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Musica. La rete ha trasformato, e allo stesso tempo reso più determinante nel successo di un artista, proprio le etichette discografiche per le quali era stata decretata la morte.

Fonte Internet

Fonte Internet

Enzo Mazza  CEO di FIMI (Federazione dell’industria musicale italiana)

Due notizie della scorsa settimana hanno riportato al centro dell’attenzione i temi della musica su internet e il ruolo delle etichette discografiche. La prima notizia ha riguardato la scomparsa su Myspace dell’archivio di milioni di brani musicali creati a suo tempo da molti artisti, soprattutto emergenti e auto prodotti.

Per quanto riguarda il secondo tema, la notizia è che nella generale ripresa del mercato discografico mondiale (+9,7%) una fetta sempre più rilevante della musica prodotta e distribuita a livello globale non appartiene più ad artisti anglo americani.

I due fatti, apparentemente distanti, riportano indietro di qualche anno: a quando, in sostanza, molti osservatori avevano decretato la fine degli intermediari editoriali tradizionali a fronte del successo di nuove piattaforme, dove gli autori e gli artisti avrebbero avuto finalmente l’occasione di arrivare al grande pubblico direttamente, senza più alcuna necessità di disporre di costose e antiquate strutture, quali, per l’appunto, le major o le etichette indipendenti.

La storia è andata diversamente. La rete e la grande opportunità generata dalle piattaforme digitali e dai social media hanno trasformato, e allo stesso tempo reso più determinanti nel successo di un artista, proprio le label discografiche per le quali era stata decretata la morte.

È vero: oggi le case discografiche hanno cambiato decisamente pelle, ma l’attività principale – quella cioè di scovare e sostenere talenti – è rimasta invariata. Merito delle nuove tecnologie, della gestione di dati e della struttura dinamica capace di muoversi nell’universo in costante evoluzione, che ne hanno confermato il ruolo determinante.

La musica oggi si è definitamente globalizzata grazie allo streaming, che ne ha abbattuto ogni frontiera: generi musicali diversi, dal k-pop coreano al reggaeton latino, hanno conquistato Paesi con culture completamente diverse tra loro, senza che la lingua diventasse un ostacolo.

Negli anni della crisi le case discografiche si sono concentrate sui territori lavorando sugli artisti locali, e oggi, proprio grazie allo streaming, questi investimenti hanno prodotti risultati rilevanti.

I mercati locali hanno spesso richiesto un approccio mirato che alla fine ha prodotto una vera e propria esplosione del repertorio locale. In alcune aree questo lavoro sul repertorio locale ha portato allo sviluppo di hit globali costruendo all’interno delle case discografiche potenzialità essenziali per sviluppare artisti in grado di abbattere barriere e arrivare a scalare le classifiche in tutto il mondo.

Come afferma Inigo Zabala, presidente di Warner Music Latin:

 

“In America Latina i nostri team di ricerca a sviluppo (A&R) lavorano quotidianamente con l’obiettivo di creare delle hit internazionali: si tratta di un nuovo modo di pensare e sul quale ci siamo concentrati molto. Ogni successo globale di una hit nata in America Latina sostiene un movimento che in maniera orgogliosa cerca di replicare questo successo, e poi ancora, costruendo enormi opportunità per i fan globali della musica latin”.

Lo streaming gioca un ruolo chiave: la velocità con cui una hit nata localmente è in grado di penetrare mercati diversi ha portato le aziende a concentrarsi moltissimo sui dati e sugli insight messi a disposizione dalle piattaforme e dai social media.

E le playlist sono un ulteriore esempio di propagazione di generi musicali e hit. Secondo David Erlandsson, Data scientist di Spotify:

“Dal primo giorno abbiamo osservato come il k-pop coreano fosse un genere sul quale focalizzare i nostri editor a Singapore, dove si creano le playlist per il Sud Est asiatico; ma, dato che le playlist non hanno confini, ben presto la loro popolarità ha contagiato altri territori e nel 2018 mercati come Perù, Canada, Francia e Turchia, per fare un esempio, hanno visto superare i 100 milioni di stream per artisti k-pop”.

Un elemento determinante è ovviamente la giovane età dei consumatori di streaming, che ha portato le case discografiche a lavorare su generi musicali come l’hip hop e il rap, che hanno contaminato la produzione locale nella lingua del luogo. Si veda il successo di una grande fetta di artisti rap e/o trap che dominano le classifiche e gli award anche in Italia.

Le case discografiche sono perciò sempre più concentrate sul repertorio locale e lavorano in partnership con le piattaforme di streaming per sviluppare al meglio la produzione locale, anche grazie alle possibili opportunità di sviluppo fuori dal territorio.

Secondo Alfonso Perez Soto, Vice Presidente per Eastern Europe, Middle East e Africa di Universal Music:

“Nell’era digitale senza frontiere, dove una larga fetta di pubblico parla arabo negli Stati Uniti, Europa, America centrale e Sud America, le potenzialità di cross over, di contaminazione sono enormi. Le major musicali oggi lavorano per scoprire nuovi talenti locali destinati alle community nel territorio di affermazione dell’artista, ma allo stesso tempo ragionano su come raggiungere, ad esempio, la comunità araba a livello globale”.

Queste strategie, che hanno rivoluzionato le case discografiche (note per molto tempo per essere principalmente focalizzate a esportare la musica anglo americana nel globo), stanno ripagando gli investimenti. Come si è visto, la scena internazionale si è evoluta e questo è principalmente dovuto alla capacità delle case discografiche di reinventarsi e lavorare in contesto dinamico complesso e interdipendente, dove un fan vuole consumare la musica del proprio artista preferito, vuole vederlo dal vivo e magari seguire con attenzione il documentario realizzato su di lui su Netflix.

La capacità di intercettare questi bisogni è la risposta che oggi le case discografiche devono essere in grado di dare al mercato.

Sono passati molti anni da Napster e molti sono passati dalla nascita di Itunes: quello che è rimasto al centro e si è evoluto in maniera impressionante è il ruolo delle etichette musicali, che proprio nell’era del file sharing e del do it yourself sembravano essere spacciate.

By  huffingtonpost.it

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