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Poesie (1986-2016) di Filippo Davoli. Una poesia fuori dagli schemi.

Copertina libro

di Stefano Bardi

Sempre di più negli ultimi anni si sfornano libri di poesia, che, secondo il umile e semplice parere di cultore letterario non sono lanciati verso la qualità, ma solo e unicamente sulla commerciabilità. Peggio ancora per quanto riguarda la tematica, che sempre di più gira attorno all’amore e alle sue varie sfaccettature! Eppure in questo moderno mercato poetico ci sono stati poeti del passato che sono stati unici e irripetibili, poiché si sono isolati dalla realtà in cui vivevano per creare liriche inimitabili come per esempio Luigi Di Ruscio, Anna Malfaiera, Luigi Bartolini e il poeta tuttora in piena produzione Filippo Davoli (Fermo, 1965).

Un poeta il fermano dalla straordinaria poeticità, in grado di creare raccolte poetiche che non sono tematicamente legate une alle altre, poiché ognuna di esse tratta una precisa tematica non riscontrabile nelle altre sillogi. Raccolte (alcune) che sono già di difficile reperibilità seppur comunque il poeta fermano è in piena attività, come dimostra l’auto-antologia del 2018 Poesie (1986-2016) pubblicata da Transeuropa. Auto-antologia che sarà da me usata per tracciare un’analisi critico-poetica, sulle migliori sillogi pubblicate dal 1986 agli anni Duemila.

 

Il 1994 è l’anno della raccolta Poemetti del Contatto pubblicato da Tracce. Un contatto, che è poeticizzato dal poeta fermano attraverso l’immagine del vento, del fraterno respiro e della pioggia. Vento, che è visto come un soffio colmo di vacuità, di totalità, di mitezze, di brumose reminiscenze e il fraterno respiro invece non si rivela un immortale contatto, ma solo un leggero pensiero portato via dal primo schiaffo del vento esistenziale. Accanto a questi due elementi il poeta fermano ci mostra quello della pioggia, da lui intesa come un fiume di brumose lacrime che offuscano i nostri tramonti spirituali e come un pianto spiritualmente cadaverico ed eternamente spento. Pioggia, che condivide lo stesso amaro destino dei primi due elementi, poiché le voci di entrambi urlano vanamente nel vuoto il loro dolore interiore che è destinato a essere eternamente rilegato negli abissi più tenebrosi dell’umano spirito.

Il 1996 è l’anno della raccolta Alla luce della luce pubblicata da Nuova Compagnia. Opera questa sulla luce intesa come un’essenza in grado di illuminare la coesistenza fra la vacuità e la totalità, fra le tenebre e la divina luce e infine, come uno specchio in grado di mostrarci tutto il dolore delle carni femminili concepite come fragili e delicate membra che spariscono a ogni nostro taglio, ferimento e infezione.

Il 1998 è l’anno della raccolta Un vizio di scrittura pubblicata da Stamperia dell’Arancio. Scrittura che è intesa da Filippo Davoli, come uno strumento per riempire le nostre vacuità, le nostre bianche pagine esistenziali fino a farle esplodere e come un strumento di denuncia contro la moderna scrittura telematica colma di incertezze, dissonanze, maschere e cattiverie a differenza della scrittura poetica che ci fa volare in magici cieli, ci fa viaggiare su treni reminiscenziali e crea emozionanti ragnatele spirituali. Una scrittura infine, che ci mostra la gioventù dei giorni nostri composta non solo da sballati, stupratori e teppisti, ma anche e soprattutto da fanciulli che credono nei sogni, che sanno vedere oltre la loro quotidiana esistenza e che si fanno coccolare dalle loro colonne sonore esistenziali.

Il 2010 è l’anno della raccolta Come all’origine dell’aria pubblicata da L’Arcolaio. Opera questa in cui la candida, verginea e pura aria addolcisce il pianto spirituale delle madri e protegge la fanciullesca Vita da ogni decomposizione sentimentale, da ogni demoniaco latrato e da ogni vampiresca ferita per farla rinascere come una nuova Vita spiritualmente purificata. Una luce inoltre, che riporta innanzi agli occhi del figlio poeta la figura della madre da lui rimembrata come una calorosa ombra onnipresente nel suo cuore, come una leggera presenza vicina e lontana nella sua giornaliera esistenza, come una creatura straziatamente gioiosa e infine, come un angelo in grado di rischiarare il brumoso spirito del figlio poeta con dolci melodie e con parole colme di intense paci.

Il 2013 è l’anno della raccolta I destini partecipati pubblicata da La Vita Felice. Silloge questa, che può essere vista come un monologo interiore in cui il poeta Filippo Davoli ci mostra l’amore con la A maiuscola, ovvero, un sentimento animato da dolci enigmi arcani e da venti che ci fanno scordare le demoniache parole umane. Un vento inoltre che ci mostra la Vita come un’essenza che è nata dal sangue e dalle lacrime per creare nuovi, puri, verginei e inediti esseri umani che possano considerarsi Fratelli fra di loro. Amore e Vita, ma anche un vento dai toni mistico-religioso attraverso la figura del primo crepuscolo e quella dei defunti. Un primo crepuscolo inteso come la fine terrena del nostro cammino, mentre invece i defunti, anzi i nostri intimi calori defunti non sono concepiti come delle spettrali e fredde ombre mortifere a noi distanti, ma, come delle luci sempre presenti nel nostro cuore e come dolci venti che addolciscono le nostre lacrime più amare.

Il 2016 è l’anno della raccolta La luce, a volte pubblicata da Liberilibri. Una luce questa, che rimane eternamente oscurata e offuscata per colpa di una Vita animata da mistici e arcani pleniluni lunari, da voci eternamente insensibili e stonate, da false maschere con demoniaci occhi, da streganti melodie che sodomizzano le tenebre più oscure e popolata da Uomini animati da una sanguinaria fratellanza e che credono di essere eternamente degli adolescenti, senza però rendersi conto che a differenza di Dio per loro c’è la Vita e la Morte. Una dipartita quella terrena che regala gelidi, spettrali e cimiteriali inverni spirituali nei cuori dei loro intimi affetti ancora in vita.

 

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