Libri Edi Natali: Madeleine Delbrêl, fralezza e trascendenza

Delbrel Fralezza e trascendenza

Delbrel Fralezza e trascendenzadi Raimondo Giustozzi

Edi Natali, da molti anni ormai, amica e ideale compagna di Madeleine Delbrêl, dopo il saggio, Madeleine Delbrêl: Una chiesa di Frontiera, Edizioni Dehoniane Bologna, 2010, centrato sull’ecclesiologia della mistica francese, con questo nuovo saggio: Madeleine Delbrêl, Fralezza e trascendenza, Edizioni San Paolo, 2022, mette il rilievo l’antropologia e la spiritualità di Madeleine Delbrêl. “L’esperienza dell’umano si dispiega in quell’esodo da sé verso l’altro e sulla frontiera in cui ci si ritrova al di là di sé, per grazia, nella convivialità di una trascendenza che sboccia dal riconoscimento e dalla condizione della propria reciproca fragilità. Un’antropologia vissuta, ma anche narrata, fatta gustare, sbriciolata con discrezione ma con puntualità nelle sue concrete declinazioni spiritali e insieme storiche e sociali” (Piero Coda, Prefazione, pag. 8, in “Madeleine Delbrêl, Fralezza e trascendenza”, Edizioni San Paolo, 2022).

“Fralezza è una parola che evoca l’idea di debolezza e fragilità, sia nel mondo fisico che in quello morale, con un’accezione spesso più intensa e poetica, rispetto alla semplice parla fragilità” (Fonte Internet). Giacomo Leopardi, nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, tra le altre cose scriveva: “Questo io conosco e sento, / che degli eterni giri, / che dell’esser mio frale, / qualche bene o contento / avrà fors’altri; a me la vita è male” (Giacomo Leopardi). Se la fragilità per Leopardi rimane tale, per Delbrêl, attraverso un esodo, vissuto con operosa attività, si apre alla trascendenza. Madeleine, da atea che era, scopre che Dio esiste e sta dalla parte della vita, per cui il suo slogan non è più: “Dio è morto viva la morte!” bensì “Dio vive, viva la vita!”. La sua ossessione per la morte cede il passo ad una passione per la vita, che Dio ama in tutte le sue manifestazioni: danza, poesia, musica, letteratura, teatro, filosofia. Il suo intento nell’azione quotidiana da assistente sociale, è di trovare l’umanità in ogni persona che incontra.

Ambula per hominem et pervenies ad Deum”. Il motto di Agostino d’Ippona: Cammina attraverso la fragilità e incontrerai la trascendenza di Dio, è anche il filo conduttore del saggio. Il primo capitolo è dedicato al Contesto storico- sociale (pp. 27- 71), in cui nasce e si muove Madeleine Delbrêl. I paragrafi del capitolo: Henry Bergson, Maurice Blondel e il rinnovamento dello spiritualismo francese, Paul Claudel, Charles Péguy, dal socialismo al cattolicesimo, Léon Bloy: il pellegrino dell’assoluto, Jacques Maritain e il suo entourage, il personalismo di Mounier, le filosofie dell’esistenza (Simone de Beauvoir, Jean – Paul Sartre, Raymond Aron, Gabriel Marcel), Simone Weil e Madeleine Delbrêl: due strade incredibilmente mai incrociate, il risveglio spirituale e la Nouvelle Théologie (M.D. Chenu, Y. Congar, J. Daniélou, H. De Lubac) e verso il Concilio Vaticano II. Il capitolo può essere letto a parte, anche al termine del saggio. Serve solo per inquadrare il lungo arco temporale entro il quale Madeleine Delbrêl vive e fa le sue scelte (1904- 1964). Alcuni autori sono coevi, altri precedenti; è difficile poi capire, anche perché Delbrêl non ha lasciato scritto nulla nei suoi appunti, a quali autori o movimenti si è sentita più vicina.

Il capitolo secondo, dall’ateismo alla conversione (pp. 73- 94) e il terzo, dalla conversione alla vocazione: La Charité (pp. 95- 120), declinati in paragrafi di diversa lunghezza, raccontano gli anni che vanno dal 1904 al 1933. Madeleine Delbrêl nasce nel 1904 a Mussidan, in Borgogna, da Jules Delbrêl e Lucile Junière. Il padre è operaio alle ferrovie, uomo aperto, dal carattere bizzarro, interessato alla letteratura, è lui stesso poeta; la madre, molto riservata, ha la cultura classica tipica della borghesia del momento (ibidem, pag. 73). I continui trasferimenti del padre condizionano la vita della famiglia. L’istruzione di Madeleine avviene per opera di maestri privati, eccezionalmente molto bravi, come dice lei stessa. Il 6 giugno del 1915 riceve la prima comunione. Il 28 settembre del 1916, a seguito del trasferimento del padre a Parigi, inizia per Madeleine un periodo, ricco di incontri e di profonde trasformazioni, che la porteranno all’ateismo.

A Parigi, Delbrêl entra a far parte di un circolo letterario” Les Amis de Montaigne” che fa capo ad Arthur Armaingaud, intellettuale, curatore dell’opera del filosofo rinascimentale. Durante questo periodo, dominato dall’ateismo, Delbrêl scrive un testo poetico Dio è morto, viva la morte (1922), in cui celebra il trionfo dell’ateismo e della morte come ultimo definitivo orizzonte della vita. Si dà alla pazza gioia, ballando, divertendosi a dismisura, anche se avverte di trovarsi ad un certo punto sull’orlo di un vulcano che può distruggere tutto. Segue corsi di filosofia alla Sorbona. Conosce e si innamora pazzamente di Jean Maydieu. L’incantesimo dura poco. Jean Maydieu entra nell’ordine dei domenicani. Per Delbrêl è l’inizio di un dramma che supera scoprendo altri orizzonti per i quali vivere. La conversione la strappa dalla routine quotidiana e la pone faccia a faccia con Dio, che diviene la priorità assoluta. Se prima diceva “Dio è morto viva la morte!” ora grida con tutta la gioia che ha addosso “Dio vive, viva la vita!”. La sua ossessione per la morte cede il passo ad una passione per la vita, che Dio ama in tutte le sue manifestazioni: danza, poesia, musica, letteratura, teatro, filosofia.

I convertiti sono ingombranti”, scriveva Georges Bernanos. Madeleine Delbrel, anche se è tentata ad entrare nel Carmelo, sceglie il mondo, che diventa il suo monastero. Santa Teresa, san Giovanni della Croce e Charles De Foucauld sono le sue guide spirituali, mentre padre Jacques Lorenzo, il “Buon Samaritano della Parola”, le propone di entrare negli scout dov’è cappellano. Esuberante e vulcanica – “l’eternità in ogni istante della giornata” – scrive poesie, anima incontri di squadriglia, canta e prega all’insegna di una sola parola d’ordine: “gioia” e un suo scritto sarà proprio “La gioia di credere”. “Noi crediamo alla gioia, / il che non si riduce / a dare prova di ottimismo. / Ci sembra che la gioia cristiana, / quella che il Signore chiama “la mia gioia”, / quella che egli vuole che sia “piena”, / consista nel credere concretamente / – per fede – che noi sempre e dovunque / abbiamo tutto ciò che è necessario / per essere felici” (Madeleine Delbrel, la gioia).

La conversione viene riportata nei suoi Cahiers, quaderni di appunti, dove parla della propria conversione. Sempre con l’aiuto di padre Jacques Lorenzo, scopre che deve dedicare la propria vita agli altri, quelli che trova per strada, al bar, nei luoghi di lavoro e di svago. Questa è la sua missione, senza andare all’estero. Invita tutti i propri amici e amiche ad essere “Missionari senza battello”, dal titolo di una sua opera. La Francia è terra di missione. Il 14 ottobre 1933 fonda assieme ad altre due amiche: Hélène Manuel e Suzane Lacloche il gruppo della Charité. Il giorno dopo partono per Ivry sur Senne, periferia nord di Parigi. Il gruppo si stabilisce al numero 11 di rue Raspail e lì rimarrà per sempre, fino ad oggi, nonostante alcuni tentativi fatti da altri, nel 1943, di unire il gruppo alla Missione di Francia e negli anni Cinquanta all’Istituto secolare Charitas Christi. La comunità che nasce attorno alle tre amiche: Madeleine Delbrêl, Hélène Manuel e Suzane Lacloche, ha carattere laico, si lega alle parrocchie del luogo, per fare attività di supporto, per arrivare là dove “le braccia amputate della Chiesa ufficiale non giungono”.

“La nostra strada – afferma Delbrêl – ci ha condotto, a Ivry, dai senza Dio, poiché si tratta di persone troppo sole perché non abbiamo voglia di abbandonarle; la loro solitudine deve diventare per lei e per il gruppo – ma potremmo dire per ogni cristiano – unappello a uscire dal proprio piccolo mondo. La difficoltà nel descrivere il gruppo deriva dalla pluralità di vocazioni, ciò che è chiaro, però, è che è adatto a fare ogni cosa e che poco si cura dell’immagine. In esso, ognuno cerca di realizzare pienamente sé stesso, poiché gli alberi che devono insieme formare una foresta vivono ciascuno delle proprie radici solitarie. Il gruppo non è nulla in sé stesso; il mio sogno – scrive Madeleine – è che sia nella Chiesa, come il filo di un vestito. Esso tiene insieme i pezzi e nessuno lo vede se non il sarto che ce l’ha messo. Se il filo si vede tutto, è riuscito male” (pp. 112 – 113). Nella comunità di Ivry sur Senne tutti sono impegnati a servire quanti incontrano per soccorrerli nelle proprie necessità che non sono solo di carattere materiale, ma anche affettive e umane, con ferite morali che non si rimarginano facilmente senza la vicinanza, la prossimità. Niente di diverso da quello che Papa Francesco ha predicato per tutto il proprio pontificato. La chiesa deve uscire dalla sacrestia e raggiungere tutte le periferie del mondo, quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali.

È l’Itinerarium ad hominem che viene sviluppato nei due capitoli successivi, con paragrafi di diversa lunghezza: Un nuovo concetto di missione appare all’orizzonte (cap. quarto, pp 123 – 143) e L’esperienza sociale. Madeleine Delbrêl assistente sociale (cap. quinto, pp. 145 – 188). Nei primi cinquant’anni del XX secolo, la Francia si scopre di essere diventato un paese sostanzialmente scristianizzato. Mons. Suhard, cardinale di Parigi aveva dato incarico, un mese dopo la tragica retata di ebrei a Vél d’Hiv, nell’agosto del 1942, a Henri Godin, cappellano delle Gioventù Operaia Cristiana (JOC) ed al suo amico Yvan Daniele, di studiare la situazione religiosa nel milieu operaio parigino, per poter costruire un’azione missionaria capace di abbattere quel muro che ormai separava la Chiesa dalla società civile. Alla fine di marzo 1943, precisamente il lunedì di Pasqua, i due sacerdoti consegnavano al cardinale Suhard un documento di una cinquantina di pagine, dal titolo “Mémoire sur la conquête chrétienne dans le milieu prolétaire”.

A questo documento segue la Missione della chiesa francese, volta a recuperare il mondo operaio al cristianesimo. Un gruppo di sacerdoti, abbandonate le forme tradizionali della predicazione, sceglie di vivere in mezzo agli operai, mettendo da parte la tonaca e quant’altro indicasse l’appartenenza al clero. Nasce la stagione dei preti operai che fanno esperienza diretta di una classe operaia ben organizzata, che lottava contro lo sfruttamento degli uomini, che reclamava giustizia. Tutti i preti aderirono alla Confederazione Generale del lavoro (CGT) perché era l’associazione che meglio rappresentava gli operai; alcuni di questi preti operai fecero parte dei sindacati, anche se non assunsero mai dei compiti politici e non furono mai militanti se non nel Movimento della Pace.

Con la morte del cardinale Suhard, che aveva dato inizio alla missione e con l’elezione alla guida della diocesi parigina, di mons. Feltin, più mitigato rispetto al suo predecessore, la Missione vive momenti difficili. Il decreto del primo luglio 1948, emesso dal Sant’Uffizio e approvato da papa Pio XII, che condannava quanti aderivano e collaboravano con il Partito Comunista, fa il resto. I preti operai vennero visti con sospetto. Inizia così un lungo braccio di ferro tra loro e le gerarchie ecclesiastiche, francesi e la curia di Roma. “Il gruppo della Charité, di Ivry sur Senne, si sente coinvolto fin dall’inizio dalla vicenda dei preti operai e tenta di salvare il salvabile, mettendo in campo il lucido discernimento affiancato dalla misericordia amorevole. Ella comprendeva l’errore in cui erano caduti alcuni preti operai, ma comprendeva anche la loro buona intenzione, il loro senso di abnegazione, comprendeva l’umana fragilità, l’una stanchezza e er questo motivo apriva il cuore alla tenerezza della vera accoglienza” (Ibidem, pag. 135).

Tra tutti i preti operai, molti dei quali gettarono alle ortiche la tonaca ed altro, ci fu però chi, come padre Jacques Loeww, che, pur lavorando sulle banchine del porto di Marsiglia, rimase tenacemente attaccato alla propria scelta di prete. Non aveva ridotto la religione ad una pura dimensione sociale. Era riuscito a distinguere tra la tendenza all’alleanza e la salvezza, proposta da una reale incarnazione del Cristianesimo nella storia. Fu proprio negli anni più infuocati della questione relativa ai preti operai che Madeleine scrive il libro Missionari senza battello: “Il cristiano è missionario nel luogo in cui si trova, pertanto rimane immobile; tuttavia per raggiungere l’altro, il non credente, deve partire dal proprio microcosmo, deve lasciare la propria prospettiva. Ogni partenza, se è vera, comporta comunque un lasciare e di conseguenza è dolorosa” (pag. 141).

Nella piccola e variegata comunità di Ivry sur Senne, totalmente immersa nella realtà operaia, Madeleine, come assistente sociale, professione che svolgeva quotidianamente nel proprio ambiente, viene a contatto con una umanità variegata, che vive la povertà non solo materiale ma anche quella morale, mancanza di rapporti, di autostima, di marginalizzazione. Sono le periferie esistenziali di cui parlava sempre papa Francesco. Delbrêl ha anticipato di diversi anni il Concilio Vaticano II; venne anche chiamata dai padri conciliari per portare il proprio contributo nei lavori preliminari della Commissione Consiliare che si occupava del ruolo della Chiesa nella società contemporanea. Lavori che culmineranno poi nella pubblicazione della “Gaudium et Spes”. Madeleine univa, nel proprio lavoro di assistente sociale, l’azione con la contemplazione, pregando molto, come padre Loew. Per ambedue, la fede non era riconducibile né al buon senso né a una dottrina morale. La dottrina marxista si riduceva a costruire un cielo senza stelle. La dimensione orizzontale di chi si professa cristiano non deve svuotare quella verticale. Un Cristianesimo senza Cristo è vuoto.

L’Itinerarium ad et in Deum viene sviluppato in altri due capitoli, declinati in paragrafi: Un Cristianesimo di frontiera (cap. sesto, pp. 191 – 243), Lessico di una spiritualità incarnata, cap. settimo, pp. 245 – 295). “Se nei capitoli precedenti la riflessione delbrêliana si è concentrata sulla comprensione delle categorie del proprio tempo, dandone una lettura segnata dal suo essere cristiana, in questa sezione del testo si tenterà di rispondere alla domanda su cosa significhi per lei essere cristiano. E, nel definire questo, emergono dei punti fondamentali, quali per esempio un cristianesimo non riconducibile a dottrina morale né a deontologia, ma un cristianesimo come dimensione ontologica, per l’uomo che ha optato per Dio e da Dio si è lasciato in – formare” (pag. 189).

In questa ottica si capiscono meglio i paragrafi del sesto capitolo: Alla ricerca della radice cristiana, l’insolito del cristiano, la sofferenza cristiana e l’inferno della storia, la presenza del male interpella il cristiano, una fede provocata dal mondo, il cristiano sprofondato nello spessore del mondo, il cristiano è un prigioniero, il cristianesimo non è una morale, il paradosso la logica del cristiano. Il piccolo libro, scritto da Madeleine Delbrêl: Alcide, ovvero il semplice cristiano, di cui Edi Natali riporta alcuni passi, è il condensato della vita del protagonista, dal nome del tutto inventato: “Alcide non è mai esistito, eppure rappresenta quel mondo piccolo cristiano formato da uomini diversi per ambiente sociale, cultura, età, stati d’animo” (pag. 227). “L’umiltà del cristiano è esercitare l’autorità come servizio, cosa che il cristiano e la Chiesa non devono mai dimenticare, non lasciandosi catturare dalle lusinghe false di questo mondo, perché fondamentalmente brillare non significa illuminare; i cristiano deve contentarsi di brillare di luce riflessa – è già molto – senza pretendere di divenire un faro per gli altri e questo deve essere presente anche nell’esercizio dell’autorità, quando cade nella tentazione di pontificare: il centro del monastero spetta a Dio occuparlo: non sbagliare di posto, ammonisce Alcide”(pag. 234).

Delbrêl non ha mai abbandonato la lettura dei grandi mistici: San Giovanni della Croce, Teresa d’Avila, San Benedetto Labre, Santa Caterina da Siena, Santa Teresa di Lisieux. Madeleine ha imparato poi da Charles De Foucauld “la capacità di trovare il deserto anche in mezzo alla folla, la dedizione al lavoro manuale, il dare a ciascuno secondo il personale bisogno senza avere un programma che preveda ciò che si può e non si può fare, il desiderio di andare al largo, senza essere contenuti dalle mura di un monastero, scegliendo come clausura quella delle circostanze giornaliere e del prossimo immediato” (pag. 248).  Molte sono le poesie scritte da Madeleine, che nascono dalla vita di tutti i giorni, piene si umanità, cariche di vita e di speranza, valide per ogni tempo e a latitudini diverse. Alcune sono riportate nel libro di Edi Natali, saggio che si può leggere da angolature diverse, ma tutte appassionanti, scritto con un linguaggio preciso e ricco di riferimenti alla cultura del tempo in cui Delbrêl si è trovata a vivere.

La conclusione, dal titolo È possibile un’antropologia delbrêliana? (pp. 297 – 313), cenni biografici (pp. 315 – 319), ringraziamenti (pp. 321 – 322) e la bibliografia (pp. 323 – 332) sono le ultime pagine del saggio, importantissimo per avvicinarsi alla conoscenza di Madeleine Delbrêl. L’uomo, per Madeleine, è un viandante, la strada è il luogo dove vive. Il Cristiano, se vuole imitare Cristo, vero Dio e vero uomo, deve seguire ciò che il Vangelo annuncia: “Egli abita in mezzo a noi sotto le sembianze di chi è nudo, affamato, prigioniero straniero senza rifugio. Sotto queste sembianze egli è, nella storia del mondo, qualcuno di indefinitamente esiliato. E chi lo raggiunge e lo segue diventa esiliato anche lui” (pag. 302).

 

Mi piace terminare questa recensione con la conclusione presa dall’altro libro di Edi Natali, anche per valorizzare questa sua precedente pubblicazione, più ecclesiologica che antropologica, come invece fa in “Madeleine Delbrêl, Fralezza e trascendenza”: “Una chiesa di frontiera è una chiesa che accetta il paradosso di una verità che non si può spezzettare o contrattare. Ma che, allo stesso tempo, non diviene una barriera verso il mondo: una chiesa di frontiera accetta ogni sfida, fissando lo sguardo in Cristo morto e risorto, senza arroccarsi su sé stessa; è una chiesa capace di guardare all’uomo contemporaneo, consapevole di non cercare consenso, ma di essere un punto di riferimento, perché essa non possiede prepotentemente la verità, ma ne è umile depositaria. L’impegno di Delbrêl fu sempre quello di comprendere profondamente le ragioni della Chiesa, anche quando non erano facilmente comprensibili: “Della Chiesa comprendo ciò che posso, il resto non lo comprendo. Però mi sforzo di vivere non quello che capisco, ma quello in cui credo. Comprendere non mi aiuta a credere; invece credere mi aiuta a capire”. Attiva e contemplativa, immersa nella concretezza delle situazioni ed estranea ad esse: queste furono caratteristiche che, spese nell’ordinarietà della vita, accompagnarono l’intera sua esistenza. Non conformarsi ad alcun modello e, al tempo stesso, lasciarsi plasmare da ogni circostanza della vita e da ogni persona incontrata, essere immersa nel mondo senza mai divenirne un meccanismo, operare socialmente in mezzo agli uomini e al tempo stesso non lasciarsi catturare da alcuna struttura mondana, rimanere libera dinanzi a tutto e a tutti, pur legandosi profondamente e appassionatamente a ogni vicenda vissuta e ad ogni uomo conosciuto; tutto questo non è che un cenno della variopinta spiritualità delbrêliana(Edi Natali, Madeleine Delbrêl: Una chiesa di frontiera, pp. 98- 99, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna, 2010).

Raimondo Giustozzi

 

Curriculum vitae di Edi Natali

Edi Natali nasce a Pistoia il 30/04/64. Istruzione e formazione: Laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università di Firenze con un lavoro sulla filosofia di G.W. Hegel. Magistero in Scienze Religiose presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, con un lavoro su Madeleine Delbrêl. Baccalaureato presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale. Licenza in Teologia Dogmatica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale con un lavoro su Lev Šestov. Dottorato di ricerca in Ontologia Trinitaria presso l’Istituto Sophia di Loppiano, sotto la direzione di Mons. Piero Coda e in co – tutela con la Facoltà di Filosofia di Perugia sotto la direzione del filosofo Marco Casucci.

 

 

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