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Libri. Nuove recensioni di Valerio Calzolaio

Fonte internet

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Recensione I lunghi coltelli

I lunghi coltelli
Irvine Welsh
Traduzione di Massimo Bocchiola
Noir
Guanda Milano
2022 (orig. 2022)
Pag. 379 euro 19,80
Valerio Calzolaio
Edimburgo. Autunno. Lo hanno bloccato su una sedia di plastica in un grosso magazzino vuoto a Leith (sobborgo portuale), polsi e caviglie legati, con addosso solo le mutande rosse a strisce e il cappuccio di cuoio marrone calato sulla testa. Vogliono fargliela pagare cara al deputato conservatore Ritchie Gulliver, predatore sessuale (contro persone vulnerabili, anche bambini), che viveva tra Londra e Oxford. Un uomo osserva, una donna prende la valigetta degli attrezzi e la apre, si avvicinano, lo toccano. Il primo coltello non colpisce bene i genitali, il secondo (a seghetta) li recide, il nemico sta per morire dissanguato e urla un nome familiare ai due assassini, “Lennox”. Ray Lennox ormai si è trasferito dalla vecchia casa a Leith nel nuovo appartamento trilocale metropolitano a Viewforth. Lo chiama il sedentario capo Bob Toal, vicino alla pensione, vuole passare a prenderlo per andare insieme sul luogo del delitto, tutti sanno che ce l’aveva con il bastardo castrato, può essere addirittura sospettato. Hanno ricevuto una telefonata anonima con le indicazioni precise, si muove tutta la strana congrega dell’Anticrimine, la vittima era piena di alcol e droga, la ferita più grave gli era stata inferta con un mazzuolo, modus operandi del famigerato Rab Dudgeon, detto il Falegname Pazzo, chiuso nel carcere di Saughton. Era stato Lennox a rivelare tempo addietro la relazione omosessuale clandestina di Gulliver, allora indiziato dell’omicidio di una ragazzina, commesso in realtà da Gareth Horsburgh, detto il Mister Pasticciere, pluriomicida di bambine, ora in carcere. Lennox lo va a trovare (e pestare) per farsi rivelare dove siano i quaderni con tutti i nomi e i luoghi dei delitti e capisce che è in qualche modo collegato pure a chi sta prendendo di mira (anche a Londra) pessimi potenti come Gulliver. Chi sono? Forse li conosce? Furono abusati? Fanno bene? E poi rapiscono pure il fluido nipote Fraser!
Il grande scrittore scozzese Irvine Welsh (Leith, 1958 probabilmente) nel all’esordio letterario 1993 pubblicò Trainspotting, da cui il successo internazionale e il celebre film di Danny Boyle. Prima aveva fatto e provato di tutto, ex punk londinese ed ex tossico cosmopolita fra l’altro, la scrittura come riabilitazione sociale. Dopo ha pubblicato molti altri bei romanzi, di vario genere, crudi e realisti; questo è un notevole noir, narrato in terza fissa (quasi) sul travagliato ipersensibile protagonista, già apparso nel 2008 in Crime (per la trasferta a Miami, qui spesso citata). Ray aveva un padre rancoroso dirigente sindacale (comunista?) e ha una sorella potente piacente penalista, laureato in Informatica e poi combattente per la giustizia e cacciatore di satiri mostri nei panni impropri di poliziotto, più di uno e ottanta per oltre ottanta, occhi indagatori e ossessionati, Alfa e Kickboxing, sempre attanagliato da paure giovanili e dipendenze da varie sostanze, spesso tenero e affettuoso ma anche un poco ritardato emotivo, ancora in procinto di convivere e forse sposarsi con la giovane bionda Trudi Lowe. Il titolo ha più risvolti: le armi sanguinolente dei delitti, la collezione di cinque coltelli arabi rubata al padre del nerboruto assassino maschio, la scimitarra con la quale gli avevano amputato una mano (ora di ferro), i vari usi metaforici della Notte di quelli lunghi (non solo dei serial killer). I personaggi vengono prima della trama, la vita è sempre un rischio. Il tema torna costante: “nel nostro paradigma postdemocratico di venerazione del potere, opporsi è diventato inutile”? Tanto più che il capitale globale è diventato un colonizzatore di privilegi locali e il potere viene rappresentato nel romanzo da influenti ricchi viziosi spendaccioni brutali bugiardi corrotti razzisti, un Regno Unito nel marcio, ovunque, anche in polizia. Segnalo che la non-deferenza cinica non favorisce le prospettive di carriera in un’istituzione chiusa (in Inghilterra e non solo), a pag. 95. Birre (Stella soprattutto), vini di ogni colore e qualità, puri malti (Macallan perlopiù), droghe pesanti e pesantissime, pasticche varie, di tutto e di più in una sola settimana di indagini. Dal jukebox esplodono belle canzoni.

v.c.

Recensione La mia bottiglia per l’oceano

La mia bottiglia per l’oceano
Michel Bussi
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Giallo
Edizioni e/o
2022 (orig. febbraio 2020 Au soleil redouté)
Pag. 411 euro 18
Valerio Calzolaio
Un paio d’anni fa. Isola Hiva Oa (316 km², massimo 1.213 mslm), Arcipelago delle Marchesi, Polinesia francese; a più di quindicimila chilometri da Parigi e seimila dal continente più vicino; il comune associa i due villaggi di Atuona e Puamau (circa 2.300 abitanti complessivi). Meglio capire dove siamo: verso il 1800 quando noi europei “scoprimmo” le isole vi vivevano 100 mila marchesiani (sacerdoti, guerrieri, contadini, scultori, danzatori, e così via); dopo un secolo di colonizzazione francese erano ridotti a 2 mila, causa saccheggi, massacri, malattie e tanti divieti imposti; da un trentennio vi è una parziale rinascita meticcia, anche culturale; ora sono circa 10 mila in tutto l’arcipelago, cui spesso si aggiungono moltissimi turisti. Meglio sapere dove si va se non è per vacanza: un bel dì arrivano alla pensione “Au Soleil Redouté” le cinque vincitrici (talora accompagnate) di uno strano concorso della casa editrice Servane Astine (la proprietaria) per un laboratorio di scrittura di una settimana, condotto dal famosissimo vendutissimo donnaiolo Pierre-Yves François, dopo una selezione fra 32.859 partecipanti. Sono la graziosa 30enne Clemence Novelle, che si sente vocata; Martine Van Ghal (70 circa), blogger belga; Farèyne Mörssen (40), severa comandante di commissariato a Parigi, con il coetaneo marito Yann Moreau, capitano di gendarmeria in Normandia; Marie-Ambre Lantana (40), esuberante spendacciona alcolizzata, con la figlia 16enne Maïma; Eloïse Longo (30), bella osservatrice malinconica (ha lasciato i due figli). I primi esercizi loro assegnati sono di scrivere un romanzo-diario battezzato “La mia bottiglia per l’oceano” e il proprio testamento ovvero la replica al quesito “Prima di morire vorrei…”, con la regola di “non mentire mai”. Dopo poco Pierre-Yves scompare e Martine viene strangolata con accanto le personali risposte. Non finisce lì, inutile aggiungere altro.
Il magnifico scrittore Michel Bussi (Louviers, 1965), professore universitario di Rouen (Normandia) e direttore di ricerca al Cnrs francese, ha pubblicato dal 2006 una quindicina di divertenti corpose avventure, tutte senza protagonisti seriali, ambientate in originali ecosistemi biodiversi, non solo della sua regione, e appartenenti al genere giallo o policier o noir. Ben oltre la metà dei romanzi ormai sono tradotti in italiano: dopo una sporadica apparizione nel 2014, dal 2016 le Edizioni e/o alternano la pubblicazione delle novità con la proposizione dei primi romanzi oppure di opere inedite. Au soleil redouté era proprio atteso; il titolo francese connesso sia alla chiusa isolata pensione d’ambientazione (dove tutti i clienti sono invitati a scrivere con un gessetto i propri desideri alla lavagna, come nel secondo esercizio) che al concreto timore del caldissimo sole equatoriale; il titolo italiano ai dattiloscritti dei cinque romanzi raccolti dallo scrittore (prima di scomparire) con la promessa di correggerli e divenuti poi con sofisticata maestria una delle opere effettivamente pubblicate dall’editrice (insieme ad altre due tuttavia, scoprirete quali e perché). La narrazione al presente è così prevalentemente in prima persona: cinque testimonianze, con i cinque diversi punti di vista su quanto sta accadendo, inframezzate dal diario in prima di Maïma e dalle azioni in terza di Yann, tutti e sette i principali protagonisti in scena fin dall’inizio (accanto a pochi significativi altri personaggi), un godibile scientifico ingranaggio “alla” aggiornata Agatha Christie (più volte citata). Bussi può non piacere (lo capisco), a me piace (come a milioni di lettori nel suo paese): sorprende (sempre meno e comunque non troppo, se avete letto altro di suo), intrattiene con ironia (e autoironia questa volta), manipola le regole del giallo (rispettandole ai giorni nostri), cura ciò di cui parla (argomenti e luoghi). Segnalo il nesso del metaforico doppio isolamento isola-carcere, a pag. 139, 185, 208. Ovviamente, in ogni angolo di quelle isole e di questa storia risaltano schizzi e note biografici di Paul Gauguin (transitato spesso in Polinesia, lì trasferitosi 53enne dal 1901 alla morte nel 1903) e Jacques Brel (lì vissuto per molti anni e sepolto accanto al pittore, dopo la morte nel 1978). Birra e rum, vino d’ananas, Piña Colada. Da visitare anche per mana e tiki, tatuaggi e perle, forse.

v.c.

Recensione Quando sarò vecchio

Quando sarò vecchio
Edoardo Boncinelli
Scienza
Di Renzo Roma
2022
Pag. 89 euro 12,50
Valerio Calzolaio

Nella mente e nel corpo di uno scienziato. Ora. La nostra vita è unica in tutti i suoi aspetti, per tutta la sua durata (non solo in certe fasi). Si vive e s’invecchia senza preavviso e senza preparazione, improvvisando, di fronte a interessati o curiosi spettatori (familiari per noi, perlopiù). La vecchiaia può perciò essere tutt’altro che un’appendice crepuscolare del vivere, piuttosto un (ulteriore) momento di passioni. La curiosità sopravvive a qualsiasi acciacco del corpo e della mente: può vincere sul dolore e sulla noia, che forse sopraggiungono dopo “averne viste tante”, se perdurano il senso dello stupore e la volontà di essere presenti all’incontro. Nessuno nega la maggiore facilità ad ammalarsi e una metamorfosi del corpo in senso peggiorativo: si diminuisce molto in altezza perché i dischi vertebrali subiscono l’effetto di usura e osteoporosi; le articolazioni si fanno decisamente meno eleatiche; il movimento si appesantisce e il dispendio possibile di energie cala; e via invecchiando. Tuttavia, diventare vecchi obbliga pure a ripercorrere tappe sconosciute o dimenticate dell’infanzia, produce lo stimolo di nuova conoscenza di sé, fa riflettere meglio sul poco e nuovo che è comunque alla nostra portata. Il cervello è una macchina che non si ferma e può accompagnare musicalmente l’esistenza residua, per esempio con lo scrivere oltre che con il leggere, con altri apprendimenti e comunicazioni. Finché si vive, a qualsiasi età, questo flusso di contenuti di coscienza e di pensiero può continuare a diffondersi in modo bello e avventuroso. Provar non nuoce.
Il grande genetista, biologo e psicoterapeuta italiano Edoardo Boncinelli (Rodi, 1941) si racconta con colta sincerità in prima persona, a oltre ottanta anni. In esergo due sue frasi: “s’invecchia quando non c’è nulla più da scoprire; per il cervello, e non solo, la maniera migliore per invecchiare bene è vivere bene”. L’autore parte sempre da quel che sta accadendo a sé stesso per offrire innumerevoli competenti meditati spunti a tanti altri e altre, anche un pochino meno anziani, tanto più che è meglio prevenire che curare. Il vero problema è il tantissimo che Boncinelli ha già realizzato e scritto da non vecchio (anche il verbo del titolo è al futuro): la biografia intellettuale è ricchissima, la bibliografia sterminata, le collaborazioni attuali estese, il rapporto con la moglie antico e durevole (“abbiamo sempre parlato moltissimo, di tutti gli argomenti… anche affetti, paure, aspettative, interessi”). Dichiara sinteticamente che intende proseguire a tener dietro alla propria curiosità e confessa: “mi è capitato parecchie volte di essere orgoglioso di me stesso. Credo non siano molte le persone che in buona fede possano dire altrettanto”. I capitoli della conversazione-flusso di pensieri sono dieci: amarsi un po’; la parola chiave del benessere a una certa età: il tempo; dentro o fuori (introspezione e osservazione); il corpo, questo sconosciuto; tempo di essere liberi o libertà di avere tempo; l’importanza degli aforismi (divertimento, soprattutto); longevità: ovvero passione, impegno e curiosità; le parole, le cose; per concludere. “La vita è tanto il rumore delle foglie accartocciate che strisciano sul marciapiede, quanto l’esplosione del fiore candido della magnolia. E mi ostino a voler vivere”. Possono goderne anche altri. Possiamo.

v.c.

Recensione La guerra privata di Samuele

La guerra privata di Samuele e altre storie di Vigàta
Andrea Camilleri
Racconti (sei, due inediti)
Sellerio Palermo
2022 (prima edizione in raccolta)
Pag. 267 euro 15
Valerio Calzolaio

Vigàta. Secolo scorso. Siamo a primavera 1942, Nenè Scozzari abita a Vigàta e fa il liceo a Montelusa. Considerata la guerra in corso si trasferisce nel capoluogo, la compagna di terza Gina gli fa sangue, è reciproco, fa le prime “provate” esperienze sessuali; sono tempi di pericoli e rifugi, niente esami di maturità e trasferimenti forzati; se ne farà una ragione, scoprirà l’abbandono, consolandosi. Ecco il primo (“La prova”, inedito) dei sei racconti di Andrea Camilleri (1925-2019) ambientati nell’inventata cittadina natale in provincia di Montelusa, ispirata (non vagamente) a Porto Empedocle (Agrigento). Vengono raccolti per la prima volta con il titolo “La guerra privata di Samuele”, titolo pure del quarto, il secondo inedito. Gli altri quattro sono storie pubblicate in tempi diversi su quotidiani o antologie fra il 2008 e il 2016. Come sempre, delitti e casi umani si intrecciano, con inquadrature brevi impastate dalla nota (ignota) bella lingua inventata dall’autore.

v.c.

Recensione Il Gigante e la Madonnina

Il Gigante e la Madonnina. Un suicidio inspiegabile all’ombra del Duomo
Luca Crovi
Commedia gialla
Rizzoli
2022
Pag. 182 euro 16
Valerio Calzolaio

Milano, 1920. L’oste Giovanni Sagace e un ragazzo salgono per le scale del Duomo. Dopo poco il primo viene trovato morto, si è sparato in bocca con una rivoltella, non sarà l’ultimo a suicidarsi in quel tempio, ma a la Madunina ghe scapa nient. Nemmeno quando nel maggio 1932 (in pieno regime fascista) vorrebbero far perdere l’incontro sul ring di San Siro al gigantesco Primo Carnera (1906-1967), tanto più che interviene il mitico commissario De Vincenzi, poi protagonista dal 1935 di varie avventure del bravo giornalista antifascista Augusto De Angelis (1888-1944) e poi delle serie televisive Rai. Continua l’appassionato omaggio del critico creativo, conduttore radiofonico ed esuberante fumettologo (alla Sergio Bonelli Editore) Luca Crovi (Milano, 1968) alla sua città e a un suo grande cantore. Ecco il terzo romanzo della serie: “Il Gigante e la Madonnina”, in terza varia, all’incrocio tra finzione e realtà; veri i tanti meneghini modi di dire, usi e costumi, ricette, musiche, ricordi.

v.c.

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