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Cultura. L’eredità culturale e politica di Franco Fortini.

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Conferenza di alto profilo culturale e politico quella promossa venerdì 10 maggio 2019 alle ore 21,00 presso la sala consiliare comunale di Civitanova Marche. Il tema proposto, l’eredità culturale e politica di Franco Fortini, è quanto mai affascinante in un periodo in cui sembra prevalere il vuoto riempito dal niente. Spirito ribelle, affatto allineato sulle mode del momento, Franco Fortini può essere ancora letto e studiato per elaborare percorsi di pensiero in difesa del lavoro, della giustizia, delle pari opportunità, della pace e dell’ambiente.

“Rivolgo col bastone le foglie dei viali. / Quei due ragazzi mesti scalciano una bottiglia. / Proteggete le nostre verità”. Sono gli ultimi versi della silloge Composita solvantur di Franco Fortini. Dopo circa tre ore della conferenza, esco dalla sala consiliare, riprendo la macchina parcheggiata in piazza  XX settembre, faccio il giro della stessa e sui vialetti nord che mi riportano in centro, incrocio un gruppo di ragazzi. E’ quasi mezzanotte. In fila, sulle strisce pedonali, reggono in mano enormi bicchieri di birra. Ridono e sghignazzano. Non scalciano nessuna bottiglia. Hanno un nuovo modo di atteggiarsi. Sono figli di questo nostro tempo.

Se il passato fosse veramente finito o morto, vi sarebbe un solo atteggiamento verso di esso, lasciate che i morti sotterrino i loro morti. Ma la conoscenza del passato è la chiave per capire il presente.  Gli avvenimenti passati non possono essere separati dal presente vivo senza perdere il loro significato. Il vero punto di partenza della storia è sempre qualche situazione attuale con i suoi problemi” (J. Dewey, Democrazia ed Educazione, pag. 275). I valori conseguiti nel passato e affidati allo studio e alla riflessione sono il lievito della realtà presente. Ennio Flaiano, con un uno dei suoi soliti aforismi avrebbe detto che la situazione attuale, politica, sociale e culturale se non è proprio drammatica, è comunque preoccupante.

Marsilio Marsili in nome del coordinamento provinciale articolo 1 – MDP di Macerata ha introdotto la serata presentando il progetto politico del Movimento Democratico Progressista (MDP), parlando di lavoro, pari opportunità, pace, difesa dell’ambiente. Il prof. Gualtiero De Santi, docente emerito di letterature comparate presso l’Università Carlo Bo di Urbino, ha esposto il pensiero di Franco Fortini, presentando quella che è, a suo modesto parere, l’eredità culturale di Franco Fortini: mantenere viva la tensione verso il futuro. Fortini ha elaborato il suo pensiero, attingendo dalla realtà sociale, politica e culturale del proprio tempo. Dietro ai contenuti della sua elaborazione personale si celano le mille sfaccettature della realtà. La poesia di Fortini nasce da un’elaborazione del proprio pensiero che non è mai dogmatico, pur inquadrato nell’ottica marxista. La sua poesia sfugge il presente e si proietta verso il futuro che il poeta vede sempre aperto alla speranza.  Nel poeta c’è sempre una grande pietas che accompagna le sue riflessioni sulla vita. E’ una dimensione religiosa che si lega al protestantesimo e all’ebraismo ma anche al cristianesimo nella sua più ampia accezione. L’intellettuale è colui che ragiona sulle cose. La storia è qualcosa di contingente, la poesia sfugge alla contingenza, è nascondimento e rivelazione.

Dopo la relazione del prof. Marsilio Marsili, sono state fatte ascoltare alcune poesie di Franco Fortini, per la voce narrante di Monia Ovadia https://www.youtube.com/watch?v=UXrDiteEgeY ; Monia Ovadia legge Franco Fortini.

Aldo Caporaletti, promotore e organizzatore culturale dell’evento, ha ricordato il breve soggiorno di Franco Fortini a Porto Civitanova, quando fu chiamato per una supplenza di Lettere presso l’Istituto Tecnico Commerciale Filippo Corridoni. Era il 25 ottobre del 1939. La supplenza durò appena un mese. Franco Fortini fu allontanato dalla scuola perché non aveva la tessera del Fascio, in aggiunta suo padre era di religione ebraica. A nulla valsero le proteste degli allievi che trovarono in Franco Fortini il docente preparato, colto e trascinatore. Anche i genitori degli alunni lo apprezzarono fin dal primo istante. Il preside dell’istituto Paolo Carrer si recò personalmente in provveditorato perché Fortini rimanesse nella scuola, ma fu tutto vano. Lo spione di turno e la legge ebbero la meglio. Lo ricordava il compianto capitano Ermanno Mori, suo alunno, nel convegno organizzato il sedici aprile 2010 presso l’Istituto Tecnico Commerciale Filippo Corridoni di Civitanova Marche. Via da Civitanova, chiamata allora Porto Civitanova, Franco Fortini dedicò alla città una sua poesia messa nella silloge “Foglio di via”.

“Qui mi condusse il lungo / vaneggiare degli anni / che ora lieto ora triste e sempre invano / come un fanciullo mi volgeva. // I tempi passati, i tormentosi giorni, qui / non mi dolgono più; nuova discende / ogni immagine e quieta. // E m’addormenta con soave suono / ogni senso la musica continua / dell’onde e il fiato dell’opaco mare / che deserto scompare oltre le nebbie. // E deserta è la riva. / I pescatori hanno lasciato sulla ghiaia tutte / le barche e sono andati con le ceste  / colme di pesca che brillò nel sole / bianco, stamani. / ora alle antenne si lamenta il vento. // A questa riva mi ritrovo: stanco / ma non deluso; povero, ma basta / che mi segga sul fianco d’una barca / a riparo dell’aria // sibilante, perché le mie miserie / dimenticando e il mio penoso andare / tra i volti umani, // Come quando fanciullo oltre i miei colli / Aspettavo bramoso il primo raggio / Di sole, attenda ancora, / Ma senza affanno e solo mesto, un cenno / Un lume, un volo, una speranza, qualche / Voce che dall’opaco mare chiami” (Franco Fortini, Di Civitanova – Foglio di via).

 Copertina del libro Repubblica dell'Ossola

La poesia è stata fatta ascoltare nel corso della serata; la voce recitante è quella di Sergio Carlacchiani https://www.youtube.com/watch?v=971Cc4qFODw;

 

Tutti i relatori della conferenza hanno delineato brevemente la biografia di Franco Fortini, al secolo Franco Lattes (Firenze, 10 settembre 1917- Milano, 28 novembre 1994), ritrovabile facilmente su ogni libro a lui dedicato. Sceglie il cognome della mamma Emma Fortini, perché quello del padre, Dino Lattes di religione ebraica, gli avrebbe recato noie, a seguito della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, 6 ottobre 1938 delle leggi razziali. Mussolini, maestro per Hitler, non poteva accettare di essere sorpassato dall’alunno. Dal padre, arrestato e trasferito ad Urbisaglia in un campo di ebrei internati,  Franco Fortini eredita lo spirito libero e il rigore morale. Dopo gli studi classici si laurea prima in Giurisprudenza, poi in lettere come seconda laurea. Durante il periodo fiorentino ha rapporti con l’Ermetismo ma anche con ciò che lo supera. Scrive versi che invia a Montale ma è attratto dalla Rivista Letteraria di Giacomo Roventa. In molte sue rime poesie raccolte nella silloge Foglio di via coesistono la poesia idillica e romanticismo tragico mescolati insieme. Fortini si fa battezzare come Valdese nel 1939. Apprezza la spiritualità protestante ma respira anche una componente cattolica intesa nel significato più vasto del termine come universalità del bene, anche se non professa nessun dogma cattolico. Negli anni della resistenza partecipa da partigiano ai giorni esaltanti prima, tragici poi, alla breve esperienza della repubblica dell’Ossola. Sarà questa esperienza unita al lavoro nella Olivetti (1947- 1953) ad esaltarlo e a fargli vedere la vita animata dal principio della speranza. Nel 1945 è a Milano il centro della classe operaia. Diventa redattore del Politecnico, la rivista fondata da Elio Vittorini. Collabora all’Avanti, alla rivista Ragionamenti a Officina seconda serie. Affina la sua produzione poetica con traduzioni dal francese e dal tedesco. Traduce Simon Weil, Proust, Brecht e Kafka.

 

Mi piace riportare in questo articolo un pezzo scritto da Franco Fortini, risalente alla sua esperienza partigiana ai tempi della Repubblica dell’Ossola: Undici ottobre
“Tre del pomeriggio. Sto uscendo dalla tipografia, dove fraternizzano sui banconi i piombi della stampa di partito dell’Ossola libera, quando incontro Costante, che sbuca da una «Balilla» infangata, avvolto in un impermeabile da cacciatore di foche, la grossa testa concitata e lo «Sten» a bracc’arm. «Le cose van male» mi dice. «Andiamo a vedere. Vieni con noi». Nell’auto, c’è la faccia intelligente e amara di un compagno comunista, vecchia conoscenza di Zurigo. Meno di quindici giorni fa ascoltammo insieme Shakespeare allo Schaspielhaus…«Sei armato?» mi chiede. Mostro sorridendo una minuscola 6,35. Un assembramento presso un ponte: una delle innumerevoli auto che passano ha fuso le bronzine. «Fate attenzione», ci dicono, «battono la strada con un mortaio». Infatti, un posto di blocco è in rovina e reca i segni di un colpo ben diretto. Ancora due chilometri. Lungo la strada sostano gruppi di partigiani armati, camion carichi, un piccolo anticarro inutilizzabile, per mancanza di munizioni. C’è silenzio, non si sente sparare. «Stanno avanzando a destra e a sinistra della strada» ci dice un ufficiale. Ha una strana pronuncia. È inglese, evaso da San Vittore, da tempo si batte con i partigiani. «Andate a dire alla Giunta (1 N.d.R.) di sgomberare Domo. Impossibile tenere. Il ponte di Ornavasso (2 N.d.R.) non è saltato. Dinamite umida». «Ma come! Non è possibile…». «Il ponte è sotto il tiro. E bisognerebbe rifare il fornello di mina. Se non avessero tanta paura, i fascisti sarebbero già qui, a quest’ora. Son laggiù, ora, guardate. Possono tirarci addosso, se ci vedono». A destra la piana. Il monte a sinistra. Rocce a picco fra le nuvole. Silenzio. La pioggia. «Io e Mario restiamo qui, con due mitragliatori», dice  tranquillo. «Gli altri possono andare. Quando non avremo più munizioni, prenderemo la montagna». Passa un georgiano, uno dei russi, ex prigionieri dei tedeschi, venuti nelle nostre file. «Dove vai?». Non capisce: mostra un biglietto del suo caporale: «È  malato e a pagura» (E’ malato e ha paura). Un ufficiale ci viene incontro, con la mano destra tenuta a mezz’aria, rossa di sangue e sporca di fango. Una diecina d’uomini: è l’ultima pattuglia. Sono sfiniti, bagnati fino alle ossa. Il capitano F. ci parla concitatamente: «Son da tre giorni senza mangiare e da tre notti senza dormire. Non ne posso più. Andate a dire che sgombrino Domodossola». Alza la voce: «Ma subito. Non avete tempo da perdere. Io reggo fina a stasera».

«Ci prendono in trappola quando vogliono», dicono gli uomini. Sui visi scarniti, gli sguardi sono accesi, esasperati. «Andate a dire al Comando che io non faccio ammazzare i miei uomini così!» grida il capitano. Velocissima, una raffica di mitraglia. Gli uomini si riparano nei fossi. L’eco ondeggia a lungo. Ancora un colpo, isolato. Un esploratore viene correndo, e indica qualcosa alla nostra destra. Torniamo indietro. Un gruppo d’uomini intorno ad una Saint-Etienne (3 N.d.R.)).  Ma non ci sono più munizioni. Squadre che si ritirano.  «Se uno di noi, per una ragione qualunque, facesse tre passi di corsa», sussurra B., «tutti scapperebbero. Sono spezzati. Non si può far la guerra senz’armi». «Non camminate tutti insieme! Distanziatevi! Se tirano vi prendono tutti!» gridiamo, passando fra i  gruppi. Gli uomini (ma quanti non sono che ragazzi di diciotto anni!) ci guardano smarriti. Piove sui mitragliatori, sui fucili, sui fazzoletti rossi e verdi, sulle granate tedesche infilate nelle cinture, sui nastri di cartucce. Dalle soglie dei cascinali, le donne ci guardano con gli occhi rossi, in pianto. «Dunque è finita, per Domodossola. Ma bisogna resistere. Dicono che tutto sia pronto, nelle valli alte, in Formazza». Ultime ore di Domo. La sera è scesa sui gruppi di cittadini che sostano davanti al Palazzo di Città o all’albergo Terminus, sulla gente che si affolla alla stazione per stivare i treni diretti al Sempione. Passano camion carichi, motociclette, auto. Nell’atrio del Terminus è un via vai di partigiani, di civili, carichi d’armi, di sacchi. Gente che si chiama, che si cerca, qualche signora che piange. Chi consulta una carta, chi cambia il caricatore della rivoltella, chi chiede a gran voce una sigaretta. Le scale risuonano di scarponi ferrati, sui letti delle camere fasci di fucili d’ogni tipo, di mitragliatrici. Un lavabo è pieno di cartucce, i nastri di caricatori pendono agli attaccapanni. Nell’atrio, un viso noto: è rosso di febbre, piange: «Ho la polmonite. Vado a Iselle (4 N.d.R). Prendi il mio moschetto. E mi gonfia le tasche di cartucce». Nella sala da pranzo, lugubre e semideserta, Tibaldi mangia tranquillo le sue cinque patate. Terracini, con la sua aria acuta di geometra della rivoluzione, gli parla a bassa voce. Nell’atrio mi imbatto nuovamente in Bonfantini: «A Palazzo Ceretti potrebbe essere rimasto qualche documento compromettente! Vieni con me?». Mi metto al suo fianco. Lo guardo di sottecchi. Il commissario Bandini non è più il loquace e sereno dottor Mario di pochi giorni, di qualche ora fa. Tenta ancora di sorridere, quasi per punto d’onore, ma le labbra si piegano in una smorfia penosa. Saliamo insieme le scale di palazzo Ceretti, sede dei servizi tecnici della Giunta. Nelle sale solenni tele settecentesche di marine e rovine, camini scolpiti di stemmi – tutti i lampadari sono accesi, ma non c’è nessuno. Ho l’impressione di aver vissuto, o letto, non so dove né quando, queste ore, queste luci accese, in un palazzo abbandonato, questi ultimi gesti, mentre per le vie rombano i camion della ritirata” (Undici ottobre, Franco Fortini). Il brano è tratto da “La Repubblica dell’Ossola, settembre – ottobre 1944” (riedizione del 1984 in off-set del volume pubblicato nel 1959 dal Comune di Domodossola), pagg. 105- 107.

(Nota 1). La Giunta di Governo della Repubblica Libera dell’Ossola (10 settembre 1944 – 23 ottobre 1944) era così composta: prof. Ettore Tibaldi (socialista), presidente della Giunta e commissario per il collegamento con il Comitato di liberazione Nazionale, per i rapporti con l’Estero, Giustizia e igiene. L’ing. Giorgio Ballarini (antifascista indipendente) era il commissario per i servizi pubblici, trasporti e lavoro. Il dott. Mario Bandini (Bonfantini all’anagrafe, socialista) era il commissario per il collegamento con l’autorità militare e la stampa. L’ing. Severino Cristofoli (Partito d’Azione) era il commissario per l’organizzazione amministrativa della zona e per il controllo della produzione industriale. Il dott. Alberto Nobili (Liberale) era il commissario per le finanze, Economia e alimentazione. Giacomo Roberti (comunista) era il commissario per la Polizia e per i servizi del personale. Fu sostituito dal 22 settembre da Oreste Filopanti, all’anagrafe Emilio Colombo, (comunista). Il prof. Luigi Zoppetti, sacerdote era il commissario per l’istruzione, il culto e l’assistenza pubblica, fu sostituito dal 16 settembre da don Gaudenzio Cabalà (democristiano). Luigi Mari (all’anagrafe Natale Menotti, democristiano) era il commissario per gli affari tributari e finanziari. Amelia Valli (all’anagrafe Gisella Floreanini in Della Porta, comunista, dal 7 ottobre 1944) era il commissario per l’assistenza e per i rapporti con le organizzazioni popolari.

Collaboratori illustri della Giunta Provvisoria di Governo furono: Umberto Terracini, in veste di segretario generale, Ezio Vigorelli, consulente legale e giudice straordinario, Gigino Battisti, intendente e agente commerciale, Piero Malvestiti (Apiro, 26 giugno 1899 – Milano, 5 novembre 1964),  Corrado Bonfantini, rappresentante della missione del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) a Domodossola, della Giunta Provvisoria di governo dell’Ossola e presso il CLNAI di Milano, Carlo Calcaterra, membro della commissione didattica consultiva per la riforma scolastica ad impronta democratica, Cipriano Facchinetti, rappresentante della Giunta Provvisoria di Governo presso il CLNAI di Lugano, Concetto Marchesi, grande latinista, fuggito in Svizzera dopo l’appello alla lotta antifascista pronunciato a Padova in veste di rettore, rientrato in Italia per assistere da privato cittadino all’esperienza ossolana.

(Nota 2). Ornavasso è un comune della provincia del Verbano – Cusio – Ossola. Fu la culla per la nascita della formazione partigiana Divisione Valtoce, dal caratteristico fazzoletto azzurro. Dopo la caduta della repubblica dell’Ossola fu ricostituito con il nome di “2a Valtoce” e inserita nel “Raggruppamento Di Dio”. Alfredo Di Dio era il mitico comandante partigiano caduto nella difesa della Galleria di Finero, un luogo della resistenza ossolana contro i nazi fascisti.

(Nota 3). La Saint-Etienne era un tipo di mitragliatrice usata dall’esercito francese fin dalla prima guerra mondiale, con le modifiche apportate, fu utilizzata anche se in quantità ridotta anche nella seconda guerra mondiale.

(Nota 4). Iselle è una piccola frazione del comune di Trasquera (Verbano – Cusio – Ossola), situato in Val Divedro, una delle cento valli che formano il territorio ossolano. E’ il confine di Stato. Nelle vicinanze di Iselle ha inizio il traforo ferroviario del Sempione.

Ricordi personali legati all’Ossola

Verbania Fondotoce, Domodossola, la Val Cannobina, la galleria di Finero, furono oggetto di una gita d’istruzione con cinque classi terze, quando insegnavo nella Scuola Media di Verano Brianza (Mb). Era il la primavera del 1984. Avevo preso contatti, qualche mese prima della visita d’istruzione, con quanti a Domodossola stavano preparando le iniziative per commemorare i quarant’anni dell’anniversario dell’Ossola Liberata dalle formazioni partigiane. Ricordo che mi documentai con quanto mi diedero e lessi avidamente il libro “La Repubblica dell’Ossola, settembre – ottobre 1944”, ristampato per l’occasione, unitamente con tutti gli atti di Governo della Giunta Provvisoria. Assieme all’amico Amedeo Salamina, prof. di Ed. Tecnica e con una troupe di alunni realizzammo delle riprese sul torrente Toce, sul luogo della fucilazione dei quarantatré martiri partigiani, sul lungolago Maggiore con le città di Verbania, Intra, Pallanza. Intervistammo Carlo Suzzi. Diciassettenne all’epoca dei fatti, portato sul luogo dell’esecuzione assieme agli altri partigiani, si era salvato miracolosamente all’eccidio di Fondotoce, per questo veniva chiamato il quarantatré. Colpito da una scarica di mitra, cadde sopra la pila di altri sventurati. Ebbe l’accortezza di fingersi morto, poi di notte, scivolando nell’acqua del Toce, riuscì a dissetarsi. Era arso dalla sete. Aveva perso molto sangue. Risalendo le colline, riuscì a recarsi in alta montagna e rifugiarsi in una baita dove fu curato e riprese la lotta contro il nazi – fascismo. In quarant’anni non aveva mai rilasciato nessuna intervista. La rilasciò a noi in quell’occasione. Dopo Fondotoce ci recammo alla galleria di Finero che vide il sacrificio del comandante Alfredo di Dio nel disperato tentativo di alleggerire la pressione delle forze nazi fasciste, preponderanti per uomini e mezzi, permettendo ad altri partigiani di sconfinare verso la vicina Svizzera. Nella città di Domodossola portammo gli alunni nel palazzo comunale, che era stata la sede della Giunta di Governo della libera repubblica dell’Ossola e nei luoghi concordati con gli organizzatori ossolani, dove si erano svolti i fatti legati alla Repubblica. Le ultime riprese con la telecamera, portata a spalla da un alunno, riguardarono tutta la Val Cannobina e Cannero. Il filmato, una volta montato nelle parti audio, video e musica, fu proiettato a scuola al termine dell’anno scolastico. L’assessorato della Regione Lombardia, venuto a conoscenza dell’iniziativa, ci chiese una copia del lavoro fatto. Pagò i diritti d’autore alla scuola, dandole un milione di vecchie lire che fu subito utilizzato per l’acquisto di altri strumenti audio video. Era il primo lavoro che facevamo con la telecamera, con gli strumenti di registrazione di allora. A noi sembrava di aver fatto una cosa egregia. Ripensandoci ora, non era proprio così. Alcune parti risultavano pesanti, soprattutto quelle relative alle interviste, nonostante tutte le immagini che mettemmo per alleggerire il racconto. Fu proprio nel corso del lavoro che m’imbattei nella conoscenza di Franco Fortini di cui non sapevo bene la propria partecipazione nella lotta di liberazione dell’Ossola.

Un bel modo per ricordare la sua eredità culturale e politica è rileggere tutte le sue maggiori raccolte di poesie e altri suoi scritti, prima di vivere a Civitanova Marche un’altra probabile iniziativa a lui dedicata nell’anniversario degli ottant’anni della sua permanenza a Civitanova Marche (25 ottobre 1939 – 25 ottobre 2019).

Raimondo Giustozzi

Locandina conferenza su Franco Fortini

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