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gliannisessanta. Don Lorenzo Milani priore di Barbiana. Il prete ribelle obbedientissimo.

don-milani

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Don Lorenzo Milani moriva il Lunedì 26 giugno 1967. Scriveva Neera Fallaci nel libro “Dalla parte dell’Ultimo- vita di don Lorenzo Milani priore di Barbiana”: “C’era tanta gente in via Masaccio, a Firenze, nella casa della mamma Alice Weiss, dove don Lorenzo si era trasferito negli ultimi mesi della sua vita per le continue trasfusioni di sangue che gli erano necessarie per sopravvivere disperatamente alla malattia” (Cfr. Neera Fallaci, Dalla parte dell’ultimo, Vita del prete Lorenzo Milani, Milano 1974). Il tumore lo strappava alla vita a soli quarantaquattro anni, essendo nato nel maggio del 1923. C’era tanta gente ad aspettarlo, lassù a Barbiana, piccola frazione abbarbicata alle pendici del Monte Giovi, affacciata sullo splendido panorama del Mugello. Furono i ragazzi della scuola a portare a spalla la bara per il sentiero che lui stesso aveva fatto tracciare perché la gente si ricordasse dei morti: “Il camposanto è un’orticaia, non guardate se sono morti vostri o no. Pensate anche ai morti degli altri. Fate questo bene a degli sconosciuti e lassù dove avete lasciato i vostri morti, qualcuno penserà a zappettare le loro tombe”.

Don Lorenzo era arrivato a Barbiana il 16 dicembre 1954, in una giornata fredda e piovosa. Il giorno dopo il suo arrivo aveva già raggruppato attorno a sé i pochi ragazzi delle famiglie contadine della zona e aveva cominciato a fare scuola. Nello stesso giorno, sceso a Vicchio, si recò in comune e comprò il pezzetto di terra dove è sepolto, a segnare un “patto di fedeltà” con il mondo rurale di allora e con i suoi alunni, come scrisse alla mamma il 28 dicembre 1954, pochi giorni dopo il suo arrivo a Barbiana :”la grandezza d’una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose. E neanche le possibilità di fare del bene si misurano dal numero dei parrocchiani”. Altri hanno a cuore la carriera e chissà cosa darebbero per percorrerla anche tutta di un fiato, saltando sopra a tutto, servendosi di qualsiasi mezzo, altri ancora hanno a cuore titoli onorifici.  Don Lorenzo, proprio perché aveva scelto di stare dalla parte dei poveri verso i quali, lui figlio di una famiglia ricca e borghese aveva solo dei debiti, fu sputacchiato da più parti. Fu vilipeso, accusato di classismo, tirato anche per la tonaca da chi con lui non aveva proprio nulla da spartire: quella stampa borghese e intellettualoide dalla quale si era allontanato facendosi prete, dopo gli anni trascorsi nelle tenebre dell’errore, come amava dire lui stesso dei suoi primi vent’anni.

I suoi superiori avevano tenuto aperto proprio per lui una minuscola parrocchia che nei piani della curia fiorentina sarebbe dovuta scomparire perché era già iniziato l’esodo dai monti e dopo il trasferimento dell’ultimo parroco don Mugnaini, non ci sarebbe stato più nessun prete in quella sperduta frazione di montagna esposta al vento di tramontana, freddissima d’inverno, quando anche l’acqua benedetta ghiacciava nella minuscola chiesetta di Sant’Andrea a Barbiana. L’ideale penitenziario ecclesiastico diventava invece l’avamposto di un messaggio che è valido ancora oggi, nonostante ci sia qualcuno che la pensi diversamente. Ma questo qualcuno, sbaglia in modo grossolano, soprattutto quanti a sinistra vogliono fare di don Milani un loro compagno di viaggio. Insensati! Don Milani non è stato mai tenero verso la sinistra e il Partito Comunista in particolare che aveva un’ideologia non degna del cuore di un giovane, l’URSS, una nazione di cui vergognarsi.  Non c’è niente di più grande che andare allo sbaraglio quando è l’ora di testimoniare la verità. Lo diceva anche Ignazio Silone. Il fatto è che questi grandi non nascono più.

Fa piacere leggere che don Milani è ancora attuale, anche se si spera che nasca un altro don Milani capace di essere testimone apprezzato di questa realtà post moderna, difficile e complessa, come scriveva don Mario Ferracuti ne “La Voce delle Marche”, il 26 Maggio 2007. Altri invece sono scesi alle offese gratuite come ha fatto Sebastiano Vassalli, in un articolo “Don Milani, che mascalzone”, pubblicato su “La Repubblica” il 30 Giugno del 1992, a venticinque anni dalla morte del Priore di Barbiana: “Don Milani, un prete di buona volontà che aiutava come poteva i figli dei contadini a conseguire un titolo di studio, e se non ci riusciva, incolpava i ricchi”. Ed ancora: “Un autocrate che non credeva nella pedagogia, all’infuori della propria – e che trattava con sufficienza e sarcasmo chi si azzardava a parlargli di libero sviluppo della personalità degli alunni e di altrettante “sciocchezze borghesi” Lei, signor Vassalli non ha capito proprio un bel niente del priore di Barbiana, come francamente detto da Tullio De Mauro, in un articolo di risposta pubblicato il 2 Luglio del 1992 sempre da “La Repubblica”. Signor Vassalli, sarebbe stato meglio che non avesse scritto nulla, soprattutto quell’articolo. O forse gli rode il fegato che in vita, don Milani, gente come lei l’avrebbe allontanata da Barbiana e finanche dall’ospedale dove il priore non amava incontrare nessuno che avesse il titolo superiore a quello della semplice Scuola Media. L’apprezzavo, signor Vassalli, per il romanzo “La Chimera” relativo alla storia di Antonia, povera trovatella accusata di stregoneria e messa al rogo nell’Italia della controriforma cattolica, ma dopo aver letto l’articolo non l’ ho apprezzato più. Ha isolato il pensiero di don Milani, quello concernente la serietà del fare scuola anche con la frusta se necessario, da tutto un contesto e da un contenuto molto più ampio come avrebbe dovuto scrivere e non lo ha scritto. “La scuola è sempre meglio della merda”, scrivevano i ragazzi di Barbiana. Oggi non esiste più il mondo contadino di don Milani. E’ una fortuna da un lato, ma anche un limite. Sì, perché di merda ce n’è ancora più di quanta ce ne fosse allora: violenza, strafottenza, volgarità e bullismo la fanno da padroni, tra gli alunni, ma anche tra i grandi e questi ultimi raccolgono solo quello che seminano.

No, non è ingiallito nulla di quanto don Milani diceva: nella “Risposta ai cappellani militari”, in “Esperienze Pastorali”, nelle “Lettere alla mamma”, nelle “Lettere di don Milani”, pubblicate postume da Michele Gesualdi, uno degli allievi della Scuola,  nella “Lettera ai giudici”, in “Lettera ad una professoressa”. Scriveva don Milani: “Voi (rivolto agli insegnanti), vi accontentate soltanto di controllare quello che riesce da sé per cause esterne alla Scuola”. Ebbene, non è cambiato nulla. Se si mettono tutti i ragazzi bravi in una classe, come avviene quasi sempre e tutti quelli con difficoltà diffuse in un’altra classe, si creano due ghetti, uno il ghetto dorato, l’altro, il ghetto senza aggettivi. E’ quello che spesso avviene anche oggi. Nel primo caso, l’insegnante non ha nessun merito dei progressi degli alunni, almeno sotto il profilo disciplinare, ci sarebbe da discutere su quello formativo, nell’altro caso, l’insegnante ha da sudare le proverbiali sette camicie ma senza concludere un granché, perché se è facile insegnare a chi già sa, è difficilissimo insegnare ad un gruppo omogeneo di ragazzi con difficoltà. Lassù, nella Scuola di Barbiana, “Il più grande insegnava al più piccolo. Insegnando imparavo tante cose, che il problema mio è uguale a quello degli altri, sortirne tutti insieme è politica, uscirne da soli è avarizia”. Proprio quello che avviene oggi. Si farebbero ponti d’oro per non avere tra i piedi ragazzi in difficoltà, quelli di casa nostra e stranieri e quando si viene a sapere che il tale alunno con problemi diffusi si è trasferito in un’altra città o quell’altro che ha problemi di comportamento e d’apprendimento, ugualmente non è più nella propria classe, si gongola soddisfatti perché si hanno problemi in meno da risolvere. Tanto ci sarà qualcun altro che farà quello che non è stato fatto. No, non c’è proprio nessuno. Ma, che importa! Poi, qualcuno dice anche: “Perché mai devo mettermi a disposizione per risolvere i problemi quando il mio stipendio è lo stesso di quello di un altro”.

Le idee di don Milani sono valide ancora oggi. Sì, il libro “lettera ad una professoressa” divenne uno dei simboli del ’68 in Italia, ma senza che questo fosse voluto da don Milani che nel ‘68 riposava già nel piccolo cimitero di Barbiana. “Avete facce di figli di papà. Avete lo stesso occhio cattivo. Quando ieri a Valle Giulia, avete fatto a botte con i poliziotti, io stavo dalla parte dei poliziotti”. Certi colleghi, uno in particolare, che ho conosciuto a scuola nei lunghi anni della mia permanenza in terra lombarda considerava don Milani un populista, quando lui stesso era stato sulle barricate per tanti anni ed in nome del niente. Aveva contribuito e alla grande a iniziare “la ricreazione” e quando questa aveva toccato il massimo, affermava che “La ricreazione era finita”, agitando il libro che andava in voga nei primi anni ottanta, come aveva brandito anni prima “Il libretto rosso” di Mao.

” I Care” – In ricordo della Scuola di Barbiana.

“I Care” era il motto dei giovani americani del dissenso. Significa “Mi importa, mi sta a cuore”, insomma l’esatto contrario del motto fascista: “Me ne frego”. La scritta campeggiava sulle pareti della scuola di Barbiana, località che ho potuto visitare nel ’76 quando ero militare a Firenze, in un’imprecisata domenica estiva, assieme ad un altro soldato che era con me all’ospedale San Gallo. Il motto poteva benissimo rimanere consegnato nei cassetti della storia. E’ stato riportato agli onori della cronaca, proprio alcuni anni fa. Non c’è stato telegiornale che non lo abbia ripreso. Era sullo sfondo, in alto a sinistra, dietro al palco dei relatori, nei locali del vecchio Lingotto di Torino, dove si sono svolti i lavori del Congresso Nazionale del Partito della Sinistra.

Davvero strana la vicenda di don Milani. Ricordo che quando ero a Verano Brianza in provincia di Milano e si trattava di dare un nome alla locale Scuola Media, ancora figlia di nessuno, un collega propose di intitolarla a Charles Darwin e non a don Milani, perché il primo apparteneva alla storia, sosteneva – il secondo invece alla cronaca. Quel collega diceva di appartenere allora alla sinistra, forse al vecchio Partito Comunista. Mi piacerebbe sapere in quale area si collochi ora, se è rimasto sempre dello stesso avviso circa la distinzione tra la storia e la cronaca che un tempo faceva a proposito di don Milani. “Mi sta a cuore”, “Mi importa”. Che cosa? Tutto ciò che è umano, nulla mi è estraneo. Ricordo che lo stesso, grande intellettuale, preparatissimo culturalmente, vicino  negli anni ’70 alle posizioni più aperte del movimento studentesco, mi rimproverava apertamente, anche se in modo bonario e falsamente amichevole, di pensare più a me stesso, lasciando stare le richieste dei genitori e gli pseudo problemi degli studenti. In fatto di bocciatura, chiamata oggi con un eufemismo “Dispersione Scolastica”, sosteneva che era giusta; quello che si era raggiunto a livello teorico bastava ed avanzava, il resto era solo il regno dei sogni o della paranoia, il sei politico non pagava più, per cui era giusto voltare pagina. “Il problema della scuola è uno solo. I ragazzi che perde…Noi non ce ne diamo pace…Bocciare è come sparare in un cespuglio” ( Don Milani) ” Mi sta a cuore, mi importa”. C’era sempre comunque la giustificazione gramsciana a coprire tutto: l’ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione ed i giochi son fatti, basta solo organizzare di tanto in tanto qualche convegno sulla “dispersione scolastica”. Lo stesso collega mi faceva notare che il mio interesse verso gli altri ed il sociale era solo indice di un modo di fare populista. Lui invece parlava, ma solo di sé, della propria cultura, disprezzando a parole e nei fatti quanto gli altri proponevano al momento della programmazione e della valutazione che doveva essere asettica, rigidamente scientifica, non inficiata da considerazioni d’ordine morale. Lo ascoltavo interessato, credevo che avesse ragione a pensare così. D’altronde non potevo competere con lui in fatto di libri letti. Riflettendo meglio su quello che ascoltavo, scoprivo invece che il metodo scientifico tanto decantato dal mio interlocutore, era solo puro scientismo e che il cinismo verso i fatti di cronaca di allora, rasentava la spudoratezza. “I Care“. Mi sta a cuore, mi importa. Erano i giorni dell’arresto di Enzo Tortora, accusato di associazione mafiosa, di essere il corriere della droga, ricettatore ed altro. Il collega affermava con sicurezza che le autorità inquirenti avevano visto nel giusto. Gli facevo osservare che io credevo invece alla innocenza del popolare presentatore televisivo, perché l’accusa era troppo grande per essere vera. Precisavo meglio il mio pensiero sostenendo che esistono ancora una religiosità della vita ed una bontà di fondo, sganciate da una qualsiasi professione di fede visibile e manifesta. Mi rispose che sbagliavo; ricordo ancora il suo sarcasmo verso quello che avevo detto. Non esiste più una religiosità della vita. Enzo Tortora era colpevole e basta. “I Care“. Mi sta a cuore, mi importa. Alla faccia della tutela dei diritti civili, quelli più elementari, canzonati e derisi da chi avrebbe dovuto difenderli, se diceva di appartenere ad un’area culturale aperta e progressista.

Il colmo, a sinistra, lo ebbi in uno degli ultimi giorni di permanenza nella Scuola Media di Verano. Ricordo che una collega, con la quale non ho mai legato, facendomi gli auguri per il mio trasferimento nelle Marche, mi invitava anche ad essere meno disponibile verso gli altri, di pensare più a me stesso, perché dagli altri si ricevono solo fregature. ” I Care“. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. Mi sta a cuore, mi importa. L’esatto opposto del motto fascista me ne frego. L’ho sempre creduto e non da oggi. Le colline di Barbiana le ho portate per molto tempo sulle mie spalle, perché simili a quelle di Santa Lucia, frazione di campagna  nella quale sono nato, comune di Morrovalle, provincia di Macerata. Solitudine, povertà, analfabetismo. Questa mia confessione, una volta, fu motivo di derisione e di scherno, da parte di un’altra collega, anche lei, di sinistra, almeno così diceva. Ma tant’è. Ognuno è quello che è per le scelte che fa, costino anche la solitudine e l’apparente amarezza della sconfitta. Quello che mi faceva rimanere interdetto era che certi atteggiamenti, di sano egoismo, dicevano, venivano da intellettuali di sinistra, attenti quindi ai problemi sociali, almeno così speravo. Invece era esattamente il contrario. Se una cosa ho imparato è di diffidare apertamente di loro, non di tutti fortunatamente. Non hanno nulla da insegnare. Sono solo opportunisti, a volte anche volgari, uguali se non peggiori di quanti, almeno in modo più sincero, dicono e lo dimostrano nei fatti che il loro prossimo li infastidisce e li irrita perché pongono alla base di tutte le proprie scelte, la carriera, il denaro, l’avere e non l’essere. Anche per questi, sempre e comunque, “I Care“.

 

Raimondo Giustozzi

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