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Poesia e canzone d’autore. Franco Fortini, Italo Calvino

Composita solvantur copertina

 

Raimondo Giustozzi

Per tutti gli anni sessanta ed oltre, i testi scolastici di letteratura italiana si fermavano a Pascoli, Carducci e D’Annunzio. Nellinsegnamento della storia, soli pochi professori, arrivati alla prima guerra mondiale, osavano inoltrarsi e nominare la parola Fascismo. In quelle condizioni, venire a conoscenza della poesia ermetica, futurista o della letteratura neorealista, era una cosa poco probabile. Furono i testi delle canzoni di Gino Paoli, Luigi Tenco, Fabrizio De André ad inoltrare i giovani nell’atmosfera della cultura contemporanea, cosìcché quando essi avevano la fortuna di leggere Eugenio Montale, Cesare Pavese o Umberto Saba, erano già partecipi di una visione scabra, essenziale e disincantata delle cose del mondo. La canzone d’autore di Luigi Tenco, Fabrizio De André, Gino Paoli, Francesco Guccini, Giorgio Gaber, Bruno Lauzi, contribuì, in Italia, anche al formarsi di una nuova lingua nazionale. All’inizio, la polemica dei cantautori italiani era rivolta contro l’Italiano colto e letterario delle canzoni precedenti. Di fatto però, il parlato quotidiano, non dialettale, delle canzoni di Tenco, Paoli, De André, non creava soltanto una diversa idea della vita, ma anche un’altra maniera di comunicare e di esprimersi. In più, la canzone d’autore portava ad un avvicinamento tra poesie e letteratura.

Luigi Tenco, il bruno poeta dagli occhi tristi, il più incompreso, scontroso, testardo, introverso, geniale, è stato senza dubbio uno dei cantautori più interessanti degli anni sessanta. Si uccise con un colpo di pistola durante il fedstival di Sanremo nel gennaio 1967 all’età di ventonove anni. E’ più apprezzato forse oggi che non dai suoi contemporanei. Tante e belle sono le sue canzoni, piene di tristezza ma profonde. Una tra le tante: “Guarda se io dovevo / innamorarmi proprio di te, / di te così lontana / dal mio mondo di tutti i giorni, / di te così diversa / da me, dalla mia vita, / guarda se io dovevo / innamorarmi di te… // Guarda se io dovevo / amarti tanto come ti amo, / io che passo le ore / per convincerti a cambiare / e non ti cambierei / con nessun’altra al mondo, / guarda se io dovevo / innamorarmi di te… / A volte io vorrei / che tu non fossi così / come sei, / ma in fondo / non so neppure io / cosa vorrei. // Guarda se io che ero / così sicuro della mia vita / dovevo incontrare te / ed ecco, da un momento all’altro, / nel mio mondo di ieri / non capirci più niente, / nel mondo di domani / vedere solo te. // A volte io vorrei / che tu non fossi così / come sei, / ma in fondo / non so neppure io / cosa vorrei… “ (Luigi Tenco).

https://www.youtube.com/watch?v=OC5tBHfrHOY

La cultura accademica ufficiale non tentò nessun aggancio con la canzone d’autore, storse anzi il naso verso questo nuovo modo di esprimersi, di parlare, di comunicare dei giovani. Va dato atto che fu la televisione a proporre alcuni programmi veramente fortunati. “Per voi giovani” (1966- 1976), per la conduzione di Renzo Arbore all’inizio e di altri conduttori successivamente, fu il programma che fece conoscere ai giovani la musica rock e pop. Solo alcuni scrittori come Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975), Italo Calvino ( Santiago de Las Vegas de La Habana, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985), Alberto Arbasino (Voghera, 22 gennaio 1930) e Franco Fortini (Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994) collaborarono con i cantautori, tentando un rapporto nuovo tra poesia e canzone.

Franco Fortini si avvicina alla canzone d’autore, stringendo amicizia e collaborazione con il gruppo torinese dei Cantacronache stretto attorno a Michele Straniero (Milano, 27 settembre 1936 – Torino, 7 dicembre 2000), Sergio Liberovici (Torino, 10 dicembre 1930 – Torino, 16 novembre 1991), Margot, all’anagrafe Margherita Galante Garrone, moglie di Liberovici, Fausto Amodei (Torino, 1936). I cantacronache compongono due generi di canzoni: quelle lugubri con i morti nelle miniere e quelle burlesche. Nel 1961 Franco Fortini partecipa assieme a Fausto Amodei alla prima marcia per la pace, la Perugia – Assisi. Cammminando assieme agli altri manifestanti, i due improvvisano lì su due piedi delle strofette che vengono messe in musica da Fausto Amodei: E se Berlino chiama / ditele che s’impicchi: / crepare per i ricchi / no! Non ci garba più. // E se la Nato chiama / ditele che ripassi: / lo sanno pure i sassi: / non ci si crede più. // Se la ragazza chiama / non fatela aspettare: / servizio militare / solo con lei farò. // E se la patria chiama / lasciatela chiamare: / oltre le Alpi e il mare / un’altra patria c’è. // E se la patria chiede / di offrirgli la tua vita / rispondi che la vita / per ora serve a te” (Canzone della marcia per la pace, F. Fortini, F. Amodei). Con loro c’era anche Italo Calvino. In un’intervista, Franco Fortini ricordava che per queste strofette fu denunciato al Tribunale Militare di Torino. I giudici vi avevano trovato vilipendio della patria e delle Forze Armate.

https://www.ildeposito.org/canti/canzone-della-marcia-della-pace.

Pochi mesi di morire, Franco Fortini consegnò una sua versione dell’Internazionale, conosciuta anche come il canto dei lavoratori. La storia dell’Internazionale è lunga. Il testo originale fu scritto da Eugéne Pottier nel giugno del 1871, durante la repressione seguita alla Comune di Parigi. Inizialmente era cantata sulla musica della Marsigliese. Fu musicata nel 1888 da Pierre Degeyter. Il ritornello diceva così: C’est la lutte finale : / Groupons-nous, et demain, / L’Internationale / Sera le genre humain. La versione italiana nacque da un concorso indetto dal giornale satirico L’Asino nel 1901. Risultò vincitore E. Bergeret, probabilmente pseudonimo di Ettore Marroni (1875 – 1943). E’ molto conosciuta e cantata anche oggi, con piccole variazioni secondo le fonti: “Compagni, avanti, il gran Partito / noi siamo dei lavorator! / Rosso un fior in petto c’è fiorito, / una fede ci è nata in cor… // Su, lottiamo, l’Ideale / nostro alfine sarà / l’Internazionale / futura umanità!”.

Fonte internet

Fonte internet

Franco Fortini, insoddisfatto di questa traduzione, ne scrisse una propria che donò a Lotta Continua, uno dei movimenti extraparlamentari nati dal Movimento del Sessantotto. Il testo è questo: Noi siamo gli ultimi del mondo. / Ma questo mondo non ci avrà. / Noi lo distruggeremo a fondo. / Spezzeremo la società. / Nelle fabbriche il capitale / come macchine ci usò. / Nelle scuole la morale / di chi comanda ci insegnò. // Questo pugno che sale / questo canto che va / è l’Internazionale / un’altra umanità. / Questa lotta che uguale / l’uomo all’uomo farà, / è l’Internazionale. / Fu vinta e vincerà. // Noi siamo gli ultimi di un tempo / che nel suo male sparirà. / Qui l’avvenire è già presente / chi ha compagni non morirà. / Al profitto e al suo volere / tutto l’uomo si tradì, / ma la Comune avrà il potere. / Dov’era il no faremo il sì. // Questo pugno che sale… // E tra di noi divideremo / lavoro, amore, libertà. / E insieme ci riprenderemo / la parola e la verità. / Guarda in viso, tienili a memoria / chi ci uccise, chi mentì. / Compagni, porta la tua storia / alla certezza che ci unì. // Questo pugno che sale… // Noi non vogliam sperare niente. / il nostro sogno è la realtà. / Da continente a continente / questa terra ci basterà. / Classi e secoli ci han straziato / fra chi sfruttava e chi servì: / compagno, esci dal passato / verso il compagno che ne uscì. // Questo pugno che sale…”  (Franco Fortini, L’Internazionale).

Indirizzo: https://www.ildeposito.org/canti/linternazionale-di-fortini

 

Italo Calvino scrisse per i Cantacronache un testo indimenticabile che è bene ascoltare ogni tanto. Si tratta della canzone Oltre il Ponte, musicata da Sergio Liberovici (Torino, 10 dicembre 1930 – Torino, 16 novembre 1991), cantata anche dai Modena City Ramblers.

“O ragazza dalle guance di pesca / o ragazza dalle guance d’aurora / io spero che a narrarti riesca /  la mia vita all’età che tu hai ora. / Coprifuoco, la truppa tedesca / la città dominava, siam pronti / chi non vuole chinare la testa / con noi prenda la strada dei monti / Silenziosa sugli aghi di pino / su spinosi ricci di castagna / una squadra nel buio mattino / discendeva l’oscura montagna / La speranza era nostra compagna / ad assaltar caposaldi nemici / conquistandoci l’armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici / Avevamo vent’anni e oltre il ponte / oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita / tutto il bene del mondo oltre il ponte. / Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore / a vent’anni la vita è oltre il ponte / oltre il fuoco comincia l’amore.

Non è detto che fossimo santi / l’eroismo non è sovrumano / corri, abbassati, dai balza avanti!
ogni passo che fai non è vano. / Vedevamo a portata di mano / oltre il tronco il cespuglio il canneto / l’avvenire di un mondo più umano / e più giusto più libero e lieto. / Ormai tutti han famiglia, hanno figli / che non sanno la storia di ieri / io son solo e passeggio fra i tigli / con te cara che allora non c’eri. / E vorrei che quei nostri pensieri / quelle nostre speranze di allora / rivivessero in quel che tu speri / o ragazza color dell’aurora. / Avevamo vent’anni e oltre il ponte / oltre il ponte ch’è in mano nemica / vedevam l’altra riva, la vita / tutto il bene del mondo oltre il ponte. / Tutto il male avevamo di fronte / tutto il bene avevamo nel cuore / a vent’anni la vita è oltre il ponte / oltre il fuoco comincia l’amore. / Avevamo vent’anni e oltre il ponte / oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita / tutto il bene del mondo oltre il ponte. / Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore / a vent’anni la vita è oltre il ponte / oltre il fuoco comincia l’amore “
(Italo Calvino, Oltre il Ponte, musica di Sergio Liberovici). Poche altre canzoni riescono a trasmettere il valore della resistenza.

 

https://www.youtube.com/watch?v=KKeLxBp-PbE

 

Un’altra canzone, scritta da Italo Calvino nel 1961, Dove vola l’avvoltoio, fu messa in musica da Sergio Liberovici per il gruppo dei Cantacronache. Questo è il testo: Un giorno nel mondo finita fu l’ultima guerra, / il cupo cannone si tacque e più non sparò, / e privo del tristo suo cibo dall’arida terra, / un branco di neri avvoltoi si levò. // Dove vola l’avvoltoio? / Avvoltoio vola via, / vola via dalla terra mia, / che è la terra dell’amor. // L’avvoltoio andò dal fiume ed il fiume disse: “No, / avvoltoio vola via, / avvoltoio vola via. / Nella limpida corrente / ora scendon carpe e trote / non più i corpi dei soldati / che la fanno insanguinar”. // Dove vola l’avvoltoio? / Avvoltoio vola via, / vola via dalla terra mia, / che è la terra dell’amor. // L’avvoltoio andò dal bosco / ed il bosco disse: “No / avvoltoio vola via, / avvoltoio vola via. / Tra le foglie in mezzo ai rami / passan sol raggi di sole, / Gli scoiattoli e le rane / non più i colpi del fucil”. // Dove vola l’avvoltoio? / Avvoltoio vola via, / vola via dalla terra mia, / che è la terra dell’amor. // L’avvoltoio andò dall’eco / e anche l’eco disse “No / avvoltoio vola via, / avvoltoio vola via. / Sono canti che io porto / sono i tonfi delle zappe, / girotondi e ninnenanne, / non più il rombo del cannon”. // Dove vola l’avvoltoio? / Avvoltoio vola via, / vola via dalla terra mia, / che è la terra dell’amor. // L’avvoltoio andò ai tedeschi / e ai tedeschi disse: “No / avvoltoio vola via, / avvoltoio vola via. / Non vogliam mangiar più fango, / odio e piombo nelle guerre, / pane e case in terra altrui / non vogliamo più rubar”. // Dove vola l’avvoltoio? / Avvoltoio vola via, / vola via dalla terra mia, / che è la terra dell’amor. // L’avvoltoio andò alla madre / e la madre disse: “No / avvoltoio vola via, / avvoltoio vola via. / I miei figli li dò solo / a una bella fidanzata / che li porti nel suo letto / non li mando più a ammazzar” // Dove vola l’avvoltoio? / Avvoltoio vola via, / vola via dalla terra mia, / che è la terra dell’amor. // L’avvoltoio andò all’uranio / e l’uranio disse: “No, / avvoltoio vola via, / avvoltoio vola via. / La mia forza nucleare / farà andare sulla Luna, / non deflagrerà infuocata / distruggendo le città”. // Dove vola l’avvoltoio? / Avvoltoio vola via, / vola via dalla terra mia, / che è la terra dell’amor. // Ma chi delle guerre quel giorno aveva il rimpianto / in un luogo deserto a complotto si radunò / e vide nel cielo arrivare girando quel branco / e scendere scendere finché qualcuno gridò: // Dove vola l’avvoltoio? / Avvoltoio vola via, / vola via dalla testa mia… / ma il rapace li sbranò” (Italo Calvino, Dove vola l’avvoltoio? Musica di Sergio Liberovici).

 

I versi “Nella limpida corrente / ora scendon carpe e trote / non più i corpi dei soldati / che la fanno insanguinar”, diventano nel testo di Fabrizio De André: “ Lungo le sponde del mio torrente / Voglio che scendano i lucci argentati / Non più i cadaveri dei soldati / Portati in braccio dalla corrente” (Fabrizio De André, la guerra di Piero)

 

https://www.youtube.com/watch?v=rqv-XEqPzhc&list=RDrqv-XEqPzhc&start_radio=1

 

Italo Calvino si arruola, dopo l’8 settembre 1943, assieme al fratello, in una formazione garibaldina. L’antifascismo, sempre dichiarato ma vissuto nella quiete della propria famiglia borghese, diventava impegno e scelta di campo. Le zone di combattimento che lo videro coinvolto furono le Prealpi Liguri, dietro Sanremo, la città dove risiedeva. L’autore pubblica nel 1947 il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, dove riporta l’esperienza di una formazione partigiana.

 

“Tutti gli amori”.

Il testo è di Franco Fortini, la musica di Sergio Liberovici. Uscì nel 1958, anno in cui al Festival di Sanremo trionfava Domenico Modugno con la canzone Nel blu dipinto di Blu. Il gruppo torinese dei Cantacronache, che musicò il testo di Fortini, esisteva già da un anno.

Amore e lavoro sono i temi portanti della canzone. La speranza in un mondo regolato dalla giustizia e dalla libertà, col tempo può venir meno, perché “Nulla rimane eguale, / si muta il bene in male, / si muta il bianco in nero”. Eppure, chi ha vissuto gli anni esaltanti della Liberazione può sognare che “Quel che è stato vero sempre ritornerà”. Il lavoro e la libertà per tutti si tramutano in bugie. Può anche accadere che “chi ci sfrutta insegni la virtù”. Il testo è quanto mai attuale.

“ Io non avrei creduto mai / che un giorno t’avrei vista senza gioia. / Tu non avresti mai creduto /
che un giorno avrei vissuto senza te. / Nulla rimane eguale, / si muta il bene in male, / si muta il bianco in nero / ma quel che è stato vero sempre ritornerà. // Tutti gli amori cominciano bene: / l’amore di una donna, / l’amore di un lavoro, / e anche l’amore per la libertà. / Spesso gli amori finiscono male: / chi tanto amò va via, / lavoro è servitù, / la libertà diventa una bugia… / Ma non si perde più / quel che è stato vero / un anno un giorno: / altri nel mondo si vorranno bene, / altri lavoreranno senza pene, / altri vivranno in libertà. // Io non avrei creduto mai / di rivedere il popolo ingannato. / Tu non avresti mai creduto / che chi ci sfrutta insegni la virtù. / Nulla rimane eguale: / si muta il bene in male, / si muta il bianco in nero, / ma quel che è stato vero sempre ritornerà. // Tutti gli amori cominciano bene: / l’amore di una donna, / l’amore di un lavoro, / e anche l’amore per la libertà. / Spesso gli amori finiscono male: / chi è amato non sa amare, / lavora chi tradì / la libertà è di chi la può comprare. / Ma ricomincia qui, / quel che è stato vero / un nostro giorno. /  Tanti nel mondo già si voglion bene, / tanti lavoran già senza più pene, / tanti già ridon nella libertà”.
(Tutti gli amori, testo di Franco Fortini, musica di Sergio Liberovici)
https://www.ildeposito.org/canti/tutti-gli-amori

 

 

Raimondo Giustozzi

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