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Piergiorgio Viti

Italia, ieri, oggi, domani Valerio Castronovo e la storia economica d’Italia dall’Ottocento ai giorni nostri

fonte Internet

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di Raimondo Giustozzi

Il saggio “Storia economica d’Italia dall’Ottocento ai giorni nostri” di Valerio Castronovo,  pluridecennale fatica dello storico torinese, pubblicato da Einaudi, è un libro di fondamentale importanza per capire la storia di un paese che all’indomani della proclamazione della sua unità si presentava assai malconcio, con debiti enormi, parte risalenti agli antichi stati pre unitari e per il restante, frutto delle due guerre di indipendenza e della spedizione dei Mille. Il nuovo stato venne riconosciuto in un primo momento soltanto dagli Stati Uniti d’America, mentre tutti gli stati europei erano convinti che sarebbe scomparso di lì a poco, sommerso dai debiti e dalle crescenti difficoltà.

 

La storia dell’economia italiana dall’Ottocento ai giorni nostri va intrecciata con le mutazioni sociali e di costume del paese.  Tutto il saggio di Castronovo ruota attorno a queste mutazioni. Due sono le diverse chiavi di lettura per capire la storia economica dell’Italia. Successi e insuccessi si sono alternati nel corso di questi cento cinquanta anni. Da paese rurale siamo diventati un paese industriale. Siamo la seconda potenza economica dopo la Germania, soprattutto nel manufatturiero. La ricchezza media di ogni italiano è ancora oggi superiore a quella di un tedesco o di un francese. Il settanta per cento degli italiani possiede una casa e ha un conto in banca. Siamo il popolo più longevo. Forse con la pandemia del Coronavirus in atto, che sta facendo vittime soprattutto tra i più anziani, non abbiamo più questo primato (N.d.R.). Alla fine dell’Ottocento l’ottanta per cento degli italiani era analfabeta, oggi esiste solo un analfabetismo di ritorno.

 

Unità d’Italia, punti di forza e di debolezza.

 

L’Italia fino alla fine dell’Ottocento era un paese sull’orlo della bancarotta. Con Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842 – Cavour, 17 luglio 1928) la lira era preferita all’oro. Dopo la disastrosa seconda guerra mondiale, la lira agli inizi degli anni sessanta era la moneta più stabile. Furono rimessi in ordine i conti pubblici. L’Italia è un paese con grandi deficienze istituzionali ed è carente di una classe dirigente salda e lungimirante, soprattutto oggi. Negli anni di piombo con i governi di solidarietà nazionale, il paese riuscì a sollevarsi e a vincere la sfida. Oggi ha due sfide da vincere: l’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus e a quella economica. La classe politica, maggioranza e opposizione, è all’altezza dei compiti che l’attendono? Il presente sembra dire di no (N.d.R.).

 

L’Italia che nasce nel mille ottocento sessantuno è indubbiamente uno stato debole. Nei primi anni dell’Unità si pensava che le differenze tra Nord e Sud si sarebbero ridotte. Dopo un secolo e mezzo di storia comune, il divario tra Nord e Sud non è stato colmato anzi si è approfondito. Oggi, tanti giovani del Sud emigrano al Nord e a volte non basta nemmeno. L’emigrazione di cervelli si è indirizzata negli ultimi vent’anni anche verso altri stati europei, Inghilterra, Spagna, Francia, Germania ma anche Stati Uniti d’America, Canada, Cina e Australia. Si ha comunque anche il rovescio della medaglia. L’Italia da paese di emigranti è diventato meta di immigrati. E’ proprio di questi giorni la regolarizzazione di migliaia di immigrati che lavorano come stagionali nelle campagne per la raccolta di prodotti agricoli. Si chiede che la regolarizzazione non debba passare sopra la dignità delle persone: alloggio, paghe giuste. Una piaga endemica che dovrà essere eliminata una volta per sempre è quella del caporalato. Si riuscirà? Volere è potere della politica.

Risorgimento e classe politica.

 

Gli uomini che avevano fatto il Risorgimento non avevano mai oltrepassato i confini del proprio stato regionale. Pochissimi erano stati all’estero. La Destra Storica nei primi quindici anni di governo riuscì a raggiungere il pareggio del bilancio, nonostante i debiti pregressi. La classe dirigente mise sì la famigerata tassa sul macinato, si ricorda solo questo odioso tributo che gravava sui più poveri, ma mise anche una forte tassa sulla ricchezza mobile e sulla proprietà fondiaria. Questa scelta politica convinse i grandi proprietari terrieri del Nord ad investire il proprio capitale fondiario nella nascente industria serica. Nel Regno Lombardo Veneto, Maria Teresa d’Austria aveva introdotto negli anni del suo governo due riforme indispensabili per la costituzione di uno stato moderno: il Catasto e l’Ufficio Anagrafe.

Al Sud i catasti esistenti risalivano agli spagnoli. Il Regno delle due Sicilie nel corso della propria storia non aveva mai mosso nessuna guerra verso nessun paese. Lo Stato non aveva bisogno di pagare un esercito che esisteva solo sulla carta ma che nella realtà era solo una facciata. Di tanto in tanto il re passava in rassegna le unità navali. Avveniva la cosiddetta “ammuina”. I marinai sovraccoperta scendevano sottocoperta e viceversa in una sorta di confusione generalizzata e di pantomima. Dovevano far vedere al re che tutto andava per il verso giusto, nel segno dell’efficienza. La società meridionale era oppressa da una classe baronale avvezza solo agli ozi. L’insorgenza del Sud Italia verso lo Stato Unitario, conosciuta con il termine di brigantaggio, era alimentata dalla Chiesa, contraria allo stato laico e massone quale era quello che si andava delineando, e dai grandi proprietari terrieri.

Nella storia d’Italia ci sono state personalità delle classi dirigenti che hanno saputo vedere lontano. Quintino Sella (Sella di Mosso, 7 luglio 1827 – Biella, 14 marzo 1884) fu una di queste. Fu uno statista che seppe guardare veramente lontano. Sconfitto Napoleone III dalla Prussia a Sedan nel 1870, venuto meno il presidio francese a difesa del Papa, Quintino Sella sollecitò ripetutamente Vittorio Emanuele III a prendere la decisione di entrare a Roma. Il re era titubante. Non voleva avere pressioni da nessuno tanto che apostrofava Quintino Sella, dicendogli: “Stia zitto, Sella, lei è solo un fabbricante di stoffe”, riferendosi al lavoro che il ministro aveva fatto prima di dedicarsi alla politica. Assieme a tutta la famiglia gestiva una importante industria laniera nel torinese. Entrato a Roma, Sella rilevò l’Accademia dei Lincei e la trasformò in Accademia delle Scienze. Sella era anche un grande scienziato. Amava le scienze positive. Tagliò su tutto ma non sulla scuola, che ne fece anzi il pilastro di formazione della nuova classe dirigente.

Divario Nord – Sud e industrializzazione del Nord Ovest

Il divario Nord Sud era evidente nella rete ferroviaria esistente all’indomani della proclamazione dell’Unità d’Italia. La ferrovia  Napoli Portici portava sostanzialmente al teatrino di corte, al nord c’erano già le linee Torino – Genova, Milano – Venezia, Milano – Bologna. Il Risorgimento fu una illusione che durò dieci – quindici anni. Si pensò che bastasse mettere a coltura il grande latifondo sottratto ai baroni e alla chiesa e tutta sarebbe stato risolto. Molti vedevano nel Sud quasi un nuovo Eden, proprio perché non lo conoscevano. Le prime inchieste sul meridione si fecero solo nel biennio mille ottocento settantacinque – settantasei ad opera di Giustino Fortunato (1848-1932) e Giuseppe Ferrari (1811-1876). Se l’Italia era stata fatta occorreva fare gli italiani. Una ventata di ottimismo aveva fatto credere che sarebbe stato facile ed invece non era così. Inutilmente Giustino Fortunato, un meridionalista aveva messo in guardia contro le facili illusioni. La società meridionale non era affatto pronta per entrare a far parte del nuovo Stato. E’ un problema che ci si è trascinati dietro per decenni. Si è tentato di ovviare con la creazione delle acciaierie a Bagnoli prima, l’Ilva a Taranto successivamente, ma invano. Si è creata la Cassa per il Mezzogiorno, ma con scarsi risultati.

Solo con Giolitti si ha la costruzione del primo polo siderurgico e metal meccanico a Bagnoli e a Castellamare di Stabia. Durante il governo borbonico esisteva solo il centro industriale di San Leucio, vicino Caserta, che operava nel settore della seta. Oggi San Leucio e la vicina Reggia di Caserta sono stati riconosciuti dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, come è stato per il villaggio operaio di Crespi d’Adda, fondato da Benigno Crespi in provincia di Bergamo. Crespi D’Adda e San Leucio sono due esempi di archeologia industriale distanti geograficamente ma importanti per capire le differenze economiche tra il Nord e il Sud della penisola.

Nel corso di due decenni (1870-1880), vasti territori del Nord Ovest, Torino, Milano, Genova con il loro hinterland, gran parte del Piemonte, la Lombardia, con la Brianza in testa, divennero ben presto aree dove si sviluppò gradualmente la nascente industria metal – meccanica, automobilistica, siderurgica, tessile, e della gomma. Il ferro delle miniere alpine, l’acqua dei torrenti di montagna, il carbone di legna dei boschi, minatori, fonditori e fabbri, avevano alimentato dal XV al XIX secolo, piccoli forni e botteghe artigiane nelle vallate alpine e prealpine, dando luogo alla fabbricazione di utensili, armi, attrezzi agricoli, creando un vivace mercato locale. Verso la metà del 1800, il rottame di ferro, la ghisa ed il carbon coke, l’utilizzo del vapore, la manodopera valligiana, i tecnici stranieri, lo sviluppo delle ferrovie, la politica protezionistica del Parlamento Subalpino prima ed Italiano poi, avevano portato alla costruzione di medie ferriere, con forni Martin Siemens, poste allo sbocco delle vallate alpine, toccando le città di Lecco, Lovere e sui laghi lombardi. Utensileria, profilati in ferro, tubi, reti metalliche, componenti per l’industria meccanica, gettarono le basi per la nascita di un fiorente mercato regionale.

 

Agli inizi del ‘900, tutta l’area in questione è completamente trasformata. La Fiat (1899) a Torino (Fabbrica Italiana Automobili Torino), l’Ansaldo a Genova, le grandi fabbriche di Sesto San Giovanni (MI), Breda, Falk, Magneti Marelli, Pirelli, la ditta Eugenio Cantoni (Gallarate), sono colossi industriali che occupano migliaia di lavoratori. Altri fattori permisero questo decollo industriale: le competenze tecniche svizzere e le finanze tedesche unite a quelle locali, basti pensare all’industria tessile che si distribuì per tutto il medio corso del fiume Lambro: museo Abegg di Garlate, lungo la strada che da Lecco conduce a Milano, la manifattura Ernest Heymann e Marino Bevilacqua di Verano Brianza, Crespi D’Adda (Bergamo), Schio, Valdagno (Vicenza), per citare le più importanti. Il risanamento del bilancio statale, la stabilità della lira, la compenetrazione di capitale industriale e finanziario, la Banca d’Italia, l’energia idroelettrica (la centrale idroelettrica Esterle di Paderno d’Adda), il petrolio ed i suoi derivati, il forno elettrico e gli acciai speciali, la nuova mentalità imprenditoriale e del profitto, portano alla nascita di nuovi colossi industriali. Nascono le grandi reti ferroviarie che collegano il Nord Italia con la Francia e la Svizzera. Il mercato diventa nazionale e internazionale. La politica protezionista seguita dal nuovo stato incrementa sempre più la nascente industria a danno dell’economia centro meridionale basata sostanzialmente nell’agricoltura. La protesta che sfociò nella settimana rossa di Ancona voleva anche richiamare la classe politica sui destini di questa parte d’’Italia.

Una industria per la nazione.

 

Gli imprenditori: Carlo Pesenti, il re del cemento, Leopoldo Pirelli, colosso nel settore della produzione della gomma, degli pneumatici e dei cavi elettrici, Ercole Marelli, industria metal meccanica, Giorgio Enrico Falck, fondatore della omonima ditta Falck di Sesto San Giovanni (MI), Giovanni Agnelli (FIAT – Torino), sono i nuovi industriali che viaggiano il mondo e portano nelle loro fabbriche innovazioni tecniche ed organizzative. Carlo Pesenti studiò in Germania. Camillo Olivetti (Ivrea, 13 agosto 1868 – Biella, 4 dicembre 1943), fondatore dell’omonima azienda Olivetti, andò a visitare Edison negli USA. Soggiornò oltre un anno a Londra dove trovò un impiego in un’industria che produceva strumentazione elettrica, facendo anche il meccanico. Leopoldo Pirelli studiò in Francia. Agnelli si recò ripetutamente negli Stati Uniti d’America presso la fabbrica Ford per carpire i segreti della lavorazione alla catena di montaggio. Giorgio Enrico Falck, dopo la laurea al politecnico di Milano, continuò i propri studi, trasferendosi nel 1882 a Zurigo per frequentare la Technische Ochschule. Visitò i vari giacimenti nel bacino della Ruhr, lavorando a Dortmund (1884 – 1885), a Plettenberg (1885), poi a Colonia dove rimase fino al 1896. Tutti questi grandi capitani di industria devono tutto anche a Galileo Ferraris, il fondatore del Politecnico di Milano e Torino, scuola che fu frequentata dai più grandi industriali del tempo.

 

In Italia si coniò lo slogan Una industria per la Nazione. Tutte le altre nazioni europee avevano il loro impero: Francia, Olanda, Belgio, Inghilterra. L’Italia non aveva niente, anche gli Abissini ci avevano sconfitto nella battaglia di Adua (1° marzo 1896). A tanto dispiego di uomini nuovi nel campo industriale fa difetto per anni una classe politica non all’altezza della situazione. I parlamentari che sedevano all’inizio nel nuovo Parlamento Italiano, non erano mai usciti dai loro angusti confini regionali. Questo gap sarà colmato ben presto con nuovi politici che si formeranno all’estero e porteranno una mentalità del tutto nuova. Quintino Sella, ancora giovane apprendista nella fabbrica di famiglia, aveva visitato le officine dell’Auvergne, le miniere di Pontgibaud in Francia e la regione mineraria dello Harz in Prussia. In seguito effettuò numerosi viaggi di studio in Francia, nel Regno Unito e in Germania, viaggi che ebbero un ruolo fondamentale nella sua formazione.

 

Nel 1906 nasce la C.G.L. Confederazione Generale del Lavoro, nel 1910 la Confindustria. Einaudi poteva affermare che in questo modo “Era nato un primo moderno sistema di relazioni industriali”. Il conflitto tra capitale e lavoro è fisiologico ma era una conquista importante aver fissato doveri e diritti tra imprenditori e lavoratori. Nel 1892 nasce il Partito Socialista Italiano, il 23 maggio 1863 a Lipsia, in Germania, nasce il Partito Socialdemocratico tedesco. Nel 1899 viene fondata la Federazione generale dei lavoratori  nel Regno Unito (General Federation of trade Union). Il 23 settembre 1895, a Limoges, in Francia nasce la Confédération Général du travail (CGT). Nell’organizzazione sociale e politica, i lavoratori italiani, nonostante il gap industriale tra l’Italia e le altre nazioni del Nord Europa, sono sullo stesso piano dei loro colleghi europei.

 

Prima guerra mondiale e il ruolo dell’Ansaldo, Ilva, Terni nella produzione bellica

 

Con la prima guerra mondiale, le grandi fabbriche italiane, Ansaldo, Ilva, Terni, grazie alle commesse belliche ebbero uno sviluppo prodigioso. L’Ilva produceva acciaio nei propri stabilimenti di Terni, Genova, Savona, Piombino. L’Ansaldo, industria leader nella cantieristica aveva propri stabilimenti che andavano dalla Val D’Aosta a Genova, produceva di tutto. La disfatta di Caporetto fu una sconfitta quasi annunciata, colpa anche di scelte sbagliate fatte da alcuni generali. L’industria riuscì a organizzarsi e a compiere uno sforzo prodigioso. Dopo la grande battaglia di Vittorio Veneto, Leo Valiani, che si trovava allora in Slovenia, vide arrivare un esercito austro tedesco allo stremo. Rimase stupito all’arrivo dell’esercito italiano, non per le parate ma per lo spiegamento dei pezzi di artiglieria e per i mezzi blindati. Dall’autunno del 1917 ai primi mesi del 1918 l’industria italiana consegnò ai francesi e agli inglesi duemila aerei costruiti nelle fabbriche di Torino, Genova, Milano e in Emilia. Nello stesso periodo fornì 1.500 camion militari agli alleati. Aveva fatto male i calcoli sulla durata della guerra. Valutava che sarebbe durata fino al 1919 e l’eccesso di produzione mandò a fondo i grandi colossi dell’industria.

 

L’Ansaldo aveva grandi tecnici. Nelle grandi fabbriche torinesi vigeva il mito del lavoro serio e ben fatto, come soleva ripetere Primo Levi. Antonio Gramsci (1891-1937) esaltava nelle pagine dell’Ordine Nuovo quelli che lavoravano con i “barbis” (baffi). La parola stava ad indicare chi metteva nel lavoro: professionalità, inventiva e dedizione. L’espressione è rimasta anche oggi in Brianza nel lavoro del mobile. Era solito ripetermela un amico di Lissone, artigiano del mobile, che l’aveva appresa da suo papà, anche lui artigiano tra i più conosciuti della cittadina brianzola. Mussolini, andato al potere, intuì che se non avesse salvato l’economia, il regime sarebbe presto crollato. C’era da salvare l’industria siderurgica, metal meccanica e aeronautica. L’altra operazione fu il salvataggio di tre banche principali: la Banca Commerciale, il Credito Italiano e la Banca di Roma. Fece ambedue le cose e creò l’IRI che si organizzò sulla base di imprese pubbliche manageriali. In questo modo, l’Italia reagì alla grande crisi del 1929, nata negli Stati Uniti per speculazioni finanziarie, con un massiccio intervento dello stato.

 

Creazione dell’IRI

 

Ai vertici dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) chiamò due uomini chiave: Alberto Beneduce (Caserta, 26 ottobre 1877 – Roma, 26 luglio 1944) e Donato Menichella (Biccari (FG), 23 gennaio 1896 – Roma, 23 luglio 1984). Il primo, socialista riformista, aveva creato istituti di credito di utilità pubblica. Non prese mai la tessera del Partito Fascista ma era un tecnico di grande intelligenza. Fu il primo presidente dell’IRI. Donato Menichella ne era il direttore generale, diventato poi direttore della Banca d’Italia nel 1946, su indicazione di Luigi Einaudi. Era un uomo di grande levatura morale. Accettò l’incarico di direttore generale dell’IRI a patto che gli venisse ridotto lo stipendio. Il 23 gennaio 1966, al compimento del settantesimo anno, chiese ed ottenne che gli riducessero il trattamento di quiescenza, praticamente alla metà, giustificandosi così: “Perché mi date tutti questi soldi; me ne bastano solo la metà, sono vecchio”. La tempra, l’indole, la visione delle cose, il modo di agire e di pensare degli uomini, allora contavano. Oggi è la stessa cosa? Quale manager nel settore pubblico o privato sarebbe disposto ad accettare che il proprio trattamento di quiescenza gli venga dimezzato? (N. d. R.).

 

Nel 1937 l’IRI diventa un Ente permanente. Mussolini, che si sta preparando alla guerra, dopo quella contro l’Etiopia, anche se non sa ancora contro chi, l’Asse Roma Berlino deve ancora venire, pensa che l’IRI potrebbe fargli comodo. Il capo del Fascismo considerava l’economia come se fosse una sorta di fureria. Questa scelta condizionò i privati che ambivano ad appropriarsi dell’industria di Stato. Esiste uno scambio epistolare di Mussolini con Beneduce e Menichella, attraverso il quale si evince la contrarietà di dare in mano ai privati il gioiello dello Stato. Anche gli altri due concordavano con quanto diceva il duce che si rivolgeva verso i privati chiamandoli gran coglioni.

 

L’IRI dopo il Fascismo e la ricostruzione dell’Italia.

 

Il sostegno dello Stato Italiano è continuato anche nel dopoguerra almeno fino alla metà degli anni settanta del Novecento. Gli interventi statali in campo economico sono stati continui, tanto da far dire a Valerio Castronovo che l’Italia, in Europa, è stato, dopo l’Unione Sovietica, il secondo paese nel quale l’intervento dello stato nell’economia è stato massiccio. E’ vero però che l’industria pubblica era in mano a manager che sapevano il fatto proprio. In Unione Sovietica era invece solo in mano ad una nomenclatura del partito del tutto incapace di guardare lontano. I manager dell’IRI si erano formati nelle scuole di gestione aziendale. Difendono la loro autonomia gestionale rispetto ai partiti, soprattutto allo stato maggiore della Democrazia Cristiana. Sarà la sinistra democristiana ad infeudare l’impresa pubblica che fu caricata di oneri impropri come la difesa a tutti i costi dei posti di lavoro, il patto consociativo tra i partiti poi fece il resto.

La seconda guerra mondiale fu la tragedia dell’Italia. Negli anni del conflitto Valerio Castronovo conobbe la penuria di cibo, il pane razionato, la minestra in polvere, le scarpe risuolate, il cappotto rivoltato, i rifugi durante i bombardamenti sulla città di Torino. Sfollò nel vercellese. Durante l’occupazione nazi fascista conobbe le atrocità del Nazismo e del Fascismo, le vendette nei primi mesi del dopoguerra. Nel 1945, al termine della guerra, rientrò nella citta distrutta. C’era da ricostruire tutto: abitazioni, infrastrutture, fabbriche. Dalle autorità si scelse di rimettere in piedi le fabbriche per assicurare occupazione e salario. C’era di tutto: violenze, criminalità, prostituzione ma c’era anche tanta solidarietà tra la gente. Era un’Italia che sapeva darsi una mano. Si condivideva la casa con altri, perché quella dove si abitava durante la guerra era andata distrutta. Si era vissuti nei rifugi e tutti capivano quello che ognuno aveva vissuto.

Con l’inizio del nuovo anno scolastico 1945 – 46 la scuola riaprì i propri battenti. Valerio Castronovo proveniva da unica famiglia modesta, non come Umberto Agnelli che frequentava con lui il prestigioso Liceo Massimo D’Azzeglio. Era una scuola seria basata sul merito. Il figlio di Agnelli veniva rimandato ogni anno in tre materie. Oggi sarebbe la stessa cosa? Il clima e l’etica pubblica imponevano serietà, impegno e preparazione. Pian piano tutto ritornava alla normalità. Nel 1953 si iniziò a respirare una certa aria di benessere. Giravano le Vespe della Piaggio e la Lambretta della Innocenti. Si andava allo stadio per vedere le partite di calcio delle grandi squadre. Chi non aveva soldi per pagarsi il biglietto entrava ad un quarto d’ora della fine, quando venivano aperti i cancelli anche per chi non aveva il biglietto. Si seguiva il Giro d’Italia e ci si appassionava per i campioni del pedale. C’era insomma tutto ciò che serviva per buttarsi alle spalle tutte le sofferenze patite negli anni di guerra.

Il Boom economico

Tra i fattori che permisero in quindici anni dal 1945 al 1960, anno dell’Olimpiade a Roma, dove l’Italia realizzò il più alto numero di medaglie fin qui vinte in tutte le olimpiadi, indubbiamente c’era il basso costo della manodopera. Un altro fattore importante fu la scoperta del metano. Qui fu un grande personaggio che si distinse tra tutti: Enrico Mattei, presidente dell’Agip. In tre anni realizzò un metanodotto di duemila chilometri nei grandi distretti industriali del Nord Ovest e Nord Est. Gli aiuti americani vennero investiti in opere pubbliche. L’autostrada del Sole venne realizzata in tempi record, pronta per l’Olimpiade. Oggi, la Salerno Reggio Calabria deve essere ancora portata a termine. Nel 1960 la lira ebbe l’Oscar per la moneta più stabile. C’era una grande carica di vitalità. Alla Banca d’Italia c’era Edoardo Menichella. Non è esagerato dire che si desiderava di tornare padroni del proprio destino. Ci fu la liberalizzazione degli scambi. Nacquero le prime istituzioni di cooperazione europea. L’Italia negli anni 1959 – 1963 aveva un saggio di sviluppo di tipo cinese. Viaggiava sul 10,5%, la Germania era sul 12%; la tallonavamo. Gli alleati non pretesero che la Germania pagasse le indennità di guerra. Si sarebbe dovuta ricordare nel corso della crisi greca alcuni anni fa ma non lo ha fatto. La siderurgia pubblica, il grande successo dell’IRI, la motorizzazione di massa, il metano, gli scambi commerciali con la Persia e con l’URSS furono i volani dello sviluppo economico.

Sorsero dei nuovi imprenditori che furono capaci di fondare grandi imprese. Tra questi, spiccava nelle Marche Aristide Merloni (Fabriano, 24 ottobre 1897 – Fabriano, 19 dicembre 1970). “Fondatore della Merloni, iniziò la sua attività imprenditoriale con la produzione di bascule, per poi abbracciare nei decenni successivi una vasta tipologia di prodotti, dalle bombole per il gas agli scaldacqua, dalle vasche da bagno agli elettrodomestici e mobili da cucina. È proprio dal suo nome, Aristide, che l’azienda trae ispirazione nel dar vita al marchio, Ariston. Alla sua morte le varie attività furono distinte in tre società. Due di queste sono ancora in attività: Ariston Thermo Group e Indesit” (Wikipedia).

Le Marche erano rimaste fino agli anni sessanta, tranne qualche porzione di territorio, fondamentalmente una regione agricola. E’ con gli anni settanta – ottanta che le cose cambiano. I primi imprenditori marchigiani sono definiti metal -mezzadri, piccoli imprenditori, nati dal basso che hanno saputo coniugare talento, creatività ed anche un pizzico di fortuna, senza dimenticare nulla del proprio passato. Aristide Merloni, quando doveva dare le ferie agli operai, chiedeva quali fossero le settimane durante le quali c’era la raccolta delle barbabietole. Le ferie venivano date proprio in questa occasione, perché i suoi dipendenti, per metà operai e per l’altra metà contadini – mezzadri, dovevano attendere a questo lavoro. Per tutti gli anni settanta ed ottanta del secolo scorso ed anche oltre, le Marche, con la nascita dei distretti industriali, del mobile, degli strumenti elettronici, dell’abbigliamento, della calzatura, hanno avuto una crescita della manifattura in modo travolgente, tanto da imporsi come modello di sviluppo, assieme al Nord Est, con il Veneto in testa, altra regione tradizionalmente vocata al lavoro agricolo. Proprio in considerazione di queste nuove aree di sviluppo industriale, che in qualche caso hanno anche superato le aree della prima industrializzazione, si è iniziato a parlare di una terza Italia, che comprende le Marche, l’Emilia Romagna, la Toscana, l’Umbria, parte del Lazio e dell’Abruzzo.

 

Il futuro

 

L’Italia dopo il boom economico non è più riuscita ad avere una fase ascendente. Ci siamo illusi di vivere sugli allori. Ci siamo convinti di essere diventati ricchi e che il mondo attorno a noi non cambiasse. Si registra sempre una grossa difficoltà di accesso al credito per le piccole imprese. Non c’è stata più la stessa carica esplosiva degli anni sessanta. La si invoca proprio in questo tempo di pandemie e di crisi economica. Occorre uno scatto d’orgoglio, ha detto più volte il presidente della repubblica, Sergio Mattarella. Manca però una classe politica capace di pensare al bene comune. I programmi di corto respiro durano lo spazio di un mattino. Abbiamo sottovalutato le sfide della Globalizzazione, le normative europee in fatto di finanze e di debito pubblico e l’ascesa di nuovi colossi industriali: Cina, Brasile, Sud Africa, Corea del Sud. Settima o ottava potenza industriale mondiale, in Europa, seconda solo alla Germania, l’Italia ha rappresentato per anni un caso a se stante nel quadro delle economie occidentali. Libro di fondamentale importanza, quello di Valerio Castronovo, ricco anche di altre chiavi di lettura che spaziano dalla storia del costume a quella del tempo libero, delle trasformazioni sociali, delle mentalità diffuse e della vita materiale. E’ stato tradotto anche in cinese. Si sa che la Cina ha imboccato da poco la strada dell’industrializzazione. I Cinesi con questa scelta vogliono capire, leggendo il libro di Castronovo, come fare per colmare in pochi anni, come ha fatto l’Italia, il divario nei confronti dei paesi più industrializzati.

 

Raimondo Giustozzi

 

Fonti utilizzate.

Lectio magistralis di Valerio Castronovo intervistato da Roberto Ippolito, giovedì 25 luglio 2013, 21,30 – 23,00, al Lido Cluana, nell’ambito della Rassegna Futura Festival.

Valerio Castronovo, Storia economica d’Italia dall’Ottocento ai giorni nostri, Einaudi, 2013.

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