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Libri. Eroina, caduta e rinascita. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane Vera Felscherinow.

Fonte internet

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di Stefano Bardi

 Il 1978 è stato un anno importante per la cosiddetta Letteratura d’Inchiesta, poiché venne pubblicato Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino della musicista e scrittrice tedesca Christiane Vera Felscherinow alias “Christiane F.” (Amburgo, 1962) che da quell’anno in poi sarà ristampato più volte e dal quale come vedremo alla fine, ne fu realizzato un film nel 1981.

Romanzo questo, che è costruito come un racconto autobiografico riguardante gli intimi flashback reminiscenziali dell’autrice e della sua infanzia fatta di alcool, hascisc, eroina, meretricio minorile e infine, di rinascite etico-sociali ed esistenziali; e che per quegli anni fece scalpore e assai parlare di sé, poiché fu uno dei primissimi romanzi d’inchiesta che trattò lo scomodo tema dell’utilizzo delle droghe pesanti da parte di giovani, in particolar modo da parte delle ragazze. Argomenti quelli dell’eroina e quello del meretricio minorile, che portarono i borghesi e accademici critici di quei tempi a censurare troppo velocemente quest’opera letteraria come un manoscritto blasfemo, inutile e peggio ancora come un’opera letteraria priva di valori, calori, emozioni, ma solo e unicamente colmo di incitamenti nei riguardi dell’eroina, dello sballo psico-fisico e della vendita sessuale del proprio corpo. Parole queste, che sono confermate dal fatto che ancora oggi dopo quarantuno anni dalla sua pubblicazione, non è stato stampato un saggio critico-letterario e psico-sociale su questo romanzo d’inchiesta, poiché considerato come un romanzo insignificante e incitante nell’uso delle droghe pesanti, al pari dei Diari di Kurt Cobain.

Parole queste vere a metà, poiché l’unico o uno degli unici che ha speso parole su quest’opera è stato lo psichiatra, scrittore e poeta Vittorino Andreoli (Verona, 1940) che ha curato le postfazioni delle varie edizioni italiane. Romanzo del patimento (droga, meretricio, ospizio) e dell’orrore (apatia psico-sociale società anni ’70), in cui si svolge la storia di Christiane Vera Felscherinow che è la storia di tanti ragazzi e ragazze, che si avvicinano al mondo della droga iniziando da gesti socialmente deviati, da inutili patimenti spirituali e da meccaniche impavidità per giungere infine nell’oscuro oceano dell’eroina per via nasale sotto forma di polvere e/o per via venosa con l’utilizzo di siringhe. Droga, che, secondo l’Andreoli conferisce poteri soprannaturali alla giovane protagonista e ai suoi amici che muoiono uno dopo l’altro, ma, che allo stesso tempo la “salverà” durante la sua ultima quantità mortale che si inietta nelle vene, perché si possa rendere conto in prima persona del grave errore esistenziale che ha commesso. Un mondo quello della droga dal quale secondo lo psichiatra, scrittore e poeta veronese non si può uscire definitivamente, ma anzi si è costretti a vivere in luoghi oscuri, brumosi, sessualmente depravati, geograficamente irreperibili e dove le emozioni psico-fisiche sono vissute in maniera estrema e folle. Inoltre la droga è concepita come un’energia, che è in grado di mutare i consumatori in una grande famiglia strappandoli dalle loro fisiologiche e biologiche famiglie fino a trasformare i loro genitori in nemici oscuri e demoniaci per i loro figli. Figli, che a loro volta scappano dai loro genitori per rifugiarsi nel loro mondo artificiale fatto di eroina e di sballo. Un mondo questo, che è visto da loro come una Terra Promessa senza però riuscire a vedere la sua vera faccia composta da dolore, illegalità, meretricio carnale, depravazione etica e che è animata da un oceanica vacuità interiore[1]. Parole queste dello psichiatra, scrittore e poeta veronese che ci mostrano un quadro riassuntivo dell’opera e che saranno da me ampliate, poiché vogliono andare oltre alla semplice lettura negativa fatta da molti borghesi accademici e rappresentare la prima analisi “ufficiale” su romanzo di Christiane Vera Felscherinow. Parole le mie, che spero arrivino ina maniera diretta o indiretta alla scrittrice per essere da lei lette, apprezzate e con le quali possa rivivere la sua dolorosa infanzia per usarla come un materno insegnamento fatto di luce, di gioia, di compassione e di fratellanza nei riguardi di suoi figlio. Bene e iniziamo allora il nostro viaggio, all’interno di questo romanzo.

Fonte internet

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Un romanzo costruito come un’unica storia senza nessuna divisione per capitoli, ma solo da incipit introduttivi in corsivo che sono il discorso in prima persona di giornalisti, dottori, psicologi, uomini di chiesa e in particolar modo i discorsi che più colpiscono con ben 4 incipit, sono quelli della madre della giovane protagonista. Parole queste, che sono colme di amore e di protezione verso sua figlia che è da lei concepita (ingenuamente) come una creatura perfettamente priva di ogni oscurità psico-sociale e spirituale, colma di un’intensa impavidità esistenziale, rimandante a un’incontaminabile verginità carnale e infine, come una figlia eternamente puerile che non ha bisogno di crescere nell’oscuro oceano esistenziale berlinese, degli anni Settanta. Parole che sanno di sconfitta alla scoperta dell’abuso di eroina da parte della figlia e che rintracciano il suo fallimento genitoriale, nell’estrema protezione psico-spirituale e sociale data alla figlia proprio come suo padre fece con lei. Parole di dolore, che mettono sulla carta l’intensa vacuità del rapporto affettivo fra madre e figlia a causa dell’eroina che la trasforma nella sua schiava e meretrice economicamente più proficua. Parole quelle della madre infine che ci mostrano come sono realmente visti i drogati nella società, ovvero, come delle persone emarginate perché ritenute pericolose, inumane, socialmente disadattate, eticamente impure, ma allo stesso tempo ci insegnano pure che se il drogato ha deciso di bucarsi per distruggersi  senza accettare nessun aiuto per uscirne, chi siamo noi per giudicare socialmente e condannare eticamente una persona? Nessuno, poiché come ci insegna questo romanzo d’inchiesta ognuno deve essere libero di vivere e morire come meglio crede sempre però, nel pieno rispetto delle idee altrui.

Storia quella della giovane protagonista che si svolge principalmente in due città, una è Berlino e l’altra come vedremo alla fine è Amburgo, ma partiamo dalla città Berlino per addentrarci ancora di più nella vicenda della giovane Christiane Vera Felscherinow. Una città Berlino abitata da giovani figli disoccupati della classe operaia che per divertirsi e combattere la noia cittadina abusano con gli acidi, l’alcool, l’hascisc, l’eroina e che si dedicano al culto della armi, si avvicinano alle ideologie nazifasciste e si allontano dalla scuola che è vista come un mondo psicologicamente stressante. Droghe che sono usate da questi ragazzi non per curare i problemi esistenziali che li affliggono, ma, per crearsi nuovi mondi e per occupare spazi di Vita psico-sociale che mancano nella quotidiana realtà berlinese e che sdoppia la protagonista in due persone: Christiane la giovane fanciulla psico-fisicamente verginea, che si rilegge dentro fino a riscoprire la sua fanciullesca e puerile esistenza fatta di cibi casarecci, di arcaici profumi, di intensi legami con la Natura, di emozioni trasparenti come l’acqua del laghi, di innocenti giochi e soprattutto si rilegge come una ragazza sensibile in grado di donare amore, compassione e fratellanza nei cuori altrui; e Vera la bucomane, l’alcolizzata, l’incannata, la squallida meretrice e colei sul quale si concentra l’intera opera letteraria. Insomma una vera bucomane e meretrice, che ogni giorni ha bisogno della sua dose di eroina, ma, che perde la sua verginità un sabato sera col suo amico intimo Detlef immersa nella dolcezza, nell’amore, nella passione e senza nessuna goccia di eroina nel suo corpo. Una vita da vera  bucomane quella di Vera e dei suoi amici che non iniziano subito dall’eroina, ma, attraverso l’abuso di hascisc e di acidi visti come degli innocenti giochi psico-esistenziali e come specchi che li mostra agli occhi della borghese società berlinese – ingenuamente secondo loro – come delle persone umanamente, spiritualmente, socialmente ed eticamente perfette. Giovani che sì usano l’alcool, le droghe leggere e l’eroina per crearsi una loro Terra Promessa, ma anche per evadere esistenzialmente dalla quotidiana realtà berlinese da loro considerata come una gabbia soffocante, come un universo colmo di falsi moralismi e come un mondo dalle estreme educazioni genitoriali, ma soprattutto il loro battesimo di fuoco con l’eroina è visto come una cura alla conviviale, sociale, genitoriale ed educativo-scolastica società berlinese.

Un altro tema di fondamentale importanza è quello del gruppo, che è visto dalla scrittrice e dai suoi amici come una Terra Promessa in cui sentirsi liberi di fare tutto in piena libertà e dove l’illegalità si sostituisce alla normalità, anzi l’illegalità diventa la vera e unica realtà socio-esistenziale accettata da questi ragazzi. In poche parole, il gruppo è visto come un Paradiso terreste in cui sentirsi perfetti e condurre una vita senza barrire etiche, sociali e psichiche. Un secondo personaggio chiave di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è Detlef, ovvero il giovane bucomane omosessuale e amico intimo della giovane protagonista. Detlef, giovane ragazzo dalla falsa dolcezza, che, in un primo momento si mostra alla sua intima amica Christiane come un ragazzo candido, affabile, cordiale, fraterno e sensibile per poi però trasformarsi a causa dell’eroina in un ragazzo dal vacuo sguardo, dal viso zombesco, dallo spirito cadaverico, dal cuore cimiteriale e dalle carni volutamente deturpate come sarà dimostrato dal suo volontario meretricio omosessuale per procurarsi i soldi necessari per l’acquisto dell’eroina. Un ragazzo questo, che si immergerà fino alla fine della sua vita nell’oscuro oceano dell’eroina dove il soldo facile e il totale sballo psico-fisico sarà il loro pane quotidiano; e dove l’anormalità sarà considerata la normalità, ma soprattutto come una Vita migliore della vacua, inutile e insignificante quotidiana esistenza berlinese. Eroina che strapperà Detlef e tutti i protagonisti dalle loro famiglie trasformandoli in errabondi figli della notte e peggio ancora farà nascere nel loro animo la voglia di morire, poiché l’eroina non da gioie e luminosità, ma, mette innanzi agli occhi dei bucomani tutti i loro errori esistenziali fino a fargli compiere il loro ultimo e  mortale buco.

Come detto sopra questo romanzo si svolge in due città, che sono Berlino e Amburgo che rappresenterà quest’ultima, la Salvezza per la giovane bucomane Christiane. Rinascita  che avverrà nel novembre del 1977 a casa della zia materna. Città questa dove ritroverà l’intimo e affettuoso calore parenterale, che aveva ormai perso da tempo con sua madre a Berlino. Rinascita infine che arriverà anche attraverso la Scuola Professionale vista come una formazione psico-educativa e lavorativa, attraverso un nuovo gruppo di amici dalle saggie parole e attraverso una cava di calce dalla natura incontaminata, dall’aria pura e dalle acque verginee e cristalline che simboleggiano la fonte battesimale per eccellenza dalla quale siamo nati. Romanzo questo sì di inchiesta, ma anche romanzo di formazione poiché solo passando nel dolore che provoca l’eroina possiamo aiutare i nostri figli e i nostri amici ad uscirne.

 

Parole ma anche cinema, grazie alla versione cinematografica del 1981 dal titolo Christiane F.-Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino del regista tedesco Uli Edel (Neuenburg am Rhein, 1947). Film questo che racconta in immagini la storia di Christiane Vera Felscherinow, ma alla quale vanno aggiunte delle parole tecniche riguardanti alcuni aspetti cinematografici del film. Un primo aspetto è la luce, che dall’inizio alle fine è una luce oscura tipica dei film horror, che ci mostra i personaggi come se fossero dei cadaveri dal basso all’alto e viceversa e infine, che lascia i loro volti nella penombra facendoceli così vedere come dei demoni che incutono paura e timore verso gli altri. Un secondo aspetto riguarda i treni e i pullman, che sono concepiti come dei mezzi con i quali ritornare nella luce e con i quali poter esorcizzare l’oscurità esistenziale causata dall’erorina. Un terzo aspetto riguarda l’immagine finale del film con Amburgo imbiancata dalla neve che simboleggia la rinascita nella purezza, nella candidezza e nella verginità della giovane Christiane. Un quarto e ultimo aspetto riguarda la colonna sonora che è composta dalla musica di David Bowie e come la sua canzone più famosa, anche loro sono degli eroi che sono stati in grado di vivere all’interno della società berlinese degli anni Settanta senza vergognarsi e senza scappare innanzi agli occhi della società berlinese, ma anzi con coraggio hanno mostrato la loro Vita alla luce del sole.

 

Bibliografia di Riferimento:

  1. Vera Felscherinow, Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, Rizzoli, Milano, 2014.

 

[1] Vittorino Andreoli, Postfazione in C. Vera Felscherinow, Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, Rizzoli, Milano, 2014, pp. 336-338, 340-34, 343-344.

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