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BLANCHE ACOUSTIC DUO

Tempi difficili di Charles Dickens, “Sono la fantasia e l’immaginazione a rendere felici, e non i fatti e i calcoli”.

Dickens Internet

Indice

  • Ambientazione
  • Trama
  • Libro primo: la semina,
  • Libro secondo: la mietitura
  • Libro terzo: il raccolto
  • Personaggi principali e secondari
  • La città di Coketown
  • L’educazione voluta da M’Choakhumchild e da Thomas Gradgrind
  • Matrimonio di Luisa con Bounderby

Ambientazione

 

Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1854, è ambientato a Coketown, poiché all’autore non era stato permesso di menzionare il nome reale della città in cui si svolgono i fatti narrati, Preston, vicino a Manchester, la quale era stata visitata da Dickens il 28 gennaio del 1854 perché interessato agli scioperi degli operai. Aveva poi visitato di persona alcune fabbriche a Manchester all’inizio del 1839 ed era rimasto allibito dalle dure condizioni di lavoro degli operai.

Trama

Tempi difficili è strutturato in tre parti, il titolo di ciascuna è legato al versetto “ciascuno di noi raccoglie quello che ha seminato” (Galati, 6-7), quello che viene fatto nel presente ha degli effetti diretti su quello che succederà nel futuro. Il libro primo è intitolato La semina, il secondo La mietitura e il terzo Il raccolto. Dickens scelse volutamente questi titoli e sono fondamentali per la comprensione e l’analisi del testo.

tempi difficili copertina del romanzo

Libro primo: La semina

Il romanzo si apre in un’aula scolastica di Coketown. Thomas Gradgrind, un “uomo di fatti e calcoli”, sta interrogando Sissy Jupe, la figlia di un domatore di cavalli e veterinario del circo equestreSleary. L’ambiente in cui è cresciuta Sissy, così ricco di bizzarrie, in cui la fantasia e l’immaginazione non sono difetti, è in netta contrapposizione con i “fatti e calcoli” di Gradgrind, il quale le chiede la definizione esatta di cavallo che lei, mortificata, non riesce a dare, a differenza del suo compagno Bitzer.

Dopo la scuola, Gradgrind vede, dietro al capannone del circo equestre Sleary, Louisa e Tom, due dei suoi cinque figli, che spiano all’interno del tendone assieme ad altri ragazzi. Arrabbiato, trascina via i suoi figli che, abbattuti, cercano di spiegargli che era solo curiosità, ma Gradgrind non ammette scuse.

Il signor Gradgrind ha anche altri tre figli piccoli, Adam Smith, Malthus e Jane, la più piccola, ma non hanno un ruolo importante nella storia.

Dopo aver riportato a casa Tom e Louisa, spinto dal loro comportamento Gradgrind, esce da casa con Josiah Bounderby, il suo più caro amico che lo stava aspettando, per andare alla locanda in cui vive Sissy, per incontrare il padre di Sissy e dirgli che sua figlia non può più frequentare la scuola per il rischio che le sue idee si diffondano nella classe. Imbattutisi in Sissy per strada, si fanno accompagnare da lei alla locanda.

Il padre di Sissy però non è in casa e Sissy va a cercarlo al circo. Nel frattempo si presentano due artisti del circo. Questi informano Gradgrind e Bounderby che il padre di Sissy l’ha lasciata convinto che la vita della figlia sarebbe stata migliore senza di lui. Quando Sissy rientra, capisce che suo padre l’ha abbandonata e Gradgrind le impone una scelta: rimanere nel circo e rinunciare all’educazione oppure frequentare la scuola ma abbandonare il circo; Sissy sceglie di abbandonare il circo e dà l’addio ai suoi più cari amici.

A casa Tom e Louisa discutono dei loro sentimenti, per quanto repressi siano. Tom trova in se stesso uno stato d’insoddisfazione e anche Louisa esprime il suo malcontento per la sua infanzia mentre guarda fissa nel fuoco. L’abilità di stupirsi di Louisa, comunque, non è interamente estinta dalla rigida educazione basata sui Fatti.

Il decimo capitolo introduce gli operai delle fabbriche, chiamati spregiativamente “le mani”,in particolare Stephen Blackpool, “un uomo di assoluta integrità” che conduce una vita faticosa, sposato con una alcolista che è scappata di casa. È appena uscito dal lavoro e sta aspettando Rachael, una sua cara amica, anch’essa operaia, con la quale è solito fare la strada di casa, ma non la vede e decide di incamminarsi. La incontra più tardi, e camminano insieme verso casa parlando di loro e della loro giornata.

Rientrato a casa, nell’accingersi ad appoggiare una candela sul camino inciampa sul corpo di sua moglie, che, distesa sul pavimento ubriaca, ha appena fatto uno sgradito ritorno a Coketown. Lei si sveglia, borbotta alcune insane minacce a Stephen e poi si butta sul letto mentre lui, turbato dalle parole della moglie, passa la notte su una sedia.

Il giorno successivo Stephen fa visita a Bounderby per chiedergli un consiglio su come metter fine al suo disgraziato matrimonio ed essere libero di sposare Rachael. La signora Sparsit, una vecchia vedova dalle importanti parentele che faceva i lavori in casa di Bounderby, è “scandalizzata dall’immoralità“di Stephen e Bounderby gli dice che non può permettersi di annullare il matrimonio perché la procedura burocratica è lunga e troppo costosa per le tasche di un operaio. Stephen prende commiato da Bounderby e abbattuto e disorientato, va al lavoro.

Qualche tempo dopo Gradgrind si fa portavoce di Bounderby nel proporre il matrimonio a Louisa, la quale si trova in uno stato di malinconica apatia non solo per l’aridità della vita che ha vissuto fino allora, ma anche perché Tom ha iniziato a lavorare nella banca di Bounderby e lei è costretta a passare da sola le sue giornate. Gradgrind comunque non capisce lo stato in cui si trova sua figlia ed è entusiasta quando lei accetta apaticamente l’offerta di Bounderby. Anche Bounderby stesso e la madre di Louisa sono entusiasti; Sissy è l’unica a comprendere i veri sentimenti di Louisa.

 

Libro secondo: La mietitura

 

Il secondo libro si svolge due anni dopo il matrimonio di Bounderby e Louisa.

Dopo essersi procurato l’indirizzo di Bounderby dalla signora Sparsit, il signor James Harthouse, un gentiluomo elegante e dal bell’aspetto che non avendo trovato la propria vocazione nella vita passa pigramente da un lavoro all’altro, gli spedisce una lettera di presentazione scrittagli da Tom Gradgrind, che è diventato deputato parlamentare.

Dopo aver ricevuto la lettera, il signor Bounderby si reca all’albergo in cui alloggia Harthouse e i due fanno conoscenza; Bounderby ne ha una buona impressione, lo invita a cena a casa sua e gli fa conoscere alcune personalità della cittadina, potenziali elettori. Durante la cena, Harthouse, stanco della aggressiva spavalderia dell’industriale, concentra la sua attenzione su Louisa, notandone la natura malinconica. Poco dopo arriva Tom, il quale non nasconde il suo disprezzo per Bounderby che gli rimprovera il ritardo. Tom è diventato scontroso e arrogante a dispetto della sua retta educazione. Anche Tom prende in simpatia Harthouse (una simpatia non ricambiata, dato che Harthouse lo considera un “bamboccio”).

Alla fabbrica di Bounderby durante un’assemblea del sindacato tenuta da Slackbridge, Stephen Blackpool si chiama definitivamente fuori dai loro progetti e per questo viene isolato dagli altri operai. Quattro giorni dopo Bitzer lo informa che Bounderby vuole vederlo e Stephen si reca a casa sua. In presenza di Louisa e James Harthouse, Stephen tiene testa a Bounderby che lo accusa di essere un piantagrane e dopo un battibecco lo licenzia. La notte stessa Louisa e Tom si recano di nascosto a casa sua e Louisa, per aiutarlo in quella difficile situazione, gli offre del denaro, di cui Stephen accetta solo una piccola parte promettendole che l’avrebbe restituito. Tom chiama Stephen in disparte e lo informa di avere un’idea per aiutarlo, ma non entra nei particolari. Gli dice solo: […] Quando lascerete il lavoro, a partire da adesso fino al giorno della partenza, che ne dite di stare nei pressi della banca alla sera? Se, per caso, lui (Bitzer, il guardiano notturno) vi vede gironzolare, non comportatevi come se aveste in mente qualcosa di preciso, perché non vi manderò alcun messaggio per tramite suo, se non riesco a farvi il favore che ho intenzione di rendervi. Solo in caso positivo avrà un biglietto per voi […].

Due giorni dopo la banca viene svaligiata ed il principale sospettato è proprio Stephen Blackpool.

Dopo la rapina, la signora Sparsit alloggia per qualche giorno a casa di Bounderby. Qui ha modo di notare una complicità tra James Harthouse e Louisa e deicide di tenerli continuamente sott’occhio. Qualche tempo dopo invita Tom a mangiare da lei; dopopranzo dovrà andare alla stazione ad aspettare Harthouse, di ritorno dallo Yorkshire. Mentre Tom aspetta invano alla stazione, la signora Sparsit capisce che si tratta di un trucco di James e Louisa per tenerlo lontano e si dirige verso la casa di Bounderby. Nel bosco vicino alla casa nota la presenza di Louisa e Harthouse, quest’ultimo che la trattiene per un braccio, e del suo cavallo legato alla siepe poco lontana.

Poco dopo Tom va via a cavallo e Louisa esce correndo dal bosco dirigendosi verso la stazione. La signora Sparsit la segue sul treno, convinta che si debbano incontrare a Coketown, ma quando scende alla stazione, la perde di vista, rendendo vani tutti i suoi sforzi.

Louisa però si sta recando da suo padre, che è stupito di vederla. È in uno stato di estrema depressione e lo accusa di non averle dato l’opportunità di avere un’infanzia felice, e che la sua rigorosa e arida educazione le ha tolto la capacità di esprimere le proprie emozioni. Dopo queste parole, Louisa collassa priva di sensi ai piedi del padre.

Libro terzo: Il raccolto

La signora Sparsit raggiunge il signor Bounderby e lo informa della relazione tra Louisa e Harthouse. Bounderby, arrabbiato da questa notizia, si reca a casa di Gradgrind, dove Louisa sta riposando. Il signor Gradgrind prova a calmare Bounderby e gli rivela che Louisa ha respinto Harthouse. Bounderby è inconsolabile e immensamente indignato e maleducato verso tutti i presenti, inclusa la signora Sparsit, per le sue false rivelazioni. Alla fine Bounderby dà un ultimatum a Louisa, ritornare da lui per le dodici del giorno seguente, altrimenti il matrimonio sarà finito. Il giorno dopo rispedisce tutti i vestiti di Louisa a casa di Gradgrind e riprende la vita da scapolo. James Harthouse, convinto da Sissy, lascia Coketown.

La signora Sparsit porta trionfante Pegler, un’anziana donna che spesso si aggirava misteriosamente nei paraggi della casa di Bounderby, in quella dello stesso Bounderby poiché è convinta che sia una complice della rapina poiché era stata vista con Stephen Blackpool e a Rachael che invece, ignari chi fosse, l’avevano semplicemente ospitata in casa per una tazza di tè. Alla presenza del signor Gradgrind, del figlio Tom, di Sissy e di Rachael, la signora Pegler respinge le accuse e rivela di essere la madre di Bounderby, smentendo così tutti i discorsi che era solito fare sulla povertà della sua infanzia ed umiliandolo in pubblico.

Stephen Blackpool se ne va da Coketown, cerca un lavoro sotto falso nome, ma vuole provare a discolparsi. Di ritorno verso Coketown cade in un pozzo e viene ritrovato da Sissy e Rachael. In punto di morte chiede a Gradgrind di scagionarlo, allontanando così i sospetti su di lui, e indirizzando la sua attenzione e quella di Louisa verso Tom, senza fare però delle precise accuse.

Louisa sospetta che suo fratello abbia ingannato Stephen facendogli una falsa offerta, spingendolo a bighellonare intorno alla banca. Anche Gradgrind e Sissy sono della stessa idea, e quest’ultima rivela di aver detto a Tom di andare a nascondersi nel circo di Sleary, che si era trasferito in un’altra città.

Louisa e Sissy vanno subito al circo di Sleary. Dopo circa un’ora arriva anche Gradgrind e Tom confessa, senza rimorso, il furto alla banca, spiegando che l’aveva fatto perché non aveva abbastanza soldi e una rapina era l’unica soluzione ai suoi problemi, deludendo così Gradgrind, che credeva di aver dato un’irreprensibile educazione a suo figlio. Gradgrind decide che Tom deve partire per Liverpool e lì imbarcarsi per l’America, ma la conversazione viene interrotta da Bitzer, il quale è ansioso di rivendicare la taglia messa da Bounderby e non cede né alle lacrime di Louisa e Sissy né alla pietà che Gradgrind cerca di suscitargli. Alla fine è il signor Sleary che, pur riconoscendo che il crimine di Tom è molto grave, decide di aiutarlo per sdebitarsi con Gradgrind che aveva preso con sé Sissy; così con un trucco distrae Bitzer e Tom ha l’occasione di scappare.

A Coketown, Bounderby senza remore solleva dai suoi incarichi la signora Sparsit, nonostante abbia delle importanti parentele. Il destino dei personaggi è amaro. La signora Sparsit ritorna a vivere con sua zia, Lady Scadgers, con la quale condivide l’acrimonia verso gli altri. Bounderby, dopo aver scialacquato la sua fortuna nelle speculazioni, muore a seguito di un infarto. Tom muore tra i rimorsi subito dopo aver scritto l’ultima lettera a Louisa. Louisa invecchia senza risposarsi mai. Gradgrind abbandona l’utilitarismo alla luce della vicenda che ha coinvolto suo figlio. Rachael, dopo una lunga malattia, ritorna a lavorare. Sissy, la vincitrice morale della storia, ha dei bambini suoi ed è l’unica dei protagonisti a condurre una vita felice, dimostrando così che sono la fantasia e l’immaginazione a rendere felici, e non i fatti e i calcoli.

Personaggi

Thomas Gradgrind (padre)

Thomas Gradgrind è un utilitarista, fondatore del sistema scolastico di Coketown. “Eminentemente pratico” è la descrizione che spesso ricorre nel romanzo, e, in effetti, è qualcosa cui aspira. Rappresenta la severità e il rigore dei Fatti, delle statistiche e di altre materie matematiche. Solo dopo il crollo della figlia Louisa capisce che la fantasia e l’immaginazione non sono “dannosissime sciocchezze”. Comunque rimane un personaggio piatto attraverso il quale l’autore vuole condannare l’utilitarismo, mentalità assai diffusa ai tempi di C. Dickens.

Josiah Bounderby

Bounderby rappresenta l’obiettivo principale degli attacchi di Dickens alla supposta superiorità morale dei ricchi. È l’amico più vicino a Gradgrind, “vicino, quanto può esserlo a un uomo del tutto privo di sentimenti, a un altro uomo, altrettanto privo di sentimenti“. Bounderby è un opulento industriale, banchiere e commerciante dal carattere presuntuoso, sempre intento a ricordare che è un uomo sorto dai bassifondi che si è fatto da solo, una versione che sarà contraddetta dalla madre alla fine del libro, umiliandolo pubblicamente.

Louisa (Lou) Bounderby (nata Gradgrind)

Louisa è la primogenita di Thomas Gradgrind. La rigida educazione ai fatti l’ha resa incapace di esprimere chiaramente le proprie emozioni, una condizione che le impedirà di opporsi alla proposta di matrimonio di Bounderby e che la farà vivere in uno stato di costante apatia e depressione.

Cecilia (Sissy) Jupe

Sissy è la personificazione dell’immaginazione, della speranza e della fede. Abbandonata dal padre, un artista del circo di Sleary, Gradgrind le offre una chance per studiare alla sua scuola e va a vivere a Stone Lodge. Grazie alla sua alta moralità e al suo buon cuore ha una grande influenza sulla famiglia Gradgrind. È l’unico personaggio a cui Dickens concede un lieto fine.

Stephen Blackpool

Stephen Blackpool rappresenta l’onestà e la rettitudine. Quando è incolpato del furto alla banca di Bounderby in realtà, nessuno crede alla sua colpevolezza, tranne Bounderby, che è il suo contrario, e non cede davanti alle proposte del sindacalista Slackbridge, anche se questo gli costa il licenziamento. Così si rivolge al suo interlocutore Bounderby, il suo padrone: «Signore, non sono mai stato molto bravo a parlare, ma ho anch’io i miei sentimenti. Siamo proprio nei guai, signore. Guardate la città, ricca com’è, e guardate quanta gente è nata qui e passa tutta la vita a tessere, a cardare per guadagnarsi il pane in qualche modo, facendo sempre le stesse cose, dalla culla alla tomba. Guardate come viviamo, dove abitiamo, quanti siamo, le occasioni che abbiamo, come la nostra vita è sempre uguale; guardate come le fabbriche vanno sempre avanti e non ci portano da nessuna parte se non, sempre, al cimitero. Guardate come ci considerate, quello che scrivete di noi, quello che dite di noi quando, con le vostre deputazioni, andate dai ministri, e come voi avete sempre ragione e noi sempre torto, e non abbiamo mai avuto ragione da quando siamo nati. Guardate come queste cose sono diventate sempre più grandi, più diffuse, più difficili, anno dopo anno, di generazione in generazione. Chi può guardare questo e non dire lealmente che è un grande imbroglio?». Bounderby minaccia di fare arrestare il sindacalista Slackbridge. Gli risponde Stephen: Voi potete prendere anche cento Slackbridge – tutti quelli come lui e anche dieci volte di più – e potete metterli in tanti sacchi separati e buttarli tutti nell’oceano più profondo, come quello che c’era prima che c’era la terraferma, ma questo imbroglio resta proprio quello che è. Il pugno di ferro non serve. Non servono neanche le vittorie e i trionfi: mettersi d’accordo per dire che una parte ha sempre, in ogni caso, ragione, e che l’altra ha sempre, in ogni caso, torto, è inutile. Neppure lasciarli a se stessi servirà a niente. Se migliaia e migliaia di persone sono abbandonate a se stesse nelle loro vite monotone, incatenate alle loro disgrazie, diventeranno come un sol uomo, e voi tutti vi schiererete di fronte come un altro uomo, e in mezzo si stenderà un cupo, invalicabile deserto fino a che – per molto o per poco tempo – durerà tanto dolore. Rifiutare di avvicinarsi agli altri con bontà, con comprensione, con spirito lieto – cose, queste, che avvicinano gli animi nella sofferenza e danno sollievo nel dolore, soccorrendoli nel bisogno – è mia umile opinione che in tutti i suoi viaggi questo signore non ha mai incontrato gente più pronta e generosa di quella che vive qui – non servirà a nulla finché il sole continuerà a splendere e finché non diventerà di ghiaccio. E soprattutto considerarli solo come braccia che lavorano e producono, trattarli come se sono soltanto delle macchine o i numeri di una somma, privi di affetti e di predilezioni, privi di ricordi e di sentimenti, privi di un animo che accoglie dolori e speranze – trattandoli, quando le cose vanno bene, come se non hanno nulla dentro di sé, e, quando le cose vanno male, accusandoli perché nei rapporti con voi non dimostrano né comprensione né sentimenti umani – tutto questo non servirà a niente, signore” (Libro II cap. V Uomini e Padroni).

Altri personaggi

  • Tom (figlio): è il secondogenito di Thomas Gradgrind. Rapinando la banca di Bounderby deluderà tremendamente suo padre, che riesaminerà per questo i principi educativi dell’utilitarismo Nel testo è chiamato ripetutamente il bamboccione perché senza personalità.
  • La signora Gradgrind:è la moglie di Thomas Gradgrind, una donna fragile e costantemente ammalata. Anche lei era stata presa in sposa perché era un ottimo partito: “In verità, la scorta di Fatti a disposizione della signora Gradgrind era tristemente carente. “Andate subito a studiare una cosologia qualsiasi” era solita ripetere ogni volta che mandava i figli a studiare. Il signor Gradgrind, nel sollevarla alla sua alta dignità matrimoniale, era stato influenzato da due ordini di ragioni: innanzitutto era un ottimo partito in termini di cifre; in secondo luogo, non aveva grilli per la testa” (pag. 39). Muore nella seconda parte del romanzo, senza nessuna assistenza del marito: “occupato a cernere montagne di spazzatura parlamentare a Londra, senza mai riuscire a trovare qualcosa di prezioso in tutta quell’immondizia, a quanto pare. Egli era tutt’ora impegnatissimo in tali operazioni nella discarica nazionale” (pag. 190). Prima di morire chiede alla figlia Luisa che è venuta a trovarla, se le può dare una lettera che deve scrivere al marito, per chiedergli se mai abbia dimenticato di studiare qualche cosologia. Lei lo sa per certo che si è dimenticato di qualche cosa.
  • M’Choakumchild: è l’insegnante della scuola di Gradgrind, col quale condivide la filosofia utilitarista.
  • Bitzer: è un compagno di classe di Sissy, anch’esso cresciuto coi “Fatti” di Gradgrind e M’Choakumchild, i suoi insegnanti. Opera solo per interesse personale. Finita la scuola, inizia a lavorare alla banca di Bounderby. Rimane odioso un po’ a tutti, compreso Gradgrind. “Bitzer aveva la rispettabile funzione di spia e informatore generale della Banca, un servizio volontario per il quale riceveva a natale una gratifica che andava ad aggiungersi al salario settimanale. Era diventato un giovane cauto e prudente, dalle idee estremamente chiare, sicuro della propria ascesa nel mondo… Tutti i suoi atti erano freddi e scrupolosi” (C. Dickens, Libro II Cap. I Conseguenze in Banca). Quando Thomas Gradgrind cerca di muoverlo a compassione, ricordandogli gli anni in cui lo aveva avuto a scuola, perché lasci andare il figlio Tom macchiatosi del furto in Banca, gli risponde: “La mia frequenza a scuola è stata pagata. Si trattava di uno scambio. E quando finii la scuola, finì lo scambio. Uno dei principi fondamentali della filosofia del signor Gradgrind era che si dovesse pagare ogni cosa. Nessuno doveva dare niente a nessuno se non a pagamento, o dare un qualsiasi aiuto senza un contraccambio. A ogni pollice di esistenza dell’umanità, dalla nascita alla morte, andava assegnato un prezzo. E se non s’andava in Paradiso in quel modo, allora significava che non era un posto per l’economia politica, e quindi meglio lasciarlo perdere. “Non nego”- aggiunse Bitzer, “che la mia retta scolastica fosse modesta. Ma anche questo torna, signore, perché se sono stato educato a buon mercato, devo vendermi al massimo del profitto” (C. Dickens, Libro III, Cap. VIII. Filosofico)
  • La signora Sparsit: è la classica vedova acida e invadente e trama contro Louisa, fraintendendo la bontà del suo rapporto con James Harthouse.
  • James Harthouse: è un indolente e languido gentiluomo che non ha nessuno scopo nella vita. Arriva a Coketown con la speranza di entrare in parlamento grazie all’aiuto di Gradgrind. Mette in atto tutte le proprie arti per sedurre Louisa che gli resiste.
  • La signora Pegler: abita fuori città e sovente si aggira misteriosamente intorno alla casa di Bounderby. Alla fine del romanzo si scoprirà esserne la madre.
  • Slackbridge: è un sindacalista. Parla alla fabbrica di Bounderby per attirare il consenso degli operai ma Stephen Blackpool, che ne intuisce le intenzioni malevoli, non cede alle sue proposte.
  • Sleary: è il titolare del circo itinerante in cui risiedeva Sissy prima dell’abbandono del padre. Ha un difetto nel parlare, pronuncia le esse come effe, perché è malato d’asma, ma è dotato di una grande umanità. Dopo un’indecisione, acconsente ad aiutare Thomas Gradgrind, favorendo la fuga del figlio. Ad intercedere è Sissy: “«Quel gentiluomo ti ha aiutata, Cecilia, e io lo aiuterò. Non folo: quello lì è un fior di mafcalzone, di quella genia che fa fuoco e fiamme e che la mia gente vuol fempre buttar fuori dalla fineftra. Farà una notte buia: io ho un cavallo che gli manca folo la parola; ho un pony che fa quindici miglia all’ora quando lo porta Childerf; ho un cane che riefe a tenere a bada un uomo, inchiodandolo in un angolo, per ventiquattro ore filate. Va’ dal giovane gentiluomo edigli di non aver paura di effere buttato per terra, quando il noftro cavallo fi metterà a ballare, ma di guardarfi intorno alla ricerca di un caleffino tirato da un pony. Digli di faltar giù, quando il caleffe gli farà vicino, perché lo porterà via di gran carriera. Ti afficuro che fe il mio cane laferà che quel giovanotto muova un folo mufcolo, lo licenzierò in tronco. E fe capiterà che il mio cavallo fi fpofti di un centimetro dal pofto dove ha cominciato a ballare prima che venga il mattino, non lo riconofco più! Fa, in fretta e poche parole!».(Libro III, cap. VIII)
  • E. W. B. Childers e Kidderminster: due artisti del circo Sleary.

 

La città di Coketown

“Era una città fatta di mattoni rossi, o meglio di mattoni che sarebbero stati rossi se il fumo e la cenere lo avessero permesso; ma, per come stavano le cose, era una città innaturalmente rossa e nera, come il volto dipinto di un selvaggio. Era una città di macchinari e di lunghe ciminiere, dalle quali strisciavano perennemente interminabili serpenti di fumo, che non si srotolavano mai. C’era anche un canale nero e un fiume che scorreva, arrossato da tinture maleodoranti, e c’erano enormi blocchi di costruzioni piene di finestre in cui si sentiva tutto il giorno un tintinnio tremolante e in cui il pistone della macchina a vapore andava su e giù con monotonia, come la testa di un elefante colto da una pazzia malinconica. La città “Coketown città del carbone” aveva molte grandi strade tutte uguali luna all’altra e molte piccole strade ancor più uguali l’una all’altra Erano abitate da persone uguali l’una all’altra, che uscivano ed entravano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso rumore sugli stessi marciapiedi. Avevano tutte lo stesso lavoro e per le quali ogni giorno era uguale al giorno precedente e a quello futuro, e ogni anno era la copia dell’anno passato e di quello ancora di là da venire. (…) Tutte le iscrizioni pubbliche in città erano dipinte, in severi caratteri bianchi e neri. La prigione avrebbe potuto essere l’ospedale, l’ospedale avrebbe potuto essere la prigione, il municipio avrebbe potuto essere l’uno o l’altra o tutti e due, o qualunque altra cosa, per quel che appariva dalle grazie di quelle costruzioni. Fatti, fatti, fatti ovunque nell’aspetto materiale della città; fatti, fatti, fatti ovunque in quello spirituale. La scuola di M’Choakumchild era solo fatti, la scuola di disegno era solo fatti, le relazioni tra padrone ed operai solo fatti e tutte le cose erano fatti, tra l’ospedale dove si nasceva e il cimitero, e ciò che non si poteva tradurre in cifre o che non si poteva acquistare più a buon mercato o vendere al prezzo più alto, non esisteva e non avrebbe mai dovuto esistere, nei secoli dei secoli, amen. Naturalmente una città così consacrata ai fatti e così trionfante nella loro affermazione andava avanti bene, non è vero ? Ebbene, no, non così bene. No ? Oh, povero me ! No. Coketown non usciva dalle sue stesse fornaci sotto tutti gli aspetti come oro temprato al fuoco. Per prima cosa, il mistero più sconcertante del luogo era: chi apparteneva alle diciotto sette religiose? Chiunque fosse, non era certo qualcuno degli operai. Era stranissimo camminare per le strade la domenica mattina e osservare come pochi di essi dessero ascolto al barbaro clangore delle campane che facevano impazzire i malati e i nervosi, e fossero richiamati dal loro quartiere, dalle loro stanze opprimenti, dagli angoli delle loro strade, dove indugiavano indifferenti, guardando il viavai delle chiese e delle cappelle, come una cosa che non li riguardasse affatto. Non era solo l’estraneo a notare ciò, poiché c’era un’organizzazione nata proprio a Coketown, i cui membri, a ogni sessione della Camera dei Comuni, chiedevano indignati un atto del Parlamento che costringesse questa gente a essere religiosa. Poi c’era la società della Temperanza, che si lamentava che questa stessa gente voleva ubriacarsi e dimostrava con tabelle e statistiche che si ubriacava realmente dichiarando, durante le riunioni per il tè, che nessuna convinzione umana o divina, tranne forse un premio o una medaglia, li avrebbe indotti ad abbandonare la loro abitudine di ubriacarsi. Poi c’erano il farmacista e il chimico, con altre tabelle, che dimostravano, che quando la gente non era ubriaca, prendeva l’oppio. Poi c’era l’esperto cappellano della prigione, con ulteriori tabelle che superavano tutte le tabelle precedenti. Il religioso dimostrava che quella stessa gente si riuniva in locali malfamati dove ascoltava canti indecenti e vedeva danze indecenti e forse vi partecipava. Poi c’erano il signor Gradgrind e il signor Bounderby, entrambi eminentemente pratici, che avrebbero potuto all’occasione, fornire ulteriori tabelle derivate dalla loro esperienza personale e illustrate dai casi che essi avevano visto e conosciuto, dai quali appariva chiaramente – insomma era l’unica cosa chiara in tutto il caso – che questa gente non era niente di buono; che qualunque cosa si facesse per loro non erano mai contenti né grati, che erano irrequieti, che non sapevano quel che volevano…che erano eternamente scontenti ed intrattabili”.

L’educazione voluta da M’Choakhumchild e da Thomas Gradgrind

Il signor M’Choakhumchild “Era passato attraverso un’infinita varietà di operazioni e aveva compulsato volumi e volumi di questioni rompicapo. L’ortografia, l’etimologia, la sintassi e la prosodia, la biografia, l’astronomia, la geografia, e la cosmografia generale, le scienze della proporzione composta, l’algebra, la geometria e la planimetria, la musica vocale e il disegno su modello, tutte queste discipline aveva su la punta delle dita. Egli si era fatta la sua petrosa strada e aveva colto i fiori dai più alti rami delle scienze fisiche e matematiche, dal francese, dal tedesco, dal latino e dal Greco” (C. Dickens, Tempi difficili, pag. 30, Newton Narrativa, 2012). Il signor Gradgrind, padre di cinque figli, ritornando verso casa, dopo aver assistito alla lezione tenuta dal precettore M’Choakumchild a una fanciulla, tenuta presso la scuola dove alloggiavano ragazzi e ragazze, era fiero che potesse esistere un tale modello di scuola ed un tale precettore. I suoi cinque figli che lui aveva spinto allo studio fin dalla più tenera età potevano ben dirsi cinque modelli, anzi, ognuno di loro era un modello. “Appena in grado di correre da soli, li aveva fatti correre in una sala di lettura”. Poco prima di ritirarsi dal commercio di chincaglierie all’ingrosso, aveva fatto costruire Stone Lodge, un edificio regolare che troneggiava nella campagna, ad un miglio o due dalla grande città di Coketown. La grande casa quadrata era stata pensata perché tutti quelli che l’abitavano si sentissero a proprio agio, ma soprattutto i propri figli: “I piccoli Gradgrind avevano anche speciali gabinetti per i vari rami della scienza. Avevano un piccolo gabinetto di conchiliologia, e un piccolo gabinetto mineralogico; e gli esemplari erano tutti ordinati e classificati coi loro cartellini; e i pezzetti di pietra e di minerale pareva fossero stati staccati dalle sostanze originarie da quei tremendi e aspri strumenti dei loro nomi”(Ibidem). Eppure, nonostante tutta questa grande istruzione, i due “Avevano entrambi un’espressione di tristezza e abbattimento, Luisa in modo particolare. E tuttavia, su quel volto insoddisfatto traspariva, ad illuminarlo, una luce di desiderio, un fuoco che voleva ardere di qualcosa, una immaginazione che, pure alla fame, restava viva. Non era la luce di una gioventù allegra e spensierata ma piuttosto quella di lampi incerti, vividi e dubbiosi, commisti ad un che di doloroso, simili ai rapidi trapassi d’espressione sul volto di un cieco che cerchi a tentoni la sua strada. Era adesso una ragazza di quindici o sedici anni, ma un giorno abbastanza prossimo d’un tratto sarebbe diventata donna. Questo pensava il padre mentre la osservava. Graziosa lo era, e sarebbe stata anche di carattere indipendente, così pensava nella sua eminente praticità il padre, se non fosse stato per l’educazione ricevuta” (pag. 34). Il segreto della scuola di Gradgrind: “Era tutta qui la molla di quell’arte, meccanica eppure misteriosa, per cui si educava la ragione senza abbassarsi a coltivare sentimenti o affetti. Mai immaginare. Risolvere tutto comunque attraverso addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni, senza mai immaginare. Portatemi un bambino quando non è ancora in grado di camminare, dice il signor M’Choakhumchild, e vi garantisco che non immaginerà mai più. Ma, oltre ai moltissimi bambini appena in grado di camminare, accadeva che vi fosse allora a Coketown un cospicuo numero di bambini già inoltratesi nel tempo e nel mondo sconfinato per venti, trenta, quaranta, cinquanta e forse più anni. Intorno a questi straordinari bambini – una minaccia, se lasciati a piede libero, per ogni consorzio umano – s’azzuffavano le diciotto corporazioni religiose graffiandosi le carni e tirandosi i capelli, alla ricerca di un accordo sulle misure più idonee da prendersi per la loro educazione, accordo sorprendentemente mai trovato, considerando come i mezzi s’adattano felicemente allo scopo. Tuttavia, sebbene in disaccordo su ogni altro particolare immaginabile ed inimmaginabile, su uno, però, concordavano unanimi:  quei disgraziati bimbi non dovevano usare mai l’immaginazione. La setta numero uno diceva che si doveva metter tutto sul piano della fede; la setta numero due sosteneva che si doveva metter tutto sul piano dell’economia politica; la setta numero tre scriveva per loro libretti pesanti come mattoni per dimostrare che il bambino buono, quando diventa grande approda invariabilmente alla cassa di risparmio, mentre quello cattivo, da grande, finisce invariabilmente ai lavoriforzati. La setta numero quattro, nel penoso tentativo di essere faceta (in realtà era assai malinconica), fingevapenosamente di avere in serbo pozzi di scienza nei quali questi bambini dovevano essere attratti con le lusingheTutte le sette erano però d’accordo che i ragazzi non dovessero mai usare l’immaginazione”. C’era a Coketown una biblioteca aperta a tutti. Gradgrind si lambiccava il cervello su quello che la gente andava a leggere in quella biblioteca: punto di confluenza di fiumicelli e rivoletti di tabelle statistiche che sfociavanonel grande mare tempestoso dei tabelloni statistici, dove nessun tuffatore riusciva a raggiungere una qualche profonditàsenza tornare a galla pazzo. Era una situazione davvero scoraggiante, ma un triste fatto, che perfino questi lettori insistessero nell’usare l’immaginazione. Fantasticavano sulla natura umana, sulle passioni, sulle speranze e sui  timori degli uomini, sulle lotte, sui trionfi, sugli affanni, sulle gioie e sui dolori, sulla vita e sulla morte di uomini e di donne comuni. Qualche volta, dopo quindici ore di lavoro, si sedevano a leggere vere e proprie fole che parlavano di uomini e donne in parte come loro, e di ragazzi che, più o meno, somigliavano ai loro. Stringevano al petto De Foeinvece di Euclide e, in genere, sembrava che traessero più diletto da Goldsmith che da Cocker. Gradgrind si dava da  fare per capire, facendo a mente, oppure con carta e matita, quella strana somma, senza mai riuscire a comprendere quel totale tanto imprevedibile. «Sono stanco di questa vita, Lou. La odio, e, tranne te, odio tutti», disse quello snaturato di Thomas Gradgrind figlio, verso sera, nella stanza che sembrava un salone di barbiere. «Non odierai Sissy, Tom?». «Odio doverla chiamare Jupe. E lei mi odia», disse Tom imbronciato. «No, non è vero, Tom. Ne sono sicura». «Deve odiarmi», disse Tom, «deve odiarci e detestarci tutti quanti. Non la lasceranno stare in pace, credo, finché non l’avranno avuta vinta. È già pallida come la cera, e pesante come… me». Il giovane Thomas esprimeva tali sentimenti, seduto cavalcioni su una sedia, davanti al fuoco; teneva le braccia sulla spalliera e il viso cupo appoggiato sulle braccia. Seduta accanto al caminetto, nell’angolo più buio, la sorella guardava ora lui, ora le scintille che cadevano sulla pietra. «Quanto a me», disse Tom, scompigliandosi i capelli che cadevano con gesto scontroso, «sono un mulo, eccoquel che sono! Ostinato come un mulo, stupido come un mulo, soddisfatto come un mulo, con la stessa voglia di tirar  calci». «Non a me, spero, Tom». «No, Lou, nonfarei mai del male a te. Ti ho già detto che sei un’eccezione. Non so cosa farei… incarcerato inquesto carcere»- Tom fece una breve pausa per trovare un’espressione abbastanza efficace ed eloquente per definire il tetto paterno, e quell’allitterazione  sembrò dargli un attimo di sollievo  – «incarcerato in questo carcere, se non ci fossi  tu». «Davvero, Tom? Lo dici sul serio?». «Certamente! Ma a che serve parlarne?», replicò Tom, fregandosi il viso sulla manica della giacca, quasi a  mortificare la carne e a mantenerla in sintonia con il suo umore. «Tom», disse la sorella che era rimasta a fissare in silenzio le scintille, «a mano a mano che passa il tempo e siavvicina il giorno in cui sarò grande, mi siedo spesso qui, davanti al fuoco, a pensare. È ungran peccato che io non  riesca a fare amare almeno a te questa casa e a farti andar d’accordo con gli altri. Io non so fare quello che sanno fare le  altre ragazze. Non so suonare per te, non so cantare. Non so allietarti con le mie parole, perché non vedomai nulla di divertente, non leggo mai libri piacevoli, di quelli che sarei contenta di raccontare per rincuorarti, quando sei stanco». «Neppure io. Sotto questo aspetto, sono mal ridotto come te; in più sono un mulo, cosa che tu non sei. Poichénostro padre si era prefisso di fare di me o un pedante o un mulo, visto che non sono diventato un pedante, ne consegue  ragionevolmente che sono un mulo. E lo sono», disse Tom con disperazione. «È un peccato», disse Louisa dal suo angolo dopo un’altra pausa meditabonda. «È un peccato, una gran sfortuna per entrambi».«Tu sei una ragazza, Louisa», disse Tom, «e una ragazza ne esce meglio di un uomo. Non ti manca nulla. Seil’unica gioia che io abbia; riesci a rallegrare perfino questo posto e mi fai fare quello che vuoi». «Sei un caro fratello, Tom, e, fino a che penserai così di me, non m’importerà nulla di sapere che non è vero.  Perché è proprio così, Tom, ne sono desolata». Gli si avvicinò per abbracciarlo e poi ritornò nel suo angolo. «Se almeno riuscissi a raccogliere tutti i fatti di cui sentiamo sempre parlare», disse Tom digrignando i denticon ira, «e tutte le cifre insieme con tutti quelli che le hanno inventate! Li metterei su mille barili di polvere e li fareisaltare in aria tutti insieme. A ogni modo, quando andrò con il vecchio Bounderby, avrò la mia rivincita». «La tua rivincita, Tom?». «Mi divertirò a girare, a vedere, ad ascoltare. Mi vendicherò del modo in cui mi hanno allevato». «Non illuderti, Tom. Bounderby la pensa come nostro padre, solo che è assai più duro e molto meno buono». «Oh», esclamò Tom ridendo, «non me ne importa. So come trattare il vecchio Bounderby e tenermelo buono» (pag. 67,68,69)

 

Matrimonio di Luisa con Bounderby

Il matrimonio di Luisa con Bounderby è un tipico matrimonio borghese. Il colloquio di Luisa con il padre lo rivela ampiamente: “Mi sono assunto l’incarico di comunicarti che… insomma il signor Bounderby mi ha annunciato che da molto tempo osserva i tuoi progressi con particolare interesse e soddisfazione, e che da molto tempo attende il momento nel quale offrirti la sua mano. Quel momento, che ha atteso così a lungo e, certamente, con grande costanza, è alla fine giunto. Il signor Bounderby ha formulato a me la sua proposta di matrimonio, mi ha pregato di portarla a tua conoscenza e di manifestarti la sua speranza che vorrai considerarla con favore». Silenzio tra i due. L’inesorabile orologio statistico più cupo che mai. In lontananza, fumo nero e pesante. «Padre», chiese Louisa, «pensate che io ami il signor Bounderby?». Profondamente sconcertato da questa domanda inattesa, il signor Gradgrind rispose: «Bimba mia, io… veramente… non posso essere io a dirlo». «Padre», incalzò Louisa con lo stesso tono di voce, «mi chiedete di amare il signor Bounderby?». «Mia cara Louisa, no. No, non chiedo nulla». «Padre», proseguì lei senza desistere, «il signor Bounderby mi chiede di amarlo?». «È davvero difficile rispondere alla tua domanda, mia cara…».«Difficile rispondere sì o no, padre?». «Certo, mia cara. Perché…» – ecco che c’era qualcosa da dimostrare e questo gli ridiede lo slancio – «perché la risposta dipende, nel suo contenuto, dal significato che diamo all’espressione. Ora, il signor Bounderby non fa a te il torto, e non lo fa neppure a se stesso, di aspirare a qualcosa di fantasioso, di fantastico o (sto usando dei sinonimi) di sentimentale. Gli sarebbe servito a ben poco vederti crescere sotto i suoi occhi, se poi si fosse dimenticato di tenere nella dovuta considerazione il tuo buon senso, per non parlare del proprio, e si fosse rivolto a te partendo da un presupposto del genere. Perciò, forse l’espressione stessa – è soltanto un suggerimento – è un po’ fuori luogo». «Che cosa mi consigliereste di usare al suo posto, padre?». «Ebbene, mia cara Louisa, poiché me lo chiedi, ti consiglierei di esaminare il problema alla stessa stregua di come sei abituata a valutare tutti gli altri problemi, partendo da fatti tangibili», rispose Gradgrind, ormai del tutto padrone della situazione. «Forse gli ingenui e gli stolti complicano questi argomenti con fantasie insensate e altre assurdità del tutto irrilevanti, se valutate con raziocinio – del tutto irrilevanti – ma non è complimento dirti che mi aspetto ben altro da te. Ora, quali sono i fatti in questo caso? Tu hai, facciamo cifra tonda, vent’anni; Bounderby, facciamo ancora cifra tonda, ne ha cinquanta. C’è differenza di età fra voi, ma, da un punto di vista sociale e patrimoniale, non c’è nessuna differenza; al contrario c’è grande affinità. Il problema, perciò, si può formulare nei seguenti termini: quest’unica differenza è un ostacolo al matrimonio? Se vogliamo esaminare il problema da tutti i lati, non sono elementi trascurabili le statistiche, per quanto disponibili, relative all’Inghilterra e al Galles. Le cifre dimostrano che in una percentuale assai alta l’età dei coniugi è molto diversa e che, in oltre tre quarti dei casi, è l’uomo a essere più vecchio. È interessante notare, a riprova, che si tratta di legge di vasta portata, che risultati analoghi si hanno tra gli indigeni dei possedimenti inglesi in India, tra le popolazioni di una vasta zona della Cina e tra i Calmucchi della Tartaria, almeno stando ai dati fornitici da coloro che hanno visitato quelle regioni. La disparità cui ho accennato cessa quasi di essere vera e propria disparità; si può dire che virtualmente scompaia». «Con quale parola, padre, mi consigliate di sostituire l’espressione che ho appena usato? L’espressione fuori luogo?», chiese Louisa senza modificare il suo atteggiamento di imperturbabile compostezza, malgrado quei dati così confortanti. «Louisa, mi sembra che non ci sia niente di più semplice. Se ti attieni rigorosamente ai fatti, l’unico problema di fatto che ti si pone è il seguente: il signor Bounderby mi ha chiesto di sposarlo? Sì. La sola domanda che ti rimane è:lo sposerò? Niente di più semplice».«Lo sposerò?», ripeté Louisa con voce decisa.«Precisamente. Louisa cara, sono tuo padre e mi compiaccio di costatare che non affronti il problema con i pregiudizi e le abitudini di molte giovani donne». «No, padre, no». «Ora ti lascio giudicare da sola. Io ti ho esposto la situazione nei termini in cui se la prospetta una mentalità pratica; te l’ho esposta così come, a suo tempo, ce la siamo prospettata tua madre ed io. Il resto, cara Louisa, spetta a te di deciderlo». Fin dall’inizio Louisa l’aveva fissato con grande intensità. Ora, appoggiato allo schienale della sedia, con lo sguardo a sua volta fisso sulla figlia, avrebbe forse potuto percepire un istante di fuggevole esitazione, durante il quale Louisa aveva sentito l’impulso di gettarglisi fra le braccia e aprirgli i segreti a lungo soffocati nel suo cuore. Ma per accorgersene, avrebbe dovuto superare d’un sol balzo le barriere artificiali che per tanti anni aveva eretto tra sé e gli indefinibili moti dell’animo umano, che continueranno a eludere tutte le astuzie dell’algebra, anche le più sottili, fino al giorno in cui le trombe del giudizio non abbatteranno l’algebra stessa. Ma le barriere erano troppe e troppo alte, perché potesse scavalcarle. Il suo volto inflessibile, utilitaristico, concreto, portò la figlia a irrigidirsi; l’attimo dello slancio fu inghiottito nell’insondabile pozzo del passato, si mescolò a tutte le occasioni perdute che vi si sono inabissate. Distolse lo sguardo da lui e rimase a fissare a lungo, in silenzio, verso la città, finché il padre non le chiese: «Cerchi una risposta nelle ciminiere di Coketown, Louisa?». «Sembra che laggiù ci sia soltanto una pigra e compatta coltre di fumo, ma quando scende la notte, divampa il fuoco, padre!», rispose lei, voltandosi di scatto. «Lo so benissimo, Louisa. Non so cosa c’entri questa tua osservazione». E, per rendergli giustizia, diremo che era sincero. Louisa fece un lieve gesto della mano come per accantonare quel discorso e, concentrando di nuovo l’attenzione su di lui, disse: «Padre ho pensato spesso che la vita è molto breve». Al che Gradgrind subito interloquì, dato che l’argomento era uno dei suoi cavalli di battaglia. «È breve, non c’è dubbio, mia cara. Eppure è stato dimostrato che la durata media della vita umana è aumentata negli ultimi anni. Lo provano inconfutabilmente calcoli di varie compagnie di assicurazione sulla vita e di numerosi enti pensionistici, oltre ad altri dati sicuramente esatti».

«Parlo della mia vita, padre». «Davvero? Ebbene, Louisa, non occorre che ti faccia notare che la tua vita è governata dalle stesse leggi che governano la vita della comunità». «Fino a che la mia vita durerà, desidererei fare il poco che posso e il poco che sono adatta a fare. Che importanza ha?». «Che importanza? Che importa cosa, mia cara?», replicò Gradgrind con aria smarrita nel tentativo di capire le ultime tre parole dette dalla figlia. «Il signor Bounderby mi chiede di sposarlo», continuò lei con decisione e fermezza, in modo diretto, senza badare a quell’interruzione. «La domanda che devo porre a me stessa è: lo sposerò? È così, vero, padre? Mi avete detto di fare così, vero, padre?». «Certamente, mia cara». «E sia così allora. Poiché il signor Bounderby si compiace di prendermi in questo modo mi ritengo soddisfatta di accettare la sua proposta. Ditegli, padre, quando lo riterrete conveniente, che questa è la mai risposta. Ripetetegliela parola per parola, se potete, perché vorrei che lui sapesse quello che ho detto». «È molto giusto essere precisi, mia cara», replicò suo padre in tono di approvazione. «Mi atterrò a questa tua richiesta che è davvero molto opportuna. Hai qualche particolare desiderio quanto al periodo del matrimonio, bimba mia?». «Nessun desiderio, padre. Che importanza ha?». Il signor Gradgrind aveva accostato un po’ la sedia per esserle più vicino e le aveva preso la mano. Queste parole ripetute lo colpirono come qualcosa di stonato. Rimase un attimo a guardarla, poi, sempre tenendole la mano, aggiunse: «Louisa, non ho ritenuto necessario rivolgerti una domanda perché l’eventualità in essa implicita mi sembrava troppo remota. Ma forse avrei dovuto farlo. Non hai mai accarezzato in segreto qualche altro progetto matrimoniale?». «Padre», rispose lei quasi con scherno, «che altra proposta avrebbe potuto essere fatta a me? Chi ho mai incontrato? Dove mai sono stata? Quali sono mai le esperienze del mio cuore?». «Mia cara Louisa, hai fatto bene a correggermi. Volevo soltanto compiere il mio dovere», replicò Gradgrind, rassicurato e soddisfatto. «Che ne so io, padre, di predilezioni e di fantasie; di aspirazione e di affetti?», riprese Louisa con i suoi modi pacati. «Che cosa so di quella parte del mio animo dove queste frivolezze avrebbero potuto allignare? Quali possibilità di fuga ho avuto da problemi che si potevano dimostrare e dalle situazioni reali che si potevano afferrare?». Nel dire queste cose, serrò la mano quasi a stringere un oggetto concreto, poi la riaprì lentamente come per lasciar cadere polvere o cenere. «È vero, mia cara, è vero», assentì il genitore eminentemente pratico. «Ebbene, padre, che strana domanda da fare a me!», continuò lei. «Quelle predilezioni infantili che, così ho sentito dire, sono tanto diffuse fra i bambini, non hanno mai trovato nel mio cuore un innocente rifugio. Siete stato così sollecito con me che io non ho mai avuto un cuore di bimba; sono stata educata così bene che non ho mai sognato le cose che sognano i bimbi; mi avete trattata con tanta saggezza dalla culla fino a oggi che non ho mai creduto alle cose in cui credono i bimbi e non ho mai avuto paure infantili». Il signor Gradgrind, molto commosso da questo successo e dal riconoscimento che gli veniva reso, disse: «Mia cara Louisa, mi ripaghi ampiamente delle cure che ti ho dato. Dammi un bacio, mia cara figliola». Così la figlia lo baciò, e lui, trattenendola fra le braccia, aggiunse: «È venuto il momento in cui posso dirti, figlia mia prediletta, quanto mi renda felice la saggia decisione che hai preso. Il signor Bounderby è uomo di notevoli qualità, e l’insignificante disparità – se mai esiste – che si può notare fra voi è più che compensata dalla maturità del tuo giudizio. Nell’educarti è sempre stato mio scopo, fin da quando eri bimba, fare di te una persona senza età, se così posso esprimermi. Dammi ancora un bacio, Louisa, e andiamo da tua madre». Così fecero: scesero in salotto, dove l’illustre signora, incontaminata dalle sciocchezze, se ne stava sdraiata come al solito, mentre Sissy lavorava accanto a lei. Nel vederli entrare, diede qualche debole segno di vita e, poco dopo, quella esangue, diafana creatura si mise a sedere. «Signora Gradgrind», disse il marito che aveva atteso con una certa impazienza quel coronamento della sua impresa, «permettetemi di presentarvi la signora Bounderby». (C. Dickens, Libro I cap. XV. Padre e figlia).

Dopo il fallimento del proprio matrimonio, Luisa non si risposa, “Ma i felici bimbi della felice Sissy erano così affezionati a lei, tutti i bimbi le erano affezionati. Lei stessa, che conosce così bene il mondo infantile, era convinta che non si debba disprezzare nessuna graziosa fantasia innocente. Si deve cercare di capire i propri simili più umili e ingentilire la loro vita, dominata dalla realtà e dai macchinari, con la grazia e la gioia dell’immaginazione, senza la quale il cuore dei bimbi s’inaridisce e gli uomini più vigorosi e forti muoiono di dentro e tutta la prosperità nazionale, attestata da cifre e calcoli, è soltanto un inutile dato. Sissy intraprende questo cammino non per obbedire a un voto fantastico, a un impegno, o ai doveri della fratellanza, o dei legami del sangue, o alle imposizioni della moda o del costume, ma semplicemente perché è suo dovere farlo. Louisa vide tutte queste cose? Così sarebbe stato. Caro lettore! Sta in te e sta in me, se nei nostri diversi campi di azione cose simili accadranno oppure no. Adoperiamoci perché accadano! Con cuore più leggero staremo accanto al focolare a vedere la cenere del nostro fuoco farsi grigia e fredda”(Conclusione del libro).

 

Raimondo Giustozzi

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