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Talk. Letture e scritture sulle isole, soprattutto deserte o poco abitate

Fonte internet

Fonte internet

di Valerio Calzolaio

Trovarsi su un’isola deserta è uno dei pensieri che più si fanno nella vita di relazione e nelle attività sociali, forse potremmo dire un topos: un argomento di riflessione e conversazione dialettico o retorico, riferito a innumerevoli discipline o argomenti; uno schema narrativo indefinitamente riutilizzabile, a cui spesso è legato un consono genere di dialogo o di scrittura; l’esplicitazione di un dubbio su cosa conta davvero nella vita di un sapiens da millenni o secoli a questa parte, più per sopravvivere che per riprodursi. È un gioco che si fa spesso in società, orale o scritto che sia, e spesso si concentra su quale libro (unico) o quali (cinque, dieci) libri si porterebbero se dovesse capitare e ci si dovesse poi trovare lì su un’isola deserta, più o meno forzatamente.

 

La domanda sul libro o i pochi libri da selezionare considera implicito che abbiamo gli altri oggetti biotici e abiotici che rendano possibile nutrimento e riparo e che l’isola, dunque, sia tanto vitale da prevedere anche la specie umana e tanto distante da non consentire di andarsene con un po’ di nuoto o costruendo un’imbarcazione. Sopravvivere su un’isola deserta risulta abbastanza complicato, sono stati individuati (non tanto per gioco) anche gli oggetti materialmente indispensabili: acqua, specie vegetali o animali a relativa disposizione per il nutrimento; rete da pesca o affine; fiammiferi o sufficiente ingegno per accendere fuoco all’uopo di scaldarsi, cuocere, illuminare; amaca o giaciglio; coltello o affine; aggeggio per la protezione solare; libri solo fra le varie ed eventuali. Abbiamo pure letto tanti testi (fiction o no fiction) e visto tanti film in materia.

 

La solitudine su un’isola è un dato naturale, una premessa scientificamente logica, trattandosi di un ecosistema appunto isolato, dove siamo separati dai nostri simili, avendolo o meno noi liberamente scelto e continuando o meno loro a vivere felici, lontano da noi e senza di noi. Così, talvolta trovarsi su un’isola deserta è una metafora e la domanda connessa si estende a quando siamo costretti all’isolamento o a dover ridurre a uno i tanti possibili infiniti usi e consumi, materiali e culturali, per un poco di tempo o per tutto il resto della vita. Ci poniamo la questione per conoscerci meglio, la poniamo ad altri per conoscerli meglio, spesso all’inizio di un nuovo incontro, come per capire gusti e preferenze dell’interlocutore contemporaneo che potrà mostrarsi a proprio modo di fronte alla medesima situazione di altri. Sappiamo bene che, nella realtà, su un’isola deserta non passeremmo molto tempo a leggere, dovremmo industriarci per viverci a lungo, eventuali volumi sarebbero lì non per scelta, è una questione della biologia evoluzionistica, evolutiva e non solo retorica.

 

Una delle specificità delle isole risulta proprio la disarmonia: le percentuali e le gerarchie fra e all’interno dei differenti taxa (i raggruppamenti classificatori di specie in classi, ordini, famiglie, generi) non sono uguali a quelle osservate sulla terraferma. In genere le isole tendono ad avere meno specie delle aree continentali della medesima estensione e l’immigrazione di nuove specie tende ad alterare, e talora a far estinguere, alcune di quelle preesistenti. L’esistenza, la sopravvivenza e la riproduzione insulari hanno conseguenze specifiche per tutte le specie, ognuna a proprio modo. Sulle isole i meccanismi evolutivi (la stessa selezione naturale, ma anche la deriva genetica, che è processo non selettivo) danno origine a effetti più marcati e talvolta unici, come il nanismo o il gigantismo insulari. Noi sapiens abbiamo imparato a tenerne conto, col tempo e a nostre spese, come tutti.

 

Potrebbe essere addirittura valida la cosiddetta “regola di Foster”, secondo la quale sulle isole gli animali grandi tendono a diventare piccoli (nanismo insulare) e quelli piccoli a diventare grandi (gigantismo insulare): l’evoluzione spingerebbe i vertebrati terrestri (il gruppo di taglia maggiore) verso valori di taglia medi perché di solito lì ci sono, rispetto al continente, meno  predatori e meno risorse, condizioni che favoriscono la crescita di animali piccoli (di solito prede) e la miniaturizzazione di quelli grandi per risparmiare energia, ben sapendo che pure il clima ha effetti sulle taglie.

 

L’evoluzione delle specie umane sulle isole, sovrapposizioni incroci sostituzioni convivenze speciazioni, non hanno finora avuto adeguato studio scientifico, eppure ciò servirebbe anche a comprendere meglio gli usi e costumi delle specie umane e dei sapiens sulla terraferma, il pensiero simbolico astratto, i linguaggi e le lingue, la combinata evoluzione biologica e culturale che ci contraddistingue. Fra 1,8 e 1,3 milioni di anni fa è sulla grande isola indonesiana di Giava (128.297 km²) e in Cina che prende avvio la ramificazione orientale di Homo erectus, dopo che Homo ergaster era lentamente e progressivamente uscito dall’Africa, camminando in piccoli gruppi e in varie direzioni, alla ricerca di nicchie o ecosistemi con condizioni climatiche migliori (in genere più miti rispetto all’alternarsi dei lunghi cicli glaciali e interglaciali), spesso lungo le coste e i fiumi, con differenti percorsi ed esiti.

 

Più forzata che libera, la capacita migratoria nei milioni di anni del Paleolitico era fuga o lento camminare comune, con scarso grado di scelta sul come, quando, verso dove e perché. Una delle derivazioni è probabilmente anche la specie nana o pigmea Homo floresiensis, una specie umana già con definitiva postura eretta, discendente da un’antichissima emigrazione fuori dall’Africa e vissuta sulla grande isola indonesiana di Flores (14.300 km²) fino ad almeno 50.000 anni fa. Non molto si sa su come il fenomeno del nanismo insulare abbia coinvolto anche l’evoluzione umana, pur se riguarda anche una seconda specie umana pigmea, Homo luzonensis, sull’isola di Luzon nelle Filippine. Il processo di riduzione delle dimensioni avviene sia sulle isole vere e proprie che sulle isole di habitat (cime montane, foreste residue o inaccessibili, valli marginali, oasi nel deserto). Le minori dimensioni sarebbero un lento progressivo vantaggio evolutivo, consentirebbero di sopravvivere meglio e più a lungo in ambienti con risorse limitate, come per l’appunto tante isole.

 

Tutta quell’area di arcipelaghi e isole ha grande valore nella ricostruzione della vita umana sulla Terra: si tratta della fascia insulare indonesiana compresa tra il Borneo e Giava a ovest, Papua e Australia a est, che include, tra le altre, le isole di Lombok, Sulawesi e Timor, territori noti per l’incredibile numero di specificità e per segnare il confine biogeografico tra le forme di flora e fauna oceaniche e terrestri dell’Eurasia. L’interesse di molti biologi evoluzionisti e dei paleoantropologi riguarda proprio il fatto che quelle isole hanno ospitato specie umane per circa un milione di anni e, ancora nel tardo pleistocene (fino a circa 50.000 anni fa), erano comunque separate dalla terraferma dell’Asia e dell’Australia. La nostra storia linguistica e sociale ha nell’area degli ampi arcipelaghi indonesiani un’enorme biodiversità: pur distinguendo i dialetti, sulla stessa isola si parlano ancor oggi innumerevoli lingue differenti (fra sei e otto a Flores per esempio) del cosiddetto ceppo austronesiano.

 

Le isole hanno probabilmente costituito una sorta di “acceleratore” evolutivo e un laboratorio cognitivo (lo avevano capito già Darwin e Wallace), tanto per la selezione naturale quanto per l’evoluzione della biodiversità, soprattutto per le specie che non nuotano e non volano in e da quegli ecosistemi. Le specie umane e Homo sapiens hanno antenati comuni, “cugini” nella famiglia delle specie ominine o in altre specie del genere Homo, ovunque sulla terraferma e in gran parte delle isole, ognuna in vario modo distante dalla terraferma di riferimento. Eppure le storie e le geografie linguistiche dei sapiens sono inevitabilmente meticce: vi e sempre stato un avvicendarsi negli stessi ecosistemi (terrestri e insulari) di gruppi linguistici diversi, la scoperta di nuove terre e isole. Il doppio isolamento, l’autoisolarsi o l’isolamento detentivo sulle isole, è un fenomeno evoluto precipuamente coi sapiens, con proprie geografia nei periodi o nei cicli climatici, preistoria e storia.

 

Un paio di settimane fa Silvia Bencivelli richiamava molto opportunamente due testi recenti sulla lunga preistoria umana durante il Paleolitico più vicino a noi, e citava un’autrice, la filologa ed esperta di scritture antiche Silvia Ferrara, per sottolineare che non necessariamente si viveva male a quei tempi. Anche in quel volume si trovano molti riferimenti alle isole per descrivere “il salto” creativo, segni figure parole nel ricco viaggio all’origine dell’immaginazione (e della creativa biodiversità). Riassuntivamente, un doppio binario antropologico: “le isole o rispettano la loro etimologia e si isolano, diventano il centro di loro stesse, si guardano l’ombelico, oppure diventano di tutti, preda di chi le ha comprate per ultimo, vendute all’asta all’acquirente più invadente” (approfondendo poi il caso di Malta e Gozo).

 

La precedente bellissima monografia di Silvia Ferrara (Milano, 1976) risale al 2019 ed è dedicata alla “grande invenzione” della scrittura o, meglio, delle scritture, con frequenti colti continui riferimenti proprio alle isole: “oggi nel mondo esistono circa una dozzina di scritture antiche che ancora non riusciamo a leggere e capire. Sono indecifrate.” Molte di tali scritture ancora misteriose (primordiali e anche orali, “sonanti”) per “racconto, mistero, competizione ed esperimento sono legati alle isole”, non luoghi idilliaci di evasione, bensì l’opposto: “strati di società complessa, spesso all’avanguardia, centri sofisticati in cui si sperimenta e si crea… guizzi di creazione e aspirazione, affermazioni di identità… Quasi la metà di questi indecifrati proviene da un’isola: Cipro, Creta, Isola di Pasqua”.

 

Ferrara esamina questi casi di scritture insulari uno per uno, si parla del Neolitico e non solo del nostro piccolo mare interno. Lunghi capitoli del volume sono dedicati a ciascuna isola: alle tre lingue sconosciute e probabilmente separate (risalenti al periodo successivo a partire da circa 4000 anni fa) dell’omerico crogiolo multiculturale di Creta, la quinta isola più grande del Mediterraneo (abbiamo compreso solo la lineare B); alla lingua madre della felice e prospera Cipro, risalendo  a 3.500 anni fa, prima dell’eteocipriota; alla strabiliante cultura visiva, con le tavolette di legno incise e una fitta serie di segni di ceppo polinesiano, dell’isola di Pasqua, già 1000 anni d.C. ma prima del successivo “suicidio ecologico”. In sintesi: “Sembra quasi che l’anima dell’isola porti con sé qualcosa di incompleto, di abbozzato, di inconcluso… Spesso le nostre scritture isolane non sono storie di successo. Né per sé stesse, perché muoiono, né per noi che non riusciamo a penetrare i loro enigmi”.

 

Conclude Ferrara: “La scrittura è prima di tutto una scoperta, la lampadina dell’assonanza che si accende, la trovata naturale, il gioco spontaneo di allargare le possibilità di significato. L’intuito di rappresentare parole non facilmente rappresentabili da segni iconici. Creando così a volte humour involontario, che si capisce spontaneamente, senza tante spiegazioni. Un’invenzione è un’altra cosa”.  Del resto, lo stesso concetto culturale di isola linguistica viene dalla condizione insulare fisica, con una marcata diversità rispetto alle lingue circostanti. E per l’indoeuropeo, anche a prescindere dall’esistenza o meno di un sostrato mediterraneo, è assodata, rispetto alla scrittura, l’origine multipla e non solamente mesopotamica, con un ruolo particolare per la stessa Isola di Pasqua (il rongorongo è appunto ancora un rompicapo) e tante specificità nelle isole del Mediterraneo.

 

Quale libro portare su un’isola deserta è soprattutto una domanda che scrittori ed editori dovrebbero porre a chi non legge mai, nemmeno un libro l’anno (quando la pongono a sé stessi, alcuni rispondono che a loro mancherebbe soprattutto la carta). La questione dell’analfabetismo è altra cosa, si tratta di un diritto negato, di un compito mancato dello Stato e delle istituzioni pubbliche. Sopravvivere senza leggere è questione di conoscenza, cultura, scritture, mercati. Ovunque, certo, si potrebbe (e talvolta si deve) sopravvivere senza leggere, non si è necessariamente più fallaci e più infelici; né è connesso con l’isolamento, anzi al contrario spesso si isola di più chi legge troppo; inoltre bisognerebbe almeno poi verificare che la copertura dei social sia garantita come possibilità alternativa, non propriamente migliore. Tuttavia, quella domanda a un non lettore potrebbe essere fertile, consentire a lui di affrontare un piccolo problema inusuale e forse poi suggerirebbe a chi gestisce la disponibilità di scritture e scritti di tentare strade nuove e inedite. Chissà!?

 

Resta il fatto che la nascita su un’isola, la residenza (più o meno temporanea) o il transito o la sosta o comunque l’esperienza della vita insulare sia associabile alla creatività, nella preistoria e nella storia dell’umanità sapiente, pure contemporanea. Non a caso grandi scrittori o pittori o musicisti hanno scelto isole per realizzare capolavori. Non a caso spesso investitori pubblici e privati, gestori o proprietari di stanzialità insulari, invitano chi vuole applicarsi su un argomento o concentrarsi su produzioni artistiche a trascorrere tempo sulla loro isola. Non a caso vi sono su tante isole italiane laboratori, corsi e attività di scrittura creativa, individuali e collettivi, con grande successo di partecipazione e di risultati. Non a caso personalità, più o meno famose e interessanti, vengono lasciate quasi allo stato brado su isole per improvvisare spettacolo, discutibile e purtroppo spesso poco creativo e molto morboso, un format internazionale. Andiamo da qualcuno isolano o andiamoci con altri continentali sull’isola, comunque: meglio evitare di trovarsi su un’isola deserta, libri o non libri che siano la nostra (ulteriore) compagnia!

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