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La nostra terra. La coltivazione dei gelsi, l’allevamento dei bachi da seta. Filande e tessiture.

di Raimondo Giustozzi

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In un articolo pubblicato (25/03/2019) sul sito www.specchiomagazine.it La nostra terra. Giovanna Legatti – Senigallia (1996) – Vita materiale nelle campagne, ho delineato in modo sbrigativo l’unità tra la Brianza che è stata per vent’anni la mia patria d’adozione e le Marche, nella pratica della gelsibachicoltura. Con questo nuovo articolo sono ritornato sull’argomento, utilizzando appunti e ricerche fatte molti anni fa quando insegnavo nella Scuola Media di Verano Brianza (Mb). Gli studiosi locali potranno trovare analogie e differenze tra due realtà geografiche distanti tra loro ma importanti per trovare aspetti di vita materiale uguali a latitudini diverse.

 

La coltivazione del gelso

 

I gelsi si coltivavano principalmente in tre modi: Gelsi alti a chioma appalcata o ad albero, gelsi nani o a ceppaia, a cespuglio. I primi erano piantati in buche o fosse molto profonde, da ottanta centimetri a un metro, e larghe fino a un metro e mezzo. Nel mezzo delle buche si collocavano le piantine del gelso, di due anni, alla profondità di venti – trenta centimetri. Si ricopriva il tutto con terra e concime minerale. Questi gelsi erano piantati parecchi metri distanti tra loro, perché l’albero crescesse in larghezza. Solo dopo otto anni, questi gelsi davano un ottimo prodotto. La chioma di questi gelsi era molto ampia e areata.  I gelsi a ceppaia erano collocati alla distanza di due metri circa l’uno dall’altro, in terreno scassato, alla profondità di un metro. La foglia di questo gelso arrivava a un’ottima maturazione dopo quattro – cinque anni. I gelsi a cespuglio erano piantati su un terreno scassato a ottanta centimetri di profondità. Si tagliavano a ogni primavera a fior di terra, ottenendo un ottimo prodotto; con poco più di mille metri di terreno piantato con gelsi a cespuglio, si allevava un’oncia di semi bachi. I bachi da seta erano ghiotti soprattutto delle foglie di gelso bianco (morus alba); l’altra varietà era il gelso nero (morus nigra). Il gelso si chiamava anche moro perché il primo a importarlo nelle campagne lombarde fu Ludovico il Moro, signore di Milano. La coltivazione del gelso, alle soglie dell’Ottocento, si estende in Italia Settentrionale dal Piemonte al Friuli, con particolare intensità nelle zone collinari e pre collinari, dove le condizioni ambientali sono più adatte a questa pianta che non quelle, troppo umide della pianura verso il Po. La maggiore concentrazione è inizialmente in Piemonte ma ben presto la sua coltivazione trova in Lombardia una sua zona elettiva, in quella fascia pedemontana che va Varese a Brescia.

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Nell’antica Brianza contadina, i filari di gelsi dividevano le diverse proprietà agricole ed erano coltivati in appezzamenti di terreno poco adatti ad altra coltivazione perché scoscesi, oppure piantati nei cortili delle cascine dove restava più facile cogliere le loro foglie a darle ai bachi. La cascina agricola era molto diversa dalla nostra casa colonica. Consisteva in tre grossi corpi di fabbrica. Da un lato era l’abitazione della famiglia, al primo piano la grande cucina, al secondo piano la camera. Si accedeva al secondo piano attraverso una scala interna. Su un altro lato era lo stabiel, la stalla, il ricovero per gli animali. Contigue a esso erano le latrine per le persone. Su un altro lato ancora, era sistemata una costruzione a due piani. Al primo piano si ricoveravano gli attrezzi agricoli, al secondo piano, con ampi finestroni aperti per permettere l’areazione, era sistemato il fienile. Un lato del cortile era aperto per permettere l’accesso ai campi con tutta l’attrezzatura agricola necessaria. Il cortile era luogo d’incontro così come la scala interna che portava al piano superiore della cascina. Dopo una lunga giornata di lavoro, prima di andare a dormire, la gente della cascina abitata da più famiglie, che coltivavano il podere a mezzadria, si salutava augurandosi la buonanotte. Uno squarcio di questa realtà lontana nel tempo è dato da due bei film di Ermanno Olmi: L’albero degli zoccoli (1978), ambientato nella campagna bergamasca e milanese e Il Posto (1961), girato proprio in Brianza, nella città di Meda, oggi conosciuta al pari di altre cittadine brianzole come la patria del mobile e lungo la Ferrovia Nord Milano che unisce l’alta Brianza con il capoluogo lombardo. Mentre il primo film racconta l’immobilità della realtà contadina, il secondo segna la svolta e il tramonto della vita materiale nelle campagne brianzole a favore della metropoli lombarda con l’avvento dell’industrializzazione e del terziario.

 alberi di Gelso

La vita del baco da seta

Il bacolino, appena nato, è scuro, con lunghi peli; ha una lunghezza di circa tre millimetri e pesa mezzo milligrammo. Nello spazio di un mese circa, compie una vita larvale e si prepara a tessere il bozzolo per trasformarsi in crisalide. La larva, al suo massimo sviluppo, è di colore vario secondo le razze. In poco tempo raggiunge la lunghezza di nove centimetri. Questo straordinario sviluppo avviene per tappe, chiamate mute o dormite dagli allevatori. Gli intervalli di tempo che passano tra la nascita e la prima muta, tra quelle due successive, e infine tra l’ultima muta larvale, che di regola è la quarta, e la maturità del baco, si dicono età. Al termine della vita larvale, il baco si sposta e rivolge il capo a destra e a sinistra e cerca di arrampicarsi per trovare un sostegno su cui fissare il filo di seta destinato a sostenere il bozzolo. In questo periodo, si forniscono ai bachi dei fascetti di erica e di altri ramoscelli secchi, opportunamente disposti, che si dicono boschi. Il baco impiega dai tre ai quattro giorni a compiere la tessitura del bozzolo; poi nell’interno di questi compie un’altra muta e si trasforma in crisalide. Rimane in questo stato circa tre settimane. Compiuta la metamorfosi, dalla crisalide esce la farfalla. Le femmine sono più grandi e più tozze, i maschi sono più piccoli e più snelli.

Il baco da seta nella sua breve vita è soggetto a malattie per cause diverse: la pebrina, la macilenza, il giallume e il calcino. La pebrina o mal delle petecchie, in dialetto “mal del segn” si aveva quando sul corpo del baco ammalato, comparivano macchie nerastre. La macilenza o atrofia bloccava lo sviluppo del baco. Il giallume, in dialetto “gialdùn” rendeva i bachi gialli e gonfi prima di farli morire. Il calcino, malattia provocata dal fungo deuteromicete Botrytis Bassiana, faceva diventare i bachi, prima rossi, poi bianchi, duri e compatti come se avessero il corpo ricoperto da calce. Tutte queste malattie hanno consigliato la selezione microscopica delle farfalle per regolare il controllo e il commercio del seme. Nei centri dove si osservano al microscopio le farfalle, onde prevenire le malattie dei bachi per metterli sani sul mercato, esistono apparecchiature come il ginecrino. Questo strumento permette di produrre e conservare i bachi con molta esattezza a temperature prescelte, di separare i bozzoli secondo la normalità o anormalità dei loro caratteri biologici o secondo il sesso delle crisalidi.

Il baco da seta, una volta acquistato nei vari mercati locali e regionali dal contadino o bigattiere, chi commerciava in bachi da seta, era allevato in locali e messo su supporti debitamente disinfestati. In Brianza, il mercato locale dei bachi più conosciuto era quello che si teneva in località Santa Maria della Noce, frazione di Inverigo, mentre a Magenta c’era il mercato regionale. Per un buon allevamento del baco da seta occorreva trovare all’interno delle cascine locali adatti per tutto il tempo che lo stesso metteva per filare il bozzolo. Si usavano stalle, fienili ma a volte anche la cucina e le camere. Doveva essere garantita la pulizia, l’areazione abbondante dei locali, l’alimentazione continua. La quantità di bachi che uno poteva allevare era direttamente proporzionale ai gelsi posseduti le cui figlie alimentavano i voracissimi animaletti. Doveva essere garantito anche un moderato riscaldamento dei locali. I bozzoli, una volta prodotti, erano pronti per essere venduti alla filanda.

La vendita del bozzolo dal produttore al compratore per anni non fu mai regolata dal mercato ma soggetta a imbrogli da parte del produttore che esaltava la qualità del prodotto che non sempre si dimostrava tale. Col tempo sorsero ben presto soprattutto nell’Italia Settentrionale delle cooperative che ritiravano i bozzoli, ne fissavano il prezzo secondo la qualità del prodotto. Il tutto era garantito in locali grandi e ben areati, dotati di essiccatori. A Verano Brianza e negli immediati dintorni c’erano zone, dove si producevano i migliori bozzoli per la competenza che i bachicoltori avevano nell’allevamento del baco da seta, nutrito da foglie di gelso di ottima qualità. Non si sbaglia se si afferma che la vendita dei bozzoli da parte dei bachicoltori locali rappresentò un buon investimento e portò qualche soldo in più nelle tasche di molti contadini che ebbero modo di integrare un’economia agricola non ricca almeno fin dopo la seconda guerra mondiale. La stessa cosa avveniva nelle nostre campagne anche se su scala più ridotta. Tutto il territorio brianteo era disseminato da filande, tessiture, torcitoi, incannatoi. Le industrie si distribuivano lungo i corsi d’acqua, tra tutti il fiume Lambro e l’Adda. A Garlate, in riva all’Adda che in questo punto prende il nome di lago di Olginate, esiste un importante museo della seta dedicato ad Abegg, una famiglia di origine svizzera, proprietaria di numerosi setifici in terra lombarda. All’interno dell’edificio è possibile ammirare un grande torcitoio tutto in legno, che si sviluppa su due piani. Ricordo una visita fatta quando insegnavo a Verano Brianza tanti anni fa. Il museo fu donato dalla famiglia al comune di Garlate nel 1976 ed è meta di visite continue da parte di scolaresche. E’ stato recentemente restaurato e offre al visitatore un nuovo modo di scoprire il passato legato all’allevamento dei bachi e conseguentemente alla lavorazione della seta con percorsi multimediali e laboratori interattivi. Esiste poi a Como il setificio Paolo Carcano, l’unica scuola in Italia che offre un percorso molto qualificato per chi vuole lavorare nel settore della tessitura e della tintoria.

Nelle Marche il centro più importante per l’industria serica era Jesi, chiamata la “piccola Milano delle Marche”. “Un ruolo decisivo, in questa direzione, gioca l’affermarsi della torcitura della seta che, a partire dall’istituzione del mercato dei bozzoli nel 1834, fa di Jesi uno dei principali centri marchigiani del settore, assieme a Fossombrone, Osimo e Ascoli. Il numero delle filande jesine cresce dopo la metà del secolo, arrivando fino alla quarantina d’impianti del 1887, falcidiati poi dalla crisi di fine secolo che ne lascerà pur sempre in attività una dozzina tra quelli più solidi e di maggiori dimensioni. Le tracce di questa stagione produttiva legata alla seta, destinata a protrarsi fino alla seconda guerra mondiale, sono ancora ben visibili nel tessuto urbano della città. Il nucleo più antico è quello delle filande MoscéPonzelli, Leoni e Della Bella, degli anni Ottanta, arrampicate sul colle San Marco. Quello sorto nel Novecento si trova nei pressi della stazione ed è costituito dalla prima filanda Bigi, trasformata poi in Bigi – Agostinelli, la Corinaldesi-Schiavoni, la Brecciaroli, la più antica, già operativa nel 1892 e la Talamona-Lecchi col bell’ornato della facciata; o ancora la filanda Gasparetti, del 1874 in via Castelfidardo, e quella Brocani del 1890. Dagli anni Settanta del 1800, inoltre, nel settore serico vengono sviluppandosi anche attività produttive più complesse delle filande, quali ad esempio lo stabilimento bacologico Vitali o il cascamificio, sorto nel 1873 o il lanificio Carotti” (www.sistemamuseale.provincia.ancona.it, archeologia industriale delle Marche, a cura di P. Brugè e F. Chiapparino).

Tra i ritrovati, che permettevano di vendere sul mercato un prodotto di qualità, s’inventò l’isolatore per i bozzoli. Era un contenitore che impediva alle farfalle, una volta uscite dal bozzolo, di uscire e di accoppiarsi a caso. Eseguita la scelta delle partite, i bozzoli erano disposti per la sfarfallatura. L’operazione che è semplice, quando si tratta di riprodurre la razza pura, diventa più complessa quando si devono preparare razze incrociate, impedendo che le farfalle, appena uscite dai bozzoli, si uniscano a caso. Per questo i bozzoli erano chiusi a uno a uno nelle cellette dei cosiddetti isolatori. Per prevenire i metodi più irrazionali di covatura, compreso quello di disporre i bozzoli nell’aria calda delle stalle, nei letti o nel petto delle donne, gli stabilimenti bacologici impiantarono e diffusero gradatamente le stanze d’incubazione, dove si curava la disinfestazione, la ventilazione, lo stato igrometrico, il riscaldamento progressivo dell’ambiente. Nel 1871 fu fondata a Padova la stazione bacologica per opera di Luigi ed Enrico Verson. L’istituto attrezzato e organizzato in modo da poter eseguire ricerche di biologia in generale, è fornito di numerosi laboratori che permettono di supportare la sericoltura e la bachicoltura con ricerche continue.

La valle del Lambro nel comune di Verano Brianza.

Il territorio, che insiste per tutta la valle del Lambro, è ricco di monumenti storico – industriali, interessanti sotto il profilo della cultura materiale e come segni del lavoro. Sono numerosi i ponti di ferro, passerelle, lavatoi, ma anche diversi corpi di fabbrica utilizzati un tempo nelle attività produttive più svariate: molitura del frumento, tessitura, tintoria, filande, distribuite nei quattro agglomerati ben distinti, Molino al Ponte, Bistorgio, Resica e Filo. Brevemente l’origine dei nomi dati ai quattro molini. Molino al Ponte si chiama così perché attraversato da un ponte che mette in collegamento due diversi corpi di fabbrica. Bistorgio deriva dal termine dialettale Bis stort. Il fiume Lambro disegna all’altezza di questo molino due anse ben marcate. Resica è il termine dialettale per indicare la sega del falegname, da qui anche il nome dato al Resegone che si alza dietro Lecco a forma di seghetta. Filo sta ad indicare l’ubicazione di una filanda. I quattro siti esistono tuttora e ben conservati. In data 11 luglio 1829, una deputazione dell’Amministrazione Comunale di Verano, per conto del Commissario distrettuale di Carate Brianza che aveva chiesto dilucidazioni sulle utenze delle acque del fiume Lambro che scorreva nel Comune di Verano, forniva una relazione sulla consistenza dei “rodigini”. Erano ben ventiquattro e si distribuivano tutti sulla sponda destra del Lambro. “Il termine era comunemente usato in passato per i mulini. Il rodigine d’acqua è il volume minimo necessario per azionare una ruota idraulica” (Definizione da Internet). Le ruote idrauliche attivavano mulini ma anche frantoi, come nel caso del torchio d’olio di proprietà di Gaetano Corbetta, sito presso il Molino al Ponte. La relazione è consultabile presso l’Archivio di Verano Brianza.

Il passaggio da un’economia prevalentemente agricola a quella industriale, anche se per molto tempo i due settori produttivi procedettero appaiati, portò alla costruzione della fabbrica, che nella fattispecie, all’inizio fu la filanda, poi la tessitura con cotonifici, lanifici ma anche torcitoi. L’acqua del fiume, già sfruttata per muovere le ruote che attivavano le macine dei mulini, era ora sfruttata per azionare il potente albero di trasmissione che, attraverso cinghie legate a pulegge, trasmetteva alle macchine situate su più piani della fabbrica, l’energia necessaria per far lavorare telai e torcitoi. Il frastuono dovuto al rumore di cinghie, pulegge, macchine e telai era assordante, tanto che nelle case poste accanto alla fabbrica Bevilacqua, quando si parlava, si era soliti gridare. L’abitudine era talmente radicata che si parlava forte anche di domenica o nei giorni di festa, quando la fabbrica era chiusa. Il lanificio Bevilacqua era conosciuto dagli abitanti del posto con il nomignolo ul battarel proprio perché il suo rumore continuo e persistente era sentito in tutta la vallata.

La necessità di avere le macchine il più vicino all’albero di trasmissione mosso dalla forza motrice dell’acqua, consigliò di verticalizzare la costruzione della fabbrica. Un unico albero motore in questo modo, mosso dalla forza dell’acqua o del vapore, serviva numerosi livelli sovrapposti, in ognuno dei quali le macchine riuscivano a trasmettere un movimento regolare a tutte le diverse fasi della produzione, evitando dispersioni di energia. E’ quanto avveniva presso la fabbrica Bevilacqua che assieme alla Ettore Villa e alla Targetti costituisce un chiaro esempio di “fabbrica alta”, secondo la definizione che del manufatto dà l’archeologia industriale. Un esempio chiaro di cosa fosse la fabbrica alta è dato dall’opificio Lanerossi di Schio, in provincia di Vicenza. In provincia di Bergamo, nel comune di Capriate San Gervasio, è possibile visitare la tessitura Benigno Crespi con l’annesso villaggio operaio fornito di tutto: galoppatoio, scuola, chiesa, ambulatorio, case per operai, per impiegati e per dirigenti, la villa padronale e il mausoleo dedicato a Benigno Crespi nel cimitero del paese, dove riposano quanti vivevano nella comunità villaggio. Il sito è patrimonio dell’Unesco.

La regolazione delle acque del fiume Lambro, sia per la molitura del frumento, sia per la lavorazione nelle industrie tessili, era affidata al Corpo del genio Civile, Ufficio dei Canali demaniali d’irrigazione e navigazione. L’archivio comunale di Verano Brianza è ricchissimo di dati circa le richieste di utilizzo delle acque del fiume Lambro dalle ditte Ettore Villa e Targetti ma anche da parte dei diversi proprietari dei mulini, che erano multati qualora non avessero rispettato le norme vigenti. Il Cotonificio Targetti e il lanificio Marino Bevilacqua che, con l’ingresso nell’azienda nei 1901 del bavarese Ernest Heyman, si avviarono a entrare nei mercati nazionali e internazionali, sono stati oggetto di studio di Francesco Como e Marcella Ricci. I risultati di questa ricerca che riguarda anche tutti i monumenti storico industriali della Lombardia, compresa la Brianza, furono pubblicati nel 1977 nei quaderni di documentazione regionale, nuova serie. Il lanificio Bevilacqua disponeva anche di un villaggio operaio per i propri dipendenti, ubicato nel comune di Carate Brianza. Nello stesso comune c’erano la filatura Staurenghi (1859) e il filatoio Krumm (1843). A Ponte Albiate famose erano la tessitura Caprotti e la manifattura Galeazzo Viganò. Monza, conosciuta come la patria dei cappellifici operavano la tessitura Pastore e Casanova e Achille Garbagnati.

Il lavoro nella filanda

Ogni fase di lavorazione del bozzolo era eseguita da precise figure professionali. La prima fase di lavorazione, la crivellatura consisteva nella pulitura dei bozzoli, dopo essere stati separati gli uni dagli altri. “Le bigatere”, le ragazze più piccole erano impiegate per la pulitura dei bozzoli che si trovavano nel magazzino (bigatera). In dialetto, i bigat erano i bachi da seta. Nella seconda operazione, la spelatura, i bachi erano liberati dai fili superficiali non filabili (la strusa). Era un lavoro eseguito dalla “scuinera”, la scopinatrice che con una scopetta di erica provvedeva alla pulitura dei bozzoli. La terza fase di lavorazione era la macerazione. I bozzoli erano immersi in bacinelle che contenevano acqua portata a una temperatura di70 – 80° perché si ammorbidissero. La “scuinera”, la scopinatrice poneva i bozzoli nelle bacinelle riscaldate col fuoco attorno al quale lavorava un’altra addetta. Una fase di lavorazione successiva era la trattura. I diversi capi filo trovati erano uniti e infilati in speciali bottoni di porcellana che, attraverso dei guidafilo, erano attaccati all’aspo. Da ogni bozzolo si ottenevano da cinquecento cinquanta a settecento cinquanta metri di filo. Durante la fase della trattura, il filo era soggetto a frequenti rotture. Quella della trattura, prima dell’avvento della filanda, era un’operazione che era svolta in casa attorno ai fornelli domestici. Durante la trattura, la filandera che sostava sopra le bacinelle, trovato il capo del filo, e ogni bozzolo ne conteneva da tre a quattro di capifilo, con una spazzola particolare passata sul bozzolo, iniziava la trattura vera e propria che consisteva, come dice la parola, nel tirare, dipanare il filo stesso. Quando il filo si rompeva, interveniva la “tachéra”, l’attaccafili che aveva il compito di attaccare i capi, in modo che le filandine non fossero costrette a intervenire personalmente, perdendo del tempo nell’eseguire il proprio lavoro.  Il filo messo sull’aspo non era ancora pronto per la tessitura ma era trattato con miscele di olii e glicerina per renderlo più morbido. Era la fase dell’imbozzimatura. Le matasse di filo opportunamente trattato erano avvolte su rocchetti. Era la roccatura o incannatura. Il filo era passato su altri rocchetti per togliergli tutte le impurità. Era la fase dello stracannaggio. Il filato, perché diventasse più resistente e compatto, era passato sul torcitoio, vero monumento del lavoro, alto anche cinque metri, con un castello ruotante all’interno, che dava movimento ai fusi. Era la torcitura. L’ultima fase si chiamava la brovatura. Il filo, prima di essere consegnato alla tessitura vera e propria, era posto in un locale detto Brova, saturo di vapore caldo per la vaporizzazione o brovatura che serviva a fissare la torsione.

Il filo così prodotto passava nella tessitura che aveva diverse fasi di lavoro: orditura, spolatura, tessitura, tintoria, stampaggio, finissaggio, smerigliatura, imbozzimatura, ricamatura. Con l’orditura si confezionavano i subbi per il telaio che fabbricava il tessuto in tinte unite, a righe e in vari colori. Il filato era poi messo sulle spole inserite nelle navette. Nella fase della tessitura, s’intrecciava il filato della trama per mezzo della navetta, nei fili della catena dell’ordito. Il tessuto ottenuto era colorato, secondo la richiesta per abiti, arredamento o per altri usi. Alcuni tessuti erano stampati per imprimere su di essi disegni o colori vari. L’aspetto dei tessuti era migliorato attraverso varie operazioni. Era la fase del finissaggio. Un’altra fase lavorativa, la smerigliatura consisteva nell’estrarre il pelo dal tessuto. Con l’imbozzimatura si rendeva il tessuto più rigido e pesante attraverso vari procedimenti. Con la ricamatura il tessuto era reso simile al ricamo fatto a mano, tessuto San Gallo. La descrizione di queste diverse fasi del tessuto mi fu fatta dal sig. Giovanni Viganò nel corso di un’intervista che gli feci nei primi anni ottanta del secolo scorso. Giovanni Viganò era proprietario dell’omonima tessitura sita a Giussano (Mb) in via Alberto da Giussano da un lato e via Piave dall’altro. La tessitura non esiste. Anche quando ero nel paese brianzolo, era chiusa da anni. Esisteva solo l’enorme capannone poi demolito.

Bibliografia parziale.

AA.VV. Archeologia industriale in Lombardia, 3 volumi; Mediocredito Regionale Lombardo, Milano, 1981.

  1. VV. Campagna e industria, i segni del lavoro, Touring Club Italiano, Milano, 1981.

Domenico Flavio Ronzoni, Dai campi alla fabbrica, Bellavite Editore, Missaglia, 1994.

AA.VV. I monumenti storico industriali della Lombardia, in Quaderni di documentazione Ragionale. Nuova serie, Milano. Il libro contiene l’inventario dei mulini, filande, tessiture, situati lungo i fiumi lombardi. La ricerca, curata da F. Como e M. Ricci, per quanto riguarda il territorio di Verano Brianza, sono presi in considerazione le tessiture Bevilacqua, Targetti e il complesso dove è sorta in anni successivi la LAMPLAST, già molino Crivelli, poi tessitura Caprotti.

AA.VV. Il paese di Lombardia. Consiglio Regionale della Lombardia, Milano, dicembre 1984. Il testo consta di seicento quarantasei pagine, ricco d’illustrazioni, stampato su carta patinata. Notevoli sono i contributi di Franco Della Peruta, Sandro Fontana, Roberto Leydi, Enrico Cattaneo, Glauco Sanga, Bruno Caizzi, Marina Bonaccini, Roberto Guerri, Dante Isella.

  1. VV. Il patrimonio storico industriale della Lombardia, censimento generale, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 1991.

Emilio Diligenti, Leopoldo Pozzi, la Brianza in un secolo di Storia Italiana 1848- 1945), Toti Editore, Milano, 1980. Il libro è scritto da due autori, il primo immigrato in Brianza da un’altra regione italiana ma brianzolo a tutti gli effetti perché profondo conoscitore dell’ambiente, il secondo brianzolo di nascita. Danno una lettura della Brianza in chiave marxista ma con profondi riferimenti all’area cattolica. Il cattolicesimo ha rappresentato per il territorio, società di mutuo soccorso, cooperative bianche. Ampiamente delineate, sono le due figure più rappresentative del sindacalismo monzese: Reina e Citterio.

AA.VV. Stagioni in Brianza, Cattaneo Editore, Oggiono, 1985. E’ un testo ricchissimo di fotografie a colori e di tutto ciò che serve per conoscere i mestieri di servizio, il tempo libero, i giochi, il calendario agricolo del mondo contadino di tanto tempo fa, proverbi e dialetto locale.

  1. De Biasi- Piero Gadda Conti, La Brianza, Automobile Club D’Italia, Mondadori Editore, Verona, 1966. Il testo è vecchio ma importante per ritrovare angoli e memorie del passato.

AA.VV. Como e il suo territorio, Mondo popolare in Lombardia, Silvana Editoriale, Milano 1978. Il testo contiene un saggio di Roberto Leydi su Il gelso e la vanga indispensabile punto di riferimento per conoscere le trasformazioni economiche della Brianza, i contratti di mezzadria, il fitto misto, la gelsibachicoltura, i canti di filanda e di risaia.

Domenico Flavio Ronzoni, Alla ricerca delle radici perdute. Per una storia di Briosco, Capriano e Fornaci, Briosco, 1985. Il paese di Briosco saltò alla ribalda della cronaca nazionale quando alcuni contadini, mezzadri dei conti Porro Lodi e Anselmo Consonni, furono cacciati dai loro fondi perché iscritti al Comitato Parrocchiale, presieduto dal parroco don Davide Sanvito. “I fatti di Briosco” finirono sulle colonne dell’Osservatore Cattolico di don Davide Albertario. Si era sul finire dell’Ottocento, quando i liberali al potere volevano servirsi dei cattolici come “cani da pagliaio”, secondo la felice intuizione di Fausto Fonzi, per difendere il loro ordine sociale traballante contro lo spettro dei socialisti. Erano gli anni della crisi liberale di fine mille ottocento che sfociò nelle cannonate di Bava Beccaris nel centro di Milano contro una folla di poveracci che avevano il solo torto di protestare contro il rincaro del prezzo del pane.

  1. Romano, l’avventura economica ed umana di una dinastia industriale della Brianza, Franco Angeli Editore, Milano, 1980. In tutte quelle aree investite dall’industrializzazione, si voleva fare subito e senza mezzi termini del contadino che fino a poco tempo prima aveva regolato il proprio lavoro e, la propria esistenza sui ritmi delle stagioni, un operaio efficiente pronto a chinare la testa a ogni ordine del suo superiore, tutto doveva essere sacrificato insomma sull’altare della produttività. Il tempo umano cambiava estensione ed entrava in una dimensione esclusivamente produttiva. Mentre il vecchio mondo, fosse da rimpiangere o no, moriva malinconicamente e simbolicamente nelle latrine di una fabbrica, quella dei Caprotti di Ponte Albiate, nel milanese, primo grande esempio di tessitura, dove diversi operai fino a poco tempo contadini, in evidente difficoltà di fronte ai ritmi di produzione imposti dalle macchine, presero a nascondere nelle latrine della ditta, parte del cotone che non riuscivano a lavorare secondo la quantità imposta dai dirigenti.

AA.VV. Cultura popolare in Briana. Studi per un museo etnografico, Consorzio Parco Monte Barro, Galbiate, 1993. Il testo ospita degli interventi più qualificanti di Glauco Sanga, Roberto Leydi e altri tra i più rappresentativi studiosi di folk in Brianza, oltre alla sistemazione del museo etnografico del Monte Barro.

Marzio Barbagli, Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo, il Mulino, Bologna, 1988. Il testo è un libro base per capire la storia della famiglia e le sue trasformazioni in Italia. Sono prese in esame le regioni centro settentrionali: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche e aree sub regionali, Brianza, Casentino, ecc.

Sono testi datati. Sono comunque la base di partenza per nuove ricerche. Li ho letti più volte, soprattutto quando ero in Brianza. Mi sono serviti per capire le analogie e le differenze tra la mia terra d’origine, le Marche e quella d’elezione, la Brianza, dove ho abitato per vent’anni. Il lavoro nelle filande rimanda ai canti che nascevano all’interno della fabbrica, anche per spezzare la monotonia del tempo sempre uguale. Ce ne sono molti. Alcuni sono entrati a far parte di un patrimonio comune, altri non sono affatto conosciuti. Roberto Leydi propone un confronto con quelli di risaia che costituiscono per lo studioso le prime forme di protesta sociale contro lo sfruttamento del lavoro femminile nella mondatura e nella raccolta del riso.

Anche nelle Marche fu tentata la coltivazione del riso. Alcuni ritengono che iniziasse dal Seicento e durò fino alla fine dell’Ottocento. “Raggiunse il suo apice in età napoleonica. Riguardò soprattutto alcune aree del Piceno e Fermano. La coltivazione comunque fu sempre minore a fronte delle altre. Nel 1826 erano coltivati a riso solo novantasei ettari nel Fermano e nel Piceno, diciannove ettari nella provincia di Macerata e appena se ettari ad Ancona. La sua coltivazione era legata all’esigenza di bonificare terreni paludosi con il sistema delle colmate” (Carla Chiaramoni e Paolo Brasca, il riso nelle Marche. Storia di una cultura minore, edito da Zefiro).

Raimondo Giustozzi

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