprio nel giorno dell’Immacolata. La seconda sezione del libricino, La dove si schiudono i cancelli del cielo, si apre proprio con una poesia intitolata Maria, è una delle più belle della raccolta.

“C’è una luce chiara questa sera. / Brilla nel deserto la città. / Sulla sabbia c’è un’impronta nitida / fra le dune, il vento che le agita. / Maria. // C’è una brezza lieve questa sera, / parla di cielo e dice che ci sta / sulla terra, dove niente è immobile, / una donna apre un varco stabile. / Maria. // C’è un profumo intenso questa sera. / Tra le onde un raggio di colore. / Tra i giardini grappoli di stelle / c’è la luna che pattina nel cielo. / Maria. // Lei tutto attira a sé / cattura amore come il vento, / fiore di velluto, se ne va, / l’Amore stesso donerà. // C’è una donna sola questa sera / tra i sentieri dell’umanità, / ha negli occhi il pianto delle stelle / e nel volto gocce di dolore. / Maria. // Ma nel cuore ha balconi di sole / angoli fioriti di risate giovani / e in fondo agli occhi grandi / c’è l’amore lungo che sa aspettare” (Ibidem, Maria, pag. 29).

Maria è il simbolo dell’umanità che lotta, soffre e spera, piange, sorride, cade e si rialza. Sui balconi delle case ci sono sempre angoli fioriti. E’ un tocco descrittivo luminoso che fa ben sperare. “Tutto andrà bene”, si scriveva agli angoli delle strade su lenzuoli bianchi, nei giorni più terribili della pandemia da Coronavirus, non ancora sconfitta. La speranza, la fede laica o religiosa che sia deve accompagnare la vita di tutti i giorni, diversamente sarebbe un inferno.

All’ombra del tempo.

Canto di affidamento alla Madonna è la poesia All’ombra del tempo, testo che racchiude tutto il grande dono della vita: “All’ombra del tempo / che ti fascia i fianchi / io depongo i miei giorni spezzati, / Maria, / e nel silenzio della valle / che canta le lunghe canzoni della vita / io fermo i miei passi / del mio stanco andare / e sono nel grembo del grande mistero / che brilla sul tuo viso di Vergine dolce. / Dammi le punte del tuo cuore, Maria / perché possa cantare / le calde canzoni di Dio / sui prati della vita. / Dammi la tua mano, Maria / perché nell’arco degli anni / io possa così dipingere ancora / arcobaleni di festa. / Dammi il tuo piccolo Dio, Maria / perché possa tuffare le mie ferite / nella sua soffice luce / e tra i solchi dei miei giorni inquieti, / possano germinare grappoli di infiniti. / E dammi ancora il filo dei tuoi passi / perché possa condurre i miei piedi / oltre il bucaneve viola, / oltre le siepi brune, / oltre i cancelli del cielo. E così sia” (Ibidem, all’ombra del tempo, pag. 30).

Il testo si commenta tutto da sé. Basta rileggerlo più volte per scoprire il grande dono.. Don Giorgio era solito ripetere a se stesso e agli altri: Ogni giorno che passa è un rendimento di grazia a Dio. Uno può anche  non credere o credere di non credere. E’ un dettaglio di non poco conto. Esiste una religiosità laica della vita che va oltre ogni steccato.

Don Giorgio era amante della vita all’aperto. Passava i mesi estivi con i ragazzi Scout nei diversi campeggi in Abruzzo e nelle Marche. Racconta don Giancarlo Manieri, che un anno era assieme a don Giorgio e ai ragazzi dell’oratorio San Marone nel campeggio estivo di Colorito, ad Ussita, sui Sibillini. Andava cercando don Giorgio per invitarlo a dire qualcosa ai ragazzi che lo stavano aspettando. Scrive: “Trovai don Giorgio dietro la casa, uno scalpello sulla destra, un tronchetto di pino nella sinistra, un coltello attaccato alla cintura e lo sguardo verso la vetta della montagna. Immobile, come incantato. Simon, dormis? lo apostrofai. Rispose solo: Guarda che Splendore! Quanto vorrei perdermi lassù, e mi indicò l’aquila che volteggiava maestosa sulla cima del monte Bove a volute sempre più alte. Stette a guardarla finché sparì inghiottita dall’azzurro, poi tornò all’intaglio. Preparava madonnine da regalare ai ragazzi” (Don Giancarlo Manieri, Esistono, sì che esistono, pag. 8, in La Sorgente, periodico della parrocchia San Marone, Anno XI – Supplemento al N° 39. Numero speciale dedicato a don Giorgio).

Don Giorgio aveva una qualche idiosincrasia per le adunanze e per la lettura dei documenti ufficiali della Congregazione Salesiana. Non che non ne condividesse i contenuti, tutt’altro. Quei contenuti li metteva in pratica nella vita di tutti i giorni, per cui gli sembrava una perdita di tempo stare a discutere ciò che sapeva già e faceva nella propria attività pastorale. Amava l’intaglio. Costruiva con piccoli tronchi di albero o con le cortecce piccole statuine su una delle quali, ricorda don Alvaro Forcellini, trovai scritto di sua mano, sul retro della immaginetta: “Sono un povero flauto di canna che tu solo puoi riempire con la tua musica. Veramente don Giorgio ha lasciato che Dio lo riempisse della sua musica” (Don Alvaro Forcellini, don Giorgio, Ibidem, pag. 6).

Luoghi e tempi

“E’ passato l’inverno. In questo sole / primaverile un’ebrezza insolita / m’interrompe / e il mio sguardo ti rincorre / su i fiori delle siepi e su gli ulivi / che si son fatti teneri, più freschi. // Sei dappertutto / e ovunque ti raggiunge / il sole, dolcemente ti riscalda. // Ma più limpida, ecco, t’intravvedo / lentamente nell’erba, una stanchezza / conservi sul volto che è tranquilla. // E gli steli si piegano col vento: / sopra di te son mille margherite, / hai tutto aprile in grembo per sognare” (Giorgio Rossi, Primavera, La dove si schiudono i cancelli del cielo, pag. 53, op. cit.). C’è tutto l’incanto per la stagione più bella dell’anno con il mese d’aprile che invita al sogno.

Estate

“Riconosco il suo passo che calpesta / e stritola la zolla, scartocciarsi / l’erba secca all’urto del suo piede / sfuggente che sguscia come un cervo; / nell’opaco meriggiare il canticchiare / sommesso, che si mescola col cuculo. // Quando il sole si sveglia è una sferza / profonda, solleva inquieto la polvere / nell’agitarsi d’oro delle pietre” (Estate, pag. 54). Il passo dell’Estate non è quello lieve della Primavera: “Quando il cielo ritorna sereno / come l’occhio di una bambina, / la primavera si sveglia. E cammina / per le mormoranti foreste, / sfiorando appena / con la sua veste / color del sole / i bei tappeti di borracina. / Ogni filo d’erba reca un diadema, / ogni stilla trema…” (Ugo Betti, la Primavera). Il passo dell’Estate richiama altri versi: “ Era l’incartocciarsi della foglia riarsa…” (Eugenio Montale, Spesso il male di vivere ho incontrato). Nella poesia di don Giorgio, Primavera e Estate sono due personificazioni. L’Estate porta il sole abbagliante che spacca le zolle, fa quasi accartocciare l’erba secca all’urto del suo piede, solleva la polvere.

Vento d’Autunno

Vallate, il profumo di una pineta, l’acqua del fiume, le rondini che volteggiano nel cielo, un salice piangente, la vigna e il sopraggiungere della notte sono gli elementi naturali della poesia. La mitezza delle valli di settembre richiama un altro poeta: “… E’ così vivo settembre in questa terra / di pianura, i prati sono verdi / come nelle valli del sud a primavera…” (Salvatore Quasimodo, Ora che sale il giorno). Nella poesia di don Giorgio c’è solo descrizione, non ricordi. Il paesaggio descritto da Quasimodo è quello lombardo, quello descritto da don Giorgio è verosimilmente romagnolo, per la presenza della pineta.

“Mitezza delle valli di settembre / che ti sfiora, e passa accanto alla tua bocca / un soffio d’aria profumo di pineta. // E ciarliera acqua di fiume che gorgoglia / brontola su e fa chiasso con gli scogli: / di sotto l’arida pietraia esala calma la sera / tra rauchi stridi di rondoni. // Lieve, cresciuto come un’ombra al fianco / su una distesa sabbia palpitando, / un salice stupisce; / torna a nascere il vento e gli scompiglia / i capelli raccolti sulla nuca / e li stringe d’un nastro rosa pallido. // Tra le vigne risale la corrente, / tepida e pigra luccica allo sgelo, / finché sul giorno odi dietro gli occhi / trascorrere l’azzurro della notte” (Giorgio Rossi, Vento d’Autunno, pag. 55).

L’angioletto

“Se ne va per i cieli / questo caro angioletto a pregare per i nonni / per i genitori e i fratellini. / Quando la carne muore l’anima cerca il suo posto / dentro ad un papavero o dentro un passerotto. // La terra lo sta aspettando a cuore aperto / per questo l’angioletto pare voglia guardar. / Quando la carne muore l’anima cerca il suo posto / nello splendore di una rosa o dentro un pesciolino. // Nella sua piccola culla di terra / una campana gli canterà la ninna nanna / mentre la luna gli lustra il viso alla mattina. / Quando la carne muore l’anima cerca il suo posto / nel mistero del mondo che le ha aperto la sua finestra. // Le allegre farfalle vedendo il bell’angioletto / attorno alla sua culla si muovono pian piano. / Quando la carne muore l’anima va direttamente / a salutare la luna passando tra le stelle” (L’angioletto, op. cit. pag. 65).

La poesia fa parte della quarta sezione del libricino, dedicata ai luoghi e ai tempi. Il testo è di una bellezza indicibile, sia per la forma sia per il contenuto. Don Giorgio era dentro le situazioni più tragiche della vita. Aveva un’attenzione particolare verso i più piccoli. Si faceva piccolo tra i piccoli per dire che voleva bene a loro. Quando veniva a mancare qualche angioletto, metteva in versi, come in questa poesia, tutta la propria partecipazione emotiva. La forma è veramente bella. Ci sono rime al mezzo che danno a tutto il testo una musicalità unica. La ripetizione del verso Quando la carne muore l’anima cerca il suo posto con le varianti del papavero, del passerotto, della rosa o del pesciolino aggiunge altra bellezza. La poesia deve suscitare sentimento, diversamente è pura esercitazione letteraria e crea solo evasione. Non è così per don Giorgio, attento com’era alla vita di ognuno.

Raimondo GiustozziColorito di Ussita particolari

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