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Piergiorgio Viti

Letteratura dell’Esodo e dell’Esilio La Foiba Grande, Carlo Sgorlon

Carlo Sgorlon - f.te internet

Carlo Sgorlon – f.te internet

di Raimondo Giustozzi

“La peste nera scoppiò molte volte nella nostra penisola, e si diffuse come l’olio, entrando nei vicoli dei paesi e delle città distesi a prendere il sole sulle coste rocciose, facendo macello. Le città venete della costa languivano semispente, come per un terribile saccheggio dei pirati. L’anziano podestà di Capodistria, ricevute notizie dai suoi messi, si ficco le mani nei capelli. Sia Capodistria che il suo circondario erano estinti, e mancavano perfino le braccia per seppellire i  morti. L’Istria stava morendo. Anch’egli, pur vivendo nel cuore del disastro, difettava di notizie e di collegamenti. Le voci correnti modificavano tutti i giorno il numero dei morti, e anche le vittime della vecchiaia, della renella o della gotta venivano introdotte nel registro della peste”(C. Sgorlon, La Foiba Grande, pagg.7- 9, Arnoldo Mondadori Editore, Milano,1992). Anche oggi, tanti deceduti per Coronavirus in realtà avevano molte altre patologie pregresse e sono morte non per, ma con il nuovo micidiale virus che sta falciano la popolazione mondiale. La storia si ripete.

Passata l’epidemia, le città dell’Istria iniziano a ripopolarsi per merito dell’anziano podestà di Capodistria: “Il podestà scrisse due relazioni di suo pugno, che non facevano se non ribadire sempre daccapo l’idea che la penisola andava ripopolata in ogni modo; gente balcanica veniva portata quassù con vecchie galere veneziane. Erano pezzi di marcantoni alti e fieri, ragazze di gamba lunga e di petto sodo ed elastico. Anche gli immigrati foresti erano gente sana, ben costruita e resistente, scelta con cura dal magistrato veneziano. Si sentivano piombati di colpo in un quieto, inesplicabile paese dell’abbondanza, dove era stata la moria dei padroni. Prendevano possesso di case vuote di poderi cintati da masére di pietre. Con questa popolazione mescolata ricominciò la vita del paese. Le case si riempirono di canti istriani e di malinconiche nenie balcaniche. Presto si risentirono pigolii di neonati e strilli di bambini” (pag. 8- 10).

Umizza, piccola cittadina immaginaria, posta all’interno dell’Istria, poco lontana dal canale di Leme, epicentro della storia, torna a rivivere: “Artigiani dalmati o romeni, fieri e abili avevano sposato ragazze istriane, stiriane, carinziane, venute giù lungo i contrafforti carsici o dalle Alpi Dinariche e Caravanche, all’epoca di Maria Teresa. Il sangue della gente era molto mescolato. A Umizza tutti avevano una nonna croata o tedesca, un bisnonno ungherese, un prozio friulano o qualche ascendente che veniva dalle montagne dalmate. Benedetto Polo, l’uomo più singolare del paese, ricordava una bisnonna bellunese e un trisavolo raguseo” (pag. 13).

Passano circa tre secoli. Arriva la prima guerra mondiale e la migliore gioventù è richiamata alle armi. Benedetto non ha voglia di combattere contro nessuno tanto più a fianco dell’Austria, lui che è di chiare origini venete, come il più conosciuto Marco Polo. Sposa Anna Radek che perde quasi subito uccisa dal paratifo. Anche Benedetto Polo viene colpito dalla stessa malattia ma la combatte e guarisce. Saluta Olga Radek, la madre di Anna, Filomena e Bartolomeo, i propri genitori e si imbarca per l’America dove rimane per venticinque anni.

A Umizza, tutti mostrano meraviglia per la decisione presa da Benedetto che veniva visto come un punto di riferimento, solitario, pensatore, attaccato alla propria terra ma desideroso anche di fare esperienza in terre lontane. Frane e Vera, due ragazzi del posto non la pensano come gli altri; per loro Benedetto rimane sempre un mito. Filomena intanto, terminata la guerra, scrive al figlio, raccontandogli le novità del dopoguerra. Gli italiani, i nuovi padroni, non si comportano bene. Sopprimono le scuole croate. Rifanno la segnaletica, lasciando solo nomi italiani, quelli croati vengono italianizzati. “Impiegati, questurini, carabinieri su ogni certificato stampavano dieci timbri, per ogni cosa prendevano informazioni, come se non si fidassero di nessuno, e neppure di se stessi. Agli istriani fumava la testa. Stentavano a raccapezzarsi nella nuova realtà. Quello che sotto l’Austria si poteva avere in tre ore, adesso si otteneva in tre settimane, quando le cose andavano bene, o in tre mesi” (pag. 19).

Dall’America intanto, Benedetto scriveva alla mamma Filomena le proprie impressioni sul nuovo continente: “In America la gente non aveva radici, e per essa un luogo o l’altro era lo stesso. Gli americani non vivevano nel pieno di una loro cultura ma nel vuoto, come fantasmi; al massimo avevano le proprie radici in un vaso di coccio zeppo di terra portata dal loro paese di origine, come alberelli da terrazza” (pag. 22). Filomena, in Istria, si trova nel giorno della festa di Sant’Anna a Rovigno assieme ad una sua amica, Partenija e dal paese, di notte vedono passare lontano, molte file di luci rotonde, che si muovono lentamente sul mare. E’ la sagoma del transatlantico Saturnia che fa scalo a Trieste. Sulla nave è imbarcato Benedetto che, all’insaputa della mamma, si è deciso di ritornare. Arriva a Umizza in corriera. Si ferma in una osteria dove chiede informazioni sui Polo di Umizza. Viene informato che suo padre Bartolomeo è morto e la mamma Filomena cura l’amministrazione dei diversi poderi lasciati dal marito. In quello di Santa Barbara incontra Simòn Manassèr, “un contadino di grande corporatura, che stava sfoltendo le ultime viti”. Aveva comprato il podere dal padre perché Bartolomeo Polo aveva bisogno di soldi. Filomena, l’anziana madre di Benedetto, ha per il figlio poche parole: “E’ così che si ritorna, dopo tanti anni? Senza avvertirmi, senza scrivere neanche un rigo? Col rischio di darmi il crepacuore! Ormai ho i miei anni, sai! Non ci metto mica molto ad andare dietro a tuo padre” (pag. 28).

Passano i giorni, le settimane e i mesi. Filomena vede che il figlio è ritornato diverso da come era partito. Vorrebbe averlo vicino a sé per raccontargli delle ipoteche che gravano sulla casa e sulle altre proprietà. Benedetto pensa che l’unica proprietà vera sia l’Istria così diversa ma così bella. Acquista un cavallo e un calesse. Inizia a viaggiare per tutta la penisola. Sistema tavoli, sedie, quadri e pochi altri effetti personale in una grande stanza della casa. Nessuno lo sa, solo Vera se ne accorge sbirciando tra le sue carte, ma Benedetto è conosciuto nell’altra parte del mondo. Durante la permanenza in America ha imparato la nobile arte del vasaio, poi dello scultore. Riempie la casa di argilla. La mamma è preoccupata. Pensa che il figlio stia andando fuori di testa. Ma non è così. In breve, Benedetto, con i risparmi che ha, riscatta la casa, lavora e viaggia per tenere contatti con chi è interessato ad acquistare le sue opere. Dalle sue mani escono sculture di donne nude in dolce attesa. Benedetto era diventato un uomo dai mille interessi. Nella campagna attorno a Umizza scopre i resti di un vecchio forno romano, forse dell’antica città romana di Nesazio di cui esistevano solo i resti. Benedetto lo rimette in funzione e ci cuoce le statue di argilla.

Invita i compaesani a non occuparsi troppo delle proprietà. Quello che hanno basa e avanza per condurre una vita felice: “Benedetto era diventato un uomo imprevedibile. Parlava spesso di terra, ma la terra dei prati, dei vigneti e degli oliveti non lo interessava più. I campi venduti a Simon Manassèr e a Giusto Stefanèl lui li vedeva come fossero ancora suoi, e la stessa cosa era per tutte le terre di Umizza, ma in fondo anche per quelle più lontane di Pisino, di Valle, di Fontana, di Pinguente, di Montona, di Canfanaro, e di tutta l’Istria, fino a Maresego e a Sandaniele in Carso. Filomena era sbalordita. Ma cosa diceva mai, quello strambo di Benedetto? Per lei era suo solo quello che era cintato da un rete, e che si poteva chiudere con lucchetti e catenacci, o che era stato registrato nelle carte del catasto fin dai tempi di Venezia. Forse Benedetto parlava così perché non aveva famiglia, né figli, e non aveva tutti i giorni la spesa da fare, né problemi quotidiani da affrontare e risolvere” (pag. 35).

E’ una vera biblioteca vivente. La gente di Umizza si chiede come mai non si sia sposato di nuovo. Alcuni però lo hanno visto in compagnia di una donna in altri paesi dell’Istria. Ben presto si scoprirà arcano. Quello che alcuni del paese hanno visto a Rovigno, ritorna spesso questo magnifico paese dell’Istria, è un suo sosia, Milan Bencovici.

Vera pende dalle sue labbra. Rimasta orfana di padre, morto in galera a Gaeta perché si era ribellato alla italianizzazione del proprio cognome croato Radek in Radeco, colpendo con un pugno un capitano italiano. Se il papà vivesse avrebbe la stessa età di Benedetto. La mamma Maddalena, perso il marito, si era rimboccata le maniche per stare dietro a lei, Vera e all’altro figlio, Frane che studia al Liceo di Pola. Tutti e tre frequentano la casa dei Polo. Vera e la mamma aiutano Filomena che ritorna ad essere quella di sempre. Con le chiavi in mano della dispensa e dei magazzini ricolmi di ogni ben di dio, vino, olio, derrate alimentari, carne, dà ordini ed esige di essere obbedita da tutti anche se passa sopra alle stravaganze del figlio. La sua casa è il punto di riferimento per tutta la gente di Umizza soprattutto quando si addensano di nuovo nubi minacciose. Ha sempre vicino Vera che condivide con lei ansie e preoccupazioni. Vera soprattutto è interessata a Benedetto, nonostante abbia tanti più anni di lei. Fa di tutto per conquistarlo. Lo accompagna spesso nei suoi viaggi a Lubiana. La mamma Maddalena è preoccupata per la vitalità spericolata della figlia. “Vera viveva sempre di corsa, e volava come una capra sulle pietre del Carso”. Gli italiani avevano chiuso la scuola croata. I bambini slavi, da quando frequentavano quella italiana, non capivano niente di quello che dicevano i maestri venuti dal meridione. Vera ne organizza una in casa dei Polo. I bambini la frequentano e con lei capiscono le cose e si divertono anche. Vera è una delle più belle creazioni di Sgorlon. Bella, vivace e selvatica sarà sempre punita dalla sorte per i suoi sogni, soprattutto in amore: prima con Vlado, poi con Benedetto, che la respinge solo perché è più vecchio di lei di trent’anni. Ma lei saprà sempre essere più forte del destino che la contrasta: “il destino aveva cambiato le cose, a allora lei, per rivalsa, per fargliela vedere, aveva deciso di mutare tutto quanto.”.

Scoppia intanto la seconda guerra mondiale nella lontana Polonia. Umizza è scossa invece da una vicenda amara che sconvolge Michele Radole, proprietario terriero più ricco del distretto. Cunizza e Rachele, le due nipoti che aveva allevato come se fossero state sue figlie, si sposano. Pazzo per questo matrimonio, Radole in uno slancio di entusiasmo vende tutte le proprie terre e consegna alle due novelle spose due libretti di risparmio con molti zeri. Le due, sposate con due biondini di Pola, abbandonano Umizza per l’America. Michele, rimasto solo, è un altro assiduo frequentatore dei Polo. Intanto la nuova guerra pone il dilemma a molta gente da che parte stare: “A Umizza v’erano famiglie venete, croate, ma anche romene, dalmate, e tutte avevano qualche parentela rovesciata”. Molti avvertono che Roma era lontana, estranea, e che la protezione non sarebbe venuta da laggiù, anche se la capitale, con modi scriteriati, aveva scatenato la guerra.

Frane, di carattere allegro, è il fratello di Vera e amico di Benedetto. Sospetta che sua sorella ami in segreto Benedetto, ma è certo che tra i due non può succedere nulla di sconveniente. E’ interessato a conoscere la storia dell’Istria. trova in Benedetto il maestro: “A Frane piaceva ronzare attorno a Benedetto, anche perché s’immaginava di dovergli fedeltà, come se lo scultore fosse una specie di capitano e lui di soldato” (pag. 74). Fedeltà, coraggio, resistenza, orrore per la menzogna e amore per l’ordine e l’autorità erano i suoi pilastri. Era troppo giovane per fare delle scelte ma era diventato un grande amico di benedetto dal quale ama ascoltare la storia di Montecuccoli.

Altro amico di Benedetto è Vlado. Un giorno scompare da Umizza e si viene a sapere che combatte tra i partigiani slavi, gli uomini dei boschi. Se i tedeschi e gli italiani occupano le città, i partigiani vivono nei boschi. Compiono veloci puntate nelle città ad assaltare caserme, poi trovano il nascondiglio in zone che solo loro conoscono. Poi c’è il Timavo, il fiume che ad un certo punto s’inabissa nelle grotte di San Canziàn “come fosse inghiottito dalla terra, e finisse nelle sue viscere per sempre e nessuno lo vede più riemergere”.  È il primo accenno alle foibe che così tristemente hanno reso famosa quella terra. Dirà l’autore verso la fine: “l’Istria era destinata a diventare un nome conosciuto in tutto il mondo, con paura, proprio per le sue foibe e i morti che contenevano, come era già famosa per i fenomeni carsici”(pag. 309). C’è, infatti, la guerra e l’Italia imita in tutto la sete di conquista degli alleati tedeschi, e presto la terra istriana subirà dalle camicie nere, e poi dagli slavi di Tito, ogni sorta di sopruso.

Con i partigiani slavi ci sono le donne slovene a combattere contro i soldati italiani, attirandoli nei boschi e scannandoli mentre li seducono a fare l’amore. Il soldato Marino è la prima vittima di Umizza di questo strano modo di combattere, che affascina Frane, il fratello di Vera, il quale sogna di vivere la guerra come una opportunità di gloria. “L’antico sogno di Frane prendeva anche il volto della giustizia e di un rinnovamento universale del mondo. Cominciò a parere naturale e inevitabile che far parte dell’esercito dei boschi volesse dire anche essere comunista, alla maniera dei russi, e sentirsi naturalmente loro alleato” (pag. 162- 163).

Con l’8 settembre 1943, l’esercito italiano in Istria come altrove, si dissolse. Era in sostanza un altro ribaltone, dopo quelle del 25 luglio ’43 con la caduta di Mussolini, ma ancora più chiassoso. Fuggono tutti. Gli italiani vengono sostituiti dall’occupazione militare tedesca che non va tanto per il sottile. Risponde con rappresaglie agli attentati orditi dai partigiani slavi. Ordina il coprifuoco. La gente di Umizza non demorde. Vuole vivere come sempre ha fatto. Nelle cantine dei Polo si macella di nascosto la carne bovina. Tutti ne hanno in abbondanza. La ferocia della guerra continua. Molti iniziano a sparire. Nessuno sa dove siano andati. In molti inizia a farsi strada che la vicina Foiba Grande stia inghiottendo centinaia di morti. Milan Bencovici, il sosia di Benedetto, dopo aver perso la propria amante, scomparsa nel nulla, sposa Maddalena, la mamma di Vera e di Frane. Anche lui non torna più a casa, inghiottito forse da una delle tante foibe istriane. Benedetto perde Lidia, la donna che aveva conosciuto in uno dei suoi tanti viaggi. Ad Umizza molti pensano alla fuga. La rabbia slava sta montando in modo impressionante. Qualcuno, sbagliando, si fida degli slavi e pensa che sia venuta l’ora di stare dalla loro parte. Vengono uccisi perché italiani. La gente comincia ad abbandonare in massa tutte le città di mare. Qualunque mezzo: carri agricoli, camion, corriere, traghetti, velieri, è buono per raggiungere Trieste, Ancona o Venezia.

“L’esodo andava accelerandosi. Era un flusso continuo. I profughi vendevano ciò che era possibile, per quattro soldi, il bestiame, la terra, la casa, che peraltro non avevano quasi valore, perché erano minacciati di esproprio, e perché i venditori erano molti e pochissimi i compratori. Spesso le offerte erano così insignificanti che i proprietari preferivano non vendere niente, neanche il mobilio. Lasciavano le loro cose a parenti e amici, che le custodissero in attesa di tempi migliori, di un improbabile ritorno. Oppure affidavano la loro custodia agli spiriti silenziosi dei morti. Chiudevano accuratamente le imposte delle finestre, consegnavano le chiavi a qualcuno, illudendosi in tal modo di riuscire a influire sul destino della propria casa anche da lontano. Non sembravano rendersi conto che case e campi abbandonati venivano subito presi da nuovi occupanti, per una legge di natura che viene sempre rispettata. I nuovi venuti erano slavi del sud, gente senza terra, né bestiame, che veniva su dalla Macedonia, dal Kossovo, dal Montenegro, con i capelli neri, la pelle cotta dal sole, poveri vagabondi alla ricerca di una sorte migliore, che, come noi, in modi diversi, apparteneva all’infinito esercito dei profughi, randagi e avventurieri del nostro mondo inquieto” (pag. 271).

Benedetto Polo è l’unica autorità morale che gli abitanti di Umizza rispettano. Aspettano solo che prenda la decisione di andarsene con i pochi rimasti: Vera, Filomena, Maddalena, Partenija, Frane. “Anche Simon Manassèr viene sequestrato. Simon viveva solo come un orso, e perciò si riseppe del suo rapimento soltanto quando si scoprì che la sua casa era vuota. Forse era una vendetta di qualcuno che lui aveva preso un po’ in giro, o della sorte medesima, perché lui si credeva astutissimo, sempre in grado di cavarsela, quali che fossero le carte che essa gli metteva in mano. Era il più forte e il più furbo, il campione delle capacità di sopravvivenza, e così la costernazione degli umizzani superstiti fu più intensa del solito” (pag. 310).

Non possono vedersi nemmeno in chiesa perché chiusa dai nuovi padroni. Don Urbano, il parroco è interdetto dal suo ministero. “Ormai gli scomparsi erano centinaia e centinaia, anzi migliaia, e con maggiore insistenza si parlava di pattuglie di sequestratori. Alcuni erano stati prelevati per la strada, di notte. Erano usciti di casa e non vi avevano più fatto ritorno. Di altri si diceva che erano stati sequestrati nella loro abitazione, nelle ore piccole, perché di notte la gente dormiva, s’abbandonava al sonno, indifesa e disarmata, e proprio allora qualcuno bussava alla porta, la vittima veniva prelevata, imbavagliata perché non strillasse, poi con il camion spariva nella notte, e del sequestrato non si sapeva più nulla. Come Lidia, o i carabinieri del presidio, o gli scomparsi di Trieste”(pag. 277- 278). Anche in Italia s’era cominciato a parlare della questione istriana: “Un vecchio uomo politico, Francesco Saverio Nitti, con i capelli bianchi e infinita saggezza sulle spalle, affermò che quella degli istriani scomparsi nelle foibe non era che una delle tante invenzioni della guerra. In Italia ben pochi vi credevano, e per i comunisti non era che una favola messa in circolazione per gettare sul socialismo una patina di discredito” (pag. 285).

Tutto è pronto per la fuga. I cinque umizzani: Benedetto, Filomena, Vera, Frane, Partenija, Maddalena escono di casa quando è ancora buio e percorrono una stradina che li porta verso il mare dove li attende un veliero: “Nessuno diceva niente, oppure frasi insulse, cui gli altri non rispondevano. Si udivano i rumori del bosco, un breve sfrascare, un frullo di ali, uno strido di civetta. Frane fu il primo a scorgere il veliero, e la sua fu un’esclamazione gioiosa e spontanea. Lo si scorgeva appena. Era immobile, molto grande. Frane non aveva mai visto un veliero come quello nel fiordo di Leme e raramente anche in mare aperto, quando studiava nel liceo di Pola. Raggiunsero la nave. Una passerella di legno s’appoggiava a una roccia affiorante. Benedetto accompagnò prima sua madre e poi Partenija. Subito scesero tutti sottocoperta, perché era un veliero con cabine, e una grande stiva che odorava di pelli e di grasso rancido. Le casse e i bagagli erano già stati caricati da tempo. Non si vedevano, tutto intorno, se non gli alberi, il sottobosco, il cielo nuvoloso, perché Umizza e le sue luci erano già scomparse da più di un’ora” (pag. 318- 319).

Frane stava accanto ai marinai, che ritirarono la passerella e cominciarono subito le manovre. Vennero alzate le vele di maestra, di mezzana e di trinchetto, che erano scurissime e si confondevano con la notte. Il vento era più che sufficiente per portare la nave fuori dal fiordo, senza ricorrere al motore. Lo sciabordio del mare era minimo, quasi inesistente, e il veliero non beccheggiava e non rollava, anzi filava via solenne e diritto come un fuso, con la massima stabilità. Frane guardava il bosco, che fuggiva veloce e appena percettibile. Quando il veliero fu in mare aperto il ragazzo disse che nessuno li aveva visti e nessuno li avrebbe fermati, ormai. Non era proprio così. Due graniciari avevano veduto la nave, all’uscita dal vallone, e uno aveva proposto di sparare per dare l’allarme. Ma il suo compagno aveva alzato le spalle. Sparare? A che scopo? Per avvertire la guardia costiera? Se ne andavano, lasciavano l’Istria, e allora buon viaggio. La mattina dopo, prestissimo, erano già tutti in piedi, e dalla murata osservavano il mare nella foschia antelucana. Vera scorse Benedetto, che parlava sottovoce con Maddalena, e provò il morso improvviso della gelosia. Ma non voleva pensare a quelle cose, adesso. Voleva piuttosto riflettere al futuro e a ciò che avrebbe fatto a Venezia. Non avrebbe fatto la locandiera, ma la sarta. Aveva cambiato mestiere, nella sua fantasia, perché la locandiera era la professione che aveva progettato a Umizza. Ma il destino aveva cambiato le cose, e allora lei, per rivalsa, per fargliela vedere, aveva deciso di mutare tutto quanto. Guardò Frane e gli disse qualcosa. Lui non le rispose, assorto a scrutare dalla parte della costa. Ma da ore ormai la terra non si vedeva più” (pag. 319 – 320).

Raimondo Giustozzi

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