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Civitanova Marche. Che cosa regge l’urto del tempo? Serata promossa dal Centro Culturale Arca.

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Foto FB

E’ stata una serata dedicata all’ascolto di testi letterari, di musica e parole, sabato 26 ottobre 2019, dalle 18.00 alle 19,30, presso la sala consiliare di Palazzo Sforza, in via Buozzi, a Civitanova Marche. L’evento, organizzato dal centro culturale Arca, con il patrocinio del comune, ha richiamato un pubblico numeroso, interessato alla proposta culturale. La lettura a più voci di testi letterari, propri di Carrón, Giussani, Houellebecq, Hillesum, Baudelaire, Tolstoj, Borges, Camus, Machado, Barbaro, Salinas, Kierkegaard, Montale ha permesso a ognuno dei presenti di dare una propria risposta seppur parziale alla domanda posta: Che cosa regge l’urto del tempo? Dante, Giulia, Paolo hanno prestato le loro voci calde e suadenti, leggendo poesie e brani di prosa. Dante fungeva quasi da narratore esterno ma onnisciente.

 

Quando s’incontra la bellezza, si desidera trattenerla il più a lungo possibile. Tornato a casa, ho pensato di dare notizia dell’evento per comunicarla al lettore e per riflettere sulle domande poste dagli autori ascoltati. Dietro alla confezione del prodotto c’era la sapiente regia del prof. Andrea Rebichini, era impossibile non rilevarla, che ha introdotto la serata con parole brevi ma efficaci. Un piccolo libretto, dal titolo Che cosa regge l’urto del tempo, che raccoglie gli esercizi della fraternità di Comunione e Liberazione, Rimini 2019, permetteva anche di seguire più attentamente l’ascolto dei testi, raccolti nelle prime pagine dello stesso libricino. I testi di Giorgio Gaber, Francesco Guccini, Vasco Rossi, magistralmente interpretati da Monica e Mauro hanno contribuito a creare un’atmosfera quasi magica.

 

Una domanda che non si può eliminare.

 

“Viviamo in una società liquida e quindi dovremmo esserci abituati al fatto che niente dura. Infatti, uno sguardo alla situazione, allo stile di vita che caratterizza tanti di noi, giovani e adulti, rivela una labilità, una volubilità, una danza continua di percezioni contrastanti. Siamo tante volte in preda a un vortice di affetti, di sentimenti, in cui tutto si costruisce e si smonta sempre molto in fretta; di conseguenza, facilmente siamo vittime della delusione. Niente sembra tenere. il tempo consuma, svuota tutto; quello che è accaduto ieri perde la sua presa su di noi, il suo fascino” (J. Carrón Che Cosa regge l’urto del tempo, pag. 5, Editrice Nuovo Mondo, Milano, maggio 2019).

 

Giorgio Gaber diceva: “Da solo lungo l’autostrada / Alle prime luci del mattino / A volte spengo anche la radio / E lascio il mio cuore incollato al finestrino / Lo so del mondo e anche del resto / Lo so che tutto va in rovina / Ma di mattina quando la gente dorme / Col suo normale malumore / Mi può bastare un niente / Forse un piccolo bagliore / Un’aria già vissuta / Un paesaggio che ne so / E sto bene / Io sto bene come uno quando sogna / Non lo so se mi conviene / Ma sto bene che vergogna / Io sto bene / Proprio ora proprio qui. / Non è mica colpa mia / Se mi capita cosi / È come un’illogica allegria / Di cui non so il motivo / Non so che cosa sia / È come se improvvisamente / Mi fossi preso il diritto / Di vivere il presente / Io sto bene / La la la la la la / Quest’illogica allegria / Proprio ora proprio qui / Da solo / Lungo l’autostrada / Alle prime luci del mattino” (Giorgio Gaber, Illogica allegria).

https://www.youtube.com/watch?v=1ekETD4P97I

A Giorgio Gaber fa eco Vasco Rossi: “Quando cammino su queste / Dannate nuvole / Vedo le cose che sfuggono / Dalla mia mente Niente dura, niente dura / E questo lo sai / Però / Non ti ci abitui mai // Quando cammino in questa Valle di lacrime / Vedo che tutto si deve / Abbandonare / Niente dura, niente dura / E questo lo sai / Però / Non ti ci abitui mai // Chissà perchè? / Chissà perchè? / Chissà perchè? // Quando mi sento di dire la “verità” / Sono confuso / Non son sicuro / Quando mi viene in mente / Che non esiste niente / Solo del fumo / Niente di vero / Niente è vero, niente è vero / E forse lo sai / Però / Tu continuerai // Chissà perchè? / Chissà perchè? / Chissà perchè? // Quando mi viene in mente / Che non…” (Vasco Rossi, Dannate Nuvole).

https://www.youtube.com/watch?v=2-jYScNwyLo

Ma se niente dura nel tempo, perchè non ci si accontenta, perchè si cerca – invece –  di addomesticare o anestetizzare l’urgenza facendo ricorso a qualche farmaco, come Houellebecq fa  fare al suo personaggio del suo ultimo romanzo? La serotonina, scrive, “E’ una piccola compressa bianca, ovale, divisibile. Non crea né trasforma; interpreta. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile, lo rende contingente. Fornisce una nuova interpretazione della vita – meno ricca, più artificiale, e improntata ad una certa rigidità. Non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo, la sua azione è di tipo diverso: trasformando la vita in una serie di formalità, permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire – per qualche tempo. la morte tuttavia finisce per imporsi, l’armatura molecolare si incrina, il processo di disfacimento riprende il suo corso” (M. Houellebecq, Serotonina, La Nave di Teseo, pag. 331, Milano 2019). La domanda Che cosa regge l’urto del tempo non si può eliminare, pena la banalizzazione di tutto.

Prendere sul serio la domanda è il primo gesto di amicizia.

“Il primo gesto di amicizia verso se stessi e verso gli altri è non censurare questa domanda, è prenderla sul serio. Il secondo gesto di amicizia, verso se stesso, se si è ammalato, consiste nel prendere sul serio la propria malattia. E’ semplice. Se hai un amico malato, il primo gesto di amicizia nei suoi confronti è un invito a prendersi cura di sé. All’opposto vi è quel lasciarsi andare che è la dimostrazione di una mancanza di affezione a sé” (Che cosa regge l’urto del tempo?, pag. 6, op. cit.). Scrive don Luigi Giussani: “Il supremo ostacolo al nostro cammino umano è la trascuratezza dell’io. Il primo punto di un cammino umano è perciò il contrario di trascuratezza, cioè un interesse per il proprio io, per la propria persona. Un interesse che sarebbe ovvio, mentre non lo è per nulla. Basta infatti guardare al nostro comportamento abituale per vedere quali squarci di vuoto si aprono nel tessuto quotidiano della nostra coscienza e quale sperdutezza di memoria” (don Luigi Giussani, Alla ricerca del volto umano, pag. 9, Rizzoli, Milano 1995). Continua ancora don Luigi Giussani in un altro libro: “Se questa affezione all’umano – non affezione all’umano come oggetto estetico, poeticamente guardato e trattato, ma affezione umana come attaccamento pieno di stima e di compassione, di pietà, verso se stessi, l’affezione come l’avere verso di sé un po’ di quell’attaccamento che tua madre aveva verso di te, specialmente quando eri piccolo (ma anche adesso che sei grande) – se un po’ di questo non c’è in noi, verso noi stessi, è come se mancasse il terreno su cui costruire” (don Luigi Giussani, Uomini senza patria (1982 – 1983), pag. 291, Bur, Milano 2008).

“Ecco qui l’inizio, il primissimo inizio: prendere se stessi sul serio. E’ proprio questo il lavoro che si può compiere anche per il prossimo: guidarlo sempre più in direzione di se stesso, catturarlo e fermarlo nel suo fuggire lontano da sé, e prenderlo per mano e riaccompagnarlo alla sue sorgenti che gli appartengono” (Etty Hillesum, il bene quotidiano, pag. 44, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2014). Chi non censura la domanda è in grado di porla ad altri. Che cosa regge l’urto del tempo è una domanda inevitabile. Basta che venga meno l’esperienza che uno vive con un amico o con la persona amata perché essa emerga. Può anche essere formulata con un accento di scetticismo. Francesco Guccini, nella canzone Farewell, parla di una storia d’amore che finisce e di uno scetticismo diffuso, anche se non elimina la domanda.

https://www.youtube.com/watch?v=5JBRwEpTee0

“E sorridevi e sapevi sorridere / Coi tuoi vent’anni portati così / Come si porta un maglione sformato su un paio di jeans. // Come si sente la voglia di vivere / Che scoppia un giorno e non spieghi il perché / Un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos’è // Giorni lunghi tra ieri e domani, giorni strani / Giorni a chiedersi tutto cos’era, vedersi ogni sera / Ogni sera passare su a prenderti / Con quel mio buffo montone orientale / Ogni sera là, a passo di danza, salire le scale // E sentire i tuoi passi che arrivano / Il ticchettare del tuo buonumore / Quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore // Poi giù al bar dove ci si ritrova, nostra alcova / Era tanto potere parlarci, giocare a guardarci / Tra gli amici che ridono e suonano / Attorno ai tavoli pieni di vino / Religione del tirare tardi e aspettare mattino // Poi una notte lasciasti portarti via / Solo la nebbia e noi due in sentinella / La città addormentata non era mai stata così tanto bella // Era facile vivere allora, ogni ora / Chitarre e lampi di storie fugaci di amori rapaci / E ogni notte inventarsi una fantasia / Da bravi figli dell’epoca nuova / Ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova // Ma stupiti e felici scoprimmo che / Era nato qualcosa più in fondo / Ci sembrava d’avere trovato la chiave segreta del mondo // Non fu facile volersi bene, restare assieme / E pensare d’avere un domani, restare lontani / Tutti e due a immaginarsi con chi sarà / In ogni cosa un pensiero costante / Un pensiero lucente e durissimo come il diamante // E a ogni passo lasciare portarci via / Da un’emozione non piena, non colta / Rivedersi era come rinascere ancora una volta // Ma ogni storia la stessa illusione, sua conclusione / E il peccato fu creder speciale una storia normale / Ora il tempo ci usura e ci stritola / In ogni giorno che passa correndo / Sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo // E davvero non siamo più quegli eroi / Pronti assieme a affrontare ogni impresa / Siamo solo due foglie aggrappate su un ramo in attesa // The triangle tingles and the trumpet plays slow / Farewell, non pensarci e perdonami / Se ti ho portato via un poco d’estate / Con qualcosa di fragile come le storie passate // Forse un tempo poteva commuoverti / Ma ora è inutile credo, perché / Ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me “ (Francesco Guccini, Farewell).

 

“Omnia fert aetas animum quoque” (Virgilio). Tutto il tempo ci strappa anche l’anima. La domanda Che cosa regge l’urto del tempo viene spesso accantonata. La durezza della vita fa di noi spesso quello che non vogliamo. Non si è capaci di dare nessuna risposta, al massimo si nasconde la domanda come polvere sotto il tappeto. E’ la stessa conclusione a cui giunge il genio poetico di Charles Baudelaire: “La mia giovinezza non fu che una oscura tempesta, / traversata qua e là da soli risplendenti; / tuono e pioggia l’hanno talmente devastata / che non rimane nel mio giardino altro che qualche fiore vermiglio. // Ecco, ho toccato ormai l’autunno delle idee, / è ora di ricorrere al badile e al rastrello per rimettere a nuovo le terre inondate / in cui l’acqua ha aperto buchi larghi come tombe. // E chissà se i fiori nuovi che vado sognando troveranno, / in un terreno lavato come un greto, / il mistico alimento cui attingere forza. // O dolore, o dolore, il Tempo si mangia la vita / e l’oscuro Nemico che ci divora il cuore / cresce e si fortifica del sangue che perdiamo” (Charles Baudelaire. il nemico, da I fiori del male).

E’ la paura che tutto diventi nulla, che tutto sia inganno e apparenza, come dice Montale: “Forse un mattino andando in un’aria di vetro, / arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: / il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me, con un terrore da ubriaco. // Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto / alberi, case, colli per l’inganno consueto. / Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto / tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto” (Eugenio Montale, Forse un mattino andando in un’ara di vetro, da Ossi di seppia). Tutti, cantautori e poeti, anche con il loro scetticismo o nichilismo ci costringono a fare i conti ancora con la domanda.

L’attesa.

Quando siamo felici, desideriamo che questo stato d’animo duri per sempre e che non si dissolva nello spazio di una giornata o di una stagione. Ma non è così. Eppure questo desiderio non si cancella. Così scrive Tolstoj: “L’uomo si guarda attorno e cerca risposte alla propria domanda e non ne trova. Trova attorno a sé dottrine che danni risposte a domande che egli non si pone affatto, ma una risposta a quella domanda che egli si pone non c’è … E si trova solo dinanzi a un mondo intero, con quelle sue terribili domande che gli lacerano l’anima” (L. Tolstoj, Sulla vita, pag. 78, Feltrinelli, Milano 2018).

Nella vita quotidiana si ha persino paura di porre certe domande agli amici perché si è giudicati come chi ha paura della morte. Sembra che non ci sia nulla che regga l’urto del tempo. Eppure, proprio questa domanda, che lacera l’anima, porta Borges a cercare senza sosta ciò che può rispondervi: “Insisterò a cercarlo fino al giorno / dei miei ultimi passi sulla terra”. Il suo impegno, in questo modo, è di rimanere leale fino in fondo con se stesso (J. Carrón, op. cit. pag. 10). Camus, attraverso la voce del suo Caligola grida la verità di questa urgenza: “Ma io non sono matto. Anzi non sono stato mai così lucido. Ho provato semplicemente una improvvisa sete di impossibile… le cose, così come sono, non mi sembrano di tutto riposo… Questo mondo, così com’è, non è sopportabile. Perciò ho bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità: di qualche cosa, poniamo di pazzesco, purché non sia di questo mondo” (A. Camus, Caligola, atto I, scena IV, in Opere, Bompiani, Milano 1973, pag. 664).

Il poeta spagnolo Antonio Machado indica la condizione per poter intercettare i segni, se mai arrivino, di una risposta: avere un cuore desto che guarda e che ascolta: “S’è addormentato il mio cuore? / Alveari dei miei sogni, / non lavorate più? È secca / la giostra del mio pensiero, / sono vuoti i bigoncioli, / nel girare, d’ombra pieni? / No, che il mio cuore non dorme. / Il cuore è desto, è desto. / Né dorme né sogna, guarda, / i limpidi occhi aperti, / segnali lontani e ascolta / in riva al grande silenzio” (Antonio Machado, S’è addormentato il mio cuore).

“Quando è presa sul serio, la vita ci porta lì, sulla riva del grande silenzio, ossia del Mistero, davanti al quale possiamo solo rimanere con gli occhi chiari, aperti, limpidi, aspettando dal Mistero stesso qualche segnale, rimanendo in ascolto di un suo cenno. Solo chi è in questa posizione di apertura originale può cogliere, quando appare, l’irrompere di una risposta al desiderio del cuore, riconoscere i segni del suo manifestarsi. Porsi la domanda, lasciare che essa si scateni, ci rende attenti a intercettare qualunque briciola di risposta, ovunque essa sia” (J. Carrón, op. cit. pag. 11).

Occorre comunque avere occhi attenti, disposti a guardare: “L’occhio guarda… E’ l’unico che può accorgersi della bellezza… la bellezza si vede perché è viva e quindi reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla… Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono… Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. che non si aspettano che accada niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, riempendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio” (Patrizio Barbaro, op. cit. pag. 11).

L’imprevisto.

La bellezza passa sulle strade della nostra vita. Occorre saperla scoprire con i nostri occhi e con il cuore. E’ l’amicizia con una persona a noi cara, l’amore di una vita, lo sguardo di un bambino che guarda il mondo con gli occhi pieni di curiosità. Come sarebbe bello che quegli stessi occhi rimangano tali nella persona di una certa età. La bellezza che passa nel deserto delle nostre strade è intercettata da chi ha veramente bisogno di danzare la vita. La bellezza è nell’evidenza di una preferenza che ridesta il nostro io – quando accade.

E’ l’essere scelti che ci fa diventare noi stessi, come scrive in una sua poesia Pedro Salinas: “Quando tu mi hai scelto / fu l’amore che scelse / sono emerso dal grande anonimato / di tutti, del nulla. / Sino allora / mai ero stato più alto / delle vette del mondo. / Non ero mai sceso più sotto delle profondità / massime segnalate / sulle carte di mare. / E la mia allegria era / triste, come lo sono / quei piccoli orologi, / senza braccio cui cingersi, / senza carica, fermi. / Ma quando mi hai detto: “Tu” / a me, sì, a me, fra tutti / più in alto ormai di stelle / o coralli sono stato. / E la mia gioia / ha preso a girare, avvinta / al tuo essere, nel tuo pulsare. / Possesso di me tu mi davi, / dandoti a me. / Ho vissuto, vivo. Fino a quando? / So che tu tornerai / indietro. E quando te ne andrai / ritornerò a quel sordo / mondo, indistinto, / del grammo, della goccia, / nell’acqua, nel peso. / Sarò uno dei tanti / quando non ti avrò più. / E perderò il mio nome, / i miei anni, i miei tratti, / tutto perduto in me, di me. / Ritornato all’ossario immenso / di quelli che non sono morti / e non hanno più nulla / da morire nella vita” (Pedro Salinas, La voce a te dovuta, p. 195, Einaudi, Torino 1979).

Regge l’urto del tempo tutto ciò che dura. Scrive S. Kierkegaard nel suo Diario: “Ecco, l’importante nella vita: aver visto una volta qualcosa, aver sentito una cosa tanto grande, tanto magnifica che ogni altra sia un nulla al suo confronto be anche se si dimenticasse tutto il resto, quella non si dimenticherebbe mai” (J. Carón, op. cit. pag. 13). Il qualcosa, Montale lo chiama imprevisto: “Un imprevisto / è la sola speranza. Ma mi dicono/ che è una stoltezza dirselo” (Eugenio montale, Satura). A tutti è capitato questo imprevisto, che ha agganciato la nostra vita. Le risposte alla domanda Che cosa regge l’urto del tempo sono diverse e ognuno ha le proprie.

 

Raimondo Giustozzi

 

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