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Cultura. La famiglia borghese nei romanzi di H. De Balzac

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GRANDEZZA E DECADENZA DI CESARE BIROTTEAU

Chiavi di lettura del romanzo

  • Trama e Personaggi del romanzo
  • La presenza dei figli nella famiglia borghese.
  • La casa di una famiglia borghese
  • Il ballo: valore e significato
  • Anselmo Popinot e Cesarina Birotteau: storia di un amore

 

Trama e personaggi del romanzo

 

Pubblicato nel 1837, “Grandezza e decadenza di Cesare Birotteau” è una delle opere più indicative del grande scrittore francese.Tra la sua “Commedia Umana”, Balzac vuole caratterizzare, in questo romanzo, la piccola borghesia parigina, rappresentata appunto da Birotteau, mercante profumiere, che, nel tumultuoso sviluppo del capitalismo nei primi dell’Ottocento, ha il miraggio del mondo dell’alta finanza nel quale tende a inserirsi con tutta la sua grossolanità, ma anche con un’ingenuità che spesso lo rende vittima dei vecchi ed esperti banchieri.Come spesso nei romanzi di Balzac, il soggetto è stato tratto da un fatto reale: un certo Bully, profumiere di mestiere, che inventò una lozione a base di aceto cui diede il suo nome. Il negozio di Bully venne saccheggiato durante la rivoluzione di Luglio del 1830, lasciando l’uomo sul lastrico.

Il romanzo ha inizio con un brusco risveglio di Costanza, moglie di Cesare Birotteau, all’una di notte, mentre tutto attorno a piazza Vendome, a Parigi, aumenta il frastuono di chi ritorna a casa dagli spettacoli, o dal ballo o degli ortolani che si recano al mercato. La signora Costanza “si vede sdoppiata, era comparsa a se stessa cenciosa, con la mano secca e rugosa sulla maniglia della sua propria bottega, dove stava contemporaneamente sul passo della porta e nella poltrona dietro la casa; domandava l’elemosina a se stessa, si udiva parlare alla porta e alla cassa. Volle aggrapparsi al marito ma mise la mano sul posto freddo” (H. De Balzac, Grandezza e Decadenza di Cesare Birotteau, Rizzoli, Milano 1960, pag. 9). E’ sposata felicemente da diciannove anni a Cesare Birotteau che ha trentanove anni. Il profumiere non è nella stanza. Costanza allarmata si chiede, dove possa essere andato. “Getta uno sguardo sul letto e vede il berretto da notte del marito che manteneva la forma quasi conica della sua testa”. Che sia morto! Si chiede Costanza. Che abbia un’altra donna! Quest’ultimo pensiero è proprio fuori luogo: “E’ troppo stupido, riprese, e poi mi vuole troppo bene. Non ha forse detto alla signora Roguin che non mi è stato mai infedele, nemmeno nel pensiero?“Birotteau è l’onestà fatta carne”, dice di lui la moglie Costanza, ed ancora: “Si stacca così poco dalle mie gonne che m’annoia. Mi tiene più cara dei suoi occhi, si accecherebbe per me. Durante diciannove anni non ha mai detto una parola più forte dell’altra, parlandomi. Sua figlia (Cesarina) viene dopo di me” (H. De Balzac, Grandezza e Decadenza di Cesare Birotteau, Rizzoli, Milano 1960, pag. 11).Costanza lo trova poco dopo, intento a prendere misure per le stanze e a fare calcoli. Vuole rinnovare tutto. Cesare Birotteau è uomo onesto, gran lavoratore, con una discreta posizione sociale. Possiede un’affermata profumeria in via Vendome, nel cuore di Parigi, la “Regina delle rose”. Gli affari gli vanno bene. Non contento di vendere profumi in gran quantità alla borghesia ricca e danarosa del suo tempo costruisce anche una propria fabbrica di cosmesi. Leggendo un libro arabo durante una delle sue rare passeggiate per un boulevard parigino, si fissa nell’idea di produrre  due nuovi articoli: “La pasta delle Sultane”  e “l’Acqua Carminativa” prodotti che affosseranno secondo la sua segreta speranza il Macassar usato dai parrucchiericon l’illusione di tingere e far crescere i capelli. Ha dalla sua parte uno scienziato tutto meningi e cervello, quasi un grande accademico di Francia, ma del tutto pazzo,Vauquelin al quale sottopone la propria sensazionale scoperta: il potere miracoloso dell’olio Comageno, ricavato dalla spremitura delle nocciole che acquista alla Halle, il mercato di Parigi, in gran quantità dalla signora Madou. Trova in Gaudissart il proprio agente di vendita, l’ambasciatore in Francia e non solo del nuovo marchio di fabbrica.

Quella di Cesare Birotteau è una storia comune a tanti altri commercianti del tempo. Il papà Giacomo Birotteau, “vignaiuolo dei dintorni di Chinon, sposa la cameriera d’una signora della quale accudiva i vigneti; ebbe tre figli, la moglie morì dando alla luce l’ultimo e il povero uomo non le sopravvisse per molto. La padrona voleva bene alla cameriera; fece educare insieme ai suoi propri figli il maggiore del contadino, di nome Francesco” (pag. 25, 26) che diventerà vicario della cattedrale di Tours, il secondo figlio di Giovanni Birotteau diventerà capitano dell’esercito, Cesare, l’ultimo figlio è “l’eroe di questa storia”. Cesare, con la raccomandazione di un farmacista di Tours fu assunto come ragazzo di bottega dai coniugi Ragon, profumieri, padroni della “Regina delle Rose” che venderanno poi a Cesare Birotteau, dopo aver percorso dai Ragon tutto il proprio tirocinio da secondo a primo commesso, poi padrone della profumeria. Dai Ragon conosce la cuoca: Orsola, “una ragazzona di Piccardia… Verso la fine del primo mese, una domenica, costretta a fare la guardia alla cassa, la ragazza attaccò discorso con Cesare. Un po’ ripulita, Orsola sembrò graziosa al povero ragazzo che, non fosse stato il caso benigno, avrebbe fatto naufragio contro il primo scoglio della sua carriera. Come tutti gli esseri privi di protezione, amò la prima donna che lo guardò con gli occhi amabili. La cuoca prese a proteggere Cesare, e ne nacquero amori clandestini di cui i commessi si burlarono spietatamente. Due anni dopo, la cuoca abbandonò felicemente Cesare per un giovane suo paesano, ventenne, imboscato a Parigi, padrone di qualche pertica (unità di misura) di terra, che si lasciò sposare da Orsola” (pag. 27). Preso a ben volere dai coniugi Ragon, Cesare riesce a mettere da parte una discreta somma di denaro: “Nel vendemmiale (mese della vendemmia) del 1794 Cesare che era padrone di cento luigi d’oro li cambiò in seimila franchi di assegnati, comperò rendita a trenta franchi, la pagò il giorno prima che i valori fossero deprezzati in Borsa, e mise da parte l’iscrizione con indicibile felicità. Da quel giorno seguì il movimento dei valori e degli affari pubblici con segreta ansietà che lo facevano palpitare al racconto dei successi o dei rovesci che caratterizzarono quell’epoca della nostra storia”  (pag. 28, 29). Sarà proprio questa smania di mettere i propri guadagni in Borsa, per successive speculazioni nella zona della “Madeleine, combinate assieme a vecchi marpioni dell’alta finanza e privi di scrupoli, tra tutti il notaio Roguin, a farlo precipitare nella miseria. All’epoca della rivoluzione, inorridito per il sangue che scorreva a fiumi e per le due teste coronate mozzate dalla ghigliottina: Luigi XVI e Maria Antonietta, divenne in cuor suo monarchico tanto da buttarsi nella cospirazione monarchica contro la Convenzione  e di combattere contro Napoleone nella battaglia di San Rocco dove “fu ferito subito all’inizio dello scontro… trasportato nel solaio della “regina delle Rose”, medicato dalla signora Ragon, decise di non occuparsi più di politica e di rimanere soltanto  monarchico. Passata la bufera napoleonica, in piena Restaurazione, “ per celebrare la liberazione della Francia ad opera del duca di Richelieu, secondo il duca della Billardière, i funzionari che rappresentano la città di Parigi devono farsi un dovere, ognuno nella sfera delle proprie influenze, di celebrare la liberazione della patria” (pag. 13). Cesare Birotteau non vuole essere da meno degli altri suoi colleghi commercianti in questa nuova fase della storia patria, anzi vuole superarli e strabiliarli. Ha deciso: rinnoverà completamente la propria casa, darà un ballo nella nuova dimora, invitando tutte le persone più ragguardevoli della città e comprerà dei terreni nei pressi della Madeleine che fra tre anni, venduti alle imprese di costruzione, renderanno quattro volte tanto. Il suo obiettivoè quello “di farsi strada nell’alta società”. Mette al corrente di questo suo progetto la moglie Costanza Pillerault che cerca di dissuaderlo. “Tu non capisci niente negli affari, cara la mia gattina. Centomila franchi sono depositati da Roguin, quarantamila franchi li presto sugli immobili e i giardini dove abbiamo le fabbriche, nel sobborgo del Temple, ventimila li abbiamo liquidi; in tutto sono centosessantamila franchi. Restano centoquarantamila, per i quali firmerò delle cambiali all’ordine del signor Carlo Claparon, banchiere che me ne corrisponderà il valore, dedotto lo sconto. Ed ecco pagati i nostri centomila scudi: debito vuol dire credito. Quando le cambiali scadranno, le pagheremo con i guadagni. Se non le possiamo pagare, Roguin mi fornirebbe i fondi al cinque per cento, ipotecando la mia parte di terreni” (pag. 17). Roguin, Claparon, Grindot (l’architetto), Malineux (l’usuraio), saranno loro gli artefici del tracollo economico di Cesare Birotteau. Solo lo zio della moglie, il giudice Pillerault rimarrà con Birotteau, aiutandolo nel momento del bisogno. Cesare Birotteau conosce Costanza Pillerault“un bel giorno di giugno, andando all’isola di San Luigi dal ponte Marie, vide una giovane donna ritta sulla porta di una bottega all’angolo del quai d’Anjou… Cesare fu così vigorosamente ferito dalla bellezza di Costanza che entrò come una furia nel “Marinaretto” per acquistare sei camicie di tela, delle quali discusse a lungo il prezzo facendosi spiegare davanti montagne di tela. La prima commessa si degnò di occuparsi di Cesare, avvedendosi, da alcuni sintomi ben noti alle donne, che ci veniva più per la venditrice che per la roba” (pag. 31, 32). Si sposano di lì a poco. Assieme portano la profumeria a traguardi impensabili pochi anni prima ed entrano a far parte dell’alta società, conoscendo oltre al giudice,lo zio Pillerault, il notaio Roguin, i Matifat, droghieri in via dei Lombardi, fornitori della Regina delle Rose, Giuseppe Lebas drappiere, il giudice Popinot, fratello della signora Ragon, i coniugi Cochin, impiegati al Tesoro e accomandatari dei Matifat, l’abate Loraux confessore e direttore delle persone pie di quella società, nonché confessore spirituale di Cesare Birotteau stesso.

 

La presenza dei figli nella famiglia borghese.

 

L’educazione di Cesarina, figliola unica e adorata da Costanza non meno che da lui (Cesare Birotteau), procurava forti spese. Né marito né moglie non badavano al denaro quando si trattava di far piacere alla figlia, dalla quale non s’erano voluti separare. Figuratevi il piacere del povero contadino arricchito quando udiva la sua graziosa Cesarina che ripeteva al piano una sonata di Steibelt o cantava una romanza; quando la vedeva scrivere correttamente il Francese; quando l’ammirava intanto che gli leggeva Racine, padre e figlio, e gliene spiegava le bellezze; o quando disegnava un paesaggio o acquarellava! Che felicità per lui, poter rivivere in un così bel fiore, e così puro, che ancora non aveva lasciato lo stelo materno, un angelo insomma le cui grazie nascenti e i primi sviluppi erano stati sorvegliati appassionatamente, ammirati! Una figlia unica, incapace di disprezzare suo padre o di burlarsi della sua mancanza di istruzione, da tanto era giovinetta. Quando era arrivato a Parigi, Cesare sapeva leggere, scrivere e far di conto, ma la sua istruzione si era fermata lì, l’esistenza laboriosa non gli aveva concesso di acquistare idee e nozioni estranee al commercio della profumeria. Sempre a contatto di gente alla quale scienze e lettere riuscivano indifferenti, e la cui istruzione si limitava a una specialità; senza il tempo di dedicarsi a studi elevati, il profumiere divenne uomo pratico. Sposò per forza il linguaggio, gli errori e le opinioni del borghese di Parigi che ammira Molière, Voltaire e Rousseau sulla parola, ne compera le opere ma non le legge” (pag. 40, 41).

I primi giorni del 1814, entra nella profumeria di Cesare Birotteau un giovane che sarà il danno del profumiere: Ferdinando Du Tillet, un trovatello che Cesare Birotteau accoglie come un figlio. Ha avuto una infanzia travagliata: “Nel 1793 una povera figliola del Tillet, borgatella vicino agli Andelys, era andata a partorire di notte nel giardino del vicario della chiesa; e dopo aver picchiato ai vetri era andata a buttarsi nel fiume. Il buon prete accolse il bambino, gli impose il nome del santo che in quel giorno figuravasul calendario, lo allevò come se fosse suo. Il prete morì nel 1804, senza lasciare un’eredità bastevole all’educazione cominciata. Ferdinando, sperduto a Parigi, vi condusse una vita da filibustiere, i cui casi lo potevano portare alla forca o alla ricchezza, all’avvocatura, nell’esercito, nel commercio o alla schiavitù” ( Pag. 43). Diventato grande, solo, senza nessuna guida, Ferdinando giura a se stesso di far pagare agli altri le sue umili origini. Assunto nella bottega del Birotteau, si mette a corteggiare la signora Costanza, ovviamente non corrisposto dalla moglie di Cesare che consiglia anzi il marito di licenziare il ragazzo. Il movente arriva quasi subito. In cassa mancano i soldi dell’incasso. Risalire a Ferdinando è un’inezia. Cesare, buono ma non stupido, si accorge di allevare in casa una serpe e prende le sue decisioni. Ferdinando Du Tillet, come ama farsi conoscere anche attraverso dei biglietti da visita fatti stampare da se stesso, giura di vendicarsi e ci riuscirà. Sarà lui, assieme ad altri comprimari a ridurre in miseria Cesare Birotteau.

Ma quello che sta più a cuore Cesare Birotteau, nonostante queste sfortune che verranno in seguito, è la ristrutturazione della propria casa, il ballo che dovrà tenere alla sua inaugurazione e la cena offerta a 109 invitati, per festeggiare la nomina nella Legione d’Onore, per le ferite riportate nella battaglia di San Rocco, per la quale Cesare Birotteau è nominato vicesindaco di Parigi: “Il ballo sarà la nostra festa… Nel mezzanino metto ufficio, cassa e un bello studiolo per te (Costanza). Trasformo il retrobottega, la sala da pranzo e la cucina attuali in negozio. Affitto il primo piano della casa attigua, e apro una porta nel muro. Rovescio la scala, per poter andare da una casa all’altra sullo stesso piano. Così avremo un grande appartamento arredato coi fiocchi! Sì, ti rinnovo la camera da letto, ti preparo un salottino, e do una graziosa cameretta a Cesarina. La camera di studio che prenderai, il primo commessoe la cameriera (sissignora, avrete una cameriera) abiteranno al secondo piano. Al terzo ci saranno la cucina, la cuoca e il facchino. Il quarto sarà il deposito generale di bottiglie, cristalli e porcellane. Il laboratorio delle operaie in solaio. I passanti non vedranno più incollare le etichette, fare i sacchi, scegliere i flaconi, tappare le fiale” (pag. 14, 15).

 

LA CASA DI UNA FAMIGLIA BORGHESE

 

“La prova generale (l’inaugurazione della nuova casa) ebbe inizio. Cesare, la moglie e Cesarina uscirono di bottega ed entrarono in casa dalla strada. La porta di casa era stata rifatta in grande stile, a due battenti, divisi in pannelli quadrati ed eguali, in mezzo ai quali stava un ornamento architettonico in ghisa fusa o dipinta. Quella porta, diventata poi tanto comune a Parigi, era allora una novità. In fondo al vestibolo si scorgeva la scala divisa in due rami diritti, tra i quali stava quel plinto che aveva inquietato Birotteau e che formava una specie di scatola dove era possibile installare una vecchia. Il vestibolo, pavimentato di marmo bianco e nero, dipinto a finti marmi, era illuminato da una lampada antica a quattro becchi. L’architetto aveva sposato la ricchezza alla semplicità. Uno stretto tappeto rosso dava spicco al bianco dei gradini della scala, in calcare lustrato alla pietra pomice. Un primo pianerottolo dava accesso al mezzanino. La porta degli appartamenti era sul gusto di quella di strada, ma in legno. – Che grazia! – disse Cesarina. – E tuttavia non c’è nulla che dia all’occhio. – Appunto, signorina, la grazia nasce dalle esatte proporzioni tra gli stilobati, i plinti, i cornicioni e gli ornamenti; inoltre non ho dorato niente, i colori sono sobri, non ci sono toni vistosi.  – E’ tutta una scienza, – disse Cesarina. Poi tutti entrarono in un’anticamera di buon gusto, col pavimento in legno, spaziosa, ornata con semplicità. Seguiva un salotto con tre finestre che davano sulla strada, bianco e rosso, dalle cornici elegantemente profilate, finemente dipinto, senza nulla di sgargiante… Nello studiolo di Cesare Birotteau dominavano i colori bruni, con decorazioni verdi; infatti, le più sottili transizioni armoniche collegavano tutte le stanze dell’appartamento tra loro. Il colore che faceva da sfondo nell’una serviva di decorazione nell’altra, e viceversa. L’incisione di “Ero e Leandro” brillava su una parete dello studiolo” (pag. 140, 141). La stampa era stataofferta dal signor Anselmo Popinot, commesso in bottega. “Poi veniva la camera della signora Costanza. L’architetto vi aveva spiegato magnificenze tali da piacere a quella brava gente che s’era proposta di fare strabiliare, infatti era stato di parola studiando quel restauro. La camera era tappezzata di seta azzurra, ornata di bianco, i mobili di cascemir bianco ornato d’azzurro. Sul caminetto di marmo bianco, la pendola raffigurava una Venere accovacciata su un blocco di marmo; un grazioso tappeto a disegni orizzontali univa la camera a quella di Cesarina, tappezzata in tela di Persia e graziosissima; un piano, un armadio a specchio, un casto lettino con le sue semplici tendine, e tutti quei mobiletti che piacciono tanto alle donzelle. La sala da pranzo stava dietro allo studiolo di Cesare e la camera di sua moglie, ci si entrava dalla scala… La gioia di quelle tre persone (Cesare, Costanza e Cesarina) era indescrivibile, soprattutto quando, tornata in camera sua, la signora Birotteautrovò sul letto la veste di velluto ciliegia ornata di merletti offertale dal marito” (pag. 141, 142). Costanza stravede per il marito: “Ah! Cesare! Tu mi fai pazzamente felice!  La gente che sale da un piano sociale all’altro, come stavano facendo i Birotteau, non fa nulla semplicemente. Ognuno vuole distinguersi nel fare regali su regali. Tutti in casa avevano inventato una sorpresa: “ Quella cara Cesarina aveva sacrificato tutto il suo tesoro, venti marenghi, per acquistare libri al papà. Una mattina, il signor Grindot le aveva confidato che ci sarebbero state due biblioteche nella camera del papà, la quale doveva avere l’aria d’uno studiolo, una sorpresa d’architetto. Cesarina aveva gettato tutti i suoi risparmi nella bottega di un libraio per offrire a suo padre Bossuet, Racine, Voltaire, Giangiacomo Rousseau, Montesquieu, Molière, Buffon, Fénelon, Delille, La Fontaine, Corneille, Pascal, insomma tutta quella solita biblioteca che si trova  dovunque e che suo padre non avrebbe mai letto… La sorpresa di Cesare per sua moglie era una veste di velluto ciliegia ornata di merletti, ne aveva accennato a Cesarina, sua complice” (pag. 138). Tutto ciò che serviva alla cena, Cesare lo aveva fatto venire da fuori: “Cesare aveva risparmiato alla moglie l’elenco delle difficoltà che importava la confezione in casa dei vari commestibili necessari alla splendida festa. Un trattato diplomatico s’era concluso tra l’illustre ristoratore Chevet e Birotteau. Chevet forniva la splendida argenteria, che rende come un podere noleggiandola; forniva la cena, i vini, il personale di servizio agli ordini di un maggiordomo di imponente aspetto, tutti in grado di rispondere dei loro fatti e gesta. Chevet intendeva impiantare il suo quartier generale nella cucina e nella sala da pranzo del mezzanino… Birotteau s’era inteso con il caffè di Foy per i gelati di frutta, serviti in belle tazze, con cucchiaini dorati e guantiere d’argento. Tanrade, nome illustre della pasticceria, avrebbe fornito i rinfreschi” (pag. 138).

 

Il ballo: valore e significato

 

“Le magnificenze del ballo preparato dal profumiere annunciate dai giornali europei, erano comunicate in ben altro modo nel commercio delle chiacchiere provocate dai lavori notte e giorno. Qui si diceva che Cesare aveva affittato tre case, là che faceva indorare i salotti, altrove che nel pranzo ci sarebbero stati piatti inventati apposta; quindi i negozianti, si diceva, non saranno invitati, la festa era offerta a personalità governative; il profumiere era severamente biasimato, si rideva delle sue ambizioni politiche, si negava la sua ferita” (pag. 133). Che cosa può fare la gelosia! Cesare in verità, alla festa, invita sì gli uomini politici che contano nella Parigi del suo tempo, ma anche amici comuni e altri commercianti. Fa solo un errore, non invita il tappezziere che gli ha fornito i tappeti per la casa. Questi se lo legherà al dito e vorrà subito che Cesare Birotteau saldi nel giro di ventiquattro ore il conto. Cesare ha altre tegole sul capo. I soldi che deve al tappezziere vanno a sommarsi ad altri creditori che lo porteranno alla rovina. Caustica e ironica la riflessione di H. de Balzac sulla borghesia del suo tempo: “E’ più difficile spiegare la differenza che separa il gran mondo della borghesia di quanto sia difficile alla borghesia annullare quella differenza” (pag. 146). “La signora Matifat che s’era voluta dare un tono degno, ballava con in capo un turbante e vestita d’una greve veste rossa lamata d’oro, intonata alla sua aria orgogliosa, al naso romano e allo splendore d’un incarnato acceso. Il signor Matifat, che nelle riviste della guardia nazionale spiccava a cinquanta passi con la sua pancetta rotonda sulla quale scintillava la catena con un mazzo di ciondoli… Grosso e piccolo, bardato d’occhiali, col colletto della camicia all’altezza del cervelletto, si faceva notare con la sua voce da basso profondo, e con la ricchezza del suo vocabolario. Non diceva mai Corneille, ma il sublime Corneille! Racine era il dolce Racine. Voltaire! Oh! Voltaire, secondo in tutti i generi, con più spirito che genio, era tuttavia un gran genio! Rousseau, spirito ombroso, impastato d’orgoglio, che finì impiccandosi… La signora Matifat, vedendolo in procinto di narrare una storiella, gli diceva: “Stai attento a quanto stai per dire, pancione!”. Lo chiamava familiarmente pancione. Codesta voluminosa regina delle droghe (aveva una drogheria insieme al marito in via dei Lombardi)fece perdere il suo aristocratico contegno alla signorina di Fontaine l’orgogliosa ragazza non poté trattenere un sorriso sentendola che diceva a Matifat: “Non buttarti da ingordo sui sorbetti pancione mio! E’ cosa volgare” (pag. 146). La signora Rabourdin, la signora Jules e madamigella di Fontaine spiccavano su tutta codesta borghesia con la loro molle grazia, con il gusto squisito delle loro vesti e dei loro gesti, come le prime tre danzatrici dell’Opera si staccano sulla cavalleria pesante delle comparse. Le osservavano con occhio ebete, geloso. La signora Roguin, Costanza e Cesarina formavano quasi un legame che univa le matrone commerciali a quei tre tipi di aristocrazia femminile” (pag. 147).

Efficace anche la descrizione di alcuni personaggi nel loro atteggiarsi e nei loro vestiti: “ La signora Ragon, donna alta, secca e rugosa, dal naso sottile e dalle labbra strette, aveva una cert’aria di marchesa della vecchia corte. Il giro degli occhi era come pesto tutt’intorno, come capita alle vecchie che hanno sofferto molto. Il suo contegno severo e dignitoso, benché affabile, ispirava rispetto. D’altronde c’era in lei un certo non so che di strano che colpiva senza però eccitare il riso, ed era spiegato dai suoi modi e dal suo vestire: portava mezzi guanti, non usciva mai senza un’ombrella a bastone, simile a quella di Maria Antonietta a Trianon: la veste, il cui colore preferito era quel bruno pallido detto foglia morta, si spiegava sui fianchi in innumerevoli pieghe, cosa di cui le antiche madri nobili hanno portato con sé il segreto. Restava fedele alla mantiglia nera ornata di merletti neri, a grandi maglie quadrate; le cuffie, di foggia antiquata, avevano degli ornamenti che rammentavano le cornici di una volta, frastagliate e traforate… Il signor Ragon era un vecchietto alto cinque piedi al massimo, con una faccia da schiaccianoci nella quale non si vedevano che occhi, zigomi aguzzi, naso e mento; sdentato, mangiava metà delle parole della sua conversazione rugiadosa, galante, pretenziosa; sempre con il sorriso col quale un tempo accoglieva le belle signore che i vari casi gli portavano sulla porta della bottega” (Pag. 116)

 

ANSELMO POPINOT E CESARINA BIROTTEAU: STORIA DI UN AMORE

 

Anselmo Popinot, nipote della signora Ragon, “era stato messo nella profumeria di Cesare Birotteau da sua zia, sperando di vederlo succedere a Birotteau un giorno. Anselmo Popinot era piccolo e zoppo, infermità che il caso ha inflitto a lord Byron, a Walter Scott, al signore di Talleyrand per non scoraggiare quelli che ne sono afflitti. Aveva il colorito acceso e tutto tempestato di efelidi che distingue la gente rossa di capelli; ma la fronte pura, gli occhi color dell’agata venata di grigio, la bocca gentile, il candore e la grazia di una giovinezza pudica, la timidezza ispiratagli dal suo difetto di conformazione, svegliavano in suo favore sentimenti di protezione; si vuol bene ai deboli. Popinot era simpatico. Il piccolo Popinot, tutti lo chiamavano così, veniva da una famiglia profondamente religiosa, nella quale le virtù erano praticate con intelligenza, la vita modesta e piena di belle azioni. Perciò il ragazzo, educato dallo zio giudice, offriva un insieme delle qualità che fanno bella la gioventù; savio e affettuoso, un po’ vergognosetto ma pieno d’ardore, mansueto come un agnello ma ardito nel lavoro, affezionato, sobrio, era dotato di tutte le virtù di un cristiano dei primi tempi della Chiesa” (pag. 54). E’ la spalla di cesare Birotteau che se lo porta sempre con sé nelle diverse commissioni in giro per Parigi, alla Tuilleries, in via dei Lombardi, al mercato. In negozio occupa un posto subalterno al primo commesso, di nome Celestino, ma è affezionato alla casa, al negozio ma soprattutto a Cesarina “benché la ricchezza del profumiere e la bellezza della figliola fossero immensi ostacoli al buon esito di così ambizioso proposito, quello di sposare un giorno Cesarina; ma l’amore procede con gli slanci della speranza, e più sono insensati più ci crede; quindi, più la sua bella era remota da lui, più i suoi desideri erano intensi. Fortunato ragazzo che, in cui tutto si livella, in cui tutti i cappelli si somigliano, riusciva a creare distanze tra la figlia di un profumiere e se stesso, rampollo d’una vecchia famiglia parigina! Nonostante i suoi dubbi e le sue inquietudini, era felice; mangiava tutti i giorni accanto a Cesarina! Poi badando agli affari della ditta, ci metteva uno zelo, un ardore che toglieva al lavoro qualsiasi amarezza; facendo tutto in nome di Cesarina, non era mai stanco. In un giovane di vent’anni, l’amore si nutre di abnegazione… in fondo agli occhi di Cesarina aveva potuto leggere un segreto pensiero pieno di carezzose speranze. Perciò camminava tormentato dalla sua speranza, tremante, silenzioso, commosso, come in simili circostanze potrebbero essere tutti i giovani la cui vita è in boccio” (pag. 54, 55). Anselmo Popinot è quello che crede più di tutti nel nuovo prodotto “l’olio cefalico” tanto da aprire un nuovo negozio in via dei Cinque Diamanti, sempre sotto l’insegna di Cesare Birotteau. Cesare e Costanza fanno spesso gli elogi di Anselmo davanti agli occhi della figlia Cesarina:“Meschini nel resto, i due bottegai erano grandi d’anima e intendevano bene le cose del cuore. Questi elogi trovarono eco nel cuore di una ragazza la quale, nonostante la sua innocenza, seppe leggere negli occhi così puri di Anselmo, un sentimento violento, cosa sempre lusinghiera, qualunque sia l’età, il rango e il personale dell’innamorato… Cesarina sognava Popinot sindaco d’un circondario… Aveva finito col non accorgersi più della differenza che correva tra la gamba destra e la gamba sinistra di Popinot… Le piaceva quell’occhio così limpido e s’era compiaciuta osservando l’effetto che il suo sguardo produceva su quegli occhi che immediatamente splendevano di un fuoco pudico e malinconicamente si abbassavano” (pag. 106). A Cesarina non piaceva per niente Alessandro Crottat, anche se di nobile famiglia, primo segretario del notaio Roguin, con quella precoce esperienza dovuta all’abitudine degli affari, il più quotato spasimante ad averla in moglie. Ma Cesarina sa ascoltare le ragioni del cuore. Il giudice Popinot, zio di Anselmo, i Matifat, i Ragon Cesare, Costanza, Cesarina, Anselmo, l’abate Loraux si trovano spesso a pranzo tra di loro. “Cesarina sapeva che la signora Ragon l’avrebbe messa accanto ad Anselmo: tutte le donne, persino le beghine e le stupide, in fatto d’amore la sanno lunga.  La figlia del profumiere s’era quindi vestita in modo da far girare la testa a Popinot. Costanza, che non senza dolore aveva rinunciato al notaio (Alessandro Crottat), il quale nella sua testa aveva l’importanza di un principe ereditario, contribuì non senza amare riflessioni alla toeletta della figlia. Quella madre previdente tirò giù un poco il pudico scialle di velo per scoprire un tantino le spalle di Cesarina e lasciar scorgere l’attacco del collo, di notevole eleganza, il busto alla greca, incrociato da sinistra a destra, con cinque pieghe, si poteva schiudere e svelare deliziose rotondità. La veste di merino grigio piombo a falpalàricamati di ornamenti verdi disegnava nitidamente un vitino che non parve mai così fino e pieghevole. I capelli rialzati alla cinese concedevano agli sguardi di abbracciare le soavi freschezze d’una pelle sfumata di vene, nelle quali pulsava una vita purissima. Insomma, Cesarina era d’una bellezza così civettuola che la signora Matifat non seppe impedirsi d’ammetterlo. Senza però capire che madre e figlia s’erano alleate per stregare il piccolo Popinot” (pag. 201).

Cesare Birotteau è costretto a dichiarare il fallimento. I creditori non gli danno nessuna fiducia. I debiti sono enormi: 60.000 franchi solo all’architetto Grindot, altri sessantamila all’usuraio, sessantamila franchi il costo della festa. Il notaio Roguin, socio in affari nei terreni della Madeleine,è scappato all’estero. Malineux dice sprezzantemente a Cesare: “Il denaro non guarda in faccia a nessuno, non ha orecchi, il denaro non ha cuore, il denaro”. Birotteau non si dà per vinto. Si reca presso i rappresentanti dell’Alta Finanza: Nugingen, F. Keller, per avere dei prestiti. Nessuno l’aiuta. Birotteau vede in loro“quasi un postribolo”. Il fratello Francesco, vicario della chiesa cattedrale e parrocchiale di Saint – Gatien di Tours, gli manda mille franchi. Solo lo zio Pillerault lo aiuta in modo encomiabile, ospitandolo in casa assieme a Costanza e a Cesarina che intanto lavorano come commesse, senza risparmiarsi, presso il negozio di Anselmo Popinot. L’olio cefalico è venduto su larga scala, grazie alla martellante pubblicità di Gaudissart. Popinot aiuta il suo benefattore prestandogli del denaro che serve per pagare i creditori più esigenti. Cesare Birotteau, ormai riabilitato agli occhi degli altri commercianti di Parigi, è invitato un giorno dai Ragon, dall’abate Loraux e da Pillerault in campagna nei pressi di Sceaux. Con loro ci sono anche Anselmo Popinot e Cesarina: “Cesare e la moglie, trascinati dal turbine degli affari, non erano mai tornati a Sceaux… Lungo la strada che Cesare fece in carrozza con la moglie e la figlia, mentre Popinot guidava, Costanza gettò al marito parecchie occhiate di intelligenza, senza riuscire a farlo sorridere. Gli disse alcune parole all’orecchio; egli si limitava a rispondere movendo la testa. Le dolci espressioni di quella tenerezza inalterabile ma forzata, invece di rischiarare il volto di Cesare, lo oscurarono ancora di più e gli riempirono gli occhi di lacrime. Il poveretto aveva fatto quella stessa strada venti anni prima, ricco, giovane, pieno di speranze, innamorato di una giovane bella come adesso Cesarina; allora sognava la felicità, oggi in fondo alla carrozza la sua nobile figliola impallidita dalle veglie, la sua coraggiosa moglie alla quale non rimaneva altro che la bellezza delle città sulle quali sono passate le lave d’un vulcano. Soltanto l’amore era rimasto! Il contegno di Cesare soffocava la gioia nel cuore della figlia e di Anselmo, che gli rappresentavano la deliziosa scena di un tempo” (pag. 264).

Mentre Costanza e Cesare Birotteau andavano sotto il loro albero dove un tempo avevano dichiarato il loro eterno amore, Cesarina e Anselmo “camminavano in tondo sullo stesso prato senza accorgersene come due innamorati. “ Signorina, – diceva Anselmo, – mi credete forse abbastanza codardo e abbastanza avido da profittare del fatto che ho acquistato la parte di vostro padre nell’olio cefalico? Gli mantengo amorosamente la sua metà, gliela curo. Con la sua parte faccio gli sconti; se ci sono cambiali dubbie, le metto dalla mia parte. Non ci possiamo unire che il giorno in cui vostro padre sarà riabilitato, affretto quel giorno con tutta la forza che mi dà l’amore. L’amante s’era guardato bene dal confidare quel segreto alla suocera. Anche negli amanti più ingenui c’è sempre il desiderio di farsi grandi agli occhi delle loro belle. – E sarà presto? – disse lai. – Presto!- disse Popinot. Quella risposta fu detta con tono così penetrante, che la cara e pura Cesarina tese la fronte al caro Anselmo, che ci mise un bacio avido e rispettoso, da tanto l’azione della cara figliola era nobile” (pag. 206, 207).

Anselmo Popinot cura gli affari di Cesare Birotteau, facendogli guadagnare una discreta somma, vendendo i terreni de “La Madeleine”a Du Tillet, ma chiedendogli una cifra enorme: sessantamila franchi, prendere o lasciare;favorisce Celestino, il primo commesso alla “Regina delle Rose”, per facilitargli l’acquisto della bottega, ma ad una condizione a suo favore: “Il vostro appartamento, – dice alla signora Costanza, è rimasto come l’avete lasciato, ma non credevo che il destino ci dovesse favorire così in fretta. Celestino è tenuto a subaffittare il vostro appartamento, dove non ha mai messo piede, e tutti i mobili sono per voi. Io mi sono riservato il secondo piano per abitarvi con Cesarina, che non vi lascerà mai. Dopo il matrimonio verrò qui a lavorare dalle otto di mattina alle sei di sera. Per rifarvi un patrimonio comprerò per centomila franchi la parte del signor Cesare, e così avrete, insieme al suo impiego, diecimila lire di rendita. Non sarete forse felice?”(pag. 272, 273). Costanza è pazza di gioia per aver trovato un genero così. Il contratto di matrimonio tra Cesarina e Anselmo è firmato da Cesare. “Al pari di Cesare e Costanza, Popinot conservava nella memoria un’immagine fastosa del ballo dato da Birotteau. Durante quei tre anni di prove, Costanza e Cesare avevano riudito spesso l’orchestra di Collinet, quella che avevano invitato al ballo, riveduto la fiorita assemblea, e gustato quella gioia così crudelmente punita, come Adamo ed Eva dovettero pensare al frutto proibito che diede la morte e la vita a tutta la loro posterità… Ma Popinot poteva pensare a quella festa senza rimorsi, anzi con delizia: Cesarina in tutta la sua gloria gli si era promessa a lui povero. Durante quella serata aveva avuto la certezza di essere amato per se stesso! Perciò, quando aveva comperato da Celestino, l’appartamento restaurato da Grindot, con la condizione che tutto sarebbe rimasto intatto, e quando aveva religiosamente conservato le minime cose appartenute a Cesare e a Costanza, aveva sognato di dare anche lui un ballo, un ballo di nozze. Aveva amorosamente preparato quella festa, imitando il padrone soltanto nelle spese necessarie e non nelle pazzie: le pazzie erano ormai state fatte. Così il pranzo fu servito da Chevet, i convitati erano pressoché gli stessi… Popinot e Cesarina avevano distribuito gli inviti al ballo con discernimento. Entrambi temevano del pari la pubblicità d’un matrimonio, avevano evitato la leggera offesa che possono risentire i cuori teneri e puri immaginando di dare un ballo in occasione del contratto. Costanza aveva ritrovato la veste ciliegia nella quale, per un solo giorno, aveva brillato d’uno splendore così effimero! Cesarina s’era compiaciuta di fare a Popinot la sorpresa di presentarsi in quella veste da ballo di cui gli aveva parlato così spesso. In tal modo l’appartamento doveva offrire a Birotteau l’incantevole spettacolo che egli aveva assaporato per una sola serata. Né Costanza, néCesarina, né Anselmo avevano intravvisto un pericolo per Cesare in quell’enorme sorpresa, e lo spettacolo alle quattro con una gioia che li induceva a fare fanciullaggini (pag. 285, 286). Cesare Birotteau non regge all’emozione: “… andò a dare il braccio alla moglie e le disse in un orecchio con una voce soffocata da un fiotto di sangue represso: – Non sto bene! Spaventata, Costanza condusse il marito nella sua camera(pag. 286),ma Birotteau lemuore quasi tra le braccia.

 

Raimondo Giustozzi

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