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Piergiorgio Viti

Recanati e le altre: città e stanze di Giacomo Leopardi

Isabella Angelantoni

Isabella Angelantoni

di Valerio Calzolaio

Giacomo Leopardi nacque a Recanati il 29 giugno 1798, morì a Napoli quindici giorni prima di compiere 39 anni. Gli capitò di visitare vari borghi e luoghi nei dintorni della sua natia residenza, non di rado le più grandi Ancona e Macerata. Da un certo momento della sua vita pensò di andarsene da casa, solitario e ramengo, lontano da dove si sentiva sepolto e comunque sempre meno a proprio agio; per un lungo periodo non riuscì a organizzarsi ma finalmente, dopo aver raggiunto l’età di ventisette anni, poté vivere quasi esclusivamente altrove (la sorella Paolina ci riuscirà solo alla morte della madre, a 57 anni); Leopardi soggiornò così in varie città, ampie e lontane. Ebbe lunghi periodi di emigrazione a Roma, Milano, Bologna, Firenze, Pisa, Napoli, successivamente nel tempo. Fu lungamente immigrato a Napoli e a Torre del Greco (quasi quattro anni consecutivamente), Firenze (quasi quattro anni in vari intervalli), Bologna (quasi sedici mesi complessivi in ancor più intervalli), residente pure a Roma (circa undici mesi, perlopiù quelli della prima uscita da Recanati), Pisa (circa sette mesi, a sua misura), Milano (poco meno di due mesi). In ognuna trovò persone, luoghi e momenti sia accoglienti che ostili, in nessuna pieno inserimento. Non riuscì mai a vedere le agognate Venezia o Genova. E Parigi. A Recanati visse, comunque, gran parte dell’esistenza, circa il settanta per cento del tempo cronologico esistenziale complessivo, ricapitandoci poi in varie altre occasioni, talora per intere stagioni, mai più negli ultimi sette anni prima di morire (dopo il 30 aprile 1830), coltivando per altro un ricco epistolario con i parenti più o meno cari che vi continuavano a vivere. Superfluo citare tutte le date e tutte le approssimazioni, la sostanza non cambia: Leopardi mantenne sempre un rapporto intenso e articolato con Recanati, il piccolo borgo dove crebbe, abitò fanciullo, giocò e studiò, divenne adulto e maturo, uno dei più grandi poeti al mondo, della sua generazione e della sua epoca, e delle successive.

Nelle città in cui poté organizzare vita autonoma e sociale fu ospite, all’inizio solo, poi spesso con Ranieri e altri, in stanze e appartamenti di parenti, amici e conoscenti, oppure in abitazioni a pagamento: dallo zio materno la prima volta a Roma, a casa dell’editore Stella a Milano, in un convento con il compagno di viaggio sacerdote e poi presso una famiglia, in un pensionato e in locande almeno cinque volte a Bologna (talora transito affettivo verso altri lidi), a pensione in locande a Firenze molto a lungo (e lì ben presto, nel giugno 1828 conobbe l’allora ventiduenne cavaliere napoletano Antonio Ranieri), a pensione da una famiglia a Pisa, in affitto in più appartamenti e case a Napoli e Torre del Greco. Ognuno di questi passaggi biografici ha meritato ampi dettagliati resoconti e studi, ha visto specifici convegni e mostre, ha sollecitato molteplici punti di vista geografici e opinioni critiche, è stato sviscerato da studiosi all’interno della sterminata bibliografia sul poeta, anche in relazione agli scritti e alle lettere connessi; ai contesti urbanistici vissuti e agli avvenimenti storici verificatisi, oltre che agli interlocutori letterari ed editoriali e alle personalità della cultura, della politica, della religione e delle istituzioni lì in vario modo frequentati. talora pure alcuni di loro in continuo spostamento; alle donne e agli uomini incontrati, a nuovi amici più o meno sinceri, a conoscenti coi quali intrattenere successivamente rapporti epistolari, a donne colte o piacenti o odiate o amate da Leopardi.

I viaggi di trasferimento verso le mete scelte erano avventurosi e incerti per durata e dinamica, sempre sorprendenti a prima vista per paesaggi e comunità osservate. Su carrozze postali scomode e pericolose, ci si fermava lungo il tragitto sia per le necessarie visite doganali di un’Italia abbastanza divisa, sia per ristoro (da Recanati, tra Adriatico e Tirreno, spesso in Umbria, fra gli Appennini, a Spoleto o Perugia o Terni per esempio), fra tutto duravano svariati giorni (in diligenza riusciva faticosamente a leggere, approfondire e correggere), sei giorni il primo per Roma, cinque solo per arrivare a Bologna in direzione Milano (poi altri tre). Si partiva molto tempo prima del presunto appuntamento previsto in accordo con chi a destinazione doveva ospitarlo o riceverlo. Per i costosi viaggi il poeta impegnò svariati mesi di vita, nei primi cinque anni intersecando Recanati, negli ultimi sette spostandosi solo fra le grandi città. Occorre ovviamente considerare che Leopardi era di salute e fisico cagionevoli, pativa di svariate malattie e disturbi che colpivano organi e sistemi (con gravi conseguenze per psiche e attività), si barcamenava in una quotidianità il più possibile comoda e libera con stentate limitate risorse economiche di molteplici provenienze, familiari e lavorative (precari anticipi e compensi). Occorre pensare più a uno studente celebre ma povero, malandato e fuori sede, piuttosto che a un nobile benestante, alla ricerca comunque di lavori intellettuali, sedi universitarie, eventi artistici, contatti sociali, esperienze emotive che il borgo natio non poteva offrire.

A Recanati Leopardi aveva casa di famiglia, l’antica aristocratica residenza a Montemorello (dal XII secolo), abitazioni frantoi cantine giardini, un complesso di edifici a più piani riuniti in un unico enorme palazzo a metà XVIII secolo, ai bordi del centro storico. I discendenti di Pierfrancesco (1813-1851), ultimo dei figli di Monaldo Leopardi e Adelaide Antici e, dunque, dei fratelli e sorelle di Giacomo, hanno continuato sempre a viverci e risiedono ancora in parte del palazzo. Dal 18 giugno 2020 la famiglia Leopardi ha deciso per la prima volta di aprire al pubblico il secondo piano, cosiddetto “nobile”, gli spazi più intimi della casa: è stato inaugurato l’inedito percorso di visita Ove abitai fanciullo, attraverso ambienti che erano stati esclusivamente domestici, ovviamente anche dopo la morte del poeta. Chi per decenni ha visitato al primo piano la meravigliosa biblioteca aperta al pubblico (già da Monaldo, in realtà) passava accanto alla rampa del grande scalone d’ingresso, chiuso al passo e accessibile nelle occasioni in cui amici e personaggi delle istituzioni (quattro Presidenti della Repubblica, ministri, parlamentari, sindaci, ambasciatori), della cultura e dello spettacolo dovevano privatamente giungere ai saloni di rappresentanza. Su invito della contessa Leopardi e del figlio Vanni mi capitò decenni fa di visitare per incontri conviviali Galleria e Giardino, ma erano appunto fruibili solo molto raramente e per pochissimi individui.

Vedere personalmente dal vivo le stanze e gli spazi residenziali recanatesi di Giacomo Leopardi è un’esperienza da fare, presto e bene. Peccato che sia eccessivo il costo del biglietto, pure se a gestire la visita sono nuclei familiari con figli studenti (lo sconto è minimo). Prima si potevano vedere solo biblioteca (eccezionale patrimonio librario, da decenni, meno di un’ora) e il museo (oggetti, documenti scritti, da pochi anni, un’oretta comoda). Ora l’itinerario completo (a 18 euro) riguarda innanzitutto “La Casa”,  con l’accesso ai saloni di rappresentanza del palazzo, al salone azzurro, alla sala degli specchi e alla galleria con il loro mobilio e le collezioni d’arte, oltre che al giardino con il portico che ispirò gli immortali versi de “Le Ricordanze” (dal quale si accedeva anche all’orto delle monache di Santo Stefano), e riguarda soprattutto gli appartamenti del poeta, fatti costruire quando  i fratelli Giacomo e Carlo erano già quasi adolescenti e chiamati “Brecce” per il pavimento alla veneziana. Entriamo trattenendo il fiato nelle sue stanze del sonno e del riposo, dei pensieri e dei componimenti mentali (l’anticamera salottino e le due camere indipendenti e autonome, quelle da cui si osservava l’amata luna e le vaghe stelle dell’Orsa,), dall’aprile 1830 e poi ancor più dal giugno 1839 esclusi per ogni utilizzo quotidiano, custoditi in memoria e ora restaurate. Si fa l’intero percorso in 15 minuti, non si viene accompagnati da guide, c’è solo il personale di una società di sicurezza. Le scuole hanno condizioni speciali di ingresso e visita. Giorno di chiusura il lunedì. Le guide continuano a essere indispensabili per “La Biblioteca”, anche se ora la visita dei gruppi dura meno ed è spesso inevitabilmente frettolosa, 20-25 minuti. Durante l’estate moltissimi turisti italiani si sono riversati a scoprire i nuovi suggestivi “luoghi” leopardiani aperti, in quei mesi i vincoli imposti dalla pandemia Covid-19 sono stati allentati, abbiamo tutti conosciuto una tregua nelle limitazioni alla libertà di movimento e agli obblighi di distanziamento.

In questi ultimi anni si sono effettivamente aggiunte tante belle ragioni per visitare la Recanati di Leopardi, se ne è spesso già parlato (accanto agli aspetti più letterari), fra le altre: l’abitazione prospicente il palazzo che consente di ricordare per sempre A Silvia e vari altri componimenti dei dì di festa e delle vive stagioni; il Museo Leopardi predisposto dalla famiglia e la specifica installazione multimediale Play Marche; grazie al FAI, il museo dedicato alla poesia L’infinito e l’orto in cui fu concepita, inaugurati dal Presidente Mattarella; poi la connessa ristrutturazione del Centro Studi, le annuali celebrazioni di fine giugno, le iniziative del Comitato per le celebrazioni dei 200 anni dalla poesia (1819-2019), mostre e attività promosse dal comune, compresa un’altra installazione multimediale. Peccato che manchi ancora un coordinamento sincero e motivato di tutte le istituzioni private e pubbliche che hanno doveri e poteri di documentazione dei vari aspetti della vita e delle opere del poeta. Negli anni novanta emerse l’interessante positiva idea di un vero e proprio parco culturale leopardiano, imperniato su Recanati e dedicato alle stanze e alle città in cui il poeta visse, operò e scrisse, vivendo prevalentemente solitario o accanto ad altri; l’ipotesi andrebbe ora rilanciata proprio per garantire una fruizione all’altezza qualitativa per quanti più cittadini possibile dell’identità leopardiana, fisica biografica letteraria; la famiglia era disponibile, il dibattito parlamentare registrò ampio unanime consenso, il comune preminente e gli altri interessati avevano iniziato a lavorarci. Poi prevalsero potentati burocratici ministeriali e ci si scontrò in modo incruento con il potere dei piccoli autonomi orticelli. Tanto di buono è stato fatto lo stesso, resta l’esigenza di unire forze e sforzi per alimentare l’enorme passione popolare e mondiale verso Leopardi, un grande uomo di lettere e di scienze, fragile e consapevolmente illuso di noi umani. Da due secoli, la sua memoria critica e ogni suo scritto vanno considerati un bene comune planetario.

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