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Cronache dell’ultimo Novecento e altre cose. Il delitto Marano. Porto Recanati, 2/3 dicembre 1929.

Milano, Via Palazzo reale negli anni '30 - foto skyscrapercity.com

Milano, Via Palazzo reale negli anni ’30 – foto skyscrapercity.com

di Lino Palanca

L’inverno tra il 1929 e il ’30 fu degno erede del precedente, quello detto del nevone (neó’ in dialetto del Porto); non mancarono nemmeno a lui violente bufere di neve, freddo intenso, strade impraticabili e difficoltà nei rifornimenti di varie merci, cibo, legna e altri combustibili. Il tutto nel pieno di una crisi economica mondiale che feriva a sangue le classi sociali povere, la gente che viveva del suo lavoro nelle fabbriche, nei campi e sul mare.

Il paese era ancora poca cosa: cinquemila abitanti o poco più: vita sociale, per la grande maggioranza scarsa assai. Già d’autunno alle sei di sera si faceva il deserto; segni di vita in qualche caffè, ma anche lì ancora per poco: strade vuote, luce incerta e debole. Tutto sbarrato. Di uscire di casa la sera se ne sarebbe riparlato a san Giuseppe, il 19 marzo, all’ingresso dell’agognata primavera. Allora riprendeva quasi a pieno ritmo l’attività della pesca, molti ragazzini lasciavano la scuola con una scusa qualsiasi e li ritrovavi in spiaggia ad aiutare i genitori nei lavori marinari. Maggio portava il rito mariano serale; la gente usciva dopo cena per andare in chiesa e poi passeggiare lungo il corso. Era l’ora degli ammiccamenti, delle occhiatine e dei ludi del corteggiamento sotto l’occhio vigile di madri e nonne.

Il giorno, in spiaggia, i bagnini riposizionavano i capanni a strisce bianche e azzurre, lavati e tirati a lucido, fiori ai balconi; si azzardavano le prime previsioni sulla presenza di villeggianti nell’imminente stagione estiva verso la quale si andava con l’animo ricco di speranze nei guadagni che ne sarebbero venuti.

Ma restiamo in inverno perché la storia che qui si racconta culminò nel sangue sparso la sera del 3 dicembre ’29, un martedi,  buia e tetra come si addice alla stagione. Una tragedia con sulla scena un uomo due volte assassino. Prima della moglie e poi di se stesso.

 

Ricordo che da bambino sentivo ogni tanto, rivolta da un uomo alla moglie o alla fidanzata, la minaccia: Guarda che ti faccio come Marano! Erano parole dette con intenzione scherzosa e che, però, l’ho scoperto piano piano negli anni, celavano un dramma tra i più clamorosi vissuti al Porto.

Chi era questo Marano?

Tullio Marano e la moglie Igina Egidi abitavano al secondo piano dello stabile così detto delle case di Santiago Bufarini, proprietario di buona parte del grande isolato all’angolo di sud ovest di piazza Umberto I, chiuso tra corso Vittorio Emanuele II, via Manin, via Cavour e la piazza citata. Un appartamento di tre vani come ci informa il verbale dei carabinieri che si occuparono della storiaccia: la cucina subito all’ingresso, un’altra stanza che suppongo fosse il salotto e poi la camera da letto. Non avevano figli. Il padre di Tullio, Adamo, e la madre Agnese Arduini vivevano a Sant’Elpidio a Mare da dove veniva dunque il protagonista di questo dramma, un tempo venditore ambulante di tele, rimasto senza lavoro a causa di una paralisi che l’aveva privato dell’uso degli arti della parte destra. I due campavano grazie a un sussidio mensile di 150 lire che a Tullio inviava il fratello Adamo, da Torino [1].

Lei, Igina, loretana, figlia di Agostino e Alfonsa Pighetti, contribuiva con i piccoli guadagni realizzati aiutando Carmela Perfetti che aveva la bottega di generi alimentari al piano terra dello stesso stabile e con qualche lavoretto di ricamo. Non so dire come si fossero conosciuti; so però, dai verbali dell’Arma, che Igina aveva un amante, che costui frequentava casa sua e che il motivo del delitto va ascritto alla gelosia di Tullio.

L’amante si chiamava Vittorio Rabuini. Interrogato sui suoi rapporti con Igina dirà ai reali carabinieri: Ero l’amante di Egidi Iginia da circa sette anni e dopo due o tre mesi che tenevo tale relazione il marito della Egidi, Marano Tullio se n’è accorto della tresca, tanto che la Egidi me ne diede avviso, assicurandomi però che avrei potuto praticarla lo stesso perché al marito poco importava; io continuai.

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La documentazione sul fattaccio è piuttosto ricca e si trova nei fascicoli conservati nell’Archivio di Stato di Macerata. Qui ne faccio una sintesi che spero dia un’idea chiara di quanto accaduto.

1 dicembre

Vittorio Rabuini cena a casa Marano, non è cosa nuova. Ma questa, per Tullio, è la volta di troppo.

2 dicembre

Durante la mattinata Igina si intrattiene con Rita Gambini, una vicina cui chiede 2 lire in prestito. Alle 21 parla per una un quarto d’ora con il coinquilino Enrico Giovagnoli, che abita nel suo stesso pianerottolo e che è l’ultimo a vederla viva, marito a parte.

3 dicembre

A notte fonda o in prossimità dell’alba Marano uccide la moglie con un coltello. Scriveranno i carabinieri nel loro verbale: Nella stanza attigua a quella da letto abbiamo trovato il corpo della Egidi già cadavere distesa boccone per terra in una pozza di sangue e colpito ripetutamente da arma da taglio, la quale si presume debba essere un coltello da cucina che trovasi presso il cadavere sopra una poltrona ancora macchiato di sangue. Fu immediatamente disposto per il piantonamento e per le ricerche dell’autore [2].

Ore 10 – Marano va nella bottega di Carmela Perfetti a portarle una maglia che la stessa aveva prestato a Igina. Dice alla donna che sua moglie è a Loreto presso una zia ammalata. Approfitta per ritirare l’assegno mensile del fratello Armando, che veniva inviato all’indirizzo di Giustino Perfetti, portalettere, padre di Carmela.

Ore 10.30 – Rita Gambini dopo avere spaso i panni, come fa da sempre, a ridosso dell’abitazione dei Marano, bussa alla loro porta ma non riceve risposta. Intanto Marano, stessa ora, passa alla tabaccheria di Enrico Riccetti per pagare un piccolo debito. Vi acquista un giornale illustrato.

Ore 11 – Marano si allontana da Porto Recanati con il treno delle 11, direzione Ancona.

Ore 14 – È avvistato in paese.

Ore 15 – Rita Gambini viene a sapere da Carmela Perfetti che la zia di Igina sta benone; lei stessa l’ha vista in mattinata essendosi dovuta recare a Loreto.

Ore 16 – Vittorio Rabuini incontra Enrico Giovagnoli e da lui apprende che Igina, che aveva programmato di vedere in serata, è a Loreto da sua zia.

Ore 16 – Alcune persone vedono Tullio Marano nei pressi della stazione ferroviaria.

Ore 16.10 – L’assassino prende il treno per Ancona. Nessun portorecanatese lo vedrà mai più.

Ore 20/21 – Le donne dello stabile sono assai preoccupate per la lunga assenza dei Marano dalla loro abitazione. Pensano che sia accaduto qualche cosa di grave. A Caterina Bellavia, moglie di Santiago Bufarini, vengono brutti pensieri e così manda il figlio cadetto Tullio ad avvisare qualcuno. Il ragazzo esce di casa e subito in piazza trova la guardia municipale Luigi Fabbracci; lo invita a seguirlo presso la madre, che deve parlargli con urgenza.

Ore 21.45 – Fabbracci, preoccupato dai sospetti di Caterina, va a bussare alla caserma dei reali carabinieri e li invita ad andare con lui a casa Marano.

Ore 22 – I carabinieri forzano la porta d’ingresso dell’appartamento, vi entrano e scoprono il cadavere di Igina. La notizia si spande subito e poco dopo anche Rabuini ne sarà al corrente.

Ore 22/23 – Sempre i carabinieri avvisano dell’accaduto l’autorità giudiziaria competente (pretore Liberati  di Recanati): non hanno dubbi che l’omicida sia il marito della donna.

Ore 23/24 – Dalla stazione ferroviaria di Bologna, parte una lettera di Marano indirizzata a Santiago Bufarini; il fuggiasco vi ha scritto le sue volontà testamentarie che riguardano il pagamento di alcuni debiti e indicano i beneficiari delle povere cose di cui dispone.

4 dicembre

Ore 9 – Giustino Perfetti riceve la lettera di Marano e la consegna ai carabinieri.

Mattinata – Tullio Marano invia due lettere da Milano: a Torino al fratello Armando (gli rivela di essere un assassino) e a Bra a Giulio Ridolfi, direttore dello stabilimento Montecatini, che insulta pesantemente non si sa per quale motivo.

Ore 16 – La Regia Procura di Macerata assume la direzione delle indagini.

Ore 20 circa – A Milano i carabinieri vengono avvisati che un uomo si è sparato all’incrocio tra via Palazzo reale e piazza del Duomo. Si tratta di Marano, che giunge cadavere all’ospedale.

Solo il 22 gennaio la Procura della Repubblica di Macerata sarà informata dalla consorella milanese che l’uomo, finalmente identificato, è Tullio Marano, suicidatosi con un colpo di pistola alla tempia.

 

 

 

 

[1] La madre di Tullio in qualche documento appare come Ardini non Arduini.

[2] Archivio di Stato di Macerata (ASM), 1.7.C., proc. 1178, busta 129, fascicolo 1.

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