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Bibite e venditori da spiaggia. Peppe Porreca e l’uomo del cocco.

Metà anni '60 Mimmo Palanca e Giuseppe Grilli (Peppetto) - foto portorecanatesi.it

Metà anni ’60 Mimmo Palanca e Giuseppe Grilli (Peppetto) – foto portorecanatesi.it

Quando zia Cesarina Canaletti aveva il balneare a Castelnuovo, non lontano dalla Fiumarella (posizione geografica fonte di ansie giornaliere: non si sapeva mai che cosa potesse uscire dal fosso), ogni mattina armava suo figlio Mimmo e il vostro cronista di un paio di mastelli pieni di panetti di ghiaccio, gazzose e aranciate, con l’ordine di pattugliare la spiaggia, fino alla torretta del vescovo, e di vendere il vendibile, facendo bene attenzione, è ovvio, a non farsi fregare con il resto. Era quello, cinquant’ anni fa, un tempo in cui nessun balneare disponeva di bar. Oggi ce l’hanno tutti e ai villeggianti bastano pochi metri per placare la sete o la fame, ma allora il sistema era di andare a cercare il cliente sotto l’ombrellone a distanza di chilometri. E così erano attesissimi i venditori di paste (bomboloni, bocche di lupo, diplomatici e cannoli con la crema), con il grosso vassoio assicurato alle spalle da due bande di tela, scarpe da tennis, e via su e giù sotto il sole.

Quelli che ricordo io, tra i ragazzi, sono Santì Galieni, Gianni Doffo, Luigino Falaschini, Peppe Grilletto (Grilli), ma ce ne sono stati altri. Quando passavano dopo che avevi fatto il bagno, venivano accolti come salvatori dei nostri vuotissimi stomaci perché all’epoca in mare ti ci facevano buttare solo se erano passate tre ore dal latte e caffè. Poi transitava Gustì con la pizza e anche lui aveva piuttosto successo. Ma le star della spiaggia erano Peppe Porreca e quello del cocco.

Peppe arrivava pieno zeppo di giornali, che annunciava con voce non potente, ma penetrante: “Quattroruote, Epoca, Tempo, La Voce Adriatica”, che poi eravamo noi “Corriere” col nome di prima.

L’altro non ricordo proprio come si chiamasse. Doveva essere napoletano, o giù di lì, perché gridava: “Magnatev’ ‘o coc…, dieci lire lo pezz…” (mangiatevi il cocco, dieci lire al pezzo) e niente altro. Non era un grande comunicatore, ma il cocco valeva le sue 10 lire il pezzo.

(l.p. riferimento Corriere Adriatico del 20 luglio ’99)

Egidio Mosca con Vincenzo Monaldi - sito portorecanatesi.it

Egidio Mosca con Vincenzo Monaldi – sito portorecanatesi.it

 

Egidio Mosca

Andatura dinoccolata, movimenti che con l’età si erano fatti lenti, quasi strascicati, come la maniera di parlare; uno sguardo che aveva saputo conservare quel misto di cordialità e ironia che costituiva il tratto essenziale del suo modo di avvicinarsi agli altri. È del maestro Egidio Mosca Chiùcchiù che sto scrivendo: maestro di boxe per tanti anni nella nostra palestra, amico di nomi grandissimi del firmamento pugilistico mondiale (basta quello di Rocky Marciano?), scopritore di talenti, uomo di grande, infinita pazienza. Non ho mai chiesto se Chiùcchiù facesse parte del suo nome o, se no, che cosa significasse. Ma non è importante. Lui era venuto dagli States per evitare il servizio militare; abitava in una casetta di via Giusti (o Raffael d’Urbino, non ricordo bene) con una donna di nome Virginia. Di lui è restata famosa una “scappata” al bar: l’amico lo pregava di accettare un caffè e lui no, a dire che l’aveva preso da poco. Ma quello giù a insistere e alla fine, quando il maestro valutò che l’insistenza era al punto giusto, ordinò in fretta: “Un cappuccino e due paste. Grazie figliolo!”.

(l.p.riferimento Corriere Adriatico del 27 aprile 2000)

 

Giugno '64 - Nannì Monaldi alla premiazione dell'Adriatica Calcio

Giugno ’64 – Nannì Monaldi alla premiazione dell’Adriatica Calcio

Nannì Monaldi

Nannì Monaldi da allenatore aveva il dono della preveggenza.

Una volta, in una partita dell’Adriatica contro l’Orione di San Severino, cominciò a urlare almeno 30 secondi prima, di andare a marcare quell’ala destra che, infatti, infilò la difesa portorecanatese all’ultimo minuto. Dei ragazzi dell’Adriatica delle meraviglie, campione d’Italia C.S.I. nel ’64, di quel coacervo di entusiasmo, classe e anarchia, lui fece una squadra vera, che giocava un calcio vellutato come una melodia di Smetana e capace, quando era il caso, di squassare le viscere degli avversari in assalti travolgenti alla maniera di un crescendo rossiniano. E poi manifestava una qualità che si sta facendo sempre più rara nel mondo del calcio; sapeva quel che diceva. Lo sapeva tanto bene che, a nostra memoria, in quell’anno di gloria e di grazia 1964 non sbagliò una mossa che è una. È vero che gli anni di gioventù ci appaiono sempre più belli di quel che sono stati: quelli passati con Nannì, però, sono stati belli per davvero.

(l.p. riferimento Corriere Adriatico del 8 giugno 2000)

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