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“Il giardino dei Finzi Contini”

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“Il giardino dei Finzi Contini” (1962), Giorgio Bassani

Prologo

L’inizio del romanzo è ambientato nel 1957 presso la necropoli etrusca di Cerveteri, vicino a Roma, dove il protagonista – narratore interno – si trova in gita assieme ad un gruppo di amici. Il suo pensiero, osservando le tombe etrusche, corre, per associazione d’idee, al cimitero ebraico di Ferrara in via Montebello e, più precisamente, alla tomba monumentale dei Finzi-Contini, che si trova in una parte abbastanza remota ma comunque visibile, riportandogli così alla memoria il tragico destino che ha travolto i membri di questa famiglia, oramai dimenticata. Infatti, solo Alberto, che egli conosceva, giace nel loculo.

I

I Finzi-Contini sono una famiglia ricchissima appartenente all’alta borghesia, che vive nella fiorente comunità israelitica di Ferrara: possiedono una grande villa, con un enorme giardino e un campo da tennis, circondato da muraglioni e cancelli. E’ composta dal professor Ermanno, sua moglie Olga, i figli Alberto e Micòl (il primogenito, Guido, muore all’età di sei anni in seguito ad un attacco di paralisi infantile) e l’anziana nonna Regina Herrera, mamma di Olga; la famiglia ha alle sue dipendenze molti domestici che lavorano nel loro grande giardino, tra cui il vecchio e fedele contadino veneto Perotti, che è il tuttofare della casa.

Da bambino, il protagonista – anche lui ebreo ma appartenente alla media borghesia – riesce a frequentare poco i due giovani Finzi-Contini, Alberto e Micòl, pressoché suoi coetanei, a causa dell’atteggiamento iperprotettivo da parte dei loro genitori, vivendo in una sorta d’isolamento sociale, ad esempio i due non frequentavano la scuola pubblica ma studiavano in casa, perché “la mamma ha sempre avuto l’ossessione dei microbi. Diceva che le scuole sono fatte apposta per spargere le malattie più orrende. Dopo la disgrazia di Guido, si può dire che non abbia più messo il naso fuori di casa”. Le poche occasioni d’incontro sono le festività ebraiche e le riunioni al Tempio, ovvero la sinagoga. Nel giugno 1929, tuttavia, avverrà un primo significativo incontro tra il protagonista e Micòl. In occasione dell’uscita dei tabelloni delle promozioni (l’io narrante frequenta il ginnasio, il protagonista scopre di essere stato rimandato in matematica; disperato, scappa e inizia a vagabondare per la città, finendo per giungere sfinito davanti al muro di cinta che delimita il giardino dei Finzi-Contini. Qui incontra Micòl, ormai tredicenne, che riesce a consolarlo e lo invita a scavalcare il muro per entrare nel giardino. Per la prima volta, il protagonista sente di provare per la giovinetta un sentimento più forte dell’amicizia e sogna, e allo stesso tempo dispera, di riuscire a darle un bacio, poi la ragazza è richiamata da Perotti e l’occasione sfuma.

II

A questo punto la narrazione fa un salto temporale in avanti di una decina d’anni, ovvero al 1938, anno dell’emanazione delle leggi razziali e della conseguente discriminazione degli ebrei. A causa di queste, il protagonista è allontanato dalla biblioteca pubblica, dove si era recato per studiare e cacciato dal club cittadino di tennis che era solito frequentare, l’Eleonora d’Este. Ma viene subito accolto nel campo da tennis della «magna domus»– così chiamata dai membri di casa Finzi-Contini Alberto e Micòl, i quali invitano a giocare un gruppo di ragazzi, per lo più ebrei e loro coetanei. Frequenta il gruppo anche Giampiero Malnate, amico milanese per il quale Alberto prova una grande ammirazione (a tratti equivoca), che lavora come chimico in una fabbrica della zona industriale di Ferrara. Tutti questi ragazzi passano stupendi pomeriggi nell’atmosfera incantata e idilliaca del giardino, disputando lunghe partite a tennis e dilettati dalla signorile ospitalità dei padroni di casa.

Durante queste divertenti giornate, il protagonista e la giovane Micòl hanno l’occasione di passare molto tempo assieme, spesso dimenticandosi persino della partita a tennis; fanno lunghe escursioni in giardino, parlano e rafforzano sempre più la loro intesa, ma la timidezza e il timore di un rifiuto della ragazza fanno sfumare l’ennesima occasione che il protagonista ha per dichiarare apertamente il suo amore, quella in cui i due si trovano chiusi in una vecchia carrozza all’interno della rimessa.

III

Il rimorso per il mancato coraggio dimostrato in quell’occasione viene subito aggravato dalla decisione fulminea di Micòl di andare a Venezia per completare la tesi e laurearsi. Atterrito dall’improvvisa partenza dell’amata, avvenuta il giorno dopo l’episodio della carrozza, il protagonista continua però a frequentare casa Finzi-Contini: da una parte per completare anche lui la tesi di laurea, il professore Ermanno gli aveva messo a disposizione l’intera biblioteca e dall’altra per non perdere il contatto con Micòl, anche solo attraverso gli oggetti e i luoghi da lei frequentati in quella casa. Durante questo periodo il protagonista approfondisce la sua conoscenza con «il» Malnate, partecipando attivamente ai salotti organizzati in casa da Alberto.

In occasione della Pesach, la Pasqua ebraica, Micòl torna a casa e, subito avvertito da Alberto di «una grande sorpresa», il protagonista abbandona la cena di famiglia per raggiungere casa Finzi-Contini. Micòl con la consueta familiarità lo accoglie all’ingresso: egli prende coraggio e si precipita ad abbracciarla e, travolto dalla gioia, finalmente la bacia sulle labbra. Micòl però lo respinge, ma senza colpevolizzarlo.

IV

Il protagonista capisce di avere incrinato il suo rapporto con Micòl, che da questo momento assume nei suoi confronti un atteggiamento del tutto freddo e distaccato. Tuttavia egli non rinuncia al suo amore e perciò continua a frequentare il giardino e la compagnia, tormentando Micòl con continui tentativi di toccarla, tenerla tra le braccia e baciarla, dando vita a quelle che lei chiama “scene coniugali, cercando persino di indurla a concedersi, ma Micòl lo respinge ancora e, a questo punto, gli chiarisce il motivo del suo comportamento, lo stesso che tempo prima l’aveva indotta a fuggire a Venezia senza dirgli nulla. Gli spiega che il giorno in cui erano rimasti chiusi nella carrozza aveva capito che il loro rapporto di amicizia si stava trasformando in qualcos’altro, e che questo l’aveva spaventata tanto da indurla a scappare, sperando che la situazione si fosse risolta da sé e tutto fosse tornato come prima. Gli spiega anche che, malgrado lei da bambina avesse avuto una cotta, uno “striscio” per lui, tra di loro non sarebbe potuto esserci altro che amicizia poiché sono due persone molto simili, quasi come fratello e sorella, “stupidamente onesti entrambi, uguali in tutto e per tutto come due gocce d’acqua” ed entrambi con il “vizio” di vagheggiare il passato. Il protagonista non vuole però credere alla verità appena udita, e anzi preferisce darsi una spiegazione più facile da accettare: l’esistenza di un altro uomo. Glielo dice francamente e Micòl reagisce pregandolo di diradare le sue visite fino a non presentarsi più. Questo segna la rottura definitiva del loro rapporto.

Lontano da casa Finzi-Contini, il protagonista inizia a frequentare Giampiero Malnate, diventando suo amico, nonostante i due, durante i salotti da Alberto, si dimostrino acerrimi rivali, almeno in materia politica. Durante uno dei loro incontri, Malnate lo porta in un postribolo e questo segna il culmine del processo di degradazione in cui il protagonista è sprofondato dopo la rottura del rapporto con Micòl. Rientrato a casa, il protagonista ha una conversazione franca con il padre, al quale spiega tutto, compreso il tormentato rapporto con Micòl. L’anziano genitore, dimostrandosi innanzitutto amorevole e comprensivo, gli consiglia di porre fine a ogni legame con i Finzi-Contini, troppo diversi da lui, e anche con Malnate, spingendolo invece a pensare al suo futuro. Nonostante la ferma decisione di non recarsi più dai Finzi-Contini e di tornare a dedicarsi ai suoi doveri e alla sua vocazione di letterato e scrittore, il protagonista, durante uno dei suoi vagabondaggi notturni, si ritrova inconsciamente davanti al muro di cinta della magna domus, quasi a rievocare l’episodio di dieci anni prima, quando una giovanissima Micòl a cavalcioni del muro lo invitava ad arrampicarsi per entrare nel giardino. A differenza di allora, questa volta decide di scavalcare per fare un’ultima visita al luogo. Qui è pervaso da uno strano senso di pace e, arrivato di fronte alla rimessa, viene subito colpito dalla convinzione che Micòl ricevesse di notte, in segreto, Malnate, spiegando così di fatto la presenza di una scala appoggiata al muro di cinta, come per agevolarne la salita, il suo improvviso atteggiamento confidenziale e complice nei confronti del milanese e l’altrettanto repentino atteggiamento ostile di Alberto, lui che lo aveva sempre ammirato, ma finisce per accettare questo pensiero con distacco, quasi con serenità: “che bel romanzo sogghignai, crollando il capo come davanti a un bambino incorreggibile. E date le spalle alla Hütte, mi allontanai fra le piante della parte opposta”.

Epilogo

Il romanzo si chiude con l’amaro ricordo della seconda guerra  mondiale. Alberto, già da tempo malato di linfogranuloma maligno, morirà nel 1942 e sarà l’unico a riposare nella tomba di famiglia voluta dall’antenato Moisè Finzi-Contini. Giampiero Malnate, arruolatosi nel 1941 nel corpo di spedizione italiano (CSIR), inviato in Russia, non tornerà mai più. L’intera famiglia Finzi-Contini sarà catturata nell’autunno del 1943 dai repubblichini e, dopo un breve periodo trascorso nel carcere ferrarese di via Piangipane, deportata nei campi di concentramento, prima di Fossoli (Carpi), poi della Germania, è destinata a morire nei lager nazisti.

Notizia sull’autore

Giorgio Bassani nacque a Bologna nel 1916 e morì a Roma nel 2000. Di famiglia appartenente alla borghesia ebraica ferrarese, trascorse a Ferrara l’infanzia e l’adolescenza, per poi iscriversi all’Università di Bologna, dove riuscì a laurearsi, nonostante le leggi razziali, nel 1939. Militante antifascista, nel 1943 fu arrestato, ma ottenne la libertà alla caduta del regime. Dal dopoguerra in poi si dedicò a tempo pieno all’attività letteraria e editoriale. Trasferitosi a Roma, ricoprì la cattedra di Storia del teatro presso l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica, e altri incarichi: vicepresidente della Rai, presidente dell’associazione per la tutela del patrimonio artistico “Italia Nostra”. La sua opera di scrittore comprende racconti di ambiente ferrarese: Una città di pianura (1943), La passeggiata prima di cena (1953), Gli ultimi anni di Clelia Trotti (1955), Gli occhiali d’oro (1958). Il primo, e più famoso, romanzo di Bassani è Il giardino dei Finzi-Contini (1962), storia di un amore mancato sullo sfondo plumbeo degli anni ultimi anni del fascismo (quelli delle leggi razziali) e della guerra incombente. Seguirono altri romanzi, Dietro la porta (1964) e L’airone (1968).

Personaggi del romanzo

  • Il narratore. Tutte le vicende del romanzo sono riportate tramite lo sguardo e la voce in prima persona dell’io narrante, allo stesso tempo regista e personaggio del romanzo. Il narratore non fornisce alcuna informazione sulla propria identità, benché si tenda ad identificarlo con lo stesso Giorgio Bassani, se non che è un ebreo della media borghesia, appartenente alla comunità israelitica ferrarese della fine degli anni trenta. Riesce a scampare agli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Intelligente, timido e a tratti introverso, fin da bambino prova una segreta ammirazione verso la famiglia dei Finzi-Contini e attrazione per la bella Micòl.
  • Micòl. E’ una giovane molto bella e intelligente; le piace parlare molto, inventando addirittura un linguaggio familiare, il finzi-continico, che condivide specialmente col fratello. Nasce nel 1916. Ama la letteratura, soprattutto di Emily Dickinson, su cui basa la sua tesi di laurea. Ha un carattere molto energico e pragmatico, tanto che l’organizzazione domestica è affidata a lei. Adora i làttimi, piccoli soprammobili di vetro, di Murano, che colleziona in camera sua. Nutre un forte amore verso il passato, “il dolce e pio passato”, mentre prova avversione per il futuro, quasi come una premonizione della tragica fine che toccherà a lei e alla sua famiglia.
  • Alberto. E’ il fratello maggiore di Micòl. Nasce nel 1915. Laureando in ingegneria, senza però mai riuscire a laurearsi, è un esteta che prova una grande ammirazione, a volte ambigua, verso Giampiero Malnate. Si ammala di linfogranuloma maligno e muore nel 1942, un anno prima della deportazione dell’intera famiglia nei lager tedeschi.
  • Giampiero Malnate. E’ coetaneo dei protagonisti, proviene da Milano, vive da due anni a Ferrara, dove lavora come chimico in uno stabilimento della Montecatini, in attesa di essere trasferito nella sede di Milano. È intimo amico di Alberto, che conosce fin dai tempi in cui frequentavano assieme l’università a Milano. Ha una forte personalità ed è un fervido comunista. Spesso si accendono violente discussioni in materia politica tra lui e il protagonista, di opinioni politiche più moderate, ma del quale diventa un sincero amico. Il padre, avvocato, aveva fatto con Turati e Anna Kulisciov un anno di prigione per i tumulti di Milano del 1898, dove il generale Bava Beccaris aveva avuto il coraggio di ordinare ai soldati di sparare sulla folla inerme, che protestava solo contro il rincaro del pane. Nel 1941 è arruolato nel CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia), senza fare mai ritorno.
  • Professor Ermanno. E’ il padre di Micòl e Alberto. Nutre una grande stima nei confronti dell’intellettuale e intelligente protagonista, al punto da aprirgli le porte della sua casa e della sua biblioteca privata. Criticato dai suoi concittadini come ricercato e altezzoso, si dimostra in realtà capace di profonda umanità e solidarietà, dimostrando anche un coraggioso atteggiamento sprezzante nei confronti dei compromessi col regime fascista.
  • Guido FinziContini (1908 – 1914). E’ l’altro figlio di Ermanno Finzi- Contini ed Olga Herrera, morto all’età di sei anni, per una paralisi infantile, secondo la diagnosi fatta dal medico Elia Corcos, un amico di famiglia.
  • Josette Artom, figlia dei baroni Artom di Treviso è la moglie dell’ing. Menotti, mamma del prof. Ermanno e nonna di Alberto e Micòl. “Era scesa a Ferrara con una gran dote, consistente in una villa nel trevigiano, affrescata dal Tiepolo, d’un ricco assegno, e di gioielli, di molti gioielli” (pag. 26). Aveva avuto un’ammirazione viscerale per i Savoia e per il generale Bava Beccaris, ammiratrice fanatica della Germania di Bismarck. “Non sa nascondere la propria avversione all’ambiente ebraico ferrarese, per lei troppo ristretto, come diceva, nonché in sostanza, quantunque la cosa fosse parecchio grottesca, il proprio fondamentale antisemitismo” (pag. 25)
  • Ing. Menotti. E’ l’unico figlio di Moisè Finzi- Contini e di Allegrina Camaioli. E’ il marito di Josette Artom. E’ succube della moglie. Nell’ambiente ferrarese era chiamato “al matt mugnàga”, il matto albicocca per un suo eccentrico cappottino foderato di martora” (pag. 25). E’ il nonno di Micòl e Alberto ed il papà del prof. Ermanno Finzi- Contini
  • Moisè Finzi- Contini è il fondatore della dinastia ferrarese, bisnonno di Alberto e Micòl. “Grande proprietario terriero, riformatore dell’agricoltura ferrarese”, come si leggeva nella lapide che la Comunità Ebraica aveva messo nella lapide incastonata lungo le scale del Tempio, la Sinagoga Italiana di Via Mazzini. Disponendo di vasti capitali, aveva fatto costruire una tomba sibi et suis nel cimitero ebraico di Ferrara, non badando a spese: “Marmo candido di Carrara, rosa- carne di Verona, grigio maculato di nero, marmo giallo, marmo blu, marmo verdino” (pag. 20). Tanta ricchezza era stata accumulata nel tempo con parsimonia. Prima di trasferirsi nella nuova casa al Barchetto del Duca, “era vissuto nel ghetto, al numero civico 24 di via Vignatagliata, era lui stesso che tutte le mattine andava a fare la spesa in piazza delle Erbe con  la sua brava sporta sotto il braccio” (pag. 26). “Tempra austera di lavoratore indefesso”, come scritto nella lapide della tomba fatta costruire da lui stesso al cimitero ebraico,  scompare nel ’63.
  • Allegrina Camaioli. E’ la moglie di Moisè Finzi- Contini, “angelo della casa” come si legge nella lapide della tomba di famiglia, muore nel ’73.
  • Perotti. E’ il contadino veneto ai servizi di Ermanno Finzi- Contini. Lavora nei terreni del padrone, è cocchiere, chauffeur. Il prof. Ermanno Finzi- Contini possiede una carrozza blu e una lunga Dilambda grigia. La Dilambda è un’automobile prodotta dalla casa torinese Lancia dal 1928 al 1935, ma anche con versioni successive berlina e torpedo. In più. Perotti è portinaio, custode, giardiniere, vivandiere.
  • Dirce e Gina Perotti. Sono le figlie. Anche loro sono a servizio dei Finzi- Contini. Cameriere la prima, cuoca la seconda.
  • Titta e Bepi. Sono i figli maschi di Perotti, anche loro a servizio del prof. Ermanno Finzi- Contini. Il primo sui trent’anni, il secondo sui diciotto. Badano al parco, nel ruolo di giardinieri e ortolani, ma anche lavoratori nelle terre del padrone.
  • Vittorina. E’ la moglie del Perotti: “Una scialba arzdora (vergara) di età indefinibile, triste, magra, allampanata” (pag.113). I Perotti “abitano in una vera e propria casa colonica, con annesso fienile e stalla, a mezza strada fra la casa padronale e la zona dei frutteti sovrastata dalla Mura degli Angeli… Italia è la sposa del figlio maggiore Titta, una trentenne di Codigoro grassa e robusta, con occhi d’un celeste acquoso e capelli rossi”(pag. 113).
  • Giulio (medico) e Federico (ingegnere alle FF.SS.) sono i fratelli di Olga Herrera, gli zii di Alberto e Micol. Federico perde il lavoro alle Ferrovie dello Stato dopo la promulgazione delle leggi razziali (1938). Vivono a Venezia. Abitano in Calle del Cristo, vicini a San Moisè. Hanno alle loro dipendenze la governante signorina Blumenfeld, di origine ebraica anche lei, “sessantenne di Francoforte sul Meno, in Italia da oltre trent’anni: un vero impiastro”, la definisce Micol. Tengono molto alle tradizioni di famiglia. Si ritrovano spesso a Ferrara per le festività ebraiche, ospiti della sorella Olga.
  • Bruno Lattes (studente universitario in Lettere presso l’Università di Bologna), Adriana Trentini, Carletto Sani, Tonino Collevati, Desireé Baggioli, Claudio Montemezzo sono gli amici del tennis che vanno a giocare presso il campo del giardino dei Finzi- Contini, perché cacciati dalla Circolo Pubblico di tennis “Eleonora d’Este” di Ferrara, per le leggi razziali
  • Gino Cariani. E’ il segretario del G. U. F (Gruppi universitari fascisti) di Ferrara, “una mezza cartuccia, con petto da tisico e ossa da cardellino, il cui unico pensiero, dal primo momento che aveva fatto il suo ingresso nel G.U.F., era stato quello di prepararsi una carriera, e per questo non trascurava occasione, in pubblico e in privato, di leccare i piedi al federale. Si gonfiava tutto, bestemmiava, sfoggiava parolacce più grosse di lui, ma non appena il console Bolognesi, o Sciagura, o qualche altro gerarca del gruppo, gli davano sulla voce, eccolo mettere la coda tra le gambe, capace, magari, pur di farsi perdonare e di tornare in grazia, dei servizi più umili: come di correre dal tabaccaio che sta sotto i portici del Teatro Comunale a comperare il pacchetto di Giubek per il Federale” (pag. 85). Il marchese Barbicinti è il presidente del “Circolo pubblico tennis Eleonora d’Este”. “Un signore distinto, senza dubbio, ma piuttosto a terra in fatto di autonomia di carburante, e tutt’altro che un eroe” (pag. 85).
  • Poledrelli. E’ l’inserviente alla biblioteca pubblica di Ferrara di cui è il direttore, il dott. Ballola. E’ proprio Poledrelli che caccia in malo modo il protagonista (io narrante) dalla biblioteca perché ebreo, in ottemperanza alle leggi razziali.
  • Ernesto, fratello del protagonista, è costretto a emigrare in Francia, a Grenoble, al Politecnico, in Italia gli è vietata l’Università perché di origine ebraica. Fanny. E’ la sorella del protagonista, costretta a proseguire gli studi ginnasiali presso la scuola israelitica di via Vignatagliata a Ferrara.
  • Prof. Meldolesi. E’ l’insegnante di Italiano, Latino, Greco, Storia e Geografia in quarta ginnasio. Laureato in Lettere all’Università di Bologna aveva fatto in tempo ad “assistere alle ultime lezioni di Giosue Carducci”
  • La prof.ssa Fabiani è l’insegnante di Matematica al Ginnasio.

Il campo da tennis nel parco della villa Finzi- Contini

Il protagonista, anche lui d’origini ebraiche, è di una famiglia più modesta di quella dei Finzi- Contini. Il Circolo pubblico “Eleonora d’Este” ha chiuso i battenti agli ebrei per le leggi razziali. Invitato a giocare a tennis nel campo della nobile famiglia, incontra sul portone un piccolo gruppo di tennisti: “Erano quattro ragazzi e una ragazza, anch’essi in bicicletta; frequentatori abituali del Circolo Eleonora d’Este, come mi resi conto immediatamente. Tutti, a differenza di me, erano già in perfetta tenuta di gioco. Indossavano sgargianti pullover, pantaloncini corti: soltanto uno, un tipo con la pipa, più anziano degli altri, sui venticinque, e che non conoscevo neanche di vista, portava calzoni lunghi di lino bianco e una giacca di fustagno marrone” (Cfr. Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi – Contini, pag. 80, Einaudi, Torino 1999). Anche in quest’occasione non manca la presenza del Perotti: giardiniere, cocchiere, chauffeur, portinaio. “Si era presentato in giacchetta di rigatino e guanti di filo bianco: nuovi di zecca, questi, inaugurati magari per l’occasione?” (pag. 86).

Di tanto in tanto i giovani tennisti hanno l’occasione di incontrare al campo i padroni di casa: “Una sera, tuttavia, contro ogni aspettativa, furono il professor Ermanno e la signora Olga in persona a comparire. Avevano l’aria di esser passati dal tennis per caso, di ritorno da una lunga passeggiata nel parco. Si tenevano a braccetto. Lui più piccolo della moglie, e più curvo, molto, di quanto non fosse dieci anni avanti, all’epoca dei nostri sussurrati colloqui alla sinagoga italiana da un banco all’altro, indossava uno dei suoi soliti leggeri abiti di tela chiara, con un panama dal nastro nero calato sulle spesse lenti del pince- nez, e appoggiandosi, per camminare, a una canna di bambù. Lei, la signora, tutta in nero, recava in braccio un grosso mazzo di crisantemi colti evidentemente in qualche remota parte del giardino, nel corso della passeggiata. Li teneva stretti al petto di traverso, cingendoli col braccio destro in atto teneramente possessivo, quasi materno. Quantunque ancora dritta, alta più del marito di tutta la testa, anch’essa appariva molto invecchiata. I capelli le erano diventati completamente grigi: d’un grigio brutto, tetro. Sotto la fonte ossuta e sporgente, gli occhi neri, nerissimi, brillavano tuttavia dell’ardore fanatico e patito di sempre. Chi di noi sedeva attorno all’ombrellone si alzò, chi giocava smise. Comodi, comodi,  fece il professore, con la sua gentile voce musicale. Non disturbatevi, prego. Continuate pure a giocare. Non fu ubbidito, naturalmente. Micòl e Alberto provvidero subito a presentarci: soprattutto Micòl. Oltre a dire nomi e cognomi, essa indugiava a illustrare ciò che di ognuno supponeva dovesse destare l’interesse del padre: studi e occupazioni, in primo luogo” (pag. 97).

I campi da tennis dei Finzi- Contini sono situati su un lato dell’immenso parco che circonda la dimora di famiglia, la “magna domus” com’è definita da Micòl e da Alberto. “Il giardino era grande, un dieci ettari, e i viali, tra maggiori e minori, sviluppavano nel loro complesso una mezza dozzina di chilometri” (pag. 108). All’interno di questo parco era indispensabile muoversi con la bicicletta, che per un ferrarese è il mezzo più comodo per spostarsi, dal momento che la città di Ferrara si distribuisce tutta in pianura. “Il giardino, o per essere più precisi, il parco sterminato che circondava la casa Finzi- Contini prima della guerra, e spaziava per quasi dieci ettari fin sotto la Mura degli Angeli, da una parte, e fino alla Barriera di Porta San Benedetta , dall’altra… oggi non esiste più. Tutti gli alberi di grosso fusto, tigli, olmi, faggi, pioppi, platani, ippocastani, pini, abeti, larici, cedri del Libano, cipressi, querce, lecci e perfino palme ed eucalipti, fatti piantare a centinaia da Josette Artom, durante gli ultimi due anni di guerra sono stati abbattuti per ricavarne legna da ardere” (pag.22).

Il gioco ai campi di tennis si protrae fin nell’autunno inoltrato: “Fummo davvero molto fortunati, con la stagione. Per dieci o dodici giorni il tempo si mantenne perfetto, fermo in quella specie di magica sospensione, di immobilità dolcemente vitrea e luminosa che è particolare di certi nostri autunni. Nel giardino faceva caldo: appena meno che se si fosse d’estate. Chi ne aveva voglia poteva tirare avanti col tennis fino alle cinque e mezzo e oltre, senza timore che l’umidità della sera, verso novembre già così forte, danneggiasse le corde delle racchette. A quell’ora, naturalmente, sul campo non ci si vedeva quasi più. Però la luce che continuava a dorare laggiù in fondo i declivi erbosi della Mura degli Angeli, pieni, specie la domenica, in una quieta folla multi-colore (ragazzi che correvano dietro al pallone, balie sedute a sferruzzare accanto alle carrozzine, militari in libera uscita, coppie di innamorati alla ricerca di posti dove abbracciarsi), quest’ultima luce invitava a insistere in palleggi non importa se ormai pressoché ciechi. Il giorno non era finito, valeva la pena di giocare ancora un poco” ( pag. 88).

 

Nella sinagoga italiana di via Mazzini

 

Ai tempi della storia raccontata dal protagonista, a Ferrara esistevano due sinagoghe, quella italiana e quella spagnola che Ermanno Finzi- Contini aveva chiesto alla Comunità di voler restaurare a proprie spese. Il protagonista, assieme alla propria famiglia, si incontra con quella di Alberto e di Micòl in occasione della Pasqua e del Kippur celebrate nella sinagoga: “E poiché i nostri banchi erano vicini, prossimi laggiù in fon­do al recinto semicircolare delimitato torno torno da una rin­ghiera marmorea al centro del quale sorgeva la tevà, o leggio, del­l’officiante, e tutti e due in ottima vista del monumentale armadio di nero legno scolpito che custodiva i rotoli della Leg­ge, i cosiddetti sefarìm, valicavamo insieme anche il sonoro pa­vimento a losanghe bianche e rosa della grande sala. Madri, mo­gli, nonne, zie, sorelle, eccetera, si erano separate da noi uomini nel vestibolo. Sparite in fila indiana dentro un piccolo uscio a muro che metteva in uno stambugio, di qui, approfittando di una scaletta a chiocciola, erano salite ancora più su, nel matro­neo, e fra poco le avremmo riviste occhieggiare dall’alto della loro stia, posta appena sotto il soffitto, attraverso i fori delle gra­te. Ma anche così, ridotti ai soli maschi – vale a dire io, mio fratello Ernesto, mio padre, il professor Ermanno, Alberto, non­ché, a volte, i due fratelli celibi della signora Olga, l’ingegnere e il dottor Herrera, calati da Venezia per l’occasione – anche così facevamo gruppo abbastanza numeroso. Significativo e impor­tante, comunque: tanto è vero che mai, in qualsiasi momento della funzione fossimo apparsi sulla soglia, ci era dato raggiun­gere la meta senza suscitare in giro la curiosità più viva. Per parte mia, attratto dalla diversità nella stessa misura in cui mio padre ne era respinto, stavo sempre attentissimo a qualun­que gesto o bisbiglio venisse dal banco posteriore. Non ero mai quieto un momento. Sia che chiacchierassi sottovoce con Al­berto, il quale aveva due anni più di me, è vero, però doveva an­cora «entrare di mignàn», e nondimeno si affrettava subito, ap­pena arrivato, ad avvolgersi nel grande talèd di lana bianca a strisce nere che era appartenuto un tempo al «nonno Moisè»; sia che il professor Ermanno, sorridendomi gentilmente attra­verso le grosse lenti, mi invitasse con un cenno del dito a osser­vare le incisioni in rame che illustravano un’antica Bibbia da lui estratta apposta per me dal cassetto; sia che, affascinato, ascol­tassi a bocca aperta i fratelli della signora Olga, l’ingegnere delle ferrovie e il tisiologo, parlottare fra loro mezzo in veneto e mezzo in spagnolo. In fila nel loro stallo, i due Finzi-Contini e i due Herrera erano lì, a poco più di un metro di distanza, ep­pure lontanissimi, inattingibili: come se li proteggesse tutt’at­torno una parete di cristallo. Fra loro non si assomigliavano. Alti, magri, calvi, con le lunghe facce pallide ombrate di barba, vestiti sempre o di blu o di nero, e abituati inoltre a mettere nella loro devozione una intensità, un ardore fanatico di cui il cognato e il nipote, bastava guardarli, non sarebbero mai stati capaci, i pa­renti veneziani sembravano appartenere a una civiltà completa­mente estranea ai golf e ai calzettoni color tabacco di Alberto, alle lane inglesi e alle tele gialline, da studioso e da nobile di cam­pagna, del professor Ermanno. E tuttavia, pur così diversi come erano, io li sentivo fra loro profondamente solidali. Che cosa c’e­ra di comune – parevano dirsi tutti e quattro – fra loro e la pla­tea distratta, bisbigliante, italiana, che anche al Tempio, dinan­zi all’Arca spalancata del Signore, continuava a occuparsi di tutte le meschinità della vita associata, dì affari, di politica, perfino di sport, ma non mai dell’anima e di Dio? Io ero un ragazzetto, al­lora: fra i dieci e i dodici anni. Un’intuizione confusa, certo, ma sostanzialmente esatta, si accompagnava in me al dispetto e all’umiliazione altrettanto confusi però cocenti, di far parte della platea, della gente volgare da tenere alla larga. E mio padre? Di fronte alla parete di vetro di là dalla quale i Finzi-Contini e gli Herrera, gentili sempre ma distanti, continuavano in fondo a ignorarlo, si comportava in maniera opposta alla mia. Invece di tentare degli approcci, lo vedevo esagerare per reazione – lui laureato in medicina e libero pensatore, lui volontario di guer­ra, lui fascista con tessera del ’19, lui appassionato di sport, lui ebreo moderno, insomma la propria sana insofferenza da­vanti a qualsiasi troppo pedissequa o smaccata esibizione di fede Jevarehehà Adonài veishmerèha (Sia benedetto e onorato il Signore), attaccava solennemen­te il rabbino, curvo, quasi prostrato, sulla tevà, dopo essersi ri­coperto la torreggiante berretta bianca col talèd. “Su, ragazzi, faceva allora mio padre allegro e sbrigativo, schioccando le dita. Venite qua sotto! Vero è che anche in quella circostanza l’evasione era sempre possibile. Il papà aveva un bel pigiare le dure mani sportive sul­le nostre collottole, sulla mia in particolare. Sebbene vasto come una tovaglia, il talèd del nonno Raffaello, del quale si serviva, era troppo liso e bucherellato per garantirgli la clausura ermeti­ca dei suoi sogni. E, infatti, attraverso i buchi e gli strappi pro­dotti dagli anni nella tela fragile, che odorava di vecchio e di rinchiuso, non era difficile, almeno a me, osservare il professor Ermanno mentre lì accanto, le mani imposte sui bruni capelli di Alberto e su quelli fini, biondi, leggeri di Micòl, scesa a pre­cipizio dal matroneo, pronunciava anche lui una dopo l’altra, te­nendo dietro al dottor Levi, le parole della berahà. Sopra le no­stre teste mio padre, che dell’ebraico non conosceva più d’una ventina di vocaboli, i soliti della conversazione famigliare – e d’altronde non si sarebbe mai piegato – taceva. Immaginavo l’espressione improvvisamente imbarazzata del suo viso, i suoi occhi, tra sardonici e intimiditi, levati verso i modesti stucchi del soffitto o verso il matroneo. Ma intanto, da dove ero, guardavo di sotto in su, con stupore e invidia sempre nuovi, il volto ru­goso e arguto del professor Ermanno in quel momento come trasfigurato, guardavo i suoi occhi che dietro le lenti avrei detto pieni di lacrime. La sua voce era esile e cantilenante, intonatis­sima; la sua pronuncia ebraica, raddoppiando di frequente le consonanti, e con le zeta, le esse, e le acca molto più toscane che ferraresi, si sentiva filtrata attraverso la duplice distinzione del­la cultura e del ceto… Lo guardavo. Sotto di lui, per tutto il tempo che durava la be­nedizione, Alberto e Mìcòl non smettevano di esplorare anche essi fra gli spiragli della loro tenda. E mi sorridevano, e mi am­miccavano, ambedue curiosamente invitanti: specie Mìcòl” (pag. 40, 41, 42, 43,44).

Protagonista e Micòl: un amore mai sbocciato.

Il protagonista conosce per la prima volta da vicino Micòl nel giugno del 1929; bocciato in quarta Ginnasio in Matematica, gira per la città fino ad arrivare al piedi del Giardino dei Finzi Contini. Qui incontra Micòl: “Ehi, ma sei proprio anche cieco! Fece una voce allegra di ragazza. Per via dei capelli biondi, di quel biondo particolare striato di ciocche nordiche, da fille aux cheveux de lin, che non apparteneva che a lei, riconobbi subito Micòl Finzi-Contini. Si affacciava dal muro di cinta come da un davanzale, sporgendone con tutte le spalle e appoggiandovisi a braccia conserte. Sarà stata a non più di venticinque metri di distanza (sufficientemente vicina, dunque, perché riuscissi a vederle gli occhi, che erano chiari, grandi, forse troppo grandi, allora, nel piccolo viso magro di bimba), e mi osservava di sotto in su. «Cos’è che fai, là sopra? Sono dieci minuti che sto a guardarti. Se dormivi e ti ho svegliato, scusami. E… condoglianze!” (pag. 50). La ragazza sa della bocciatura. Il protagonista si avvicina e lei gli indica come salire il muro di cinta del parco; i due ragazzi stanno insieme per un lungo tempo. Mentre attraversano uno stretto cunicolo sormontato dal verde del fogliame che ricopre gli alberi, il protagonista non pensa più agli esami di riparazione: “Una materia a ottobre: aveva ragione, Micòl, di riderci su. Che cos’era una materia a ottobre a paragone del resto – e tremavo – che laggiù, nel buio, sarebbe potuto succedere tra noi? Forse avrei trovato il coraggio di darle un bacio, a Micòl: un bacio sulle labbra. Ma poi? Che cosa sarebbe accaduto, poi? Nei film che avevo visto, e nei romanzi, i baci avevano voglia a essere lunghi e appassionati! In realtà, a confronto del resto, i baci non rappresentavano che un attimo in fondo trascurabile, se dopo che le labbra si erano congiunte, e le bocche quasi compenetrate una dentro l’altra, il filo del racconto non poteva il più delle volte essere ripreso prima del mattino successivo, o addirittura prima che fossero trascorsi vari giorni. Se io e Micòl fossimo arrivati a baciarci in quella maniera – e l’oscurità avrebbe certo favorito la cosa – dopo il bacio il tempo sarebbe continuato a scorrere tranquillo, senza che nessun intervento estraneo e provvidenziale potesse aiutarci a raggiungere la mattina seguente. Che cosa avrei dovuto fare, in tal caso, per riempire i minuti e le ore? Oh, ma questo non era accaduto, fortunatamente. Meno male che mi ero salvato.” (pag. 60).

Nei giorni in cui l’allegra brigata di amici trascorre lunghi pomeriggi ai campi da tennis, Micòl e il protagonista si allontanano da soli e fanno lunghe passeggiate nel giardino. Micòl conosce tutte le piante, il protagonista è davvero un ignorante in Botanica: “In materia non sapevo nulla, o quasi nulla, e la cosa non finiva mai di meravigliare Micòl. Mi squadrava come se fossi un mostro. «Possibile che tu sia così ignorante?» esclamava. «L’avrai pure studiata, al liceo, un po’ di botanica!» «Sentiamo» (pag. 109). I due finiscono nella rimessa dei Finzi- Contini, utilizzata anche come palestra per le lezioni di Educazione Fisica tenute ai due ragazzo Micòl e Alberto, dal prof. “Anacleto Zaccarini, da tempo in pensione e più che ottantenne” (pag. 117). Anche da soli, il protagonista non sa dichiarare il proprio amore alla ragazza: “Infinite volte nel corso dell’inverno, della primavera, e dell’estate che seguirono, tornai indietro a ciò che tra Micòl e me era accaduto (o meglio, non accaduto) dentro la carrozza prediletta dal vecchio Perotti. Se quel pomeriggio di pioggia nel quale era terminata d’un tratto la luminosa estate di San Martino del ’38 io fossi riuscito perlomeno a dichiararmi – pensavo con amarezza – forse le cose, tra noi, sarebbero andate diversamente da come erano andate. Parlarle, baciarla: era allora, quando tutto ancora poteva succedere – non cessavo di ripetermi – che avrei dovuto farlo! E dimenticavo di chiedermi l’essenziale: se in quel momento supremo, unico, irrevocabile – un momento che, forse, aveva deciso della mia e della sua vita – io fossi stato davvero in grado di tentare un gesto, una parola qualsiasi. Lo sapevo già, allora, per esempio, di essermi innamorato veramente? Ebbene no, non lo sapevo. Non lo sapevo allora, e non l’avrei saputo per altre due settimane abbondanti, quando ormai il brutto tempo, divenuto stabile, aveva disperso senza rimedio la nostra occasionale compagnia” (pag. 125). Intanto, nel vano tentativo di parlarle, il protagonista sogna: “Sognavo per esempio di trovarmi, proprio come il primissimo giorno che avevo messo piede nel giardino, a guardarla mentre giocava a tennis con Alberto. Anche in sogno non l’abbandonavo con gli occhi un solo istante. Tornavo a dirmi che era splendida, così sudata e rossa, con quella ruga d’impegno e di decisione quasi feroce che le divideva verticalmente la fronte, tutta tesa come era nello sforzo di sconfiggere il sorridente, un po’ fiacco e annoiato fratello maggiore. Ora, però, mi sentivo opprimere da un disagio, da un’amarezza, da un dolore quasi insopportabile. Della bambina di dieci anni prima – mi chiedevo disperato – che cosa era rimasto in questa Micòl di ventidue anni, in shorts e maglietta di cotone, in questa Micòl dall’aria così libera, sportiva, moderna (libera, soprattutto!), da far pensare che negli ultimi anni non li avesse passati che in giro per le mecche del tennis internazionale, Londra, Parigi, Costa Azzurra, Forest Hills? Sì, confrontavo: ecco la bambina dai capelli biondi e leggeri, striati di ciocche quasi canute, le iridi celesti, quasi scandinave, la pelle color del miele, e sul petto, balenando ogni tanto fuori dallo scollo della maglietta, il piccolo disco d’oro dello sciaddài”( pag.137). Micòl ormai è a Venezia. Deve terminare la laurea. Il protagonista la rivede solo in casa, quando Micòl è a letto e le racconta del sogno fatto. Lei, “Quando ebbi finito, mi sfiorò la manica della giacca con una lieve carezza. Allora mi inginocchiai di fianco al letto, l’abbracciai, la baciai sul collo, sugli occhi, sulle labbra. E lei mi lasciava fare, però sempre fissandomi, e, con piccoli spostamenti del capo, cercando sempre di impedirmi che la baciassi sulla bocca. «No… no…» non faceva che dire. «Smettila… ti prego… Sii buono… No, no… può venire qualcuno… No… Continuavo a baciarla ciecamente sul volto, non riuscendo tranne che di rado a incontrare le sue labbra, né mai ottenendo che abbassasse le palpebre. Infine le nascosi il viso nel collo. E mentre il mio corpo, quasi per proprio conto, si agitava convulso sopra quello di lei, immobile sotto le coperte come una statua, di colpo, in uno schianto subitaneo e terribile di tutto me stesso, ebbi il senso preciso che stavo perdendola, che l’avevo perduta. Fu lei la prima a parlare. «Alzati, per piacere» udii che diceva, vicinissima al mio orecchio. «Così non respiro” (pag. 217). Jor, il vecchio cane danese, sempre presente ai loro incontri, è dietro alla porta. Il protagonista va ad aprirgli. Micòl, innamorata del passato, pensa che un impegno come quello di un legame solido e duraturo possa spegnere tutto. Il protagonista le chiede perché mai non crede possibile all’amore tra loro due: “Disse che le dispiaceva darmi un dolore, che le dispiaceva moltissimo. D’altra parte bisognava pure che me ne convincessi: non era assolutamente il caso che sciupassimo, come stavamo rischiando, i bei ricordi d’infanzia che avevamo in comune, il pensiero di far l’amore con me la sconcertava, l’imbarazzava: tale e quale come se avesse immaginato di farlo con un fratello, toh, con Alberto. Era vero, da bambina lei aveva avuto per me un piccolo «striscio»: e chissà, forse era proprio questo che adesso la bloccava talmente nei miei riguardi. Io… io le stavo «di fianco», capivo?, non già «di fronte», mentre l’amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi” (pag. 222). I due ragazzi sono uguali come due gocce d’acqua: “Hai detto che noi due siamo uguali» dissi. «In che senso?» Ma sì, ma sì – esclamò – e nel senso che anch’io, come lei, non disponevo di quel gusto istintivo delle cose che caratterizza la gente normale. Lo intuiva benissimo: per me, non meno che per lei, più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente… Come mi capiva! La mia ansia che il presente diventasse subito passato perché potessi amarlo e vagheggiarlo a mio agio era anche sua, tale e quale. Era il nostro vizio, questo: d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro. Non era così? Era così – non potei fare a meno di riconoscere dentro me stesso – era proprio così. Quand’è che l’avevo abbracciata? Al massimo un’ora prima. E tutto era già tornato irreale e favoloso come sempre: un evento da non crederci, o da averne paura” (pag. 224)

 

Il protagonista viene allontanato dalla biblioteca pubblica

 

“Dunque, come dicevo, quella mattina mi era venuta la bella idea di passarla in biblioteca. Senonché avevo avuto appena il tempo di sedermi a un tavolo della sala di consultazione e di tirar fuori quanto mi occorreva, che uno degli inservienti, tale Poledrelli, un tipo sui sessant’anni, grosso, gioviale, celebre mangiatore di pastasciutta e incapace di mettere insieme due parole che non fossero in dialetto, mi si era avvicinato per intimarmi d’andarmene, e subito. Tutto impettito, facendo rientrare il pancione e riuscendo persino a esprimersi in lingua, l’ottimo Poledrelli aveva spiegato a voce alta, ufficiale, come il signor direttore avesse dato in proposito ordini tassativi: ragione per cui – aveva ripetuto – facessi senz’altro il piacere di alzarmi e di sgomberare. Quella mattina la sala di consultazione risultava particolarmente affollata di ragazzi delle Medie. La scena era stata seguita, in un silenzio sepolcrale, da non meno di cinquanta paia d’occhi e da altrettante paia d’orecchie. Ebbene, anche per questo motivo – seguitai – non era stato affatto piacevole per me tirarmi su, raccogliere dal tavolo la mia roba, rimettere tutto quanto nella cartella, e quindi raggiungere, passo dopo passo, il portone a vetri d’entrata. Va bene: quel disgraziato di Poledrelli non aveva eseguito che degli ordini. Però stesse molto attento, lui, Malnate, se per caso gli fosse capitato di conoscerlo (chissà che anche Poledrelli non appartenesse alla cerchia della maestra Trotti!), stesse molto attento, lui, a non lasciarsi fregare dalla falsa apparenza di bonarietà di quel suo faccione plebeo. Dentro quel petto vasto come un armadio albergava un cuoricino grande così: ricco di linfa popolare, d’accordo, ma per niente fidato” (pag. 169 – 170). Il protagonista si adira con Malnate che rimprovera alla Comunità Ebraica di Ferrara di vivere poco la vita cittadina: ”Una delle forme più odiose di antisemitismo era appunto questa: lamentare che gli ebrei non fossero abbastanza come gli altri, e poi, viceversa, constatata la loro pressoché totale assimilazione all’ambiente circostante, lamentare che fossero tali e quali come gli altri, nemmeno un poco diversi dalla media comune…” (pag. 171).

Nel corso di una vivace discussione con il protagonista, Malnate gli parla di una vecchia maestra di Ferrara, Clelia Trotti, che “da giovane era stata l’anima del socialismo locale, e lo era tuttora, se, a sessant’anni suonati, non c’era riunione a cui non intervenisse” (pag. 165). Malnate, dall’aria un po’ saccente, tipico bauscia milanese, ritiene che la città di Ferrara non era poi così provinciale come i suoi amici sostenevano. Trovava che “racchiudeva come ogni altra tali tesori di rettitudine, di intelligenza e di bontà che solamente dei ciechi e dei sordi, oppure degli aridi, avrebbero potuto ignorarli o misconoscerli” (pag. 166), salvo poi lodare in modo sperticato “il cielo di Lombardia che è bello, quando è bello” (Manzoni, I Promessi Sposi) e Milano come “un gran Milàn”.

 

La famiglia del protagonista e la festività della Pasqua Ebraica

Il protagonista, annoiato, è in casa attorno al tavolo con la propria famiglia, per festeggiare la Pasqua Ebraica: “A casa nostra, quell’anno, la Pasqua venne celebrata con una cena sola. Era stato mio padre a volere così. Data anche l’assenza dì Ernesto – aveva detto – una Pasqua tipo quelle degli anni passati dovevamo scordarcela….Non fu una cena allegra. Al centro del tavolo, il canestro che custodiva insieme coi bocconi» rituali la terrina del haròset (un composto di frutta che si mangia insieme a una foglia di lattuga), i cespi d’erba amara, il pane àzzimo, e l’uovo sodo riservato a me, il primogenito, troneggiava inutilmente sotto il fazzoletto di seta bianco e azzurro che la nonna Ester aveva ricamato con le sue mani quarant’anni prima. Nonostante ogni cura, anzi proprio per questo, il tavolo aveva assunto un aspetto assai simile a quello che offriva le sere del Kippùr, quando lo si preparava solo per Loro, i morti famigliari, le cui ossa giacevano nel cimitero in fondo a via Montebello, e tuttavia erano ben presenti, qui, in ispirito e in effige. Qui, ai loro posti, stasera sedevamo noi, i vivi. Ma ridotti di numero rispetto a un tempo, e non più lieti, ridenti, vocianti, bensì tristi e pensierosi come dei morti. Io guardavo mio padre e mia madre, entrambi in pochi mesi molto invecchiati. Guardavo Fanny, che aveva ormai quindici anni, ma come se un arcano timore ne avesse arrestato lo sviluppo non ne dimostrava più di dodici. Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, né io stesso lo immaginavo, ma ciò nondimeno già allora, quella sera, anche se li vedevo tanto insignificanti nei loro poveri visi sormontati dai cappellucci borghesi o incorniciati dalle borghesi permanenti, anche se li sapevo tanto ottusi di mente, tanto disadatti a valutare la reale portata dell’oggi e a leggere nel domani, già allora mi apparivano avvolti della stessa aura di misteriosa fatalità statuaria che li avvolge adesso, nella memoria. Guardavo la vecchia Cohèn, le rare volte che si azzardava ad affacciarsi dalla porta di cucina: Ricca Cohèn, la distinta zitella sessantenne uscita dall’Ospizio di via Vittoria per andare a far la serva in una casa di correligionari benestanti, ma di niente altro desiderosa che di ritornarci, nell’Ospizio, e, prima che i tempi ancora peggiorassero, di morirvi. Guardavo infine me, riflesso dentro l’acqua opaca della specchiera di fronte, anch’io già un po’ canuto, preso anche io nel medesimo ingranaggio, però riluttante, non ancora rassegnato. Io non ero morto – mi dicevo – io ero ancora ben vivo! Ma allora, se ancora vivevo, perché mai restavo lì insieme con gli altri, a che scopo? Perché non mi sottraevo subito a quel disperato e grottesco convegno di spettri, o almeno non mi turavo le orecchie per non sentir più parlare di «discriminazioni», di «meriti patriottici», di «certificati d’anzianità», di «quarti di sangue», per più non udire la gretta lamentela, la monotona, grigia, inutile trenodia che parenti e consanguinei intonavano sommessi attorno? La cena si sarebbe trascinata così, fra discorsi rimasticati, chissà per quante ore, con mio padre ogni poco rievocante, amaro e deliziato, i vari «affronti» che aveva dovuto subire nel corso di quegli ultimi mesi, a cominciare da quando, in Federazione, il Segretario Federale, console Bolognesi, gli aveva annunciato con occhi colpevoli, addolorati, di essere costretto a «cancellarlo» dalla lista degli iscritti al partito, per finire a quando, con occhi non meno rattristati, il presidente del Circolo dei Negozianti lo aveva convocato per comunicargli di dover considerarlo «dimissionario». Ne avrebbe avute, da raccontare! Fino a mezzanotte, fino all’una, fino alle due! E poi? Poi ci sarebbe stata la scena ultima, quella degli addii. Già la vedevo. Eravamo scesi tutti in gruppo giù per le scale buie, come un gregge oppresso. Giunti nel portico, qualcuno (forse io) era andato avanti, a socchiudere il portone di strada, ed ora, per l’ultima volta, prima di separarci, si rinnovavano da parte di tutti, me compreso, i buonanotte, gli auguri, le strette di mano, gli abbracci, i baci sulle gote. Senonché, improvvisamente, dal portone rimasto mezzo aperto, là, contro il nero della notte, ecco irrompere dentro il portico una raffica di vento. È vento d’uragano, e viene dalla notte. Piomba nel portico, lo attraversa, oltrepassa fischiando i cancelli che separano il portico dal giardino, e intanto ha disperso a forza chi ancora voleva trattenersi, ha zittito di botto, col suo urlo selvaggio, chi ancora indugiava a parlare. Voci esili, gridi sottili, subito sopraffatti. Soffiati via, tutti: come foglie leggere, come pezzi di carta, come capelli di una chioma incanutita dagli anni e dal tenore… Oh, Ernesto in fondo era stato fortunato a non poter fare l’università in Italia. Scriveva da Grenoble che soffriva la fame, che delle lezioni del Politecnico, col poco francese che sapeva, non gli riusciva di capire quasi niente. Ma felice lui che soffriva la fame e temeva di non farcela con gli esami. Io ero rimasto qui, e per me che ero rimasto, e che ancora una volta avevo scelto per orgoglio e aridità una solitudine nutrita di vaghe, nebulose, impotenti speranze, per me in realtà non c’era più speranza, nessuna speranza. Ma chi può mai prevedere? Verso le undici, infatti, mentre mio padre, allo scopo evidente di dissipare la musoneria generale, aveva appena cominciato a cantare l’allegra filastrocca del Caprét ch’avea comperà il signor Padre (era la sua preferita: il suo «cavallo di battaglia», come diceva)…”( pag. 185- 186- 187). 

Epilogo

“La mia storia con Micòl Finzi-Contini termina qui. E allora è bene che anche questo racconto abbia termine, ormai, se è vero che tutto quello che potrei aggiungervi non riguarderebbe più lei, ma, nel caso, soltanto me stesso. Di lei e dei suoi ho già detto in principio quale sia stata la sorte. Alberto morì di linfogranuloma maligno prima degli altri, nel ’42, dopo un’agonia lunghissima a cui, nonostante il solco profondo scavato nella cittadinanza dalle leggi razziali, si interessò di lontano tutta Ferrara. Soffocava. Per aiutarlo a respirare c’era bisogno di ossigeno, di ossigeno in quantità sempre maggiore. E poiché in città, a causa della guerra, le bombole scarseggiavano, negli ultimi tempi la famiglia ne aveva compiuto una vera e propria incetta attraverso l’intera regione, mandando gente ad acquistarle a qualsiasi prezzo a Bologna, a Ravenna, a Rimini, a Parma, a Piacenza… Gli altri, nel settembre del ’43, furono presi dai repubblichini. Dopo una breve permanenza nelle carceri di via Piangipane, nel novembre successivo furono avviati al campo di concentramento di Fossoli, presso Carpi, e di qui, in seguito, in Germania. Per ciò che riguarda me, tuttavia, debbo dire che durante i quattro anni intercorsi. fra l’estate del ’39 e l’autunno del ’43 di loro non avevo visto più nessuno. Nemmeno Micòl. Ai funerali di Alberto, dietro i cristalli della vecchia Dilambda adattata a funzionare a metano che seguiva a passo d’uomo il corteo, e che poi, non appena il carro funebre ebbe varcato l’ingresso del cimitero in fondo a via Montebello, tornò subito indietro, m’era sembrato, un attimo, di distinguere il biondo cenerino dei suoi capelli. Nient’altro. Anche in una città così piccola come Ferrara si riesce benissimo, volendo, a sparire per anni e anni gli uni agli altri, a convivere assieme come dei morti. Quanto a Malnate, che era stato chiamato a Milano fin dal novembre del ’39 (mi aveva cercato inutilmente per telefono nel settembre, mi aveva perfino scritto una lettera…), neanche lui l’ho più riveduto, dopo l’agosto di quell’anno. Povero Giampi. Lui ci credeva nell’onesto futuro lombardo e comunista che gli sorrideva, allora, di là dal buio della guerra imminente: un futuro lontano – ammetteva – però sicuro, infallibile. Ma che sa il cuore, davvero? Se penso a lui, partito per il fronte russo con il C.S.I.R., nel ’41, e non più ritornato, ho sempre vivo nella mente il modo come reagiva Micòl tutte le volte che fra una partita di tennis e l’altra lui ricominciava a «catechizzarci». Lui parlava con la sua voce quieta, bassa e ronzante. Ma Micòl, a differenza di me, non gli dava mai molta retta. Non smetteva di ridacchiare, di punzecchiarlo, di prenderlo in giro. «Ma tu per chi stai, insomma? Per i fascisti?» ricordo che lui le chiese, un giorno, scuotendo la grossa testa sudata. Non capiva. Che cosa dunque c’è stato fra loro due? Niente? Chissà. Certo è che quasi presaga della prossima fine, sua e di tutti i suoi, Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei del suo futuro democratico e sociale non gliene importava un fico, che il futuro, in sé, lei lo abborriva, ad esso preferendo di gran lunga «le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui», e il passato, ancora di più, a il caro, il dolce, il pio passato E siccome queste, lo so, non erano che parole, le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire, di esse, appunto, e non di altre, sia suggellato qui quel poco che il cuore ha saputo ricordare” (pag. 291,292,293)  1958-’61

“Il Giardino dei Finzi- Contini rappresenta quella parte incantata del nostro passato, che più amiamo, e di cui perciò sentiamo più acutamente il bisogno di liberarci, per poterlo continuare a vivere e per essere realmente ciò che siamo” (Alberto Asor Rosa).

 

 

Il film “Il giardino dei Finzi Contini”

 

Nel 1970 uscì una superba riduzione cinematografica di Vittorio De Sica, con attori famosi: Dominique Sanda (Micol- Finzi Contini), Lino Capolicchio (Giorgio), Helmut Berger (Alberto Finzi Contini), Fabio Testi (Giampiero Malnate), Romolo Valli (padre di Giorgio).

 

 

Raimondo Giustozzi

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