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Piergiorgio Viti

Don Giovanni Bosco e Filippo Neri. Il panegirico in onore di san Filippo Neri, tenuto da don Giovanni Bosco.

Fonti salesiane GiraudoIl panegirico di san Filippo Neri fu tenuto da don Bosco ai sacerdoti della diocesi di Alba (Cuneo), su invito del vescovo mons. Eugenio Galletti, il 26 maggio 1868. Don Aldo Giraudo, storico salesiano, ne ha pubblicata un’edizione critica, lavorando sulle fonti salesiane. E’ possibile leggere il testo nel sito http://www.salesian.online/wp-content/uploads/2019/08/3-Giraudo-Ed.-Il-panegirico-di-don-Bosco-in-onore-di-san-Filippo-Neri-1868.-Edizione-critica.pdf.

 

“Eugenio Galletti era in relazione amichevole con don Bosco da molti anni, sin da quando, dopo aver rinunziato alla carica di canonico teologo della chiesa del Corpus Domini, nella quale aveva sostituito san Giuseppe Cottolengo – si era stabilito nella piccola Casa della Divina Provvidenza, vicino all’oratorio di Valdocco” (Ibidem), fondato da don Bosco. Negli anni di permanenza a Torino aveva aiutato più volte don Bosco nella sua attività pastorale a favore dei giovani. Don Bosco ricambiò l’amicizia, accettando l’invito a predicare gli esercizi spirituali al clero della diocesi di Alba nel maggio 1868. Ambedue erano grandi ammiratori di San Filippo Neri, tanto che la consacrazione di mons Eugenio Galletti a vescovo di Alba, avvenne il 26 maggio 1867, memoria liturgica di San Filippo Neri.

 

La spiritualità di San Filippo Neri si era radicata in Piemonte fin dai primi anni del mille seicento con la fondazione di ben tredici oratori diretti dai Padri dell’Oratorio, i Filippini, figli spirituali del santo fiorentino. Don Bosco conobbe la figura e la spiritualità di San Filippo Neri durante gli studi filosofici e teologici a Chieri. Il seminario era collocato nell’edificio costruito dai padri dell’Oratorio. Tutto in quell’edificio richiamava la vita del santo: la statua collocata alla base dello scalone che dava accesso alle camerate, la grande meridiana del cortile, con la scritta d’ispirazione filippina, “Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae”. Le ore trascorrono lente per chi è addolorato, veloci per chi è felice. Il motto di San Filippo Neri sarà fatto proprio da don Bosco quando dirà ai suoi oratoriani: “La santità consiste nello stare molto allegri”.

 

Don Bosco aveva preparato il panegirico su San Filippo Neri con scrupolosità. Del testo si conservano ben quattro distinti manoscritti. Il primo, autografo di don Bosco, è la minuta originale, zeppa di correzioni e integrazioni. Il secondo è la copia del primo, opera di don Giovanni Bonetti, corretta da don Bosco a matita. Gli ultimi manoscritti sono delle copie allografe, eseguite probabilmente in occasione della raccolta di documenti coordinata da don G. B. Lemoyne per la compilazione delle Memorie biografiche. Queste ultime rappresentano il punto di partenza per ogni studio sull’opera e sull’attività del santo torinese. I primi nove volumi furono scritti da don Giovanni Battista Lemoyne e raccolti sotto il titolo: Memorie biografiche di don Giovanni Bosco… del memorabile servo di Dio don Giovanni Bosco, editi a S. Benigno Canavese, Torino, dalla Scuola Tipografica Salesiana Libreria Editrice 1898- 1917. Il decimo volume, scritto da G. Lemoyne e A. Amadei, dal titolo Memorie biografiche di San Giovanni Bosco, venne edito in Torino, dalla casa editrice SEI, nel 1939. E. Ceria pubblicò i volumi 11 – 15, dal titolo Memorie biografiche del beato Giovanni Bosco, edito a Torino, dalla casa Editrice SEI 1930- 1934. Sempre E. Ceria pubblicò i volumi 16- 19 dal titolo Memorie biografiche di san Giovanni Bosco, a Torino, presso la casa editrice SEI 1935- 1939. Un volume analitico, diviso in personaggi e temi, completa l’intera opera. E’ molto utile per ogni studioso che voglia conoscere san Giovanni Bosco.

 

Quanto al panegirico su San Filippo Neri, Lemoyne scrive che “don Bosco, andando ad Alba, aveva portato con sé il suo panegirico, ma viste le visite continue, fino all’ultimo momento, non gli permisero di dargli un’occhiata. Quindi, salito sul pulpito, non si attenne a ciò che aveva scritto e si slanciò ex abrupto nell’argomento in modo poetico”. E aggiunge: “Mentre il Servo di Dio predicava, molti che lo conoscevano ed ammiravano il suo zelo per la salvezza delle anime, specialmente della gioventù, videro nelle sue parole il suo ritratto, sicché, a quando a quando, mentre egli additava le sante industrie di S. Filippo, andavano ripetendo sotto voce: – Don Bosco! Don Bosco!”. Ciò non corrisponde al vero, secondo Aldo Giraudo che ha potuto confrontare i quattro diversi manoscritti. Tutta la monumentale biografia di Lemoyne non nasce come opera storiografica, cosa che richiede sempre il riferimento alle fonti, ma come una raccolta di memorie attorno alla vita del santo torinese.

 

Aldo Giraudo, Giuseppe Buccellato e altri storici salesiani hanno invece intrapreso da qualche tempo la strada di riscrivere la storia salesiana e del suo fondatore, partendo dalle fonti. In un suo libro, Alle radici della spiritualità di san Giovanni Bosco, Giuseppe Buccellato, utilizzando le fonti, ha approfondito il contributo di San Filippo Neri, san Francesco di Sales, Sant’Ignazio di Loyola, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Giuseppe Cafasso nella spiritualità di don Bosco.

 

“Non sappiamo – continua Aldo Giraudo- da quale fonte Lemoyne abbia attinto l’aneddoto, tuttavia la descrizione dello zelo, degli atteggiamenti virtuosi di Filippo, delle iniziative e delle attività messe in atto per conquistare l’affetto e la fiducia dei fanciulli, al fine di condurli ad una vita morigerata e santa, rivela palesemente l’animo di don Bosco, le sue sensibilità e preferenze, e rispecchia gli atteggiamenti, il metodo e lo stile del modello messo in atto nell’Oratorio di Valdocco”. Don Bosco, quando abitava presso il teologo Giovanni Borel, a mensa, ascoltava la lettura della vita di San Filippo Neri. Come risulta dal panegirico tenuto ad Alba, don Bosco conosceva la biografia su Filippo Neri, scritta da Pietro Giacomo Bacci, pubblicata a Roma nel 1622, ristampata decine di volte in varie città italiane. Nella sintesi biografica inserita nel libro Storia Ecclesiastica aveva messo in evidenza la predilezione di Filippo Neri per i giovani, affetto che sarà anche il suo. Nel volume Il giovane provveduto, il santo fiorentino era presentato come modello di virtù e di allegria. Don Bosco conosceva anche i “Ricordi” di san Filippo Neri alla gioventù e li inserì nel Porta teco cristiano e nel profilo biografico di Michele Magone, un giovane dell’oratorio a Valdocco.

 

Il panegirico offre a don Bosco l’occasione per rimarcare due temi che gli stavano particolarmente a cuore: lo zelo per la salvezza delle anime, unito alla responsabilità dei pastori e l’educazione dei fanciulli secondo il metodo dell’Oratorio fondato da san Filippo Neri. Ad un esame attento del testo, Aldo Giraudo rintraccia le varie parti del discorso, collegate tra loro in modo armonico, così che il passaggio dall’una all’altra appare naturale, quasi impercettibile. Nell’esordio o proemio, l’autore presenta la figura e l’opera di san Filippo Neri come espressione delle varie forme di santità con cui Dio adorna la Chiesa in ogni periodo della storia: “Le virtù e le azioni dei santi, sebbene siano tutte indirizzate allo stesso fine, che è la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime, tuttavia è diversa la strada tenuta, per giungere al sublime grado di santità cui Dio li chiamava… Tutte le epoche della |della Chiesa sono glorificate da qualcuno di questi eroi della fede. Il secolo decimosesto fra gli altri ha un S. Filippo Neri. Dio è meraviglioso nei suoi santi: “Mirabilis Deus in sanctis suis” (Sal. 66, 36). A questo incipit segue la proposta dell’argomento: “Mi limiterò solamente a darvi un cenno di quello che è come il cardine intorno a cui si compierono, per così dire, tutte le altre virtù, cioè lo zelo per la salvezza delle anime”. Infine c’è la captatio benevolentia e una brevissima invocazione: “Spero tutto dalla grazia del Signore e dalla protezione del nostro santo” (Aldo Giraudo, Ibidem).

 

Nella prima parte, don Bosco, dopo una vivace narrazione dialogata in cui sviluppa l’arrivo di Filippo Neri a Roma, prostrata dalla miseria, dalla peste, dalla corruzione e dalle distruzioni, non dimentichiamo che nel 1536 c’era stato il sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi, mette a fuoco il concetto centrale di tutto il panegirico. Il cardine attorno al quale ruotano tutte le azioni di Filippo Neri è lo zelo per la salvezza delle anime, raccomandato dal Salvatore: “Ignem veni mittere in terram et quid volo nisi ut accendatur” (Lc. 12,49). Io sono venuto a portare il fuoco sopra la terra e che cosa io voglio se non che arda? Divenuto sacerdote, Filippo si persuade che la fede si acquista con lo zelo e con questo si guadagna la giustizia: “Zelo fides acquiritur, zelo iustitia possidetur” (Sanctus Ambrosius, in Psalmum David 118). E nessun sacrificio è tanto gradito a Dio quanto lo zelo per la salvezza delle anime: “Nullum Deo gratius sacrificium offerri potest quam zelus animarum” (Gregorio Magno, in Ezechielem prophetam).

 

Mosso da questi pensieri, gli parve che turbe di cristiani specialmente di poveri ragazzi, di continuo gridassero col profeta contro di lui: “Parvuli petierunt panem, et non erat qui frangeret eis” (Lamentazioni 4, 4). I fanciulli chiedevano il pane ma non c’era chi lo spezzasse in loro favore. Il pane è quello della parola rivelata. Si accorge che il popolo è del tutto digiuno circa le verità della fede quando inizia a frequentare carceri, ospedali e i luoghi di lavoro. Ripete a se stesso il monito del profeta Osea: “Poiché il popolo non sa le cose dell’eterna salvezza, i più grandi, più abominevoli delitti inondano la terra”. E ricordava il monito di Isaia: “Quia populus meus non habuit scientiam, propterea infernus aperuit os suum abesque ullo termine; et descendunt fortes eius, et populus eius, et sublimes gloriosisque eius ad eum” (Isaia, 5, 13 – 14). Poiché il popolo era ignorante, per questo l’inferno ha dilatato il suo seno, ha aperto le sue smisurate voragini e vi cadranno i loro campioni, il popolo, i grandi e i potenti.

 

“Filippo si fa tutto a tutti nelle vie, nelle piazze, nei luoghi di lavoro e con mezzi garbati, dolci, ameni, comincia a parlare di virtù, di religione a chi non voleva sapere né dell’una né dell’altra. Chi lo diceva stupido, chi ignorante, altri lo chiamavano ubriaco né mancò chi lo proclamava pazzo” (Cfr. Don Bosco, Il panegirico in onore di san Filippo Neri, in Fonti Salesiane, 1. Don Bosco e la sua opera, Parte terza, scritti e testimonianze di don Bosco sulla vita spirituale, a cura di Aldo Giraudo, pagg. 961 – 969, Las (libreria ateneo salesiano), Roma, 2014).

 

Nella seconda parte del panegirico, don Bosco focalizza l’attenzione degli uditori sulla “speciale sollecitudine” di Filippo per la gioventù, un campo che coltivato a tempo e con modi adatti porta frutti abbondanti: “Li cercava ovunque; discorreva familiarmente con loro; accompagnava le parole con la sua grande carità e con una vita che era il complesso di ogni virtù; si adattava a ciascuno, co lo studente faceva il letterato, con il ferraio il ferraio, con il falegname il capo falegname”.

 

Il tema viene ulteriormente dilatato e approfondito a vantaggio degli uditori, partendo da una obiezione: “Qualcuno dirà che queste maraviglie operò Filippo perché era un santo. Io dico diversamente. Filippo operò queste maraviglie perché era un sacerdote che corrispondeva allo spirito della sua vocazione”. Animati “dallo spirito di zelo e di confidenza in Dio”, nell’imitazione del santo, otterremo “certamente gran risultato nel guadagno delle anime”. Basta fare come lui e applicare il suo metodo, che consiste nel prendere i fanciulli “alle buone”, con “la dolcezza e la mansuetudine del Salvatore”; conquistarli con piccoli regali, raccontando amene storielle, invitandoli “ a cantare, a suonare, a rappresentazioni drammatiche, a salti e trastulli di ogni genere”; radunarli nei “giardini di ricreazione”, e lì intrattenerli “colle bocce, colle stampelle, colle piastrelle, con offerte di frutta e di piccole refezioni, di colazioni, di merende” ( Aldo Giraudo). Sarà così l’oratorio salesiano voluto da don Bosco. Il modello è san Filippo Neri.

 

Nella perorazione conclusiva, don Bosco fa l’applicazione agli ascoltatori con un efficace procedimento di mozione degli affetti e di stimolo all’emulazione. Tutti i sacerdoti hanno la possibilità di imitare Filippo; all’obiezione, “Io non sono obbligato, ci pensi chi ne ha il dovere”, il santo rispondeva: “Il mio buon Gesù aveva forse qualche obbligo di spargere per me tutto il suo sangue?”. “Le anime sono in pericolo” e noi abbiamo l ’obbligo di “salvarle”: dovremo renderne “ conto strettissimo” al tribunale di Dio “come ministri di Gesù Cristo” Terribile sarà la posizione di un sacerdote quando “ comparirà davanti al Divin Giudice che gli dirà: – […] Dammi conto di quel tesoro prezioso che ti ho affidato, tesoro che costò la mia passione, il mio sangue, la mia morte […]. Erit anima tua pro anima illius”. Il testo si conclude con una fervida preghiera a Gesù e con la solenne promessa: “Per l’avvenire, per tutto il tempo della vita mortale, noi useremo la più grande sollecitudine affinché nessuna anima per colpa nostra abbia da perdersi […]. Dovremo sostenere fatiche, povertà, dispiaceri, persecuzioni ed anche la morte? Ciò faremo volentieri”, e con l’affidamento all’intercessione di Filippo affinché “in fine della vita tutti possiamo udirci quelle consolanti parole: Hai salvate anime, hai salvata la tua: Animam salvasti, animam tuam praedestinasti” (Aldo Giraudo).

 

 

Il prof. Aldo Giraudo, docente di storia presso la Pontificia Università Salesiana di Roma, fu invitato nel 2010 a Civitanova Marche dal Centro Studi Storici della cittadina adriatica, sabato 16 ottobre 2010, nell’ambito delle iniziative volte a ricordare i cento cinquant’anni dell’unità d’Italia. L’incontro si tenne alle ore 21,00 presso il cine – teatro Conti di San Marone. Il tema della relazione fu: “Don Bosco e l’emergenza socio – educativa nel periodo risorgimentale per la formazione di onesti cittadini e buoni cristiani”. Nel sito del Centro Studi Storici di Civitanova Marche: www.centrostudicivitanovesi.it , alla cartella 150° dell’Unità d’Italia, è possibile ascoltare tutti gli otto incontri dedicati all’iniziativa, con un breve estratto per ogni conferenza. Il video della conferenza di Aldo Giraudo: https://www.youtube.com/watch?v=DCGxLbfE_b0&hd=1

 

Ho voluto proporre questo confronto tra san Filippo Neri e san Giovanni Bosco, data la presenza nella provincia di Macerata e non solo, dei padri Filippini e dei Salesiani. Hanno educato migliaia di giovani negli oratori e negli istituti scolastici. I Padri Filippini, discendenti da Filippo Neri, avevano aperto l’oratorio a San Severino Marche, quando il sacerdote era ancora in vita. Aprirono altri due oratori, l’uno a Fermo, l’altro a Macerata. Don Michele Rua, il primo successore di don Giovanni Bosco, inaugurò l’istituto Salesiano di Macerata il 4 novembre 1890. La casa salesiana di Civitanova Marche, parrocchia San Marone, ha iniziato a funzionare dal settembre 1951, con l’arrivo dei primi padri salesiani. Continua tuttora con due opere: la parrocchia e l’Oratorio San Domenico Savio. Don Giancarlo Manieri, incaricato nel locale oratorio, ha riportato in un vivace volumetto: Lungo il fiume, scorci di vita salesiana in San Marone di Civitanova Marche, edito nel 1989 a Civitanova Marche dalle Grafiche Fioroni, i primi quarant’anni della loro presenza nella cittadina adriatica. A Loreto e in Ancona sono ancora aperte due case salesiane. La casa salesiana di Tolentino, aperta nel 1927, è stata chiusa nel 1963, quella di Porto Recanati è sta chiusa nel 2012 dopo ottantotto anni di presenza salesiana. Il carisma salesiano è portato avanti dai Salesiani Cooperatori.

 

Raimondo Giustozzi

 

 

 

 

 

 

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