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Libri. E venne la guerra Civitanova e dintorni dal luglio 1943 al giugno 1944

E venne la guerra copertina

 

di Raimondo Giustozzi

Il libro, scritto da Claudio Bernacchia, presentato dall’autore nella tarda mattinata di sabato 29 giugno 2019, presso la biblioteca “Silvio Zavatti” di Civitanova Marche, nell’ambito delle iniziative volte a ricordare il settantacinquesimo anniversario della Liberazione della cittadina adriatica dal Nazi – Fascismo, tiratura 250 copie, è stato distribuito gratuitamente ai presenti al termine della conferenza. Il formato del volume, simile a un libro di testo, mette in risalto il ricco apparato fotografico e le cinque appendici che si riferiscono ai documenti del periodo storico preso in esame e agli scatti fotografici dei bombardamenti su Civitanova Marche, opera di Fabio Galeazzi (1924- 1993), studente di diciassette anni all’epoca dei fatti narrati. Una ricca bibliografia, posta al termine del volume, impreziosisce tutto il lavoro fatto.

Nelle prime pagine sono riportati gli interventi del sindaco Fabrizio Ciarapica, di Pierpaolo Borroni, assessore al commercio, attività produttive, pesca e gemellaggi. Il prof. Alvise Manni, presidente del Centro Studi Civitanovesi ha inserito l’opera nella più vasta attività che il sodalizio, da lui coordinato, ha sempre dedicato alla storia locale. Claudio Bernacchia, l’autore del volume, in una breve introduzione spiega le finalità dell’opera: “Questo mio modesto contributo è dedicato ad Americo Martarelli, fratello di mia madre, che non ho mai conosciuto, e a tutti quei giovani civitanovesi, che non hanno potuto vivere la loro vita perché la patria reclamava a gran forza la sua gloria” (Claudio Bernacchia, E venne la guerra – Civitanova e dintorni dal luglio 1943 al giugno 1944, pag.18).

E’ un’opera che va ad aggiungersi ad altre sull’argomento ma con un taglio diverso. La scelta dell’autore di narrare alcuni eventi, che toccano la grande storia, assieme a quelli di una piccola città di provincia, va nella direzione più volte affermata, che la storia riguarda tutti. Accanto a questi due piani di narrazione se ne inserisce un altro, quello dei due protagonisti che militano nei due opposti schieramenti: gli antifascisti e i fascisti. Capo riconosciuto dei primi è il maestro Giuseppe Gaggeci con la sua squadra. Elvio Monachesi, detto Lampino, è il fascista che diventa tale, suo malgrado. Anche lui ha un suo gruppo. I due sanno di essere l’uno contro l’altro. Si cercano come Medoro insegue Orlando nell’Orlando Furioso alla ricerca di Angelica.

Il libro di duecento cinquantuno pagine, compresi l’indice e le cinque appendici, è diviso in dodici capitoli come i dodici mesi che compongono l’anno, dal luglio 1943 al giugno 1944. Brevi paragrafi, con titolo nominale, legano tra loro i tre diversi piani di narrazione: la grande storia, la microstoria e la lotta tra fascisti e antifascisti che si cercano tra la folta vegetazione della campagna, agli incroci di strade polverose, senza esclusione di colpi ma con cavalleria. Gli uni sanno chi sono gli altri e viceversa.

La guerra intanto, dichiarata dal balcone di piazza Venezia il 10 giugno 1940, divora i suoi figli. Si muore in mare, nelle lontane steppe della Russia, nei deserti della Libia, in Grecia. Nel dicembre 1941, Americo Martarelli va a fondo con l’incrociatore “Alberico da Barbiano” nelle acque di Capo Bon in Tunisia. La sua è una morte simile a quella di molti altri dispersi in mare. Si piange nelle case ma è un pianto del tutto privato. Non si può viverlo pubblicamente. Si sarebbe accusati di disfattismo. Le cose cambiano quando tutto volge al peggio. Le forze dell’Asse sono battute a El Alamein e a Stalingrado. Il 10 luglio del 1943 gli angloamericani sbarcano in Sicilia, il 25 luglio dello stesso anno, il Gran Consiglio del Fascismo sfiducia Mussolini. La guerra lontana si avvicina anche a Civitanova Marche. Nell’estate del 1942 gli operai della Cecchetti scendono in sciopero contro la pretesa padronale che vuole impegnare gli operai in un orario di lavoro incondizionato.

Elvio Monachesi, conduttore di macchina, nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1943, affronta nel mare di Sicilia una impari lotta contro le preponderanti forze navali anglo – americane. La Quinta flottiglia di motosiluranti, al comando del capitano Curzio Castagnacci, intercetta due cacciatorpediniere, una inglese, il Quantock, l’altra greca, Adrias. Il civitanovese Elvio Monachesi è un soldato. Ha partecipato alla guerra di Spagna, alla campagna d’Africa, a quella dell’Egeo e del Mar Nero. Qui, un anno prima, nel 1942 aveva affondato un sommergibile russo, tanto da meritarsi una medaglia di bronzo, la Croce di Ferro tedesca e una medaglia al valore militare rumena. Ma davanti alle due cacciatorpediniere l’epilogo è diverso. Castagnacci è colpito a morte. Elvio Monachesi, ferito e ustionato, è ricoverato all’ospedale militare di La Spezia, dove rimane per tutta l’estate fino all’otto settembre dello stesso anno.

Dopo il 25 luglio 1943, con la caduta del fascismo, anche a “Civitanova Marche si grida per le strade, ricorda nel suo memoriale il maestro Gaggeci, l’antifascista di vecchia data. Nasce un comitato politico che si riunisce nella sua casa, in via Goffredo Mameli, attuale numero 44. I diversi partiti, disciolti nel ventennio, sono così rappresentati: per il PSI Gustavo Valle, per il PCI Mercatili Germano, per la DC Gino Pennesi, per il PLI Bruno Tibaldi, per il Partito D’Azione Giuseppe Gaggeci” (Ibidem, pag. 25 – 26). Nel 1943, il maestro Gaggeci ha quasi sessant’anni, essendo nato nel 1883, un’età in cui può benissimo farsi da parte, invece sceglie di partecipare e in prima persona nella lotta contro il fascismo, obbedendo a un suo antico desiderio di libertà. L’autore del libro dedica diverse pagine al maestro in questione, anche per delinearne la sua passione politica, la formazione del proprio pensiero, la vita in qualche modo tribolata vissuta fino ad allora.

Un profilo politico di Gaggeci viene dato dalla questura di Macerata, in data 15 maggio 1943: “Repubblicano, sovversivo schedato, sospeso dall’insegnamento per diversi anni per questioni politiche e riammesso in servizio da poco tempo… Trattasi di un elemento scaltro ed intelligente che sa ben mascherare, quando lo ritiene opportuno, la sua tendenza politica” (pag. 29). Gaggeci nasce prematuro di sette mesi nell’ottobre del 1883. E’ il secondo di tre figli: un maschio tra due femmine. La mamma Giuseppina Grilli è maestra in una Scuola Elementare. Il padre Antonio Gaggeci, maresciallo dei Carabinieri, abbandona ben presto la famiglia. Giuseppe frequenta l’ultimo anno del Liceo Classico. Si rende conto che la mamma da sola non riesce a mantenere la famiglia. Prende una decisione immediata. Fa domanda per essere ammesso a un corso per sottufficiali del Regio Esercito. Il 30 dicembre del 1900, salutata la mamma, parte per la caserma di S. Vitale in Ravenna. E’ di corporatura minuscola. Non trovano un paio di scarpe che gli vadano bene. Un capitano, commosso, ne fa preparare due su misura dal calzolaio.

Nel 1902, terminato il corso, promosso sergente, è sorteggiato per partecipare alla spedizione italiana in Cina, dove è scoppiata la rivolta dei Boxer contro gli occidentali. Il contingente militare di cui Gaggeci fa parte è imbarcato sulla corazzata Duilio. Nonostante il piglio guerresco che si è cucito addosso, Giuseppe pensa sempre ai suoi cari lontani ed è pervaso da un senso di solitudine indicibile. Sulla nave incontra un ragazzo di Civitanova Marche. Si chiama Muzi, soprannominato Matterò. Il padre del ragazzo è stato a scuola a Piane Chienti dalla mamma di Gaggeci. L’incontro del tutto fortuito allevia le pene del nostro e lo rincuora non poco. Arrivati a destinazione, i soldati italiani sono accolti da una scarica di fucileria dai rivoltosi. Muzi muore all’istante; per Gaggeci è il tracollo fisico e psichico. Barcolla e precipita in uno stato di semi incoscienza. Sulla strada del ritorno, ripensa alla propria triste storia. Era nato in una famiglia di eroi risorgimentali. Suo papà si era arruolato nel 1860 nel corpo dei picciotti siciliani comandato dal generale Medici e aveva combattuto con Garibaldi fino al Volturno. Lo zio materno Leopoldo Grilli, esule politico in Svizzera, aveva svolto per lungo tempo l’incarico di segretario personale di Giuseppe Mazzini (Ricciotti Fucchi, Giuseppe Gaggeci: l’ultimo dei risorgimentali, in Civitanova immagini e storie, pagg. 157- 167, N° 8, 1999, CM Arti Grafiche di Civitanova Marche). Ma il nostro non si arrende. Trova nel proprio intimo qualcosa che lo fa riscattare.

Congedato dall’Esercito, prende il diploma da maestro nel 1906 e nello stesso anno si sposa con Maria Nori, maestra anche lei. Dal matrimonio nasce Giulia. Gaggeci, in poco tempo diventa maestro, sposo e papà felice di una bella bambina. Sembra che non debba chiedere più nulla alla vita. Ma non è così. Cova dentro di sé il desiderio di fare qualcosa di utile per gli altri, quelli che gli sono intorno. Partecipa con impegno alla vita sociale e politica della cittadina adriatica. E’ segretario della locale Società Operaia e promuove, assieme al dott. Gatti, al farmacista G. Roani e a N. Rocchi la sezione della Croce Verde. Nel 1913 è eletto segretario della Federazione Interprovinciale Maceratese – Picena del Partito Repubblicano e inizia a scrivere sul quindicinale “La Parola del Popolo”.

Scoppiata la prima guerra mondiale, Gaggeci è un acceso interventista. Dichiarato non idoneo al servizio attivo, è destinato alle retrovie, ma non demorde. Nel 1917, abbandonato il proprio reparto, si porta di suo spontanea volontà verso le zone di guerra e nei tre giorni di follia dal 19 al 21 agosto 1917 si guadagna una medaglia d’argento al valore militare. Passata l’estate, nei giorni della ritirata di Caporetto cade in uno stato di semi incoscienza e per lui la guerra termina qui. Ritornato a casa, deve affrontare la vita di tutti i giorni. Con il fascismo al potere, si scontra con Alessio Marozzi, segretario del Fascio locale, che lo apostrofa dicendogli: “Stai zitto che hai rubato la medaglia d’argento e l’invalidità perché sei stato sempre mezzo fradicio”. Provocatori e boriosi ci sono anche oggi e in tempi relativamente più facili di quelli vissuti da Gaggeci.

Le difficoltà del maestro con il Fascismo aumentano. Il 12 giugno 1922 una squadraccia gli devasta la casa rompendo mobili e suppellettili. I Fascisti lo picchiano e gli danno da bere olio di ricino. La situazione peggiora nel 1926, quando, a seguito di una violenta discussione con alcuni gerarchi fascisti di Appignano, Gaggeci viene cacciato dalla scuola, perché risulta non iscritto al partito fascista. Chiede al podestà Pier Alberto Conti la possibilità di poter insegnare cultura generale nell’Avviamento Professionale. Gli è negata. Senza un lavoro e senza stipendio, organizza nel cortile di casa, in un capanno, delle lezioni private per quei ragazzi che devono sostenere l’esame di ammissione alla scuola media. Il nostro vive una vita davvero stentata. Nel 1929 perde prematuramente la moglie. Su interessamento della mamma che conosce molto bene Rosa Mussolini, la madre del dittatore fascista, Gaggeci ritorna all’insegnamento presso la Scuola Elementare di Cascinare, dove conosce la sua seconda moglie, anche lei maestra.

L’altro protagonista della storia è Elvio Monachesi (Civitanova 1907- Loro Piceno 1944). Ricoverato presso l’ospedale militare di La Spezia, dopo l’8 settembre 1943 riesce a sottrarsi alla cattura dei tedeschi. Vestito con abiti civili, con mezzi di fortuna raggiunge Civitanova, dove lo attende la moglie Teresa Cecchi. E’ un uomo solo. Non ha più un lavoro né uno stipendio. Le medaglie conquistate sui campi di battaglia sono un qualcosa da nascondere più che da esibire. Nel mese di novembre dello stesso anno, per guadagnarsi da vivere, accetta di insegnare nel laboratorio del ferro presso l’Avviamento professionale di Civitanova Alta. In breve, anche per riscattare l’onore militare, scosso dalle vittime civili cadute sotto i bombardamenti alleati, che colpiscono ripetutamente Civitanova Marche, decide di arruolarsi il 13 dicembre del 1943, nella Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) che aveva sostituito la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M. V. S. N.). Gli riconoscono il grado di aiutante, equivalente a quello di maresciallo che aveva in marina. Diventa, suo malgrado, fascista e uno dei più temuti. “I Fascisti, quelli veri, quelli feroci, sono già scappati da tempo ed a volte hanno cambiato addirittura casacca” (C. Bernacchia, op. cit. pag. 94). Qualcuno sostiene che quello del voltagabbana sia uno sport nazionale. Opportunisti e banderuole ci sono sempre stati, figuriamoci in un periodo storico estremamente drammatico.

L’8 settembre 1943 diventa lo spartiacque per tutti. Elvio Monachesi ritiene di essere nel giusto. Ama, da soldato qual è, l’esercizio del comando e dà la caccia ai traditori. Svolge compiti di polizia e si avvale per questo di una squadra operativa, di cui fanno parte: Raniero Ricci, sergente maggiore della milizia ferroviaria, Angeletti, di Montecosaro, che appartiene ad una famiglia di fascisti violenti e abituati all’uso del manganello, ed infine Andreetto, un calabrese. Un’irruzione della squadra, guidata da Elvio Monachesi, in casa del maestro Perugini, a Montecosaro, sta per trasformarsi in una tragedia. Al blitz, la famiglia Perugini al completo è a cena. Il capofamiglia che si aspettava di essere arrestato perché dichiaratamente antifascista, appena vede Monachesi, conosciuto con il soprannome di Lampino, si getta dalla finestra e si sottrae alla cattura. Una robusta rete metallica, preparata da tempo e posizionata all’esterno, attutisce la caduta. L’aiutante, pistola in pugno, si slancia nella stanza ma non fa in tempo ad acciuffare il ricercato. Sono attimi di terrore. Improvvisamente, per un difetto di erogazione, dati i tempi, va via la luce. I fascisti sentono di essere loro sotto tiro da chi si è nascosto in qualche angolo della casa. Minacciano di fare una strage. La moglie e i figli sono terrorizzati. Com’era andata via, la luce ritorna. Monachesi non lascia la casa a mani vuote. Non essendo riuscito ad arrestare il maestro Perugini, arresta il suocero arrivato in soccorso della figlia e dei nipoti. “Pochi giorni dopo, il maestro stesso, anche per evitare guai al suocero si costituisce. Viene arrestato e messo in carcere a Macerata, dove rimane fino ai primi di aprile, quando, sfruttando il caos causato dal bombardamento della città, riesce a fuggire” (pag. 96).

Dopo l’8 settembre 1943, i prigionieri alleati fuggono dai campi di raccolta di Sforzacosta, Monte Urano e Servigliano. Molti riparano nelle campagne, nascosti, protetti e rifocillati dalle famiglie contadine. In questo aiuto fornito dalla popolazione rurale, molti hanno voluto vederci l’antico ma sempre valido dettato evangelico “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato”. Quelli che obbediscono ai comandi anglo americani di aspettare l’arrivo imminente dei liberatori, sono arrestati dai tedeschi. E’ il caso dei prigionieri di Monte Urano. I tedeschi deportano in Germania, il 17 settembre dello stesso anno, circa 6.000 prigionieri. Davanti a questi avvenimenti, il maestro Gaggeci decide che è l’ora di scendere in campo. Dopo l’8 settembre, fazzoletto rosso al collo, moschetto in spalla, baldanzoso come un ragazzo e ha sessant’anni, si affaccia dal balcone di palazzo Sforza, sede del comune, e aizza si rivolge alla folla, presentandosi come presidente del Comitato Antifascista locale. Il Commissario prefettizio, Francesco Sabbatucci, dimissionario, sentendo il discorso del maestro, incarica Simonetti, il maresciallo dei carabinieri, di arrestarlo. Giuseppe Gaggeci rimane in carcere per ventiquattro ore.

Nel mese di ottobre dello stesso anno, la guerra, fino ad allora lontana, si avvicina su Civitanova Marche con le prime vittime civili. Nel mitragliamento della ferrovia all’altezza di Fontespina, perdono la vita Arcangelo Luciani e la diciottenne Maria Giorgetti. E’ il 16 ottobre. Il diciannove, tre giorni dopo, il bombardamento dei ponti, dislocati tra Civitanova e Porto Sant’Elpidio, causa la morte di Riccardo Ruggeri. La città è provvista di una difesa antiaerea posta sul tetto del palazzo Lombardi ma non ha munizioni. In caso di attacco aereo funziona solo una sirena che invita la popolazione a scendere nei pochi rifugi, due in piazza XX settembre, due nell’ex campo fiera e uno in piazza San Marone. Il preavviso di dieci minuti non basta a mettersi in salvo. Normalmente, di notte, volteggia in cielo un ricognitore, che a Civitanova è soprannominato Ernesto, in altre parti d’Italia, Pippo. Civitanova Marche era un bersaglio per la stazione ferroviaria ma soprattutto per la presenza della fabbrica Cecchetti, che negli anni di guerra produceva armi.

Quello di Pippo: “Era un suono solitario come di un apprendista di violino che si esercitasse su una corda sola, una litania di motore a scoppio ora gemente ora rinvigorita, sempre monotona. L’aereo aveva un nomignolo bonario: Pippo. Per ragioni imperscrutabili tutti i cittadini dell’Italia repubblicana battezzarono così l’aereo ricognitore inglese notturno. Che poi fosse sempre lo stesso, è difficile credere, anche perché variava d’umore. Il più delle volte era innocuo, però di quando in quando si imbizzarriva e “scagazzava” uno spezzone incendiario che bucava una soffitta o incendiava un pagliaio. Pippo era ubiquo, si faceva udire alla stessa ora in luoghi molto lontani. Probabilmente si chiamavano Pippo tutti i piloti solitari che raggiungevano l’Italia per disturbare il sonno, per osservare al chiaro di luna o dei bengala gli obiettivi che i bombardieri avrebbero distrutto di giorno, per paracadutare sugli accampamenti partigiani segnalati dai falò, cibi in scatola e medicine. Pippo veniva a disturbare i sonni degli Italiani di ogni parte d’Italia” (Gianfranco Vené, Coprifuoco, pp. 172, 173, Milano 1989).

Giuseppe Gaggeci, uscito dal carcere, dopo aver partecipato a Firenze al congresso del Partito D’Azione guidato da Ferruccio Parri, muore dalla voglia di entrare in azione. Innanzitutto, dopo l’inizio dei bombardamenti su Civitanova, sceglie di sfollare a Cascinare in casa della moglie e si adopra febbrilmente per formare una propria squadra, L’obiettivo è quello di favorire la fuga dei prigionieri alleati scappati dai campi di prigionia di Monte Urano, Servigliano e Sforzacosta. A loro si aggiungono “Molti ufficiali superiori che, fuggiti dal castello di Vincigliata, presso Fiesole, raggiungono le Marche, scendendo lungo l’Adriatico, meno pattugliato dai Tedeschi rispetto al Tirreno” (Claudio Bernacchia, op. cit. pag. 62). Il 14, 18, 29 e 30 ottobre 1943, organizza i primi imbarchi di ex prigionieri, utilizzando motopescherecci (“F. Corridoni”, “Leone Padre”) che approdano nella zona compresa tra Porto Civitanova e la foce del Tenna, in località Fontedimare, nel comune di Porto Sant’Elpidio. I fuggitivi scendono l’Adriatico fino a Termoli; da qui s’inoltrano nell’interno, avvicinandosi alla Maiella, dove iniziano con guide esperte quella che viene definita la Ratline, il percorso del topo. Procedono zizzagando lungo le pendici dei monti come fanno i topi per eludere chi li insegue. La meta è al di sotto della linea Gustav che va dal Tirreno all’Adriatico, approntata dai tedeschi e difesa strenuamente fino all’aprile del 1944. Cassino da un lato e Ortona dall’altro costituiscono i due estremi bastioni difensivi, la prima città poco lontana dal Mar Tirreno, l’altra sull’Adriatico, a ridosso della Majella. Soldati polacchi e canadesi moriranno a migliaia.

La squadra di Gaggeci è composta dagli amici più fidati, più giovani di lui, alcuni sono suoi ex alunni. Mariano e Giuseppe Beruschi sono alla guida delle barche. Pietro Mecozzi è un altro grande collaboratore del maestro ma tutta la famiglia Mecozzi sta con Gaggeci. Attilio, il padre di Pietro conosce l’inglese, essendo stato per diversi anni in Canada. Alcide Silenzi è “Un altro membro di rilievo del gruppo… E’ un personaggio un po’ misterioso che si muove nell’ombra, come un fantasma” (op.cit. pag. 59). Il suo nome di battaglia è Quinto. Diventa il braccio destro del maggiore scozzese Jock Mc Kee, il comandante che guida tutte le operazioni di fuga dei prigionieri alleati nel nostro territorio. Gli anglo americani stanno preparando l’operazione “Overlord”, lo sbarco in Normandia (6 giugno 1944), per questo hanno bisogno di ufficiali di grado superiore con esperienza di comando e di ufficiali piloti. La squadra di Gaggeci mette a disposizione diverse ville lungo il litorale per farne delle basi operative in attesa degli imbarchi. Sono la villa Vinci a Cupra Marittima, Nembrini a Numana e la villa Salvadori alla foce del fiume Tenna (op. cit. pag. 62). A capo dell’operazione è il capitano Andrew Antony Vincent Losco messo a disposizione dal comando anglo americano. Gaggeci entra in contatto con l’ufficiale a Termoli e con lui rientra a Civitanova Marche il 12 novembre del 1943.

Gaggeci e i suoi uomini devono superare mille difficoltà. L’oscurità della notte non aiuta nessuno. Gli approdi sono circondati da una fitta vegetazione. Tutto è facilitato quando la squadra dei temerari può disporre di una ricetrasmittente. Nel dicembre del 1943 riescono ad organizzare l’imbarco di famiglie ebree che vivono in Ancona, del tenente colonnello Valigi Carlesi Enrico, comandante del gruppo carabinieri di Ascoli Piceno e la sua famiglia, insieme a tre altri carabinieri, un capitano e due sottufficiali inglesi. Sfugge diverse volte alla cattura, l’ultima, quella più rocambolesca, che lo costringe alla latitanza, avviene proprio nel dicembre del 1943. È identificato e arrestato lungo la strada che porta verso Porto Potenza Picena dal sergente Ricci e da Angeletti, gli uomini di Lampino. Gaggeci è con la sua immancabile bicicletta. Lo mettono nel mezzo, mentre il sergente Ricci afferra la bicicletta. Il maestro si rende conto che, se lo portano a Civitanova Alta dove è il comando fascista, per lui è la fine. Ha in tasca una rivoltella e una lettera scritta in inglese. Arrivati all’altezza di San Marone, si fermano ad attendere il passaggio del tram. Gaggeci tenta il tutto per tutto. Afferra di slancio la bicicletta appoggiata a un palo e scappa, pedalando a perdifiato. E’ un valido corridore. In breve fa perdere le proprie tracce. Da quel momento sa di essere un ricercato. Non dorme più nemmeno nella casa della moglie a Cascinare, dove è sfollato, ma si nasconde nelle grotte di Santa Lucia, una località vicina.

Intanto, accanto e parallela alla lotta ingaggiata dal maestro Gaggeci e dalla sua squadra, contrastata da Lampino e dai suoi, Civitanova Marche vive il periodo più triste della propria storia. Il 27 novembre 1943, sabato, verso mezzogiorno, super fortezze volanti sganciano sulla città migliaia di bombe che distruggono il quaranta per cento delle abitazioni. Il bilancio delle vittime è drammatico. Perdono la vita venti persone, tra loro, il parroco di San Marone, don Nazzareno Franceschetti e sua sorella Assunta: Don Nazzareno, quando arriva la bomba, sta andando dalla sagrestia in chiesa, un passo ancora e sarebbe stato in salvo” (Claudio Bernacchia, E venne la guerra, pag. 74, Civitanova Marche, giugno 2019). L’autore del libro entra proprio nelle case della gente che si sta mettendo a tavola per il pranzo del mezzogiorno. Qualcuno, come nel caso di Domenico Mozzarecchia, operaio delle officine Cecchetti, va incontro al proprio destino in modo del tutto casuale. Era andato al mattino dal maestro Gaggeci, a Cascinare. Anche lui fa parte della squadra che organizza la fuga degli ex prigionieri. Il maestro non è in casa. La moglie invita il giovane a restare. Il marito non dovrebbe tardare. Domenico declina l’invito perchè si è fatto tardi. Non può lasciare i propri familiari da soli al pranzo del mezzogiorno. Così si avvia verso Civitanova. Entra in casa, giusto in tempo per sparire sotto il diluvio di bombe, assieme ai propri cari.

La guerra ora è un avvenimento che entra nelle case di tutti, non è un evento lontano. La città si svuota letteralmente. Inizia lo sfollamento; circa duemila cittadini si spingono verso Morrovalle, altri verso Montecosaro e Civitanova Alta. Monta la rabbia verso la guerra e verso chi l’ha voluta. Pietro Cerquetti “in un piovoso pomeriggio di fine novembre 1943 con la matita su di un foglio di carta paglia”, scrive di getto la Canzone degli sfollati, conosciuta da tutti i civitanovesi e non solo. Sono otto strofe. Sono pubblicate solo le prime sette. L’ultima strofa è censurata dal commissario prefettizio Martini: “Quisti d’è li regali che cià fatto lo duce / senz’acqua, senza casa e angora senza luce / proprio immezzo la strada cià vuto vedé / pigliesse un corbo a isso e lo latro de lo re”. Traduzione: Questi sono i regali che il duce ci ha fatto. Siamo senza acqua e ancora senza luce. Ci ha messo proprio in mezzo alla strada. Possa morire all’istante lui e il ladro del re.

La descrizione di una città fantasma, sconvolta dalle bombe, oltre che dalle fotografie scattate dal giovane studente liceale Fabio Galeazzi, viene messa in evidenza dai ricordi di quei giorni, trasmessi all’autore del libro dal proprio papà: “Mio padre, in quei giorni terribili di novembre si dirige in bicicletta verso Agugliano, suo paese natale, dove già da qualche tempo si è rifugiata mia madre. Davanti al manubrio, con uno spago, ha legato una scatola da scarpe, dentro c’è un’ochetta che allevava in un piccolo giardino davanti casa. Dalla scatola sporge la testa e il lungo collo dell’ochetta che ritmicamente fa su e giù, mentre scruta spaurita quel paesaggio in movimento” (op. cit. pag. 84). Nel mese di gennaio 1944, Civitanova Marche viene bombardata anche da navi che sono lungo la costa. Sempre nello stesso mese, il ventuno e il ventitré, nuove fortezze volanti bombardano ripetutamente la cittadina adriatica. Le macerie e le distruzioni si sommano a quelle del novembre dell’anno precedente. L’undici maggio, aerei, che volano a bassa quota, mitragliano qualunque cosa si muova lungo la strada che corre rapida da Civitanova Alta verso Montecosaro. Muoiono tre bambini: due sorelline e un loro amichetto. Stanno solo giocando su un mucchio di rena posta ai bordi della strada. Sono Maria Lina e Fiorella Quattrini con il loro amichetto Ferdinando Bidini. I loro nomi sono riportati su una lapide collocata all’ingresso della Scuola Elementare di viale della Vittoria a Montecosaro. Il ventisei maggio, mentre stanno riparando alcuni ponti sul Chienti, con le armi dei tedeschi puntate alla schiena, muoiono, raggiunti da raffiche di mitraglia scagliate dagli aerei anglo americani, sei civili: Bigoni Livio, Capozucca Gino, Cecarini Onorino, Cerolini Nicola, Maroni Giuseppe, Rita Alfonso. Luigi Cognigni morirà il 31 maggio per la cancrena di una ferita causata da una scheggia di una bomba.

Lampino, alias Elvio Monachesi, cerca con i suoi uomini il maestro Gaggeci. Sanno che è sfollato a Cascinare. Il 24 gennaio 1944 irrompono nella sua casa, dove trovano solo sua moglie. La donna, terrorizzata, fugge e si ripara nella vicina casa dei Mecozzi, collaboratori del maestro nella fuga degli ex prigionieri. Gaggeci, nascosto nelle grotte di Santa Lucia, sta andando dalla moglie per avere un cambio di biancheria. Avvicinandosi all’abitazione, nota lungo la strada che sale verso Cascinare, un’automobile. E’ quella dei fascisti che lo stanno cercando. Si nasconde tra il fitto fogliame di un canneto. Ha il mitra in mano. Li vede aggirarsi nei pressi della casa. Una sventagliata e li avrebbe stesi tutti. Non lo fa, perché teme una rappresaglia sulla popolazione civile. Lampino deve arrendersi. Gaggeci è ancora uccel di bosco e continua ad imbarcare ex prigionieri alla foce del Tenna.

Passa tutto gennaio e arriva febbraio 1944. E’ un inverno estremamente rigido. In montagna le strade sono impraticabili. C’è da liberare, perché coperta da uno spesso manto di neve, la strada che si inerpica verso il valico di Colfiorito. Quel percorso è di vitale importanza per i tedeschi. E’ l’unico corridoio che mette il comunicazione l’Adriatico con il Tirreno. Armi, munizioni e vettovagliamento per l’esercito germanico devono passare di lì. Chiamano degli uomini, padri di famiglia, che si guadagnano da vivere, spalando la neve che si è accumulata sul nastro stradale. Fascisti e tedeschi armati sorvegliano il lavoro. Tra loro c’è anche Mario Pepa, di Civitanova Alta. Dichiarato non idoneo alla visita militare, decide di arruolarsi nella milizia fascista. L’autore del libro ne traccia un breve profilo biografico. La sua è una storia che si intreccia con quella di Elvio Monachesi. Ambedue soccombono tragicamente.

I partigiani dal canto loro impediscono che il lavoro vada avanti con continue sortite sul campo. In zona operano diverse formazioni partigiane formate da ex prigionieri, soprattutto slavi, fuggiti dal campo di prigionia di Colfiorito. Dopo settimane di lavoro, la strada viene finalmente sgomberata dalla neve. I militi fascisti decidono di trascorrere il 22 febbraio 1944, giorno di Carnevale, nell’osteria di Cucculelli, a Muccia. Con loro ci sono anche altri componenti della propria famiglia e amici. I commensali si distribuiscono nei diversi locali dell’osteria. Non sanno che all’esterno sono circondati da un intero gruppo di fuoco che proviene da Foligno, mentre altre formazioni partigiane bloccano la strada per Serravalle, Camerino e Macerata. Muccia è isolata dal resto del territorio. I partigiani presenti attorno a Muccia sono un centinaio. Il numero dei fascisti è nettamente inferiore.

Secondo il racconto del tenente Raul Mattioli, vicecomandante del gruppo partigiano di Massaprofoglio guidato dal tenente Nicola, i partigiani che dovranno fare irruzione nell’osteria hanno solo il compito di sottrarre quante più armi possibili ai fascisti ma senza spargimento di sangue. Questo non avviene. Nel gruppo dei partigiani, provenienti dal campo di prigionia di Colfiorito, ci sono tre montenegrini particolarmente violenti. Vojo Ivanovicé, Božo Dapěevič e Novak odiano non solo i fascisti ma tutti gli italiani. Il comandante Raul Mattioli non ha nessun potere su di loro. Non può nulla sulla volontà dei tre di compiere una strage. Il gruppo di fuoco dei partigiani entra nell’osteria. Quasi tutti i fascisti, prima di sedersi a tavola, hanno depositato le armi in uno stanzino. Il tenente, seguito dai montenegrini, intima a tutti di alzare le mani. Solo il sergente Corbelli, nativo di Macerata, non rispetta l’ordine. Ha il proprio moschetto a portata di mano. lo afferra e spara all’indirizzo del tenente, ferendolo ma non gravemente. A questo punto i tre montenegrini scatenano l’inferno. Sparano all’impazzata su tutto e su tutti. Lanciano bombe a mano. L’osteria diventa lo scenario macabro di una carneficina. Il sangue delle vittime si mescola al vino delle damigiane centrate dalle pallottole. I tre montenegrini si avventano sugli agonizzanti con il coltello e ne fanno scempio. Mario Pepa cade colpito a morte. Tra i partigiani non ci sono né uccisi né feriti. “Le foto scattate sui cadaveri dei fascisti dal fotografo Carlo Balelli di Macerata, conservate nella biblioteca Bozzi Margetti di Macerata testimoniano la ferocia dello scontro” (op. cit. pag. 130 – 131).

La rappresaglia nazi fascista alla strage di Muccia non si fa attendere. Il 22 marzo del 1944 sono fucilati a Montalto Marche ventisette uomini tra partigiani di vecchia data e giovanissimi giunti in montagna da neanche un mese per sfuggire all’arruolamento nell’esercito fascista. Tutto il territorio dell’alto maceratese è ora controllato dal battaglione “M IX settembre”, un reparto speciale addestrato nella lotta contro i ribelli. Assieme ai fascisti opera anche una formazione tedesca specializzata nella lotta anti partigiana. Tutti i membri del CLN maceratese sono in pericolo. Rischiano la cattura. Riescono a evitarla, infiltrando nella Guardia Nazionale Repubblicana una spia che si impossessa di tutte le informazioni utili al Comitato di Liberazione Nazionale locale. Il comandante del G. N. R, il console Bassanese sta meditando di cambiare squadra. Il leader del CLN, Mario Fattorini, Verdi il suo nome di battaglia, si accorda con il comandante fascista. Questi s’impegna a destinare i fascisti irriducibili a compiti inoffensivi. Tra questi ultimi spicca il nome di Elvio Monachesi, Lampino, che è destinato a investigare su gruppi partigiani che operano nella zona attorno a Sarnano. E’ sfollato a Loro Piceno in casa della moglie. Lampino non sa che gli scopi della sua missione sono noti al rappresentanti del CLN che decidono di eliminarlo.

E’ l’11 marzo 1944, attorno alle sette di sera. Lampino è a casa della moglie, a Loro Piceno. Vincé Bomba, un ragazzo appena diciassettenne, bussa alla porta. Deve consegnare una busta a Lampino. La moglie del fascista, vedendo un ragazzo, gli apre. Il giovane si avvicina a Elvio Monachesi. Vincé invece della lettera estrae dalla tasca la pistola e spara. Lampino si alza ma è raggiunto da altri due colpi che lo stendono a terra. Vincé, chiamato bomba per l’abitudine di portare alla cintola delle bombe a mano, è un partigiano della “Banda Lucio” che opera nella zona di Loro Piceno. Comandante della banda partigiana è Lucio Corradini. “Il gruppo è composto da ex prigionieri di guerra anglo americani e da alcuni italiani passati direttamente dal fascismo all’antifascismo (op. cit. pag. 135). Anche il suo capo, prima di passare nella sponda opposta, era un tempo fascista assieme a tutta la propria famiglia, conosciuta in zona come violenta e vessatoria nei confronti della popolazione locale. Dopo la guerra, tutta la famiglia emigrerà in Argentina.

L’uccisione di Lampino è un’azione eseguita in perfetto stile gappista, come i partigiani comunisti erano capaci di fare. Sembra strano che la “Banda Lucio”, totalmente priva di qualsiasi disciplina di partito, sia stata in grado di mettere in atto una simile azione. Del gruppo, continua l’autore del libro, tutto si può dire tranne che era comunista. Che cosa ha suggerito di dare seguito all’azione, consci com’erano che la morte di Monachesi avrebbe scatenato la repressione del battaglione “M”, comandato dal famigerato tenente Grassano? Si sa poi che nel gruppo, spesso avvenivano episodi nei quali a sparare uno contro l’altro erano gli stessi partigiani del gruppo. Monachesi, nella sua veste di investigatore, era venuto a conoscenza di fatti ed episodi legati al gruppo? Sono domande aperte alle quali al momento, scrive l’autore del libro, non esistono delle risposte certe. “Finis libri non sit finis quaerendi(Thomas Merton). La fine del libro non deve essere mai il termine della ricerca. Altre domande aperte poste da Claudio Bernacchia riguardano la testimonianza che di Elvio Monachesi dà Giuseppe Corradini.

Quest’ultimo, figlio di Lucio Corradini, in un libro Eroi senza medaglie pubblicato nel 1970 per l’edizione Cinque Lune, circa venticinque anni dopo la morte di Elvio Monachesi, ritorna sul famigerato Lampino. Giuseppe Corradini, all’epoca dei fatti narrati aveva appena tredici anni, ricorda nel libro l’uccisione di due partigiani del gruppo Lucio, mandati a Portocivitanova per prelevare delle armi. Sabbatini e Romagnoli, i due partigiani sono circondati e uccisi nelle campagne attorno a Civitanova Alta dai fascisti. Tra questi cita anche Elvio Monachesi che s’irrita con il tenente Giulio Grassano. I due partigiani si erano arresi, quando si erano accorti di essere circondati da preponderanti forze fasciste. Era da vigliacchi, faceva osservare Monachesi, ucciderli, anche se erano comunisti. L’episodio se mai sia avvenuto è da collocare ai primi di marzo del 1944. Grassano arriva nel maceratese ai primi di marzo di quell’anno. Monachesi è ucciso l’11 marzo. I tempi sono davvero troppo ristretti perché possano essersi verificati tutti questi fatti. Non esiste poi in nessuna memoria storica, che riguarda Civitanova Alta, uccisioni di partigiani, proprio in questo periodo. L’episodio è stato del tutto inventato? L’umanità dimostrata da Monachesi davanti ai due partigiani, per altro di Civitanova Alta come lui, uccisi quando si erano arresi, è stata messa ad arte per riabilitare la figura del fascista che era diventato tale suo malgrado? La verità è ancora tutta da scoprire (op. cit. pagg.138 – 144).

Dopo la morte di Elvio Monachesi, continuano intanto gli imbarchi di ex prigionieri verso il Sud. Il più drammatico è quello di marzo 1944 ma tutto va per il meglio, anche per la collaborazione di altri partigiani, tra i quali vanno citati don Ezio Cingolani, parroco di Sambucheto e di Mario Pianesi. Nel mese di Aprile è arrestato il comandante Andrea. Riesce ad evadere dal carcere di Macerata e si rifugia a Civitanova dai fratelli Mariani, in via Trento. Gaggeci gli dice di tenersi pronto per partire verso il Sud. L’imbarco avviene a maggio. Purtroppo, il coraggioso capitano Andrea morirà presso l’ospedale di Lubiana a seguito di una feroce retata compiuta dai tedeschi ai danni dei partigiani sloveni. E’ il cinque aprile 1945, un mese prima la fine della guerra.

Il 24 e il 25 maggio 1944 parte dalla foce del Tenna l’ultimo imbarco di militari e civili. Sono cento trenta in tutto. Tra loro ci sono tutti quelli che si sono adoperati per la fuga degli ex prigionieri. In testa c’è Giuseppe Gaggeci. L’approdo non è dei più facili. Il comandante della motozattera in navigazione non riesce ad intravvedere bene l’approdo. Vede i segnali luminosi che gli vengono fatti dalla costa dall’intrepido professor Leoni, ma tene che siano nazi- fascisti in agguato. Inverte la rotta e si dirige verso la foce del Chienti. Il professor Leoni non si stanca di mandare segnali luminosi. Finalmente, il comandante dell’imbarcazione ritorna indietro e raccoglie sulla nave tutti i fuggiaschi. Ha inizio così l’ultima fuga verso il Sud.

L’11 maggio 1944 cade Cassino. Il fronte tedesco è spezzato in più punti. La linea Gustav è travolta dagli eserciti anglo americani. Lungo la costa adriatica, assieme all’ottava armata britannica marciano i soldati polacchi del Secondo Corpo d’Armata guidato dal generale Wladislaw Anders. “Mercoledì 21 giugno 1944, al mattino, la Terza Divisione Carpatica, colonna d’assalto del Secondo Corpo d’Armata, raggiunge la sponda del fiume Chienti” (op. cit. pag. 163). Sono I Lancieri dei Carpazi a scontrarsi con le truppe tedesche che avevano costruito lungo tutto il percorso del fiume, una linea di difesa leggera, chiamata Frieda. I tedeschi avevano bisogno di tre settimane per tenere in mano il porto d’Ancona, che era per loro di vitale importanza per fare affluire sulla Linea Gotica tutto il materiale di difesa. La battaglia sul Chienti, che anticipò di qualche settimana quella di Filottrano, si risolse in una battuta d’arresto dei Lancieri dei Carpazi che persero molte giovani vite. Lo scontro si risolse a favore dei polacchi quando i comandi militari alleati decisero di gettare nella mischia i carri armati della divisione Kresowa. Le prime compagnie dei Lancieri dei Carpazi entravano a Civitanova Marche il 29 giugno 1944. Gaggeci ritorna a Civitanova Marche il 28 giugno 1944. Rientrato a Cascinare, viene a sapere quanto è accaduto pochi giorni prima: Mecozzi Silvano, fratello di Pietro, Vincenzo Borraccetti sono stati uccisi dai tedeschi e un altro dei fratelli Mecozzi, Natale, è rimasto ferito.

Raimondo Giustozzi

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