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Cultura. Populismo, sovranismo e neoliberalismo

Fonte internet

Fonte internet

di Alessandro Somma

Negli ultimi anni Carlo Formenti ha confezionato alcuni saggi che affondano il coltello nelle piaghe del dibattito della sinistra: si occupano tra l’altro di sovranismo, per individuare i caratteri di una sua declinazione a sinistra, di populismo, per ridefinire il perimetro di un conflitto sociale capace di interrompere una lunga serie di sconfitte, e ovviamente del modo di essere del capitalismo attuale, anche per verificare la reale portata delle trasformazioni cui rinviano alcune sue declinazioni (in particolare come capitalismo cognitivo)[1]. L’ultimo libro di Formenti riprende tutti questi temi, ma lo fa in modo più leggero: è una raccolta di brevi interventi apparsi su testate online che nel complesso offrono un quadro delle posizioni dell’autore, descritte in modo semplice ma non semplicistico e pertanto utile a riassumere la trama del suo pensiero.

Populismo

Il libro è significativamente intitolato “Oligarchi e plebei”[2], con l’evidente intento di attribuire centralità alla riflessione sul populismo: tipicamente il conflitto tra popolo ed élites, intesi come totalità compatte tendenzialmente non attraversate da conflitti.

Proprio questa caratteristica, ovvero il sostanziale interclassismo, costituisce comprensibilmente il principale ostacolo alla diffusione del populismo come paradigma di cui può servirsi la sinistra. Anche se assistiamo al crescente diffondersi di forze che lo praticano, e che tuttavia non possono essere ascritte nel novero delle formazioni di destra: non si può cioè nascondere che “fra partito unico dell’austerità e populisti non c’è il vuoto” (72). Di qui l’opportunità di interrogarsi, come Formenti ci invita a fare, sul precipitato delle varie esperienze che animano il campo intermedio, da Podemos alle formazioni latinoamericane del giro a la izquierda, passando per la prospettiva coltivata da Jeremy Corbyn e da Bernie Sanders. Per definire il campo teorico per il populismo di sinistra (72), anche tenendo conto dell’ambiguità di fondo della contrapposizione tra popolo ed élite, esaltando la quale si finisce per trascurare le cause profonde della deriva provocata da queste ultime. È però su questo terreno che Formenti coglie la distinzione tra populismo di sinistra e populismo di destra, il primo votato a produrre un “cambio di civiltà” in luogo del mero “cambio di governo”, ovvero ad attivare un “un processo costituente che legittimi nuove istituzioni democratiche e riconquisti la sovranità e l’indipendenza nazionali” (132). Precisazione più che opportuna, perché mette in luce come l’opposizione al progetto neoliberale non appartenga all’orizzonte del populismo di destra, destinato tutt’al più a produrre una sorta di neoliberalismo nazionale, ovvero ad assecondare una più massiccia presenza dei pubblici poteri in quanto condizione storica di sopravvivenza dell’ordine capitalista.

Sovranismo

Il populismo di sinistra mira dunque al superamento dell’ordine capitalista, o almeno la possibilità di un simile esito appartiene al suo orizzonte, che per Formenti costituisce il punto di riferimento dello sforzo volto a egemonizzare il moto trasversale di contestazione dell’establishment (136). Il tutto in coerenza con il proposito di mettere al centro il recupero della sovranità nazionale, ovvero il sovranismo, che a questo punto necessita anch’esso di essere analizzato tenendo conto che si tratta di una teoria e di una pratica riconducibile alle destre, ma anche riportabile al campo politico della sinistra. Tanto più che l’ordine capitalista necessita per il suo funzionamento della mano visibile dello Stato, che dunque non costituisce certo un attore assente dalle scene del cosiddetto libero mercato, bensì un attore la cui ingerenza varia in relazione alle condizioni storiche di esistenza del capitalismo.

Il sovranismo di destra, in linea con le finalità cui mira il neoliberalismo nazionale, punta a potenziare la dimensione nazionale per alimentare il conflitto tra Stati in lotta per la conquista dei mercati internazionali. Per il sovranismo di sinistra il livello nazionale deve invece agire per consentire agli Stati di ingaggiare una lotta contro i mercati internazionali. Il tutto per mettere in discussione l’ordine capitalista, dal momento che la storia ci mostra come il tentativo di puntellare il volto umano di un dispositivo di sfruttamento sia destinato a fallire per effetto della forza attrattiva della sua “normalità”[3]. Ciò peraltro non toglie che in una prima fase si miri innanzi tutto a ripristinare un accettabile equilibrio tra capitalismo e democrazia, nel solco di quanto era avvenuto nel corso dei cosiddetti Trenta gloriosi, quando si sostenevano attivamente le politiche di piena occupazione. Queste ultime presuppongono però misure fiscali e di sostegno alla domanda incompatibili con la libera circolazione dei fattori produttivi, il che porta Formenti a invocare un deciso contrasto della globalizzazione dei mercati e dei flussi finanziari come precondizione innanzi tutto per il ripristino del menzionato equilibrio tra democrazia e capitalismo (70).

Di qui la connotazione del sovranismo di sinistra in quanto volto a “restituire un ruolo strategico allo Stato in materia di politica economica” (129), tuttavia non tanto per alimentare così tensioni imperialistiche, bensì per ripristinare il “controllo democratico sui settori produttivi strategici” (130). Tutto il contrario del sovranismo di destra, cedimento verso “sgangherate idee razziste, xenofobe e sessiste” (35), alimentato da “un immaginario etnico improntato alla endiadi sangue e suolo”, a cui Formenti oppone il recupero della sovranità popolare “come mezzo di inclusione e reintegrazione nello Stato” di chi è stato messo ai margini dal funzionamento dell’ordine neoliberale (148).

Si potrebbe dire che la costruzione europea non costituisce un ostacolo insormontabile alla riattivazione di un ordine del mercato alternativo a quello ispirato all’ortodossia neoliberale. Formalmente i Trattati, oltre a menzionare la stabilità dei prezzi e dunque il controllo dell’inflazione, richiamano anche la piena occupazione come fine dell’azione europea. Peraltro il primo obiettivo è stato imposto come corollario della marcia verso l’Euro scandita dai ritmi riassunti nel Trattato di Maastricht: prima la libera circolazione di tutti i fattori produttivi, e poi politiche monetarie implementate da una tecnocrazia incaricata di condurre unicamente la lotta all’inflazione. Il che ha imposto ai Paesi membri, formalmente ancora titolari della politica economica, di sacrificare l’obiettivo della massima occupazione sull’altare della competizione innescata dalla libera circolazione dei fattori produttivi: in particolare dei capitali, nel cui nome gli Stati devono contendersi gli investitori internazionali affossando i livelli salariali e la pressione fiscale, ovvero rendendo economicamente incompatibile lo sviluppo del compromesso keynesiano[4].

Tutto ciò rende la costruzione europea irriformabile, circostanza evidenziatasi al più tardi con la triste parabola di Syriza (72), e nello stesso tempo fa emergere il senso dei richiami di Formenti alla sovranità popolare, da leggere alla luce del riconoscimento della “nazione in quanto ambito giuridico, economico e politico in cui è possibile far valere i diritti collettivi di un popolo” (148). Non a caso i Trattati europei “escludono a priori qualsiasi riconoscimento della sovranità popolare” (71), la sterilizzano esattamente come il conflitto sociale capace di contrastare la pervasività del progetto neoliberale. Di qui l’utilità di tornare a riflettere sulla questione nazionale, da troppo tempo trascurata dalle sinistre attratte dalle sirene del globalismo e del cosmopolitismo, erroneamente fatto coincidere con l’internazionalismo. E di riconoscere nel sovranismo di sinistra un imprescindibile antidoto contro la spoliticizzazione del mercato, come presupposto per riattivare il conflitto sociale (147).

Capitalismo delle piattaforme

Il populismo e il sovranismo di sinistra offrono il punto di riferimento per elaborare teorie e pratiche di lotta all’ordine economico sorto per rovesciare il compromesso keynesiano e soprattutto per prevenire il suo riproporsi. Un ordine che da questo punto di vista trae particolare giovamento dalla costruzione europea, divenuta un dispositivo destinato a presidiare trasformazioni per molti aspetti esemplificati ed esasperati nel concetto di capitalismo delle piattaforme: descritto dalla propaganda neoliberale come il catalizzatore di un futuro radioso, in lotta contro un passato fatto di privilegi corporativi simboleggiati dal mitico posto fisso (40). Il tutto, precisa Formenti, solo per “disintermediare i rapporti fra clienti ed erogatori di servizi” (59), ovvero per ridurre la relazione di lavoro a relazione di mercato qualsiasi: incapace di far sorgere obbligazioni ulteriori rispetto alla corresponsione del prezzo per un’attività umana fornita a comando.

Il lavoro ai tempi del capitalismo delle piattaforme è un lavoro povero e sfruttato, indispensabile a rendere possibile il consumo low cost, il solo possibile in un regime di lavoro povero e sfruttato: “un infernale intreccio fra salari da fame, tempi di lavoro massacranti e spaccio di prodotti scadenti (40). È persino un lavoro gratuito, come quello compiuto dal consumatore per ottenere prezzi di consumi al ribasso (103), che però alimentano salari al ribasso, o come quello assicurato in vista di un’occupazione precaria (57). Soprattutto è un lavoro che la tecnologia consente di sottoporre a un rigido e penetrante sistema di controlli: Formenti ricorre nel merito ai concetti di taylorismo digitale e di potere degli algoritmi (49 e 109), che invade ogni sfera della vita lavorativa stabilendo chi, quando e se lavora, tanto da assumere le sembianze di un vero e proprio caporalato digitale.

Il tutto mentre si moltiplicano gli attacchi al diritto di sciopero (62 s.), da condannare in quanto forma di politicizzazione del mercato, e si smantella il welfare universale da rimpiazzare in prospettiva con il welfare aziendale: mera concessione paternalistica (55) assicurata a coloro i quali rinunciano alla lotta politica. Welfare universalistico insidiato anche dal workfare (14), ovvero dallo Stato sociale attivatore cui affidare il compito di incrementare la platea degli occupabili e dunque contribuire all’abbassamento dei livelli salariali. Consolidando anche per tale via l’abbandono della prospettiva della piena occupazione, e a monte la possibilità di attivare il conflitto sociale attorno al tema antico dell’orario di lavoro.

Capitalismo (bio-)cognitivo

Il quadro disegnato da Formenti è davvero distante da quello prefigurato da chi teorizza che l’economia della conoscenza contiene in sé i germi della fine del capitalismo (103), o almeno della sua democratizzazione (87). E in effetti la realtà si è mostrata con un volto ben diverso da quello che emerge dalla caricatura propostaci dai teorici del capitalismo cognitivo: è il volto dello sfruttamento estremo dei lavoratori della conoscenza da parte di colossi monopolistici (48), che se ne sono oltretutto serviti per edificare prima e consolidare poi le infrastrutture del globalismo neoliberale (88). Il tutto, chiosa Formenti, con la complicità dello Stato neoliberale, che ha potuto sviluppare e rendere sempre più sofisticato il proprio apparato di controllo sui cittadini (99), assicurando in cambio alle multinazionali dell’economia digitale regimi fiscali di favore e la tutela della proprietà intellettuale (98).

È questa la parte forse più polemica del volume, che affronta di petto le tesi postoperaiste, ritenendole viziate innanzi tutto perché pretendono di identificare in un soggetto ben preciso (il cognitariato) l’avanguardia incaricata di alimentare l’antagonismo di classe. E poi perché trascurano che le innovazioni tecnologiche non sono neutrali, e dunque “non sfuggono alla sovradeterminazione da parte del dominio capitalistico sulle classi subordinate” (141 ss.).

 

La prospettiva di Formenti è necessariamente diversa e in fin dei conti coerente con l’attenzione per le prospettive populista e sovranista. Ciò non toglie che anche queste prospettive ben possano trarre giovamento dalle analisi sul capitalismo cognitivo, o meglio bio-cognitivo, in cui si mette in luce la porosità della distinzione tra tempi di lavoro e tempi di vita, e soprattutto si identificano le modalità attraverso cui la vita viene complessivamente messa a valore[5]. Il tutto utile se non altro per mettere a fuoco le molte facce del neoliberalismo e con ciò le strategie per contrastarlo attraverso la costruzione del popolo e il ripristino della volontà popolare.

Viene dai teorici del capitalismo cognitivo anche lo studio del cosiddetto mutualismo conflittuale, ovvero di quelle pratiche mutualistiche pensate per edificare reti di solidarietà tra sfruttati, senza però riprodurre i vizi del solidarismo caritatevole e paternalista o dei modelli ricavati dal principio di sussidiarietà. E il mutualismo ben si presta a combinarsi con la proposta populista, almeno nella ricerca del modo di ripristinare i legami sociali a partire dai quali ricostruire una nuova coscienza di classe. Non è detto che sia una ricerca destinata a essere coronata dal successo, ma le forze in campo non sono certo imponenti, e inducono a essere prudenti nel precludersi la possibilità di fare almeno un pezzo di strada insieme.

NOTE

[1] Soprattutto Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, Milano, Egea, 2011; Utopie letali. Capitalismo senza democrazia, Milano, Jaca Book, 2014 e La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo, Roma, DeriveApoprodi, 2016.

 

[2] Oligarchi e plebei. Diario di un conflitto globale, Milano e Udine, Mimesis, 2018. I numeri riportati nel testo fra parentesi si riferiscono alle pagine di questo saggio.

 

[3] A. Maddison, La natura e il funzionamento del capitalismo europeo, in Moneta e Credito, 1988, p. 72 ss.

 

[4] Ad es. A. Somma, Maastricht, l’Europa della moneta e la cultura ordoliberale: storia di una regressione politica, in A. Barba et al., Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa, Roma, DeriveApprodi, 2016, p. 57 ss.

 

[5] A. Fumagalli, Economia politica del comune. Sfruttamento e sussunzione nel capitalismo bio-cognitivo, Roma, DeriveApprodi, 2018.

da MicroMega

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