Specchiomagazine Libri

 
Specchiomagazine Libri Incontro tra storie e lettori
Gruppo Facebook · 3 membri
Iscriviti al gruppo
 

CLICK E DONA

gliannisessanta. L’elezione di Giovanni XXIII.

giovanni_xiii-696x388

Angelo Roncalli è eletto Papa il 28 ottobre 1958. E’ il 261° Papa della serie iniziata con San Pietro. Sceglie in nome di Giovanni XXIII. Di origine contadina, nato a Sotto il Monte, un piccolo paese della Bergamasca, porta con sé, sul trono di Pietro, la cordialità della gente umile e semplice. Per la massa dei fedeli diventa subito il “Papa Buono”. Scriveva Dino Buzzati: “La folla vede in lui l’incarnazione più felice e soave della bontà. Bontà era il suo volto, il suo sorriso i suoi sguardi, il tono della sua voce, bontà era perfino la sua pesantezza fisica, perfino la sua vecchiaia era bontà”. Per l’età avanzata, aveva settantasette anni quando salì al soglio pontificio, si pensò subito a un Papa di transizione. Rimase invece fedele alle sue aperture e alla sua umanità; in cinque anni riformò la chiesa dalle fondamenta. Indisse il Concilio Vaticano II l’11 Ottobre del 1962, che sarà portato a compimento dal suo successore Paolo VI. Scrisse alcune encicliche che rimangono ancora oggi, a distanza di tanti anni dalla loro pubblicazione, il punto di riferimento per quanti s’interrogano sull’uomo e sul suo destino nel mondo. Fu assieme a N. Kruscev e J. Kennedy uno dei grandi personaggi degli anni sessanta. Il suo avvicinarsi a quanti si ponevano fuori dalla Chiesa visibile e dal suo magistero disorientò non poco quanti, essendo di una generazione diversa e vissuti in tempi di grandi sconvolgimenti politici, sociali, militari e di scontri ideologici, vedevano nella Chiesa la “Cittadella assediata”, pronta a lanciare anatemi e scomuniche in difesa dei suoi dogmi e della sua tradizione bimillenaria. Giovanni XXIII aprì la Chiesa al mondo e lo avvicinò alla Chiesa, convinto che non era più tempo di condanne, ma di una ricerca sincera del bene comune tra tutti gli uomini di buona volontà, al di là di divisioni politiche e ideologiche.  Si distinse subito per la sua bontà e per la sua larga umanità. Appena eletto pontefice visitò i carcerati di Regina Coeli in Roma. Fu un incontro commovente che suscitò grande entusiasmo: “Eccoci nella casa del Padre, ho messo i miei occhi nei vostri occhi, il mio cuore accanto al vostro cuore”. D’improvviso caddero tutte le barriere ed anche in quel luogo di pena, i carcerati non si sentirono più soli. Destò scalpore la visita concessa, il 7.03.1963, ai coniugi Alexei Alexandrovic e Rada, rispettivamente genero e figlia di Nikita Kruscev. Su questa visita, in un colloquio avuto il 9 maggio 1963, con l’arcivescovo di Parigi, F. Marty, ebbe a dire: “Vedete, so che molti sono rimasti sorpresi da quella visita, certuni addirittura ne provarono pena. Perché? Devo ricevere tutti quelli che bussano alla mia porta. Li ho veduti. Abbiamo parlato dei loro bambini. Bisogna toccare questo tasto. Vedevo che la signora Adjubei piangeva. Le regalai una corona del rosario, dicendole che lei non doveva conoscerne l’utilità e che, si capisce, non sarebbe stata obbligata a recitarla. Ma nel riguardarlo, le dissi: Vi ricorderò che un tempo ci fu una Mamma che era perfetta”. Già ai fedeli accorsi nella cattedrale di Venezia a salutarlo come Patriarca della Serenissima (1953), Angelo Roncalli aveva detto: “La Provvidenza mi trasse dal mio villaggio nativo e mi fece percorrere le vie del mondo in Oriente (era stato delegato apostolico in Turchia e Grecia nel 1934) e in Occidente (nunzio apostolico a Parigi, dal 1945 al 1953), accostandomi a gente di religione e di ideologie diverse. Cerco ciò che unisce, non ciò che ci separa”. In questo c’era già, in sintesi, il nucleo del suo pontificato. Tracciando un breve bilancio della Chiesa giovannea, S. Zavoli,  così scriveva in un suo libro: “Dopo Giovanni la Chiesa si è messa sulla strada dell’uomo, si è detta e fatta “esperta in  umanità”, per questo la incontriamo più spesso tra noi, per questo non è possibile ignorarla. Finché è apparsa solo come una società giuridica di cui facevano parte alcuni privilegiati, una specie di società per buone azioni avente come ragione sociale il Paradiso, essa è rimasta estranea alla coscienza laica; ma con Giovanni è diventata una presenza che “muta e che ci muta”, senza altro titolo per farsi accettare che quello di dialogare con ogni uomo di buon volere” (Cfr. Sergio Zavoli, Viaggio intorno all’uomo, pag. 87, Torino 1969). Giovanni XXIII ha avuto il merito, indubbiamente, di chiudere l’epoca post tridentina e controriformistica e di aprire la Chiesa alla comprensione del mondo attuale, la cui evoluzione non può essere né contrastata è fermata, ma deve essere amorevolmente e ottimisticamente seguita perché non siano cancellate quelle fondamentali istituzioni delle quali il messaggio cristiano nel suo nucleo essenziale è un’altissima espressione.

Il Papa Buono

Venne subito chiamato il Papa buono. Commovente fu il discorso, tutto a braccio, che tenne la sera dell’11 Ottobre 1962, dalla sua finestra, ad una folla enorme di persone che si erano date convegno a Piazza San Pietro per una grande fiaccolata: “ Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera – osservatela in alto – a guardare a questo spettacolo.  Gli è che noi chiudiamo una grande giornata di pace. Di pace. “Gloria a Dio e pace agli uomini di buona volontà”. Ripetiamo spesso questo augurio! E quando possiamo dire che veramente il raggio, la dolcezza della pace del Signore ci unisce e ci prende, noi diciamo “Ecco qui un saggio di quello che dovrebbe essere la vita, sempre, di tutti i secoli, e della vita che ci attende per l’eternità”. Dite un poco: se domandassi, potessi domandare a ciascuno “Voi da che parte venite?”, i figli di Roma, che sono qui specialmente rappresentati, “Ah, noi siamo i vostri figlioli più vicini, voi siete il Vescovo di Roma”. Ma voi, figlioli di Roma, voi sentite di rappresentare veramente la Roma caput mundi, così come nella Provvidenza è stata chiamata ad essere, per la diffusione della verità e della pace cristiana. In queste parole c’è la risposta al vostro omaggio. La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi diventato padre per la volontà di Nostro signore, ma tutti insieme, paternità e fraternità, è grazia di Dio. Tutto, tutto! Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così, guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte quello, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà. Niente. Fratres sumus. La luce che splende sopra di noi, che è nei nostri cuori, che è nelle nostre coscienze, è la luce di Cristo, il quale veramente vuol dominare con la grazia sua tutte le anime. Stamattina è stato uno spettacolo che neppure la Basilica di San Pietro, che ha quattro secoli di storia, non ha mai potuto contemplare. Apparteniamo quindi ad un’epoca nella quale siamo sensibili alle voci dall’alto, e vogliamo essere fedeli e stare secondo l’indirizzo che il Cristo benedetto ci ha fatto. Finisco dandovi la benedizione. Accanto a me amo invitare la Madonna santa e benedetta, di cui oggi ricordiamo il grande mistero. Ho sentito qualcuno di voi che ha ricordato Efeso e le lampade accese intorno alla Basilica di là, che io ho veduto coi miei occhi – non a quei tempi, si capisce, ma recentemente – e che ricorda la proclamazione del dogma della Divina Maternità di Maria. Ebbene, invocando Lei, alzando tutti insieme lo sguardo verso Gesù benedetto, il Figliol Suo, ripensando a quello che è con voi, a quello che è nelle vostre famiglie, di gioia, di pace, e anche un poco di tribolazione e di tristezza, la grande benedizione. Accoglietela di buon animo. Questa sera lo spettacolo offertomi è tale da restare ancora nella mia memoria, come resterà nella vostra. Facciamo onore alle impressioni di questa sera! Che siano sempre i nostri sentimenti come ora li esprimiamo davanti al cielo e davanti alla terra. Fede, speranza, carità, amore di Dio, amore di fratelli, e poi tutti insieme, aiutati così, nella santa pace del Signore, alle opere del bene. Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualche… dite una parola buona: “Il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza”. E poi tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre, sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino. Così dunque vogliate attendere alla benedizione che vi do e anche alla buona notte che mi permetto di augurarvi, con la preghiera però che non si cominci… solamente… Oggi noi iniziamo un anno, un anno, chissà… speriamolo bene! Il Concilio comincia e non sappiamo quando finirà, potesse finire prima di Natale, ma forse non riusciremo a dir tutto, a intenderci su tutto bene. Ci vorrà un altro ritrovo, ma se il ritrovarci così deve sempre allietare le nostre anime, le nostre famiglie, Roma e tutto quanto il mondo tutto intero, vengano pure questi giorni, li aspettiamo in benedizione”.

L’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II

Città del Vaticano, 11 Ottobre 1962. Tre suggestive immagini dell’inaugurazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Papa Giovanni prega e concelebra il rito. Giovanni XXIII amava ripetere: “La Chiesa, simile alla vecchia fontana del villaggio, vive sempre nuova nel suo dono ed il villaggio vive di lei. I bambini la raggiungono trafelati, ricevono lo scroscio fresco sulla faccia riversa sotto la cannella e riprendono la corsa tergendosi la bocca; i vecchi fanno conca col palmo della mano e sorseggiano parcamente; le donne fanno corona, con le brocche lucide, scambiandosi i progetti di cucina. Nel meriggio, la fontana butta inutilmente, ma in realtà, tutti, ciascuno a casa sua, vive di lei. Anche la notte l’acqua canta e rende vivo il silenzio”. A tutto questo contribuì anche il Concilio voluto da Papa Giovanni XXIII.

Il Viaggio di Giovanni XXIII a Loreto e ad Assisi.  

Indimenticabile fu il viaggio di Papa Giovanni a Loreto. Era il 4 ottobre 1962. Era da più di un secolo, dal regno di Pio IX che un Papa non lasciava la provincia romana. Il viaggio fu salutato in tutta Italia come un avvenimento di portata storica. Il dissidio tra lo Stato Italiano e la Chiesa, tra la “Cupola di San Pietro dorata dal sole e l’avverso Quirinale” apertosi con la presa di Porta Pia, era ormai un ricordo d’altri tempi. Era tutto un nuovo stile. La Chiesa Cattolica iniziava a scrivere una delle pagine più interessanti della sua storia, aprendosi al dialogo con il mondo e con la cultura contemporanea, dopo i giorni delle scomuniche e delle condanne. Per tutti gli uomini di buona volontà, Papa Giovanni indicava una meta da raggiungere, pena la distruzione dell’intero genere umano: la pace sulla terra, oggetto di una delle sue più famose encicliche. Determinante fu il suo intervento per scongiurare un confronto atomico tra le due grandi super potenze di allora, gli Usa da un lato e l’URSS dall’altro, all’apice della crisi dei missili sovietici a Cuba.

La grande assise ecumenica

Venticinque gennaio 1959. Giovanni XXIII, nella Sala Capitolare del monastero di San Paolo, dà al Sacro Collegio e al mondo uno storico annuncio. E’ il momento più intenso e solenne del suo pontificato: “Pronunciamo davanti a voi, certo tremando un poco di commozione ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta di un Concilio Ecumenico per la Chiesa Universale”. Sergio Zavoli così commentava questo evento: “Ha capito che il Vangelo, oggi, deve essere predicato ad un mondo nel quale un uomo su quattro è cinese, due su tre non mangiano abbastanza per sfamarsi, uno vive in regime comunista, un cristiano su due non è cattolico. Il suo ecumenismo non esalta solo i valori ideali e spirituali. E’ un invito alla realtà, si cala nella quotidiana e comune pena di vivere. Cerca quello che unisce, evitando quello che divide. Non alimenta antiche polemiche. Vuole un Concilio capace di mostrare un volto attraente della Chiesa, un Concilio aperto al mondo, che riconosca chiaramente l’autonomia della cultura, dell’economia, della politica, un Concilio pastorale, che sancisca la rinuncia a qualsiasi interesse terreno, a qualunque potere politico della Chiesa, pienamente libera per il suo ministero di salvezza e, secondo le possibilità e le necessità storiche, per un servizio a favore della pace nel mondo. Vuole un Concilio libero e realmente universale. Non gli assegna rigorose scadenze, ma gli dà subito una  mentalità ed un cuore. Gli comunica il suo ottimismo, il suo coraggio, la sua straordinaria capacità di attenzione ai segni dei tempi”(S. Zavoli, Viaggio Intorno all’uomo).

L’inaugurazione avveniva l’11 ottobre 1962, nella basilica di San Pietro, alla presenza di 2.700 vescovi convenuti da ogni parte del mondo. Fu un avvenimento sensazionale, ricco di suggestione e di grande carica emotiva. La Chiesa, finalmente si apriva al dialogo con il mondo dopo i giorni della condanna. Loris Capovilla, segretario personale di Giovanni XXIII, così ricorda quell’11 Ottobre 1962: “Quando andai ad annunciargli che la piazza era gremita di fedeli per quella famosa fiaccolata, Papa Giovanni mi disse: Per oggi è stato fatto abbastanza col discorso di apertura del Concilio. Non intendo parlare più. Vado alla finestra e benedico”. Poi, invece, venne il breve, ma così toccante e memorabile discorso chiamato della “Luna” o della “Carezza ai bambini”. Ritornato dentro, seduto sulla poltrona, con molta semplicità concluse: “Tanto non mi aspettavo. Mi sarebbe bastato averlo annunciato, il Concilio. Dio mi ha già permesso di avviarlo”.

All’avvio del Concilio, Papa Roncalli non aveva previsto contrasti, resistenze. Annotava soltanto sul diario, la sera stessa della giornata inaugurale: “Ero disposto a rinunciare alla gioia di questo inizio. Con la stessa calma ripeto Fiat voluntas tua circa il mantenermi a questo primo posto di servizio per tutto il tempo e per tutte le circostanze della mia umile persona o a sentirmi arrestato in qualunque momento perché questo impegno di procedere, di continuare, di finire, passi al mio successore”. Il Concilio venne portato a termine da Papa Paolo VI e si chiuse nel 1965. Giovanni XXIII non supponeva il grande scontro tra tradizionalisti e progressisti, il dissenso all’interno del mondo cattolico, il prepotente emergere della questione tra Vescovi ed il Papa, l’accesa polemica contro la curia romana, quel complesso di proposte che Paolo VI, nella seconda sessione conciliare, chiamerà “Riforma Cattolica”.

Tra i grandi della terra

Giovanni XIII non tralasciò nulla, nel corso del suo pontificato, che potesse unire gli uomini al di là delle loro fedi religiose e ideologiche, in un unico grande disegno di pace. N. Kruscev, premier sovietico, si era reso più volte premuroso verso Giovanni XXIII con il messaggio di felicitazioni del novembre 1961 per l’ottantesimo compleanno del Papa, con gli auguri inviati il Natale dell’anno successivo, con la clamorosa liberazione dell’arcivescovo ucraino Giuseppe Slipy, con le congratulazioni per il premio Balzan per la pace nel marzo del 1963. Giovanni XXIII avrebbe mai incontrato Kruscev, se questi glielo avesse chiesto? A questa domanda, postagli da Sergio Zavoli, nel corso di una intervista, Loris Capovilla, così rispondeva: “Quando sulla stampa italiana si ventilò l’ipotesi che Kruscev potesse venire in Italia per ricambiare la visita fatta da Gronchi in Russia, qualcuno ipotizzò che forse Papa Giovanni XXIII se ne sarebbe andato a Castel Gandolfo. Ricordo ancora che disse e non solo a me: “Io resto a casa mia, non c’è nessun motivo per cui debba scappare. Se questo bravo signore mi domanderà di venire a farmi visita, lo riceverò. Prima sentirò che cosa mi dice lui, e poi, con molto garbo, gli esporrò anch’io le mie ragioni. Perché in questo momento la Chiesa non domanda protezionismi ma la libertà di annunciare il Vangelo”.  Davanti ad un mondo immerso in gravi angustie e agitazioni, la Chiesa doveva uscire dall’isolamento e abbattere tutti quegli storici steccati che l’avevano portata a vedere con occhio e spirito manicheo tutto ciò che dalla Rivoluzione Francese in avanti, era nato in campo culturale, sociale, politico, al di fuori ed anche contro il pensiero cattolico. Giovanni XXIII iniziò questo rinnovamento della Chiesa, sollecito a distinguere sempre l’errore dall’errante, che, perché figlio di Dio, ha bisogno anche lui di una parola di conforto e possiede anche lui, pur professando dottrine diverse, una sua verità. Papa Giovanni amava ripetere contro tutti quei profeti di sventura che annunciano sempre eventi infausti, che la Provvidenza ci sta conducendo a un nuovo ordine di rapporti; suo era l’invito a non discutere questo o quel tema della dottrina fondamentale della Chiesa, ma a compiere un balzo in avanti, sua infine l’esortazione a sostituire la condanna degli errori con la medicina della misericordia.  Fu soprattutto in occasione della crisi di Cuba che Papa Giovanni XXIII dimostrò tutto il suo interessamento per la pace. Tempestivamente informato da un inviato del presidente Kennedy sulla decisione americana di aprire le ostilità contro Cuba fino ad invadere l’isola, se non fossero state smantellate la rampe missilistiche ivi istallate dai Sovietici, scongiurò Kennedy e Kruscev di non rimanere insensibili al grido dell’umanità intera contro gli orrori di una guerra. L’invito fatto da Papa Giovanni dinanzi alle telecamere, il 25 Ottobre 1962, contribuì a sciogliere il nodo. La navi sovietiche, cariche di missili e dirette a Cuba, invertirono la rotta. Furono smantellate le rampe di lancio installate sull’isola. Maturò proprio in quei giorni il progetto di un’enciclica sulla pace. Tutti i pontefici si erano sempre adoperati per evitare o far cessare le guerre, però mai, il tema era stato trattato sotto forma di un’enciclica. L’Enciclica “Pacem in terris” fu il regalo più bello che Papa Giovanni XXIII lasciò a tutti gli uomini di buona volontà. Parlando al corpo Diplomatico, pochi mesi prima di morire, così disse: “Ci piace che l’enciclica compaia in questo giorno, Giovedì Santo, in cui sono cadute dalle labbra di Cristo le divine parole Amatevi gli uni gli altri. Infatti, è anzitutto un grande appello all’amore che noi abbiamo voluto lanciare agli uomini del nostro tempo. Ch’essi riconoscano di buon grado la loro comune origine che li rende tutti fratelli e si uniscano”. Un ponte era stato lanciato al di là di tutte le fedi religiose e le ideologie. La Chiesa e il Vangelo sono nel mondo, non contro di esso; e occorre ricercare non tanto i punti in cui il mondo e la Chiesa si differenziano e si oppongono, quanto quelli in cui possono e devono incontrarsi, quelli per i quali tutti gli uomini non possono non dirsi cristiani.

Raimondo Giustozzi

 

Invia un commento

Puoi utilizzare questi tag HTML

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>